martedì 26 marzo 2013

Winterland, Cesenatico


Non c’ero al Winterland di San Francisco il 25 novembre del 1976, ad assistere all’ultimo concerto di The Band, con una tonnellata di ospiti loro amici, da cui Martin Scorsese trasse il film The Last Waltz. Ma ero il 23 ed il 24 marzo 2013 al Teatro Comunale di Cesenatico per No Way Back, il concerto per registrare il disco ed il film dal vivo di Miami & The Groovers, con gli ospiti loro amici.
Il paragone non è peregrino, anche se The Band chiudeva i battenti mentre i Groovers sono in pieno decollo, e se i primi ed i loro amici erano le più celebri rock star d’America questi sono i più amati rocker della scena di Little Italy. Una cosa sicuramente è in comune: la passione, quella della band e quella del suo pubblico. È un’esperienza a cui non sei abituato, nemmeno se sei nel rock da quarant’anni come me, quella del rapporto fra Miami & The Groovers ed il proprio pubblico. Sold Out da settimane, già da ore prima dell’inizio dello show, in un’aria di mare fredda e piovosa da tramontana, si avvicinavano al teatro i fan, e li riconoscevi subito: sorridenti, ragazzi dai venti ai sessant’anni, zainetti, fidanzate, mogli, figli, si percepiva l’occasione importante, della celebrazione, della festa rock. Il tempo di ritirare i biglietti, riempire un po' lo stomaco con una piadina e poi erano tutti al banco del merchandising, a salutarsi, sbirciarsi, informarsi, sorridersi, cercare con gli occhi i musicisti, prima di prendere posto nel graziosissimo teatro dove in tanti lavoravano da una giornata perché tutto funzionasse e alla fine potessimo celebrare il ricordo dell’evento con un disco e magari un film.
Tanti ospiti, ad accogliere musicalmente il pubblico (fra gli altri Daniele Tenca il primo giorno ed Hernandez & Sampedro il secondo) e poi a dividere il palco con la band.
Un anno prima Miami & The Groovers presentavano al proprio pubblico nello stesso teatro il nuovo disco, Good Things, cose buone, buone nuove. Già allora erano Local Heroes, nomi importanti sulla scena dell’East Shore. Da allora un endless tour di cento show in un anno, e l’ottima accoglienza del disco, hanno ampliato il numero dei fan, del pubblico che li ama, che li segue nei teatri come nelle birrerie fino ai concerti sulla spiaggia, un pubblico che è parte della loro stessa scena, delle loro serate, della loro vita, persino dei testi delle loro canzoni. Così eccoli in piedi, con le magliette, a cantare a squarciagola i cori, a riprendere in coro le canzoni dopo che sono terminate per far tornare Lorenzo Semprini, il cantante, al microfono, un po’ al contrario di quello che accade normalmente.
Nonostante la perfetta rodatura dei cento show in un anno, Lorenzo & i Groovers salgono sul palco con il cuore che batte a mille, perché sentono l’importanza dell’evento, oltre che la presenza delle telecamere. Per questo la prima serata (il sabato) è più “festosa”, con qualche inconveniente tecnico e con tanta voglia di piacere e di far festa, fino ad invitare il pubblico sul palco per cantare (e registrare) l'inno di We’re Still Alive. Più potente la seconda serata (o per meglio dire: il pomeriggio della domenica), con la band più rilassata e di conseguenza più solida e coesa, più cool e meno piaciona, con versioni di ogni canzone migliore che su disco, con qualche vertice come l’iniziale Always the Same, con gli scatenati ed applauditi assoli di chitarra di Beppe Ardito (che comprendono persino citazioni di Chuck Berry e Jimmy Page), con il gran lavoro di tastiere di Alessio Raffaelli (in comune con un’altra band di culto della scena di Little Italy, i Cheap Wine di Pesaro), con il boom boom implacabile dei tamburi di Marco Ferri, un vero robocop del ritmo, che lungi dallo stancarsi avrebbe proseguito lo show (di tre ore per set) per altre dodici!

(in arrivo il racconto di Eleonora Bagarotti...)