domenica 13 maggio 2012

Cowboy Junkies > The Wilderness



I Cowboy Junkies sono il gruppo preferito di mia figlia (per via di Flirted With You All Of My Life). Piacciono molto anche a me, e non credo che questo costituisca un anacronismo perché nel 1988 questa band canadese ha registrato una delle canzoni preferite della mia adolescenza, Sweet Jane di Lou Reed (la amavo nella torrida versione di Rock’n’roll Animal) e perché i ragazzi hanno pressapoco la mia età. I Cowboy Junkies di Toronto, Canada, sono una famiglia canterina: Margo Timmins al canto (bellissima lei e bellissima la voce), Michael Timmins il fratello chitarrista ed autore delle canzoni, Peter Timmins alla batteria. Il loro disco più noto è The Trinity Session (1988) bissato in Trinity Revisited (dal vivo 2007). È da un paio di anni che se ne escono con dischi con la stessa copertina (alla faccia del marketing) che hanno battezzato Nomad Series e che dovrebbero rappresentare una specie di seconda scelta del repertorio. Al contrario Demons dello scorso anno (con le canzoni di Vic Chesnutt) e The Wilderness quest’anno appartengono di certo alla crème della loro produzione.
The Wilderness è un disco immobile, stregato (ma non maladetto: non è cupo, magari invernale) tutto basato sulla voce di Margo, importante, calda, tenorile, piena, accompagnata giusto da pochi tocchi minimali di chitarra, violino, vibrafono, batteria, Wurlitzer.
Un disco magico. Gli arrangiamenti sono perfetti, i tocchi strumentali oggetti d’arte, le canzoni (nella tradizione del rock degli anni duemila, il post rock) quasi non ci sono oppure spesso riecheggiano altre canzoni già sentite: Fairytale credevo fosse una cover di The Heart Of Saturday Night, Angels In The Wilderness richiama il riff di un’altro pezzo che non mi riesce di mettere a fuoco. Splendida The Confession Of Georie E con il suo coro “the sweet sweet cycle of you and me”.
Nove lenti ed un unico pezzo con un beat rock, il conclusivo Fuck, I Hate Cold, che mi ha fatto pensare ad una bella ragazza che mi raccontava di essere stanca dell’interminabile e buio inverno tedesco…


P.S.: leggi anche la recensione di Gianfranco Callieri su Roots Highway