martedì 28 gennaio 2014

la foto di copertina di Long Playing (una storia del Rock, lato A)


L’idea di scrivere una storia del rock me la sono sempre portata dietro. Fondamentalmente perché avrei sempre voluto leggerne una buona, ma siccome non l’ho mai trovata non c’era altra soluzione che scriverla da me (è questo in effetti il motivo principale per cui scrivo tutte le cose che scrivo). Con il passare degli anni, l’appropriarsi del rock da parte dei media borghesi, con tutta la banalizzazione che ne consegue, me lo ha poi reso un obbligo morale.
Anche la copertina del libro l’ho praticamente sempre avuta in mente. Cioè, proprio all’inizio all’inizio immaginavo un dipinto di Guy Peelaert con i volti di Elvis Presley, David Bowie e Bruce Springsteen uno di fianco all’altro. O in alternativa i volti di Chuck Berry, David Bowie e Bruce Springsteen uno di fianco all’altro (mai provato empatia per Elvis). Ma siccome dubitavo che la parcella di Peelaert fosse alla portata del mio budget, l’idea si trasformò subito nelle copertine di tre dischi di Berry Bowie & Springsteen uno di fianco all’altro, e da qui, anche per motivi grafici, le undici copertine più famose del rock - il buco nel mezzo era lo spazio dovuto al titolo. Una grafica del genere la diedi al mio primo sito BEAT ed a innumerevoli pagine sul web. Quando poi alla fine giunse davvero il grande momento di dover uscire dal regno della fantasia per realizzare effettivamente il progetto, mi accorsi che il libro era diventato troppo vasto per poter essere stampato in un unico volume e le copertine diventarono due. È più facile scegliere 11 grandi copertine che 22 perché mano a mano che la scelta si fa più vasta i candidati si moltiplicano. Il primo volume avrebbe coperto gli “anni sessanta e dintorni” - nella realtà gli anni cinquanta, i sessanta e quella parte di settanta che escludeva il ritorno del rock’n’roll, rappresentato da glam rock e da Springsteen.
Il titolo del libro fu un problema più complicato. Il titolo di lavoro era “Il Re del RnR”, che però aveva il difetto di marketing di vendersi come un prodotto di nicchia, un libro che privilegiasse il rock’n’roll degli oldies but goodies degli anni cinquanta. Ho compilato dozzine di liste di titoli, finché si materializzò quello un po’ cinematografico di The Long Play. Da lì a Long Playing fu l’intuizione di un attimo, che comportò anche la scelta di incorniciare il titolo in una etichetta old fashioned (vagamente ispirata alla Columbia Records, tramite i primi album americani di Costello dove il suo nome prendeva il posto di quello dell’etichetta) disegnata dal talento di Elio Capecchi.

La scelta della copertina nell’angolo superiore sinistro era facile: quale grafica più accattivante del primo album di Elvis Presley per la RCA? Che mi offriva un assist perfetto per il secondo volume, con il suo doppio nella cover di London Calling dei Clash. Siccome non esistono copertine mitiche dei dischi di Chuck Berry, con un salto di 10 anni sono arrivato dritto a Sgt.Pepper dei Beatles, che oltre alla rilevanza storica del vinile presenta la celebre e inarrivabile grafica psichedelica. Certo, esiste anche la foto dei fab four che attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, ma il confronto non regge.
Detto Beatles, viene da sé Bob Dylan. La copertina scelta era quella del suo capolavoro, Blonde On Blonde. Ma il disco non è fisicamente saltato fuori: in una collezione di migliaia di LP traslocati per trent’anni di casa in casa, la sorpresa è che non sono pochi quelli che si sono persi per strada. Escluso dunque il doppio, la foto di copertina più bella di Bob è per certo quella di Bringing It All Back Home, con la signora in rosso (Sally Grossman, moglie del manager), il caminetto, le riviste e le copertine dei dischi. Ma il disco non regge il confronto con Highway 61 Revisited, la cui copertina è pure fotografata da Daniel Kramer, con Dylan sempre a casa di Grossman che indossa la T-shirt con la scritta Triumph, che detto per inciso sotto un giubbotto in pelle da Fonzie rappresenta la mia divisa ufficiale.
Però sulla copertina del libro la cover di Dylan si inclina un po’ a destra, lasciando intravvedere sotto quella variopinta American rock del live degli MC5. Leggo tutto un messaggio in questo fatto, del tipo: non stiamo facendo della dietrologia qui, o la celebrazione dei luoghi comuni. Il rock’n’roll è sporco, sudato e rumoroso, e fatto anche delle piccole gemme dei tanti outsider. Gli MC5 di Detroit lo sono di certo.
Esiste una copertina rock più celebrata della banana gialla di Andy Warhol sullo sfondo bianco di Velvet Underground and Nico? È la copertina che inaugura la seconda riga, a sinistra del titolo. A destra le fa da contraltare quella di John Barleycorn, che con il suo pallore non risalta molto, parzialmente sovrapposta da un best dei Booker T. & the MGs, la backin’ band degli Stax Studios, il cui compito è quello di rappresentare il suono di Memphis e quello del sud, da Otis Redding fino ad Allman Brothers Band e Derek and the Dominos. Va da sé che confina con Sticky Fingers, la copertina più famosa dei Rolling Stones, di un disco parzialmente registrato proprio ai Muscle Shoals nell’Alabama.
Sul lato opposto la copertina originale di Electric Ladyland della Jimi Hendrix Experience, quello con la foto delle ladies nude. Con il timore che Amazon potesse rifiutare un libro sulla cui copertina si intravedessero delle tette (si sa come sono gli americani, preferiscono le armi da fuoco al sesso), la copertina del disco di Hendrix si intuisce appena sotto una bella foto della Virgin Records (che rappresenta il capitolo sulle avanguardie ed il rock di Canterbury), una mano a sei dita che mostra il segno della V per vittoria, titolo di un oscuro doppio vinile pubblicitario della casa discografica.
Tommy non è né il mio disco preferito degli Who, né la loro copertina che preferisco, ma avete un’idea di quello che rappresenta per milioni di fan e potenziali lettori del libro? Così eccola.
L’ultima riga di dischi rappresenta il completamento della storia: il faccione del Re Cremisi la vince facile nel progressive, anche se ho preso in considerazione anche la mucca di Atom Heart Mother e l’isola di niente dalla PFM. I Pink Floyd vengono comunque rappresentati dall’antologia che contiene i loro migliori singoli, Arnold Layne e See Emily Play.
Il capitolo sulla storia di Gram Parsons ha uno spazio importante nel libro, che è testimoniata dalla copertina di GP. L’ultimo quadratino rappresenta la fusion fra rock e jazz: sui Weather Report non si discute, l’unica incertezza l’ho avuta fra Black Market e Heavy Weather.