martedì 21 agosto 2012

Tom Petty & The Heartbreakers: the last of great American bands


"L'ultima grande band americana": sa quello che dice Bob Dylan quando definisce così Tom Petty & The Heartbreakers. A Lucca è stata una gran festa nell'aria rovente del giugno toscano, a mano a mano che in Piazza Napoleone arrivavano amici, giornalisti, musicisti, fan: un grande popolo che facebook ha reso ancora più vicini. Archiviato senza emozioni lo show del supporter Jonathan Wilson, che ha suonato ancora alla luce del giorno senza attirare troppa attenzione e dimostrandosi purtroppo niente di più di un artista medio dei nostri tempi (© Eleonora Bagarotti), siamo tutti in ansiosa attesa di Tom Petty e gli Spezzacuori. L'ultima volta è stato a Modena venticinque anni fa, ed in effetti the waiting is the hardest part.
L'ingresso dei Magnificent Six non delude le aspettative: sono fichissimi ed attaccano una Listen To Her Heart con piena energia rock. Sarà il tema di tutto lo show: le canzoni dei giorni di gloria della band, il repertorio classico degli MCA years. Tom Petty sembra felice di trovarsi nella cornice italiana di Piazza Napoleone, è raggiante e lo mostra: suona, salta, balla, si trascina il gruppo, che sulle prime resta un po' più misurato. I Won't Back Down, la canzone cantata anche da Johnny Cash, solleva un boato mentre Handle With Care evoca i Traveling Wilburys, anche se la voce di Scott Thurston non basta a rimpiazzare Roy e George. In Oh Well, la cover dei Fleetwood Mac di Peter Green, Tom lascia la chitarra per imbracciare due enormi maracas e sintonizza la voce su toni haevy. Mike Campbell si butta a cercare sulle corde della Gibson guizzi alla Jimmy Page e tutta la band lo segue. Nei migliori concerti di cui conservo il ricordo c'è un momento molto speciale in cui ho l'impressione che lo show decolli, prenda li volo, si stacchi dagli affanni mondani (fossero anche i vicini di posto, la temperatura ed ogni altro pensiero) per entrare in un nirvana fatto di pura musica, un trip di puro rock & roll. Per me il concerto è decollato con Oh Well, e da quel momento nella mia mente c'ero solo io, in piedi sudato a ballare, la band e le note musicali a danzare nell'aria.
Something Big assume toni da rock duro; Don't Come Around Here No More è lunga, psichedelica e costituisce l'occasione per presentare la band. Benmont Tench alle tastiere è un maestro, e sostiene tutto il suono delle chitarre degli Heartbreakers. Fra le sue tastiere fa bella mostra di sè anche un mellotron, che si fa carico del ruolo degli archi. Steve Ferrone non è Stan Lynch ma è comunque un treno diesel accompagnato dal redivivo Ron Blair, gran bassista. Scott Thurston, chitarra organo e voce, è un musicista dal lungo curriculum, assunto dagli Heartbreakers come operaio del rock.
Free Fallin' come sempre è magica, più elettrica del consueto, come in definitiva più duro e rock & roll è tutto il sound della band, con un Campbell ad alto volume incitato da Petty e dal pubblico a picchiare sulle corde. Good To Be King, forse l'ultima delle grandi grandi canzoni scritte da Petty, è lo zenit dello spettacolo, lunga, strumentale, con i due (tre) chitarristi in assonanza in un jingle jangle collettivo. Un'emozione che non finisce mai e che in effetti vorresti non finisse mai. Il climax è sostenuto da una Carol (Chuck Berry) che riporta al Bob Seger dei bei tempi, dove la fa assolutamente da padrone il pianoforte boogie di Benmont Tench.
Learning To Fly è uno dei brani più belli di tutti i tempi degli Heartbreakers, vertice di un magnifico album che fu capito poco ai tempi, ed è accompagnato dal coro del pubblico. Si corre verso il gran finale, con il rock spavaldo di Yer So Bad e l'immenso hit di Refugee, che fa battere il cuore all'unisono a tutta la piazza. Running Down A Dream è il rock che toglie il fiato prima della brevissima sosta che precede il bis, rappresentato dalla classicissima Mary Jane's Last Dance, l'altro inno della band. Come extra rispetto agli altri show del tour Tom Petty ci regala un lungo brano inedito di rock acido con un gran gioco strumentale fra la propria chitarra e quella di Mike. Si intitola Two Men Walking, nasce da un'improvvisazione dei sound check e richiama gli strumentali dei primi giorni come il lungo e altrettanto inedito Dog On The Run testimoniato da Official Live 'Leg (che non è lo stesso brano quasi omonimo di Southern Accent). Quando arriva l'attesa American Girl, suonata meglio di qualsiasi band chiamata Byrds, siamo in estasi prolungata. Ho la netta sensazione di aver assistito ad uno dei più eccitanti rock & roll show della mia vita (qualcuno ha detto Mink DeVille?) e mi pare proprio che per la gran parte del pubblico sia lo stesso. Tom Petty pare estasiato quanto noi e la percezione che ci sarà un altro brano è palpabile: quanto ci sarebbe stato bene un Shout o un Mystic Eyes o un Breakdown? Invece alla fine la band esce e si accendono le luci. Venti pezzi sono di certo abbastanza ma, pur nella più totale soddisfazione, resta la percezione che un altro rocker più piacione ed ormai più popolare ha di recente fatto di più per il suo pubblico. Hey hey my my rock & roll will never die, ed anche se i glory days sono alle spalle fino a che ci saranno in circolazione band con questa potenza di fuoco non c'è da preoccuparsi.

Blue Bottazzi