martedì 12 giugno 2012

Red Headed Woman: Bonnie Raitt > Slipstream


Il primo amore non si scorda mai. Correva l'anno 1977, io entravo in un negozietto di dischi nella piazza di un paesino nel sud dell'Inghilterra. Parliamo dell'epoca pre-localizzazione quando entrando in un negozio altrove non trovavi la stessa omogeneizzata offerta di oggi. Ne uscii con Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, un'aggressiva slide guitarist di Burbank, California ed uno strepitoso disco di un rock che oggi definiremmo Americana, che metteva assieme in modo assolutamente naturale il sound di The Band, Little Feat, Jackson Browne e John Lee Hooker. Un pezzo, da brivido, era una cover di Runaway di Del Shannon, che quell'anno avrebbe suonato in tutti i juke-box. Un rock più avanti del suo tempo, che infatti non era capito dalla critica, specie americana, sempre in ritardo e sempre pronta ad incensare solo il già sentito, come i dischi precedenti della stessa, di taglio più folk singer. In quegli anni godemmo del meglio del rock della red haired lady: da The Glow a Green Light, fino a che, in procinto di essere licenziata dalla Warner Bros (che riservò lo stesso trattamento a Van Morrison) e con qualche problema di bourbon-itis, si diede alla collaborazione con fighetti come Bryan Adams e Don Was, raggiungendo in quel modo la vetta delle classifiche di vendite con dischi tanto glamour e radiofonici quanto irrimediabilmente noiosi. Ma nelle vene della signora scorre sangue R&B, basta guardarla, fiera sessantenne, nelle foto dell'ultimo disco, autoprodotto (John Henry compare solo in tre brani) e suonato con la propria band, con il cuore, con il mestiere (nella accezione più bella del termine), con la passione. Slipstream mi ha messo a k.o. fin dal primo ascolto, perché non c'è cerone e belletto a filtrare le chitarre elettriche, solo puro rock senza ghiaccio né seltz. Dodici magnifiche canzoni d'autore, da Loudon Wainwright a Dylan, Joe Henry, Al Anderson, Randal Bramblett. Una voce da paura, ancora capace di evocare brividi anche se non cerca più l'estensione vocale e non si fa più roca nei lenti. Slide guitar, basso e batteria con tocchi sapienti delle tastiere, lo spirito è ancora quello del R&B degli anni ruggenti, da Exile On Main Street a Little Feat, da Bob Seger a John Lee Hooker: il rock & roll come dovrebbe suonare e come non lo sa fare più nessuno.

(da SUONO di giugno, in edicola)