martedì 4 marzo 2014

Wilko Johnson e Roger Daltrey allo Shepherd Bush 25 febbraio 2014


Vedere un concerto allo Shepherd Bush Empire a Londra non è una cosa per vecchi. Sì certo, è molto romantico trovarsi nel covo storico degli Who e nella periferia che ha generato i mod, a respirare l'aria della mitologia del rock britannico, almeno fino a che non sfiori la rissa con un ubriaco con i capelli tagliati a zero. Insomma, White Riot va benissimo, ma fino a quando non ci sei coinvolto. Io Shepherd Bush me l'ero fino ad oggi solo figurato nella fantasia; Eleonora che mi ci conduce invece la conosce invece bene, ma lei è amica di Pete e di Roger ed è stata press agent della band. Gli Who. Mi mostra i grattaceli in cui vivevano i teenager che al venerdì sera infilavano il giubbotto militare Parka sopra agli abiti eleganti di ispirazione italiana, inforcavano la Lambretta e raggiungevano Soho, il Bar Italia, Carnaby Street e tutti gli altri luoghi dello struscio, e vivevano la loro fantasia mod fino al lunedì mattina. Mi mostra le case popolari fino a White City, quelle che hanno dato vita al mito di band popolari come Who e Clash. 
Siamo in missione per conto del rock. Una missione molto seria: pagare il nostro tributo di riconoscenza a Wilko Johnson ed avere il piacere ed il privilegio di assistere al suo concerto con Roger Daltrey, con cui ha appena registrato un disco di rock & roll che uscirà prima della fine del mese di marzo. Com'è quella abusata espressione: "mi ha cambiato la vita?"
Il disco di Wilko Johnson con i Dr.Feelgood del 1976 mi ha cambiato se non la vita, almeno i gusti musicali. Quando come tutte le estati arrivai a Londra nel 1977, mi accorsi subito che l'aria era cambiata. I tempi di band come Tangerine Dream, Weather Report, Yes, Caravan (o Hatfield and the North) erano tramontati. La nuova ondata avanzava sotto forma di punk. I ragazzi, anche senza spilloni conficcati come piercing, indossavano t-shirt rovesciate con la scritta "God Save The Queen" (era in effetti nel paese il Giubileo della Regina Elisabetta II, ovvero la celebrazione del suo XXV anniversario di regno). L'anno precedente avevo portato a casa dalla capitale i dischi di Peter Baumann, Jon Anderson e Steve Howe. Quell'anno appena arrivai ascoltai due dischi che mi cambiarono ogni prospettiva: uno era il 45 giri di Pretty Vacant dei Sex Pistols, l'altro Stupidity, il live dei Dr.Feelgood registrato a casa loro al Southend Kursaal di Canvey Island. Il primo fece la top ten, il secondo il numero uno. 
Era la nuova cosa che, come spesso accade, consisteva nel recupero di classici dimenticati: le energiche canzoni di tre minuti del rock & roll e del beat. Eddie & The Hot Rods (pure provenienti da Canvey Island) cantavano The Kids Are Allright, Gloria e I Can't Get No Satisfaction, Get Out Of Denver, Wooly Bully e 96 Tears, canzoni che da vecchi hit diventavano gli inni di una nuova generazione. 

I Dr.Feelgood suonavano lo stesso rhythm & blues gutturale dei Rolling Stones della Decca Records dei primi anni sessanta, ed apparentemente avevano lo stesso effetto devastante sul pubblico. Primi in classifica dopo anni di gavetta, si sciolsero immediatamente al termine di un tour americano quando Wilko si accorse di non essere in grado di reggere la tensione del successo e lasciò il gruppo spezzando i sogni di gloria dei compagni. Il cantante Lee Brilleaux, una specie di cockney coatto dalla gran voce, con la voce rotta dalla frustrazione si produsse in un lamento: "Come posso fare ad andare avanti, so fare solo il cantante, non sono capace di scrivere le canzoni!".   Era Wilko a scrivere le canzoni del gruppo. In effetti i Feelgood raggiunsero ancora un numero uno con una canzoncina scritta per loro da Nick Lowe, non all'altezza dei loro classici comunque, prima di trasformarsi in una sorta di istituzione underground britannica, con cambi di formazioni che giungono ai giorni nostri. Lee Brilleaux morì di linfoma che non aveva ancora compiuto 42 anni. 
La stessa sorte toccò a più di un musicista di quella scena, dal grande Ian Dury al secondo chitarrista dei Feelgood Gypie Mayo. Una diagnosi infausta fu posta all'inizio del 2013 anche al grande Wilko, che però prese la decisione di passare quello che gli resta da vivere facendo la cosa che in vita gli era piaciuta di più, suonare il rock & roll. Da quando era rimasto vedovo dell'amata Irene non era più così affezionato alla vita. 
Ha registrato e suonato in tour, e l'ultimo in ordine di tempo dei suoi progetti è stato un album con Roger Daltrey significativamente intitolato Going Back Home, tornando a casa.  Il 25 febbraio Wilko e Johnson hanno suonato il loro concerto proprio a casa, allo storico Shepherd Bush Empire, posto appena al di fuori delle cartine del centro di Londra che hanno in tasca i turisti, che finiscono a Notting Hill. Ed io ed Eleonora abbiamo preso un aereo da Milano per esserci. La giornata del 25 l'abbiamo passata a rievocare ricordi avanti ed indietro per Londra, così che nel pomeriggio mi sono disteso a riposare per prepararmi alla serata. Eleonora, che è di altra tempra e che ancora ha il fiuto della groupie, è invece arrivata al teatro, dove sostavano già in fila gruppi di americani giunti apposta dalla east coast. Ha salutato Daltrey dopo il sound check ed ha incontrato Wilko, che aveva già intervistato e che gli ha presentato il figlio (non so se Matthew o Simon). Alle sei l'ho raggiunta ed invece che in una comoda poltrona in galleria ci siamo messi in piedi sotto il palco, sempre più compressi dai folkie di Shepherd Bush e dintorni, che non ci hanno risparmiato odori e fiatate alcoliche. Non ne ho più l'età, ma la prospettiva di assistere al concerto da pochi metri da Wilko e Roger mi ha fatto resistere a tutto, anche a sfiorate la rissa (ce n'è sempre uno, ha commentato qualcuno, riferendosi ad un ubriaco molto molesto). 
C'è da dire che quando ci si mette Eleonora sa essere più dura di ogni mod e di ogni rocker. È il r'n'r , giusto? 
Dopo una band dilettantesca in apertura (forse un gruppo locale?) è salito sul palco Wilko con un trio fenomenale. Al basso l'inarrivabile Norman Watt-Roy, veterano dei Blockheads. Se il suo nome vi dice poco (ma dovrebbe, perché è il più grande bassista inglese), vi informo che è l'uomo che ha suonato praticamente ogni parte di basso di London Calling, al posto di Simonon. Alla batteria il giovane ed energico Dylan Howe, che deve il suo nome alla passione del padre Steve (sì, il chitarrista degli Yes) per zio Bob. 
Dal punto di vista musicale è stato il momento più trascinante dello show, con un suono secco e deciso dalla Feelgood che ha letteralmente decollato. Wilko, che è apparso apparentemente e contro ogni previsione in gran forma, non è un cantante, ma al terzo brano, Roxette, si è scatenato, con una lunga versione in formato encore del leggendario brano dei Feelgood ed un duello della sua Telecaster rosso nera contro il basso jazzato di Norman. Un breve grandissimo show che avremmo voluto non finisse mai. Ed invece al quinto brano ha annunciato l'arrivo sul palco di Roger Daltrey, che si è presentato in un completo grigio, camicia scura, cravatta di pelle, Rayban sfumati in viola e permanente, l'aspetto di un vivace benestante in una serata in Versilia, magari alla Capannina. A parte l'aspetto, comunque sempre decisamente in forma, e la voce, piuttosto perduta, Roger è stato di una simpatia straripante. Con il suo arrivo, oltre a quello di una tastierista e di un armonicista in tenuta Elwood Blues, il timbro dello show si è spostato dall'asciutta new wave  ad un rock & roll giocoso molto teddy boy. Può sembrare strano per il cantante del più famoso gruppo mod di sempre, ma mi dice Eleonora che Roger un mod non lo è mai stato. Il resto dello spettacolo è stato così, giocato fra i brani del nuovo album - in gran parte già ascoltati dai Feelgood o dal repertorio solista di Wilko - e la gigionesca simpatia di Daltrey. 
Roger, che ha un timbro vocale più acuto di quello gutturale di Brilleaux, ha dato il meglio nella cover dell'oscuro singolo di Dylan Can You Please Crawl Out Your Window, e per il resto ha molto scherzato ed ha cercato di coinvolgere Wilko che, già di basso profilo di suo, sembrava quasi in soggezione di fronte ad uno degli idoli della sua gioventù (un altro di sicuro è stato il Johnny Kidd and The Pirates di Shakin' All Over, che stranamente non è stata eseguita, ma che certamente è stata evocata da più di un brano). Di suo Roger ci ha messo una versione di I Can’t Explain, in verità la più debole che si possa immaginare. Ma la serata era così, un party di ritorno a casa fra vecchi amici, senza pretese di stardom. 

Alla fine eravamo tutti straniti, ancora increduli di ciò a cui avevamo assistito. Non ci sono stati bis in senso stretto, cioè ritorno sul palco dei musicisti, che il pubblico non ha neanche insistito a chiamare troppo a lungo per rispetto verso le condizioni di Wilko. Non c'è stato backstage ed io ed Eleonora, dopo un po' di attesa alla porta del palco, abbiamo deciso che il modo migliore per coronare una serata tanto incredibile era di festeggiare con un piatto di quelle ali di pollo piccanti che si mangiano nei tanti esercizi etnici della zona, aperti tutta la notte o quasi. Wow. Grazie del sogno. 




Londra è sempre bella. Londra fa sempre sognare, con i suoi infiniti quartieri che si infilano l'uno nell'altro senza soluzione di continuo, ognuno con una sua specifica personalità, con il minimo comun denominatore del profumo indiano di pollo alle spezie. Notting Hill, Soho, King's Road, Chelsea, lo Strand, Hide Park, Camden Town, Burroughs Market, il lungo Tamigi... un sogno ad occhi aperti. 
C'è ancora musica a Londra? Da quello che si legge su riviste come Q, che parlano di musica per giovani di cui non conosco che una frazione, direi di sì. Ed anche in base ai concerti della settimana, da Stranglers a Nine Below Zero a Graham Parker, per tacere di tutti i gruppi emergenti nei tanti locali ancora attivi ovunque. Quello che è scomparso sono i negozi di dischi: la musica di oggi è liquida, e long playing e CD sono vestigia del passato. Non a caso i decenni che si celebrano nei negozietti e nelle bancarelle ancora aperti sono sempre i soliti, anni sessanta ed ottanta, a testimonianza dell'età di chi è rimasto affezionato ai vecchi dischi. I negozi di dischi delle grandi catene sono tutti scomparsi, chiusi. Non c'è più business attorno a quel mercato. Sono rimasti aperti polverosi negozietti indipendenti sulla falsa riga di quello celebrato in Alta Fedeltà di Nick Hornby, che con una efficace metafora hanno preso a Soho il posto dei sexy shop e dei peep porno. Il pubblico non deve essere molto diverso. Uno dei più forniti è Sister Ray (che gran nome!), zeppo zeppo di vinili e di CD con scaffali dalle etichette evocative di Northern Soul o Punk. I prezzi sono interessanti e non è difficile trovare il pezzo che ci è sempre mancato, ma non ci si mette molto a scoprire che in gran parte si tratta di scambi di usati, mentre le novità qui non attaccano. La lista di dischi che io ed Eleonora ci eravamo preparati, con la speranza di trovarli a Londra o mai più, come il nuovo Blockheads o quelli di Baxter Dury (il ragazzino che compare sulla copertina di New Boots and Panties, del padre Ian), qui non li conoscono. Ed è malinconico scoprire che sono invece a portata di click su Amazon. Comunque io ho regalato a lei Do It Yourself e lei a me Live At Hollywood High (per tacere dei doppi rosso e blu dei Beatles per mia figlia undicenne). 


In mancanza di una rivista di carta (purtroppo stanno chiudendo una dopo l'altra) e fino a che non avrò inaugurato una rivista elettronica, ho pubblicato l'articolo, le foto, l'intervista (di Eleonora Bagarotti) sotto forma di ezine, cioè di pdf scaricabile gratuitamente a questo indirizzo
Ho voluto usare il font American Typewriter. Se l'impaginazione è sballata vuol dire che il vostro computer lo sta sostituendo con un font diverso... sorry.