venerdì 22 febbraio 2013

Nick Cave & the Bad Seeds > Push The Sky Away



Ad un certo punto ad alcuni grandi artisti succede di uscire dall'underground ed essere scoperti dai mass media e dal pubblico mainstream. Per qualche motivo succede spesso quando ormai hanno finito la benzina, ma non hanno bisogno di preoccuparsene perché per la TV, i giornali e persino il pubblico è indifferente l'essenza del loro lavoro (cioè la musica) ma solo la loro immagine. Un musicista a cui sta capitando questa fortuna è Nick Cave. Diciamocelo: Nick si è imborghesito. Scrive poesie, scrive romanzi e novelle, recita nei film, scrive musica per il teatro, viene intervistato dai media mainstream, si parla di lui sui quotidiani, ha sposato una modella (Susie Bick, la ragazza nuda sulla copertina dell’album). Non ci provi neanche a fregarci con i suoi Grinderman: Push the Sky Away è un album molto borghese, patinato e mainstream. Composto e registrato con i Bad Seeds in Provenza (Francia) a Saint-Rémy-de-Provence (una riminscenza degli Stones di Exile?), mi porta inevitabilmente alla mente, fin dalla elegante copertina, Bryan Ferry che suona Flesh & Blood con i Roxy Music. Come in F&B il suono della band è sostenuto da un ritmo elettronico, delicato e raffinato. La voce non ha la metà dell’estensione che aveva e non c’è traccia d’inchiostro. L’album è decadente, elegante, nebbioso, evocativo, con tocchi strumentali leggeri fino al minimale, che lasciano uscire le melodie a poco a poco spesso evocando cose già sentite.
We No Who U R (“noi sappiamo chi sei”) è il singolo, scritto come tutte le altre canzoni a quattro mani con il violinista (chitarrista, tastierista) Warren Ellis, ha un giro orecchiabile ed acchiappa facilmente grazie anche ai bei tocchi di organo ed ai cori lontani: “sappiamo chi sei, sappiamo dove vivi, e non abbiamo nessun bisogno di perdonare…”. Indiscutibilmente bello.  Wide Lovely Eyes (“grandi occhi leggiadri”) si apre su un ritmo elettronico con note che evocano l’intro di A Hard Rain Gonna Fall di zio Bob, dove Dylan canta “Oh, where have you been, my blue-eyed son ?”, anche se quando arriva il coro “you wave and say goodbye” è papà Cohen che viene alla mente “that’s no way to say goodbye”.
Water’s Edge (“il bordo dell’acqua") potrebbe essere tratto da White Light White Heat, uno di quei pezzi recitati da Cale. Molto romantico, in ogni caso. Jubilee Street è probabilmente la canzone più bella, un crescendo di quasi sette minuti alla Lou Reed (“here I come up the hill pushing my wheel of love, I got love in my tummy & a tiny little pain…”), che quando arrivano gli archi sembra alzarsi in volo, una specie di lato pulito di Heroin. Mermaids (“io credo in Dio, credo nelle sirene, credo anche nelle 72 vergini…”) ha davvero un coro celestiale come un canto di sirene.
Sulla seconda facciata (ho acquistato il vinile*) We Real Cool (“noi davvero fighi”) è un pezzo immobile un po’ recitato con un bel cesello di archi. Buffo il testo di Finishing Jubilee Street (“avevo appena finito di scrivere Jubilee Street, mi sono messo a letto e sono piombato in un sonno profondo, e mi sono svegliato credendo di aver sposato Mary Stanford”). Per il resto succede poco. Higgs Boson Blues, il blues del bosone di Higgs, è una lunghissima ballata per chitarra che rende omaggio a Neil Young. E se non rende omaggio è un plagio. Push The Sky Away (“spingi il cielo più lontano”) è un brano immobile (still), in chiusura di una facciata immobile, con un evocativo coro di bimbi lontano sullo sfondo.
Un gran bell’album, elegante, raffinato, decadente. E piuttosto borghese. Venderà a milionate.

Blue Bottazzi

*: per recensire sinceramente un disco bisogna pagarlo di tasca propria. Per cui non date retta a chi i dischi ve li recensisce dopo averli ascoltati una volta in stream. Se ne parla bene davvero deve poi entrare in un negozio e pagarlo. Troppo comodo farsi piacere un disco regalato.