mercoledì 28 dicembre 2011

rock revival: Ryan Adams > Ashes & Fire



C’è un’eccellenza di band americane il cui suono si ispira con tutta evidenza ai giorni del rock classico, gli anni sessanta e settanta, anni in cui alcuni di quei musicisti non erano ancora nati o al massimo frequentavano le elementari. Fra le altre Black Crowes, Drive-By Truckers, Cowboy Junkies, (Jayhawks), Ryan Adams e adesso anche Jonathan Wilson. O se è per quello anche band inglesi come Porcupine Tree. I tratti comuni sono: disprezzo per la musica commerciale e mainstream, amore per le proprie radici, una tendenza alla logorrea con dischi lunghissimi e ravvicinati nel tempo, canzoni tenui, nebbiose ed appena accennate ma con arrangiamenti inconfondibili, nessuna evidenza di assoli e stress vocali (che invece erano all’ordine del giorno nei loro modelli). Rocker romantici, insomma… 

Ryan Adams è un rocker di talento, ma ci sono dischi (come l’ottimo Gold) dove la passione e le citazioni lo portano al confine dello Zelig (il personaggio di Woody Allen, non la trasmissione di cabaret), dove sarebbe possibile canzone per canzone citare ognuno dei musicisti che le ha ispirate, come Neil Young, Van Morrison o Bob Dylan. Come i suoi colleghi Adams non è tipo da compiere selezioni severe del materiale che registra, di modo che nei suoi tanti dischi di nascondono gioielli e filler in par misura, ma sempre frutto di passione e mai di routine. Il disco di quest’anno si intitola Ashes & Fire (ceneri e fiamme) ed è una delle cose più belle che abbia registrato nella sua breve ma corposa carriera. Nato come progetto acustico e senza band (i Cardinals - che bel nome per una band!) ha avuto la fortuna di incappare in un produttore che gli anni del rock classico non solo li ha vissuti ma addirittura ha provveduto a costruirli, quel Glyn Johns che ha messo le mani in Who’s Next ma anche nei dischi di Beatles, Rolling Stones, Clapton e Dylan fino al miglior John Hiatt.
Johns ha provveduto a vestire la chitarra acustica delle undici canzoni di Ashes and Fire di tocchi strumentali di assoluta eleganza, una batteria delicata come pioggia, tocchi di organo Hammond e testi di piano elettrico, ed echi di violini e steel guitars dal sapore country, con una maestria che mi porta alla mente un altro disco di fine cesello di quest’anno, quello blues di Gregg Allman prodotto da T. Bone Burnett. Le canzoni sono belle ed ispirate, a volte splendide, come l’iniziale Dirty Rain:
“l’ultima volta che sono stato qui stava piovendo / ora non piove più
l’ultima volta che sono stato qui tu mi stavi aspettando / ora non mi aspetti più 
l’ultima volta che sono stato qui tu stavi piangendo / ora non piangi più”

Davvero bella, malinconica e struggente Come Home:
“Tu hai costruito questa casa, costruita dalla pietra 
un martello nelle tue mani hai costruito questa casa 
questa casa è forte, l’hai costruita con il tuo amore 
un rifugio dai venti, dal freddo e dell’oscurità… 
…domani andrà tutto bene, io sarò qui per te al tuo fianco 
così vieni a casa, vieni a casa…” 

Magica Rocks:
“Non sono una pietra, non sono la pioggia 
sono solo un’altra ombra nella corrente spazzato via dopo tutti questi anni 
non sono una pietra nel fiume, sto per piangere e il giorno sta nascendo…” 

Belle Do I Wait e Invisibile Riverside, bellissima Save Me, orecchiabile Kindness. Bella Lucky Now.
Un lento inarrivabile I Love You But I Don’t Know What To Say, ti amo ma non so come dirtelo, che chiude l’album come fosse un disco dei primi anni ottanta, riportando alla mente il miglior quasi omonimo canadese Brian Adams di ballate come Please Forgive Me.
Ci fosse un po’ di malizia nel grande Ryan Adams avrebbe inframmezzato tante ballate con qualche pezzo più veloce e gigione, magari un rock & roll con un coro da trasmettere alla radio. Ma in Ryan e in tutto la sua ghenga di rocker romantici di questa generazione non c’è compromesso, solo passione ed arte. E l’arte non è in vendita.
Quasi l’album più bello dell’anno, cinque stelle piene, e fra i miei preferiti della mia sterminata discoteca.