lunedì 7 aprile 2014

L'intervista di 8th of May


Mi ha intervistato Corrado Ori Tanzi per 8th of May. Domande molto belle, come dovrebbero essere le interviste svolte con passione e cognizione di causa, a cui è stato bello rispondere.
Domande come:

Nel tuo libro scrivi: “Qualche artista è riuscito a rimanere grande per un decennio, ma quasi nessuno per tutta la vita”. Fuori il nome o i nomi che rientrano in quel ‘quasi’:

«Gli scrittori danno il loro meglio da vecchi, i musicisti da giovani. Chi è rimasto in prima linea più a lungo? Bob Dylan senz’altro. Paul McCartney. I grandi bluesmen del passato, ma per loro era più facile, avevano un genere molto codificato. Chuck Berry suonerà la Gibson fino al giorno del suo funerale. Neil Young certamente, lui non arrugginisce. Tom Petty & The Heartbreakers hanno trovato nuova linfa, Mojo del 2010 è un disco perfetto. L’avessero inciso nei Glory Days, oggi lo paragoneremmo a Happy Trails. Springsteen invece ha deluso, così come gli Stones: si sono arresi al business.»

L’ultimo grande disco e l’ultima grande canzone in ordine di tempo che hanno scritto la storia della musica rock.

«One Headlight dei Wallflowers. Under The Table di Dave Matthews Band. Ma anche Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco è grande, e i Black Crowes, prendi Wiser For The Time, è uno dei migliori live di sempre.»

Hai scritto che Woody Guthrie diede una lezione a un giovane Bob Dylan, che la tenne buona per tutta la vita: non avere idoli. Ma cosa sarebbe stata la storia della musica rock, proprio nella sua golden age, senza le urla dello Shea Stadium nel 1965 per i Beatles?

«Il rock è fatto di idolatria, e mi sta benissimo. Io personalmente non ho idoli, nel senso che non rinuncio mai a una lettura critica, non solo nella musica, ma anche in politica o in qualsiasi altro campo. Non ho necessità di bandiere e forse è per questo che lo sport non mi ha mai detto niente, al di fuori della rilettura romantica alla Gianni Brera dei miti del passato, tipo Riva, Rivera e Mazzola o Coppi Bartali o la Porsche 911 alla 24 ore di Le Mans. Ciò non mi impedisce di approcciare la musica, come il cinema o la letteratura, con amore. Ma senza paraocchi. Che la maggior parte delle persone abbia bisogno di una bandiera, non credo mi disturbi; anzi, mi piacerebbe avere dei fan che seguano le uscite dei miei libri…»

Nei tuoi articoli esce il piacere del racconto di un album, il gusto della parola per accendere nel lettore gli stessi sentimenti che ti hanno mosso qualcosa dentro quando per la prima volta hai ascoltato un certo disco. Chi oggi, della nuova generazione, può ancora accendere questa urgenza?

«Quando da teen-ager ho scoperto di non aver il talento per suonare uno strumento musicale è stato un brutto momento: avevo pensato proprio che sarei diventato il bassista dei Rolling Stones. Per fortuna ho quasi subito scoperto di avere il dono di raccontare la musica che ascolto, di descrivere cosa la musica smuove in me e di comunicarlo ai lettori. Così scrivo perché non so suonare. L’ultimo disco che mi ha esaltato? Going Back Home di Wilko Johnson e Roger Daltrey: un manifesto del rock’n’roll.»

Chi è stato il più grande musicista-scrittore della storia del rock?

«Musicista e scrittore assieme? Sono ruoli diversi, come ho scoperto con un po’ di sorpresa. Ci sono poeti che non sanno scrivere in prosa e grandi musicisti che non sono capaci di dare una risposta interessante in un’intervista. L’unico musicista che abbia saputo scrivere un buon libro, fra quanti ne ho letti, mi pare essere Bob Dylan.»

Chi il più grande critico?

«Più che la critica, che è sempre legata a una filosofia provvisoria, mi interessano i grandi cronisti. I miei preferiti li ho celebrati in Long Playing quando ho scritto, più o meno: Eleonora Bagarotti, per l’amore che porta ai musicisti di cui scrive; Nick Kent, per la consapevolezza di cosa è il Rock; Lester Bangs, per l’integrità che lo ha portato a non accettare mai un compromesso; Arrigo Polillo, per la cognizione di causa. Dei quattro, solo l’ultimo è un critico in senso stretto, ma di musica jazz.»

Il tempo stempera i giudizi? Non ti è mai capitato di rivedere un giudizio a distanza di anni e dire, fosse anche solo a te stesso: non capii un cazzo, questo disco è strepitoso!

«Ne parlo nel libro nuovo, in uscita, una sorta di diario/decalogo del rock... 

Leggi l'intera intervista qui su 8th of May .