giovedì 3 maggio 2012

Dr.John > Locked Down


C'è una tradizione di vecchi leoni che tornano alla ribaltà grazie alla collaborazione di un giovane musicista, o di un giovane produttore, che del vecchio rocker era un fan nell'adolescenza. Da Fathers and Sons di Muddy Waters, con Michael Bloomfield e Paul Butterfield, allo stesso Waters nei dischi con Johnny Winter, ai dischi di John Lee Hooker per la Silvertone, al disco di Roy Orbison prodotto da T-Bone Burnett, alla serie Americana di Johnny Cash a cui Rick Rubin è riuscito a dare fama imperitura. Dr.John è sicuramente un leone del bollente suono melting-pot del sud, della Louisiana e di New Orleans, di quello che ha influenzato Lowell George, i Little Feat, Bonnie Raitt e l'ultimo Willy DeVille. Autore di non abbastanza conosciuti capolavori come Gris-grisGumbo e In The Right Place, balzò (come molti) all'attenzione del pubblico mainstream del pubblico con la ciondolante esecuzione di Such A Night nell'ultimo valzer di The Band. Avviato da anni con onore sul viale del tramonto (Dr.John ha ormai settant'anni suonati) torna a sorpresa con questo stregato Locked Down registrato in collaborazione con Dan Auerbach (31 anni) della band di nuovo rock di Ohio, i Black Keys, autori lo scorso anno di un disco, El Camino, finito in molte liste di migliori dell'anno (non nella mia).
L'innesto fra le stregonerie del vecchio lupo mannaro e il ritmo asciutto e dance del rock moderno da buoni frutti e funziona. Se pure canzoni memorabili sull'album non ne appaiono (e questa sembra essere una cifra ricorrente del nuovo rock del duemila) gli arrangiamenti sono gustosi e divertenti. Con tutte le differenze del caso, è come ascoltare Bitches Brew: jazz sopra, ritmo sotto.


Locked Down, il brano, mi porta subito alla mente, nella voce ma anche nelle tinte e nei profumi, gli ultimi dischi di Mr. DeVille, quelli prodotti da John Philip Shenale. Dr.John appare un saggio stregone woo-doo distaccato quanto basta da far pesare il proprio fascino sulle canzoni il cui timone è nelle mani di Auerbach, fra echi di luna piena, di bajou e di loup garou.
I miei brani preferiti sono quelli che si richiamano nella melodia ai sixty, Revolution, Big Shot ("non c'è mai stato, e non ci sarà mai più, un pezzo grosso come me"), God's Shure Good. Quest'ultima sembra proprio venir fuori da Pistola*.
Belle anche la ballata alla luna piena di My Children My Angel e la danza woo-doo di Getaway, e sono usati con arte i fiati da brass band di N.O. (You Lie) ed i cori femminili, sulla pianola di Dr.John e la chitarra di Auerbach.
Niente che possa competere con le vecchie cose, ma nessuno lo pretende: il pubblico non è comunque più lo stesso. Ladies and Gentleman, the Big Easy 2012!

(leggi anche la recensione di Mauro Zambellini sullo Zambo's Place)