giovedì 2 ottobre 2014

Leonard Cohen > Popular Problems


Da quando sono alle prese con i libri aggiorno molto meno i blog. Certo, apparentemente con poco profitto. Sono passato ai ventimila contatti di una volta di questo blog alle 80 persone raggiunte con i post di FaceBook. Ma i libri devo scriverli, con la certezza che approderanno a qualche cosa.
Mentre ascoltavo il disco ho buttato giù di getto qualche appunto per la recensione, ed alla fine ho deciso che andava benissimo così. Dunque, appunti di recensione per Leonard Cohen: 

Ho letto diverse recensioni, in giro sulla stampa e sul web, del nuovo disco. Sembra che ogni cronista che scrive di Cohen si senta in dovere di dire qualche cosa di molto intelligente, di profondo, di analitico. Ma al contrario nessuno di quelli che ho letto ha capito questo disco. Il punto è che è solo un disco, sono solo canzoni. Belle canzoni, orecchiabili.
It's only rock'n'roll. 

Io stesso nel 2004 avevo sentenziato che Dear Heather costituisse il testamento del cantautore canadese. Ho riscritto la stessa cosa per Old Ideas nel 2012. Significativo come un disco introspettivo come quello abbia poi raggiunto il primo posto delle classifiche in Canada, il secondo in Inghilterra, il terzo negli USA. Praticamente il disco più venduto in Nord America, su un mercato che è solo pop di consumo.
Anche al netto del fatto che i dischi vendano molto meno di una volta, significa che il canadese errante (luogo comune! ma ci sta) riesce a parlare al cuore di un sacco di gente.
Significa anche che sono canzoni, non è filosofia. È dal '92 di The Future, se non dall'88 di I'm Your Man che Cohen registra bellissimi dischi di canzoni orecchiabili.
In questo nuovo lavoro per far prima ha diviso i compiti: le musiche le ha scritte il produttore Patrick Leonard, che suona anche l'Hammond B3 (e immagino anche un synt), mentre Cohen ci mette parole, voce e fascino. Solo qua e la un violino o le corde di una chitarra acustica.
In verità le parole, a differenza del passato, guardate troppo da vicino mi rimangono oscure, ma le singoli frasi sono affascinanti, come l'elogio alla lentezza di Slow e il coro "quasi come il blues".
Bello bello.
Un disco che anche se lo metti distrattamente in sottofondo e stai facendo altro, non puoi fare a meno di alzare le orecchie e trattenere il respiro per ascoltare certi passaggi, i densi cori femminili vagamente gospel, l'hammond blues, il tocco di country, tutta la malinconia della poesia del canadese.
Perché i poeti veri sanno parlare ad ogni cuore, non solo agli eletti.

P.S.: Nel libretto del nuovo disco, Cohen è intento a lucidarsi le scarpe. Immagino abbia letto il mio post di Natale.