mercoledì 2 maggio 2012

interviste


Parlandone con Claudio Milano, cantante di talento dell'avanguardia, mi è sovvenuto che la mia prima intervista l'ho effettuata ancora adolescente agli Area di Demetrio Stratos dopo un concerto nella mia città. Mi ero presentato con un registratore a cassette chiedendo un'intervista per una radio libera, ed era una mezza verità, nel senso che nessuna radio libera mi aveva davvero inviato, ma contavo di offire io a loro l'intervista. Gli Area erano una band coinvolgente, li avevo conosciuti poco tempo prima ascoltandoli in un ottimo spettacolo in teatro durante il tour di Caution Radiation Area. Questo concerto si era tenuto invece d'inverno in una palestra mal riscaldata ed era stato meno facile farlo decollare. Dopo lo show mi ero infilato negli spogliatoi con il mio registratore, e la prima domanda che avevo rivolto alla band era perché lo spettacolo fosse stato meno buono del solito. Guardandomi, ancora sudati e stanchi, un ragazzino imberbe con un registratore a cassette, i ragazzi erano stati sul punto di mandarmi a quel paese. Ma alla fine furono invece gentili, e registrarono un sacco di parole su quella cassettina (purtroppo andata perduta) nonostante anch'io parlassi un po' troppo, probabilmente perché cercavo di non apparire del tutto sprovveduto. Comunque in quell'occasione mi resi conto per la  prima volta che agli artisti non piacciono le critiche, anche se gli Area furono in realtà cordiali. Non che ai giornalisti piacciano le critiche, o che piacciano alle persone in generale. Me ne resi conto con più precisione anni dopo, ventenne alla mia prima missione per conto del Mucchio Selvaggio al concerto di Parma di Iggy Pop. Era un tour importante, perché era il primo dopo il lungo ostracismo che aveva colpito il nostro paese per colpa degl immancabili incidenti ai concerti (Lou Reed e Led Zeppelin, per esempio). E perché in quel momento, dopo tante tribolazioni, Iggy era diventato una star per via dei due dischi che Bowie aveva inciso con lui. Alla conferenza stampa fece un'entrata da vero cafone, con le dita nel bicchiere di birra ed abbracciato ad una squinzia, con un'aria da bullo da luna park. Mi dispiaque perché avevo una passione per Iggy e mi ero anche procurato, con difficoltà, i dischi degli Stooges, compreso un bootleg azzurro. Gli mossi qualche critica e lui si incazzò come se l'avesse punto un'ape. Quello che mi stupì veramente fu il servilismo dei giornalisti presenti, praticamente il gotha, da Poster a Ciao 2001, che più che i critici saccenti che ero abituato a leggere parevano groupie. In quell'occasione imparai un po' di cose. Primo che, come ho letto anni dopo da Nick Kent, che James Newell Osterberg è una brava persona, ma Iggy Pop sa essere uno stronzo. Secondo, di non dire mai a un'artista che non ti è piaciuto il suo disco (o a uno scrittore il suo libro, o a un giornalista il suo pezzo). In terzo luogo è che non tutti gli artisti valgono umanamente quanto i loro dischi (ma cosa ci si può aspettare da ventenni coatti viziati?). Infine che non mi piace fare le interviste alle star, perché loro non hanno voglia di parlare e ti concedono qualche minuto solo per obbligo; meglio glissare con un complimento e magari una richiesta d'autografo, e parlare piuttosto con la band o ai roadie, che invece sono ricchi di storielle. Certo, ho avuto occasione di parlare amabilmente anche con persone magnifiche, come Miami Steve Van Zandt, Willy DeVille, Glen Matlock, Bruce Cockburn, Peter Hammill per citare i primi che mi vengono in mente. Ma con le interviste ho lasciato perdere subito.