giovedì 19 aprile 2012

Musica Italiana



Ero tentato di intitolare questo pezzo: "i migliori dischi rock italiani ecc. ecc…". Un po' per gioco ed un po' per provocazione, magari con riferimento ad una rivista di musica leggera che di recente ha pubblicato con risultati risibili una lista del genere. Scrivo "per gioco" perché intanto sarebbe corretto scrivere non "i migliori" quanto piuttosto "i miei preferiti". Poi perché un titolo tanto arrogante implicherebbe di conoscere tutta davvero questa musica italiana, che a parte il periodo classico degli anni '70 è sopravvissuta come underground, fuori dalla luce dei riflettori e dei media nelle cantine e nelle periferie. Conosciamo la musica italiana?
Allora permettetemi di scrivere solo di alcuni "noti" dischi di musica italiana rock e affine, con il baricentro negli anni classici, ed aggiungete da voi i vostri musicisti preferiti.


Al primo posto, beh, non è di moda dirlo ma è facile: il musicista italiano più innovativo e di talento, il nostro Paul McCartney o Brian Wilson, fu Lucio Battisti.
Lucio Battisti piombò nel panorama delle canzonette italiane come un terremoto, ribaltandone le regole e rivoluzionando i paradigmi, svecchiandone la formula e abbondando di invenzioni. Eppure alla fine non influenzò nessuno perché nessun (musicista) decise di seguirlo e non lasciò eredi, come talvolta succede agli artisti geniali (qualcuno ha detto Frank Zappa?). Nonostante un enorme, popolare successo di pubblico, che non è esaurito neppure ai giorni nostri, lo sforzo collettivo di discografici, giornalisti, pubblico e persino del suo amico paroliere, fu costantemente quello di ricondurlo nei ranghi, di assimilarlo alle regole, di omogeneizzarlo al tranquillizante noto ed usato. Sforzo che riuscì a spezzare il morale dell'uomo Lucio Battisti, che finì per isolarsi per sfuggire al mondo ed al pubblico fino alla sua purtroppo prematura scomparsa. Battisti esordì nel campo della "musica leggera", ma con una fantasia capace di sorprendere e di distinguerlo nettamente da tutti gli altri canzonettisti. La casa discografica lo preferiva autore che cantante, cosa che permetteva di omologare le sue canzoni almeno nel canto e negli arrangiamenti, ed in ogni caso lo volle fortissimamente solo cantante di 45 giri (di consumo), ostacolandolo in ogni tentativo di realizzare long playing di senso compiuto. I dischi di Battisti per l'etichetta Ricordi sono tutti raccolte di canzoni, e non a caso prendono per lo più il titolo di vol.1, vol.2, vol.3, vol.4. Un 33 giri intitolato Amore Non Amore fu ideato da Lucio come album a sé stante e fu rifiutato per un anno dalla casa discografica: registrato nel 1970 fu pubblicato solo alla fine del 1971 e comunque in contemporanea all'ennesima raccolta, il vol.4. Non che fosse un capolavoro: solo quattro strumentali minimalisti e quattro curiosi brani garage rock suonati con la chitarra acustica (stile motocicletta 10hp, per intenderci). Personalmente non riesco ad ascoltare oggi canzoni come Pensieri e Parole, 29 settembre, Io vivrò, Fiori Rosa Fiori di Pesco, Acqua Azzurra Acqua Chiara, forse perché il loro successo nazional-popolare fu così vasto da colorare indelebilmente i nostri anni sessanta, e soprattutto di colorarli in tinte provinciali a causa dei testi di Mogol, che per quanto indiscutibilmente autore dotato per le parole che scorrono via rotonde in rime orecchiabili, era anche inzuppato di filosofia da Bar Sport di provincia, specie quanto scrive di rapporti fra maschietti e femminucce. Per sottrarsi al controllo sul proprio processo creativo Battisti volle creare la Numero 1, la propria etichetta discografica che gli permise di far vela verso tematiche musicali più proprie del territorio rock, e trascinò nell'operazione anche Mogol. Se Il Nostro Caro Angelo è puro rock con chitarra elettrica basso e batteria (Formula 3 e Camaleonti), è Anima Latina (anno 1974) ad essere considerato da molti, compreso il sottoscritto, il miglior disco realizzato dal rock italiano. Fuori dagli schemi e da ogni percorso battuto tanto dalle nostre parti che nella musica straniera, nella migliore tradizione di Lucio, è un fluire senza soluzione di continuo di invenzioni ed emozioni sonore, vive e sognanti al tempo stesso, con temi, strumenti, parole e cori che affiorano e scompaiono in un tutt'uno di musica globale che non rinnega la musica mediterranea ma anzi la integra in una sorta di sinfonia che riecapitola tutto ciò che avevamo sentito fino ad allora. Al disco non mancò il consueto enorme successo di pubblico, ma non fu capito dai media, allora come dopo: di Anima Latina si è sempre parlato poco e non ne è mai stato celebrato il ricordo.
Non appartenendo in definitiva a nessuna corrente musicale, nemmeno il rock, Lucio virò con eleganza verso i ritmi soul bianchi che si ballavano alla fine dei settanta (Una Donna Per Amico mi ha sempre portato alla mente il paragone con Double Fun di Robert Palmer), per poi separarsi dal paroliere Mogol, inviso forse alla compagna (come in ogni storia rock che si rispetti), per tuffarsi in una esperienza che lo ripulisse alla fine dell'etichetta di cantante nazional-popolare. Dopo un disco con parole prodotte in casa (firmate Velezia, la moglie Grazia Letizia Veronese, ma si dice scritte da lui stesso) si legò al poeta Pasquale Panella per inventare canzoni dallo stile caratterizzato da un suono sintetico, apparentemente glaciale ma proprio per questo in grado di evidenziare negli ascolti la mediterranea dolcezza della vena musicale di Lucio, con la complicità di testi a tutta prima incomprensibili e apparentemente non più di giochi di parole, ma capaci di lasciare filtrare negli ascolti suggestioni e frasi ad effetto. Come sempre non fu capito dalla critica leggera ed ignorato da quella rock, ma diede alla luce almeno un paio di straordinari lavori, L'Apparenza e La Sposa Occidentale, che a tutt'oggi non hanno perso nulla nella loro forza innovativa e della loro criptata poesia. Vertici sonori di tanto livello, non ebbero al solito alcun riflesso né alcuna influenza sulla musica italiana.


Ci fu un tempo, un tempo felice per la canzone italiana. Anzi di certo il tempo più bello. Furono i giorni dei cantautori, che declinavano le ballate d'oltreoceano di Bob Dylan e Leonard Cohen nel nostro idioma latino: i primi anni settanta di Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Antonello Venditti, Angelo Branduardi, oltre ai più rockettari Edoardo Bennato, Eugenio Finardi e tutti gli altri (su su fino ai gruppi fusion e progressive). Noi che eravamo già rochettari ascoltavamo la musica "della California o delle porte del cosmo", di Canterbury, dei figli dei King Crimson o di Miles Davis, e li snobbavano quei dischi cantati in italiano, ma ci fu tutta una generazione a riconoscersi in quelle pagine e a partecipare attraverso quelle canzoni alla mitologia del rock. E siccome tutti avevamo una fidanzata o una compagna di scuola che possedevano i LP di Radici, Rimmel, Automobili, La Luna, Sotto Il Segno dei Pesci, quei dischi li conosciamo comunque a memoria.
All'inizio degli anni settanta i cantautori nazionali scoprirono i songwriter d'oltreoceano ed in particolare Bob Dylan e Leonard Cohen. Fino ad allora la canzone d'autore si era ispirata altrove, per esempio Brassens e gli chansonniers francesi (Fabrizio De André). I cantautori si ispiravano a Bob Dylan e Leonard Cohen, ma anche ad autori più sperimentali come Tim Buckley o Nick Drake, o magari persino dai Rolling Stones (Finardi, Bennato). Difficile è stilare una lista dei loro dischi migliori, perché i confini sono incerti verso la musica leggera, o il folk, per la presenza di grandi autori che provengono dagli anni sessanta. Non mi pare neanche che ci siano rimasti LP particolarmente compiuti da poter definire come capolavori: era piuttosto l'insieme di quelle canzoni, di quegli autori e di quella scena a creare una atmosfera particolarmente prolifica. Per esempio il Francesco De Gregori (il nostro piccolo Dylan) di Alice Non Lo Sa e di Rimmel. E il suo amico Lucio Dalla dalle spigolose radici jazz e lo scat di Anidride Solforosa e Automobili, che virò poi nel lirismo mediteraneo di Com'è Profondo il Mare e l'omonimo Lucio Dalla, con piccole gemme come Disperato erotico stomp o Cosa sarà o L'anno che verrà. Anche un autore etereo di minor peso specifico come Angelo Branduardi prima di recarsi alla Fiera dell'Est trovò il modo di registrare un disco delicato come La Luna, con un pezzo suggestivo come Confessioni di un malandrino, musicato sulla poesia di Esenin.
Fra tutti Francesco Guccini fu un'icona degli anni settanta, dotato una personalità magnetica: la voce e l'eskimo, gli stessi dei guru del Liceo, quelli che possedeva le verità che non avresti mai trovato il coraggio di contraddire. La voce di Guccini non poteva fare a meno di incantare anche i più rockettari, come non non commuoversi alle sue storie? I suoi testi lirici sono stati paragonati da qualcuno al Carducci, e sono molte sue canzoni sono entrate nel mito popolare. I suoi giorni di gloria sono rappresentati da Radici e Via Paolo Fabbri 43.
Anche il grande Faber, padrino dei cantautori, si contaminò con gli arrangiamenti rock, collaborando con la PFM, con Massimo Bubola, Mauro Pagani, Ivano Fossati. Fu con quest'ultimo che realizzò il delicato Anime Salve, il suo disco che ancora oggi mi capita di ascoltare più di frequente.

Nel ribollire generale ci furono città a rappresentare in qualche modo direzioni musicali. Per esempio Napoli, dove la radio dei soldati americani della base NATO aveva diffuso il virus del jazz a disc jockey come Raffaele Cascone (vibrazioni che lui ridiffondeva tramite Per Voi Giovani e soprattutto Pop Off, assieme a Carlo Massarini, Fiorella Gentile, Paolo Giaccio e gli altri amati pirati dell'etere) e musicisti come James Senese. I nomi dei musicisti erano Alan Sorrenti, Saint Just, Edoardo Bennato, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Napoli Centrale. Il miglior disco di quella scena fu Aria, anno 1972, ad opera di un ragazzo napoletano di buona famiglia di mamma gallese, Alan Sorrenti, che riuscì a farsi firmare un contratto dalla stessa etichetta Harvest dei Pink Floyd e di Kevin Ayers.
Aria è un disco che oggi sarebbe inconcepibile: ispirato al Tim Buckley più sperimentale ma anche dal Van Morrison di Astral Weeks come dai Pink Floyd di Meddle, sviluppa tutta la prima facciata del vinile lungo un’unica eterea e onirica suite, dove da una nebbia d’aurora compaiono, rimbalzano e spariscono delicati strumenti come una chitarra acustica - che detta il ritmo del pezzo - un flauto, una chitarra classica vagamente spagnoleggiante, un violino (niente meno che del grande Jean Luc Ponty, allora un mito con Frank Zappa e la Mahavishnu Orchestra), le soffici percussioni di Toni Esposito, e i fiati - tromba e trombone - mentre la voce incantata di Alan solleva in arditi ghirigori sonori la melodia. Flower power, figli dei fiori, venti minuti, prima dissolti, poi organizzati dal ritmo della chitarra e delle percussioni e infine esplosi nella melodia di mellotron del finale.
Al nord la scuola di Milano fu rappresentata da Eugenio Finardi ed Alberto Camerini. Finardi lo vidi la prima volta in una trasmissione del pomeriggio in tv. Imbracciava una chitarra elettrica nel set dello scompartimento di un treno e cantava: “Se solo avessi un Kawasaki allora si che mi farei tutte le donne che vorrei. Ma siccome un Kawasaki non ce l' ho solo resterò (but until I get old I'll just be singing my rock & roll)”. Ecco finalmente un cantante italiano in cui anche un rocker adolescente poteva identificarsi! I suoi dischi migliori i primi due, funky al limite del fusion, sporchi e vitali come i Weather Report che suonassero le canzoni dei Rolling Stones, ed una grande voce ricca di personalità. Il sound milanese, un ritmo bicilindrico fra la Harley Davidson e la Guzzi (altro che Kawasaki), da allora perduto e mai più ritrovato. Già dal terzo LP, Diesel, Finardì iniziò a virare verso un suono più convenzionale.


Gli anni settanta furono anche e soprattutto quelli della musica progressive italiana. Fino ai giorni del progressive la musica rock aveva intaccato pochissimo la superficie della cultura musicale italiana. Se il rock & roll aveva goduto di qualche popolarità era stato soprattutto per mezzo della “traduzione” di artisti leggeri come Adriano Celentano, e anche se negli anni sessanta i nomi di Beatles e Rolling Stones erano noti, i dischi originali inglesi ed americani nel nostro paese erano pressoché introvabili; tutto il Beat arrivava riflesso nei 45 giri dei gruppi “Bit” nostrani, che banalizzavano le melodie più orecchiabili in chiave leggera.
La rivoluzione della musica Rock (che allora chiamavamo però Pop, probabilmente da Pop Art) arrivò per la prima volta di prima mano ad opera dei gruppi prog: King Crimson, Genesis, Van Der Graaf Generator, EL&P, Pink Floyd, così come conobbero un notevole successo il jazz rock di Weather Report e la musica elettronica di Tangerine Dream.
Addirittura gruppi come i Genesis di Peter Gabriel, i VDGG di Peter Hammill ed i Gentle Giant ebbero un successo di massa prima nel nostro paese che in patria. Cosa che si sarebbe ripetuta, in chiave assai minore, una generazione dopo con i Porcupine Tree. Forse questa sintonia del pubblico italiano con il progressive sinfonico può trovare una spiegazione nella nostra cultura di melodramma, opera ed operetta.
Non solo gli italiani amavano il rock progressivo, ma ne diventarono primi attori, prima con gruppi allevati oltremanica come The Trip di Joe Vescovi, poi esportando in Inghilterra, in USA, in Giappone i nostri gruppi più belli come Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Perigeo.

PFM e Banco ebbero l’onore di un contratto discografico inglese firmato con Manticore (l’etichetta discografica di Greg Lake e soci), collaborarono strettamente con artisti come Pete Sinfield dei King Crimson e Peter Hammill dei VDGG, e tennero concerti in teatri come il Rainbow di Londra e a NYC, dove registrarono Live In USA, cogliendo l’obiettivo delle classifiche di vendita straniere.
Il gruppo jazz rock dei Perigeo fece da gruppo di spalla ai Weather Report in parte di un tour mondiale.
Il Banco del Mutuo Soccorso creò fra il 1972 ed il 73 alcuni fra i più creativi dischi del prog internazionale, forti delle fantasiose, classiche ma effervescenti tastiere di Vittorio Nocenzi e della voce lirica e mediterranea di Francesco di Giacomo. Una musica complessa, densa ma al tempo stesso fruibile e melodica, che fondeva Verdi, Gentle Giant e Battisti.
La PFM realizzò per la produzione di Pete Sinfield (King Crimson) Photos Of Ghosts, il disco del 1973 considerato uno dei gioielli della musica progressive globale. Ma il tocco delicato e i climi fiabeschi di Sinfield misero in ombra la vocazione jam-rock della band a la Allman Brothers Band, così come si sfogava in concerto e si sviluppò soprattutto nel periodo californiano (quello che portò alla realizzazione di Jet Lag), quando il gruppo divise il palco con tutti i grandi nomi della musica fusion.
Accanto ai gruppi più celebri e celebrati era presente un underground di gruppi minori che in una certa ingenuità di suono e nell’incertezza dell’idioma anglofono realizzarono piccole gemme ancora oggi piacevoli da ascoltare, una sorta di scena di Canterbury “de noiartri”: The Trip, Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia, Quella Vecchia Locanda, Acqua Fragile. Tutti dischi ristampati in CD. Altri gruppi più sperimentali come gli Area di Demetrio Stratos si guadagnarono un seguito di culto nel pubblico più smaliziato. Franco Battiato aprì la sua carriera incidendo musica elettronica (praticamente in contemporanea a band teutoniche come i Tangerine Dream di Edgar Froese e Klaus Schulze e i Can di Jaki Liebezeit) per poi planare verso una canzone d’autore mai priva di volontà di sperimentare, ed arrivare infine al romanticismo delle canzoni d'autore di Fleurs.
Rapidamente come era arrivato il Prog uscì dai radar del nostro pubblico nella seconda metà degli anni settanta, lasciando però in eredità una cultura del Rock che non si sarebbe più estinta, grazie anche alle numerose testate giornalistiche che nacquero in quegli anni (o in quelli immediatamente successivi).


Dopo quegli anni settanta il rock italiano uscì dalle luci della ribalta per tornare in un suo underground. Potrei citare in ordine sparso band come Modena City Ramblers, Gang, CCCP o Liftiba, per restare fra i più noti, ma non ne conosco granchè.
Fra i cantautori di oggi spicca il talento di Massimo Bubola, autentico rocker italico con la sua Eccher Band, come pure Davide Van De Sfroos, cajun del lago di Como che spesso preferisce il suo dialetto all'italiano, e altri indomiti come Andrea Parodi, Massimiliano Larocca, Vinicio Capossela…

Con il nuovo millenio si è imposta, sia pure totalmente ignorata dai canali di comunicazione (le radio libere purtroppo non esistono più), una scena rock ortodossa italiana mossa da un inestinguibile entusiasmo, gioia di vivere e di suonare e da tanto talento. È la scena di tante rock & roll band che dalla west coast del Tirreno alla east coast dell'Adriatico passando magari per la via Emilia, sono giorno dopo giorno on the road suonando canzoni non in italiano ma nella lingua madre del rock. I padrini della scena furono probabilmente i Rockin Chairs di Graziano Romani, Rigo Righetti e Roby Pellati che nel 1990 registrarono l'album No Sad Goodbyes a NYC con Elliott Murphy. Seguirono Cheap Wine, Mandolin' Brothers, Miami & The Groovers e tutta la scena di cui raccontiamo ogni giorno sul sito Little Italy.