lunedì 2 aprile 2012

Mark Lanegan Band > Blues Funeral



Di quando in quando, non di frequente anzi sempre più raramente, vede la luce un disco che rasenta, nell’equilibrio delle canzoni, dei temi, delle esecuzioni, dei tempi, dei ritmi, dell’emozioni evocate, che rasenta - scrivevo - la perfezione. È questo senz’altro il caso di Blues Funeral della Mark Lanegan Band.

Mark Lanegan: chi era costui? 

È probabile che la maggior parte dei miei lettori non abbia bisogno di domandarselo ma, lo confesso, me lo sono domandato io. Il nome aveva un che di familiare che a naso avrei attribuito ad un rocker irlandese, uno della stirpe dei Pogues o magari di band obliate come Hothouse Flowers o Energy Orchard; alla peggio di un gruppo Brit Pop degli anni novanta. Invece Mark è stato il cantante di un gruppo compromesso con il grunge di Seattle, e non c’è da stupirsene che non lo sapessi - anche se c’è stata una ragazza che mi regalava i dischi dei Nirvana. Ma ha registrato cose notevoli anche di suo, titoli come Whiskey For The Holy Ghost (1994) o Bubblegum (2004).

Questo Blues Funeral ha catturato la mia attenzione oltre che a causa del nome anche per l’elegante e decadente copertina romantica che porta alla mente Nick Cave (No More Shall We Part? Abattoir Blues?) e, come negarlo, a causa del crescente buzz generato sulla rete. Mai intuizione fu più premiata.
A chi ancora non l’abbia ascoltato suggerirò alcuni ipotetici ingredienti, gusti già assaggiati che Blues Funeral mi ha evocato: Lou Reed Street Hassle, Cure Seventeen Seconds, Marianne Faithfull Broken English, Robert Plant Band Of Joy, Radiohead… molto Radiohead in effetti. Il disco, elettronico, cupo, denso, romantico è in realtà anche molto divertente e piacevole, ricco di un’energia contagiosa che ti spinge a lasciarlo suonare ininterrottamente come colonna sonora del quotidiano proprio in virtù di quel perfetto equilibrio di cui si diceva in apertura. E colonna sonora questa musica potrebbe esserlo.

The Gravedigger’s Song apre con un rumorismo alla Velvet Underground o meglio alla Street Hassle, o di un ispirato Nick Cave and the Bad Seeds. Bleeding Muddy Water distende lungo i suoi sei minuti abbondanti le spire di un blues ipnotico: il brano più cupo dei dodici, puro woodoo. Per contraltare la piacevolissima Gray Goes Black è un perfetto hit radiofonico elettronico fra Kraftwerk e, perché no, Billy Idol.
St. Louis Elegy è un romantico inno alla tristezza, un pezzo di allucinata poesia, un testo malato come ne cantavano i Violent Femmes nei giorni di Halloweed Ground.
Riot In My House è il punk rock più morbido in cui ci si possa coricare.
Ode To Sad Disco è un altro highlight, un brano frizzante come un Kinks degli anni ottanta che avrebbe potuto essere parte della colonna sonora del dimenticato Crusing di William Friedklin (Al Pacino, Mink DeVille, John Hiatt, Germs).
Phantasmagoria Blues è un dolce ipnotico veleno dai toni psichedelici, un dannato canto delle sirene, vagamente un crossover fra Nick Cave, Jim Morrison e Donovan.
Quiver Syndrome è ancora morbido punk futurista, a la Radiohead o Lords Of The New Church.
Splendida, intima, notturna, magica e maledetta la cantilena di Deep Black Vanishing Train, giocata su una chitarra acustica e una voce che sa di loup garou: “Yellow moon keep hanging there and don’t you ever come down / tattered newspaper pages are scattered across the ground / lost on the violent sea gone for endless days / I’ve tried to free myself but it’s been hard to break away”.
E così di traccia in traccia fino alla dodicesima, Tiny Grain Of Truth che, per concludere il gioco delle evocazioni, non è estranea al David Bowie di Heroes.

Un disco da non perdere e da ascoltare (finalmente) tanto.

★★★★★