venerdì 3 agosto 2012

Peter Hammill a Milano il 13 maggio 2012



Peter Hammill ha sempre goduto di un rapporto privilegiato con l'Italia. Il successo (anche di classifica) decretato alla sua band, i Van Der Graaf Generator; un esercito di fan fedeli raccolti anche attorno ad un VDGG Study Group; un blog dedicato alla sua produzione discografica. Peter ha ricambiato tanto amore, per esempio imparando (quasi) a parlare italiano, e con piccoli grandi gesti come il mini tour di maggio dedicato al nostro Paese. L'abbiamo visto suonare a Milano alla Salumeria della Musica domenica 13 maggio, in un ambiente molto diverso da quello più consono alla sua musica, che si presta più a teatri e conservatori che ad angusti palchi da punk rockers. Come è sua abitudine da qualche anno PH si è esibito in perfetta solitudine, in un concerto per vox, gtr (acustica) e pno (piano a coda, va detto). Peter non fa rock, ma "canzoni" in cui sperimenta un'approccio emozionale della voce, che usa come uno strumento, sfruttandolo per la sua intera estensione, dai toni più bassi a quelli più acuti, in una teatralità tesa a generare un'atmosfera di pathos mai banale, usando l'iterazione, la ripetizione di parole dal forte impatto emotivo. La musica è melodrammatica e subalterna al narrato, seguendo, sottolineando, esaltando il cantato. Ma qualche cosa di differente da tutto ciò ci attendeva in questo concerto, come differente si è dimostrato alla resa dei conti il suo disco appena uscito, Consequences.
A rendere tutto questo possibile, è l'assoluta padronanza del linguaggio tecnico dell'autore. Le sue canzoni sono la prova di come solo le capacità tecniche riescano a sciogliere i nodi espressivi più inaccessibili. Così, a farla da padrone ci sono progressioni cromatiche con sbocchi inusuali, architetture armoniche dissonanti, approdi ad ammalianti forme tonali, raggiungibili solo da chi si eleva oltre il ruolo di songwriter comunemente inteso. In tal senso, il Premio Tenco per la canzone ricevuto da Hammill nel 2004 è stato uno dei più significativi (e, a differenza di altri, meritato).
È da sottolineare come Peter Hammill a nome proprio o della band abbia ininterrottamente registrato dal 1969 (almeno) un disco all'anno senza perdere un colpo. Anche Consequences è un disco registrato in perfetta solitudine, con gli strumenti e soprattutto i cori di voci sovrapposte ad opera del cantante. E se potrebbe apparire quanto meno nel tema (gli inganni del linguaggio) una ripetizione di già sentito fra le registrazioni del nuovo millennio, certe canzoni, a tutta prima criptiche ed enigmatiche, esplodono invece quando i ripetuti ascolti ce le rendono familiari, denunciandone la stretta parentela con le atmosfere liriche, romantiche, quasi sinfoniche dei primi dischi solisti, quei Fool's Mate, In Camera, Silent Corner.
La parentela è evidentissima durante il concerto di Milano, dove inaspettatamente e certo in modo inusuale le canzoni del nuovo album vengono mischiate al repertorio dei dischi degli anni settanta, ignorando volutamente tutto ciò che è stato creato nei tre decenni intermedi. Canzoni come That Wasn't What I Said si incastrano senza sforzo fra i classici quasi si trattasse di brani dei Van Der Graaf. Bravest Face ed A Run Of Luck potrebbero senza difficoltà essere brani di Still Life.
Dal punto di vista letterario, il tema che ricorre in modo ossessivo è quello amoroso, senza ovvietà.  Per Hammill l'amore è un'elaborazione del lutto o, più classicamente, una serenata alla "donna di cuori" ma anche una granitica dichiarazione d'intenti con se stesso. Il "ti amo" viene amplificato da continue metafore, indugi immaginativi, intime prese di posizione. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, è interessante il continuo dialogo col proprio Sé, in preda a una corporea accezione dell'amore, al quale abbandonarsi. Solo nelle strofe finali si giunge alla piena rivelazione: talvolta è la presa in carico della propria solitudine, altre volte è il benvenuto a una passione incandescente.
Il Peter Hammill che si è esibito a Milano è apparso molto tranquillo, naturale, sereno, in grande forma ed assolutamente a proprio agio nel cantare i propri classici senza necessità di sperimentare o di forzare sopra le righe. Invece di creare angoli acuti Peter ci ha donato con naturalezza e spontaneità gioielli come Vision, la malinconica Autumn, Your Time Starts Now, the Birds, Meanwhile My Mother. Addirittura The Other Side Of The Looking Glass (sostituendo l'orchestra con il pianoforte), Modern e Still Life.
Una serata più unica che speciale, per più di una ragione, e la dimostrazione che un vero artista può continuare a sorprendere anche dopo (quasi) mezzo secolo.

(Blue Bottazzi & Eleonora Bagarotti) (foto Massimiliano Cusano)