giovedì 14 marzo 2013

Graham Parker & the Rumour > Three Chords Good



Non c'è storia: british do it better! Fin dai tempi della Swingin' London e della British Invasion, gli inglesi avranno anche usato ingredienti americani ma la ricetta del rock è stata la loro, di Beatles, Stones, Kinks e Who. All'inizio degli anni settanta furono sempre gli inglesi a resuscitare il rock & roll con il glam di Bowie, Mott The Hoople, Elton John. Ed alla fine degli stessi settanta a ritrovare l'energia del rock con la new wave di Graham Parker, Elvis Costello, Joe Jackson e Clash. C'è ben da dire che da allora gli inglesi hanno deluso parecchio: dopo la svolta indie degli Smiths e l'anemico brit pop, pare che a Londra si siano smarcati dal ruolo di capitale della musica. Ma ultimamente anche Sua Maestà è tornata a dare segni di vita. Dapprima i Madness con un'opera rock di notevole bellezza, The Liberty Of Norton Folgate, da noi ignorata. Quest'anno si sono rifatti vivi i Dexys (quelli di Celtic Soul Brother, ma con assai meno grazia), e Ian Hunter, che con la Runt Band è tornato a suonare un energico glam rock che pare arrivare dal 1973. Siccome la classe non è acqua, come migliori di tutti ancora una volta si sono imposti Graham Parker and the Rumour, con un impossibile ritorno a trent'anni di distanza dal disco d'addio. Parker ed i Rumour furono i padrini della scena della seconda metà degli anni settanta ed il loro nome è stato spesso associato a quello di The Band, Rolling Stones, Van Morrison e (sconfinando) anche Bruce Springsteen. Mi è capitato qualche anno fa in occasione della timida reunion di The Band senza Robertson di esprimere il desiderio che anche i Rumour potessero riaffacciarsi se non per suonare la sveglia al rock britannico, almeno per un bicchiere della staffa. Parker, motore del gruppo ma senza band privato della meccanica adeguata, non aveva mai smesso di suonare in studio e dal vivo, e dopo un picco creativo attorno al '90 con un tris di grandi lavori (Mona Lisa's Sister, Human Soul, Struck by Lightning) in compagnia di Brinsley Schwartz (che dei Rumour è il chitarrista) è emigrato oltreoceano, a NYC, accontentandosi di accompagnatori minori e label di nicchia, pure non mancando di mettere a segno un paio di brani buoni ad ogni disco. Il recente Imaginary Television del 2010 lasciava a presagire un ritorno alla forma, con una serie di canzoni che mancavano solo dei giusti musicisti. Che si erano dispersi, chi a curare un negozio di strumenti musicali, chi a fare da session man, chi ritirato in pensione. D'un tratto, l'illuminazione: intuendo di avere in mano delle ottime canzoni, Parker ha cercato Steve Goulding ed Andrew Bodnar, la sezione ritmica della vecchia band perché lo accompagnasse. E da lì è stato automatico far scattare la scintilla della reunion, l'idea di rimettere assieme la vecchia band per conto di dio. Non che siano più i tempi in cui una grande band che gronda di rock inglese, di beat, r&b e r&r possa avere successo in classifica. Però si può sempre distillare un grande vino per palati fini per farci rivivere un po' di good vibrations dei good times quando non ci speravamo più. La band è al gran completo, tutti hanno risposto alla chiamata e il suono è compatto come un treno in corsa, con dodici brani che non sono mai meno che deliziosi, che girano rotondi, piacevoli e inarrestabili come il motore di una café racer. Fin dalle prime note di Snake Oil Capital, che citano quelle di un hit dei bei tempi (Hey Lord, Don't Ask Me Questions) la ritmica pulsa perfetta, i chitarristi cesellano da maestri non dispiacendosi di lasciare tutte le luci della scena alle calde e liquide tastiere di Bob Andrews, che non a caso in passato era stato paragonato a Garth Hudson di The Band. Parker è perfettamente a suo agio, in piena forma ma mai sopra le righe. Non ci sono i fiati e non ci sono assoli né tempi morti: il risultato rimanda a perfette morbide alchimie del passato come Full Moon Rising di Tom Petty o il citato Struck by Lighting dello stesso Parker. Di tanto in tanto capita ancora che escano dischi niente affatto male, se si considera che siamo negli anni duemila. Ma questo Three Chords Good sarebbe stato un gran disco anche nel 1978.

Blue Bottazzi (SUONO Marzo)