mercoledì 27 marzo 2013

David Bowie : The Next Day




Ci furono tempi in cui dischi così erano all’ordine del giorno. Il 1967, per esempio. O il 1978. Ma poi se n’è perso lo stampo. Bowie stesso per registrarlo ha dovuto prendere una rincorsa lunga dieci anni (ma in realtà molto di più se si considera che hours è del ’99, Tin Machine dell’89, Let’s Dance dell’83). The Next Day è un album doppio in studio, l’ultimo di un glorioso format che in passato ha rappresentato lo zenit per molti artisti, da Dylan (Blonde on Blonde) ai Beatles (White Album), da Stones (Exile) a Clapton (Derek & the Dominos), da Springsteen (The River) a Clash (London Calling).
The Next Day è un album di canzoni, tante e molto belle: canzoni aliene, fantascientifiche, diverse, oblique, nelle melodie e negli arrangiamenti. In questo il fantasma di Brian Eno è il “convitato in pietra”, il grande assente - presente in ogni brano. Ed il disco Heroes (rievocato nel remake della copertina, modificata solo dal nuovo titolo) ne è lo stampo, fumante, industriale, metallurgico, post-moderno.
Il suono stesso, curato dal produttore storico Tony Visconti, è post-moderno, compatto e solido come un wall of sound low-fi senza sfumature e senza separazione fra gli strumenti, tutti fusi in un unico oggetto: chitarra, synt, drum machine, sax. Le canzoni sembrato prendere vita davanti all’ascoltatore assemblandosi con gli elementi classici del vissuto sonoro di Bowie, che arrivano, si incastrano e se ne vanno come in un gioco caleidoscopico; un po’ Hunky Dory, un po’ Ziggy, Aladdin Sane, Low, Let’s Dance, Outside…
Anche i testi, per quel che si può afferrare (sarebbero anche riportati in copertina, ma in un minuscolissimo volutamente non leggibile), non raccontano esattamente di storie ma sono spezzoni di frasi che lasciano libertà all’interpretazione dell’ascoltatore.

The Next Day si apre con un paio di brani monolitici (un po’ Outside e un po’ berlinesi): l’omonimo The Next Day e Dirty Boys, ed il secondo già si scioglie nel coro in un lirismo classico.
The Stars (are out tonight) è il singolo rock’n’roll, classico, potente e coinvolgente, a la Jean Genie o Rebel Rebel (o se preferite Absolute Beginners).
Love is Lost è un bel brano duro per chitarra elettrica, non scevro di echi glam.
Where Are We Now, il primo singolo (il brano più estraneo al lavoro e quello che mi piace meno), è un lento immobile e già sentito, che richiama infatti Thursday's Child.
Valentine’s Day è Roy Orbison (riecheggia forse un brano dei Travelin’ Wilburys, poi verifico) ma anziché d’amore racconta di una strage in una scuola..
If You Can See Me è nevrotico metallo pesante alla Outside.
I’d Rather Be High ha un incedere melodico, lirico ed arioso, con un cantato emozionale.
Boss Of Me, decorata da un sax, si sviluppa su un ritmo dance minimale, in qualche punto fra Low e Let’s Dance.
Dancing Out In Space è Bowie futurista ballabile e orecchiabile: per qualche ragione mi porta alla mente gli esperimenti sintetici di Steve Hillage dei Gong, chitarrista un po’ beatlesiano e un po’ synt-dance.
How Does The Grass Grow è una (bella) ballata che arriva dai tempi del folletto folksinger psichedelico.
Set The World On Fire è un (bel) rock & roll come li sa cantare Ziggy Stardust, raddoppiato dalla successiva melodia intensa di You Feel So Lonely You Could Day, nel crescendo che rende entusiasmante questo disco.
Heat sarebbe la tesa, immobile conclusione fantascientifica del disco. Ma solo in teoria, perché seguono altri tre brani che, per quanto venduti come bonus track, si integrano senza soluzione di continuo con il resto del disco.
So She è un (bel) lento dance melodico, che porta alla mente la colonna sonora di Labirynth.
Plan è uno spezzone strumentale a la Low, un figlio illegittimo di Eno.
I’ll Take You There è un brano beat, che più che chiudere il doppio disco lo lascia aperto ad un sequel… come dire: canzoni se ne possono aggiungere quante ne vogliamo. Tanto che è già spuntata una diciottesima canzone, God Bless The Girl (un ritmo saltellante alla Bo' Diddley che evoca il Bowie classico di The Supermen), sull'edizione giapponese. E si sa che diversi brani siano rimasti esclusi dal master finale a favore di un progetto prossimo venturo.

Fatico a ricordare un disco di David Bowie migliore di The Next Day. Forse solo quello di Ziggy Stardust e i suoi ragni di Marte.

Blue Bottazzi