sabato 2 agosto 2014

la nuova intervista di 8th of May


Musica e politica. Agli inizi degli anni Settanta trascendemmo in una follia verbosa e piuttosto isterica con i processi real time ai musicisti sul palco e le bombe molotov. A distanza di quarant’anni, come giudichi quel momento?

«Erano gli anni di piombo: non era un problema musicale ma sociale. Ai Settanta seguirono gli anni dell’ottimismo, le decadi degli Ottanta e dei Novanta. Con il nuovo millennio arrivarono gli anni di emme, che stanno rivelandosi i peggiori di tutti. Speravamo nell’Europa unita, che portasse un po’ di civiltà a un paese assopito, ci siamo trovati schiavizzati dalle lobby dell’euro a livello globale e sudditi di poco di buono a quello locale. Questo è il momento peggiore, ma, come diceva un film, non può piovere per sempre.»

Eravamo, come scrivi, alla periferia dell’impero. Cos’è cambiato nel nostro paese dopo cinquant’anni di rock?

«Una volta il rock era una scena. Rappresentava l’arte della seconda metà del XX secolo, e Londra era l’ombelico del mondo. Oggi la musica rock è underground, roba da carbonari e come tale non ha più un centro geografico. C’è fermento sotto le braci, sono molti i musicisti che suonano dal vivo, solo che i media li ignorano. Quello che non passa in TV è invisibile. Una volta i media erano la cronaca della scena, oggi rappresentano solo un pretesto per la pubblicità. C’è una crisi dell’editoria, è vero: ma perché il pubblico dovrebbe acquistare riviste e quotidiani realizzati a misura dei pubblicitari o di gruppi di potere? Per gli analfabeti a cui si rivolgono basta e avanza la TV.»

Una classifica non ha mai dato patente di autenticità e valore artistico, ma è indubbio che chiunque ne era affascinato. Il tuo libro si diverte a pubblicarne qualcuna.

«Perché non lo facciamo per la strada? è inzuppato di liste, classifiche, che ho battezzato decaloghi, anche se non sono mai composte da dieci elementi. Sono un divertissement per stimolare la discussione: se stilassimo ogni giorno la classifica dei nostri 10 dischi preferiti, credo che non risulterebbe mai la stessa. Se invece ti riferisci alle classifiche di vendita, ho dedicato un capitolo ai dischi che si vendevano in Italia negli anni Settanta e il confronto con i decenni successivi è impietoso. In quegli anni il pubblico italiano comprava in massa dei dischi davvero tosti.»

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