mercoledì 7 marzo 2012

J.Geils Band



La J. Geils Band è (stato) uno dei più torridi e divertenti combo di rock & roll, boogie, R&B, della storia del rock. A dispetto di ciò in Europa ha goduto di pochissima celebrità e stima, e quasi nessuno se li ricorda, li ascolta e li celebra di questi giorni. C'è un consenso generale sul fatto che i J. Geils siano stati gli Stones d'America. In realtà, nonostante l'innegabile influenza che la voce di Jagger ha avuto su quella del cantante Peter Wolf, lo spirito delle due band è parecchio diverso. Se pure i primi dischi di entrambi (nei sixty quelli degli Stones, all'inizio dei seventies quelli della JGB) siano gutturali raccolte di oscuro rithm & blues, tanto quello degli Stones è cool, fico, aggressivo e pericoloso, così quello degli americani è un boogie festoso e sfrenato, sguaiato fino a sfiorare la parodia.
È più corretto dire che le fonti delle due band sono le stesse: il rock & roll di Chuck Berry, il rithm & blues di Memphis, il boogie di New Orleans. Un rock & roll di tale fattura non era di moda quando la Atlantic diede alle stampe il primo omonimo LP della band nel 1970, l'era hippie o del country - folk. Un po' quello che era successo (agli occhi della critica) ad una band r&r della west coast di enorme successo popolare, i Creedence Clearwater Revival.
Eppure il suono della J.Geils Band più che in ritardo era in anticipo sui tempi, tanto si può definire oggi seminale il loro suono. Il rock & roll sfacciato di band come le New York Dolls avrebbe attinto a piene mani dal loro stile, ma ancora di più lo fecero le band d'oltreoceano in epoca di new wave: Dr. Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Dave Edmunds, Rockpile si servirono del loro dizionario per tradurre il blues americano in punk. Brani come Hard Driving Man potrebbero tranquillamente far parte del repertorio di Stupidity.
Ma di tutte le great american bands, quella che andò più vicina a ricordare i primi ruggenti giorni della JGB  furono i Blues Brothers di Elwood e Joliett Jake Blues. Difficile stabilire se sia nato prima l'uovo o la gallina: se l'armonica di Elwood insegue quella strizzabudella di Magic Dick (il più grande fra tutti gli armonicisti bianchi, ci potete scommettere il cappello da cow-boy), l'organo trascinante di Seth Justman deve tutto a Booker T. Jones. Perché che altro furono i Blues Brothers se non gli MGs, il Memphis Group, cioè la in house band degli studi Stax di Memphis?
Infine la JGB fu assolutamente l'ispirazione principale di un'altra band della loro stessa città, Boston, Massachusset, costa orientale: The Del Fuegos dei fratelli Zanes, quelli di Boston, MA e Smokin In The Fields.
Oltre che dai citati inarrivabili talenti dell'armonicista e del suonatore di Hammond, la JGB è composta da un altro asso, quel Peter Wolf disc-jokey in Boston, con un'estensione vocale da Mick Jagger e James Brown, autore della gran parte delle canzoni, comprese tutte quelle plagiate al repertorio del blues. Gli altri tre sono il chitarrista J.Geils (che non ne fu il leader) ed un'onesta quanto precisa e calda sezione ritmica. I due strumenti principali furono sempre l'armonica, strumento solista praticamente in ogni canzone, e le tastiere che cercano giri armonici alla Green Onions, oltre alla potente e roca voce.

The J.Geils Band (Atlantic 1970 ★★★★★, copertina nera, fotografia virata seppia di sei ceffi vestiti da Village People) è un esordio in forma di torrido, notturno, festoso, viscerale disco di R&B. Dal boogie per piano di Wait, al giro strumentale sixty di Ice Breaker (una delle rare esibizioni del chitarrista), il blues di Cruisin' For A Love, che potrebbe far parte tanto del repertorio dei Blues Brothers come dei Dr.Feelgood o della britannicissima Blues Band. Il rock & roll alla Bob Seger di Hard Drivin' Man, punto fermo del live show, al blues di Serves You Right To Suffer di John Lee Hooker, che in concerto diventa un happening di dieci minuti. Homework, il fantastico r&b di Otis Rush, che Wolf riprenderà anche nella carriera solista in tempi recenti, First I Look At The Purse, il primo (modesto) successo, preso in prestito da Smokey Robinson. On Borrowed Time deve aver ispirato molto i fratelli Zanes, mentre Pack Fair and Square è identico a quella Flip Flop & Fly suonata dai Blues Brothers. Sno-Cone chiude il 33 giri con un boogie strumentale di Albert Collins dove duettano chitarra elettrica ed armonica.

The Morning After (Atlantic 1971 ★★★★, copertina identica alla precedente solo che la band è stipata nel letto di un motel) fa il bis dello stesso album, con un'altra infornata di cover e qualche brano originale di Wolf. I Don't Need You No More sembrano i Rockpile di Dave Edmunds, ma più di un lustro prima. Whammer Jammer, firmato Juke Joint Jimmy, è un boogie furioso per armonica, dove Magic Dick farebbe danzare i morti. Un highlight della band ed il pezzo più atteso del live show.
Tutti gli altri pezzi sono standard boogie, lentoni anni cinquanta e rock & roll sfrenati molto sporchi di south, cotton belt e Louisiana a la Victory Mixture. Strepitoso il finale soul di It Ain't What You Do (It's How You Do It!) urlato a la James Brown.

Full House Live (Atlantic 1972 ★★★★) è forse il disco più noto della band, il primo dei tre dischi dal vivo, tutti registrati a Detroit, Michigam, la casa dell'hard rock (e del soul: Bob Seger, MC5, Stooges, Tamla Motown). Vengono riproposti i pezzi più scatenati dei primi due dischi in versione più festosa in un'atmosfera da encore: First I Look At The Purse, Homework, Whammer Jammer, i dieci minuti di Serves You Right To Suffer, il finale di Crusin For A Love / Lookin For A Love. Un esplosivo cocktail di Blues Brothers e Dr. Feelgood, ma nessuna delle due band esisteva ancora.

Bloodshot (Atlantic 1973 ★★★, copertina rossa dopo quella gialla e quelle nere) è un tentativo di andare oltre, o forse di uniformarsi un po' ai gusti del momento, con un certo successo visto che il disco arrivò al numero 10 della classifica USA dei long playing. Spariscono le cover e le canzoni sono quasi tutte di Peter Wolf, anche se spesso assomigliano molto ai classici. House Party tira forse vagamente agli Who, Back To Get Ya agli Zeppelin (molto amati in quei giorni), e c'è persino un reggae in anteprima assoluta, Give It To Me, anni prima di Marley e Stones.
Il pezzo che amo è Make Up Your Mind, praticamente identico a Beating Like A Tom Tom, lo standard di New Orleans cantato da Willy DeVille nel 1990. Ma anche Southside Shuffle, un altro pezzo che sa di Decatur Street ed i r&r di Struttin With My Baby e Hold Your Loving (All Night Long), a la Jerry Lee, con tanto di piano infuocato.

Ladies Invited (Atlantic 1973 ★★★★★, con in copertina un puzzle di Faye Dunaway - allora fidanzata e successivamente moglie di Wolf) è un disco che amo particolarmente. Scoperto di non essere i Led Zeppelin, i JJB decisero che sarebbero stati gli Stones, e Ladies Invited è il disco da party che più assomiglia a dei giocosi Rolling Stones, con tanto di sezione fiati sempre presenti (a rubare un po' la scena a Magic Dick) e sempre un grande Justman a fare la parte di Booker T.
Did You No Wrong vuole essere un hit degli Stones, e in tutti c'è da dire che la band di Wolf scopri i ritmi funky prima di quella di Jagger. Bella I Can't Go On, ancora N.O. (New Orleans) in Lay Your Good Thing Down. That's Why I'm Thinking On You è uno di quei lentoni che hanno insegnato a Dan Zanes a scrivere le canzoni, da Del Fuegos a Smoking In The Fields. Ma anche i brani successivi hanno quel rock & roll lucido, metropolitano e piovoso  che avrei imparato anni dopo ad amare nei dischi dei fratelli Zanes.
Insomma, un disco assolutamente da riscoprire e da amare.

La J.Geils Band avrebbe messo assieme ancora molti dischi, per tutti gli anni settanta. Io allora non li conoscevo e molti di questi dischi a tutt'oggi uno li ho mai sentiti, come non ho sentito i primi dischi solisti di Peter Wolf.
J.Geils fini a vendere macchine sportive, Magic Dick a suonare il blues, il grande Seth Justman credo si ritirò, ne aveva abbastanza di music-biz e di non vedere riconosciuto a dovere il proprio talento.
Peter Wolf è diventato un raffinato rocker in giubbotto di pelle, a la Willy Nile o Willy DeVille, e di lui conosco solo gli ultimi due splendidi album solisti (su sette che ne ha registrati), Sleepless e Midnight Souvenirs: rock raffinato e di gran classe, ma inevitabilmente privi di quella scomposta adrenalina che sapevano aggiungere i compagni della band.

Oggi Peter compie 66 anni, ed per fargli i miei auguri ho dedicato la mia serata a scrivere questa memoria della band che, chissà, magari farà venire voglia a qualcuno di ascoltarlo (Original Album Series, i primi 5 LP ristampati dalla Rhino al prezzo complessivo di 13 euro). In onore suo e di Joliet Jake, di cui ricordavamo ieri l'altro la ricorrenza dell'addio. Rock on!