mercoledì 26 ottobre 2011

Se ne avessi il tempo scriverei un pezzo intitolato Little Village


Se ne avessi trovato il tempo mi sarebbe piaciuto scrivere un pezzo intitolato Little Village. Il riferimento sarebbe stato ad una rock band vissuta un minuto con Ry Cooder alla chitarra, John Hiatt alla voce, Nick Lowe al basso e Jim Keltner alla batteria. Un poker di assi, quattro miti che camminano, che erano stati assieme nel 1987 in occasione della registrazione di Bring The Family di John Hiatt, un capolavoro registrato con un budget limitato a cui si erano offerti di partecipare i citati amici. Avrei raccontato la storia di John Hiatt, sottolineando quanto il musicista sia un formidabile cocktail fra un songwriter di speciale talento ed un cantante dalla voce nera e soul. BTF fu l’apice di una carriera svolta fra musica nera ed energica new wave, con dischi fra un Costello made in USA e blue eyed R&B. Il disco fece un tale clamore che a furia di sentirsi ripetere quanto erano bravi assieme, i quattro musicisti provarono a riunirsi nel ’92 sotto il nome di Little Village, appunto, per alcuni concerti, di cui si parla bene ma di cui per ora non esiste testimonianza, ed un omonimo deludente disco in studio senza pathos.
Il destino vuole che oggi, 2011, vent’anni dopo quelle gesta, siano usciti nel giro di pochi giorni i dischi solisti di Ry Cooder, John Hiatt e Nick Lowe.


Mi sarebbe piaciuto, ad averne il tempo, rievocare il mito di Ry Cooder, uno che nel rock & roll c’è fino dai tempi della chitarra di Sister Morphine su quel Sticky Fingers capolavoro dei Rolling Stones, la più grande r’n’r band al mondo. Avessi trovato il tempo avrei cercato di raccontare cosa significavano per noi i suoi dischi, colti ma al tempo stesso molto morbidi, godibili, ascoltabili; lavori dove Ry recuperava di volta in volta le radici del folk americano, il tex-mex, il jazz delle origini, il rock & roll ed il soul non per fare il maestrino ma per piegarli alla propria voglia di cantare, di suonare, di comunicare. Dischi pieni di sostanza la cui forma rappresentava alla fine poco più di un pretesto ed un divertimento. Poi Cooder si arrabbiò con il music business che non gli dava di che vivere con soddisfazione, si dedicò alle colonne sonore, ebbe successo con un film sulla musica cubana e sparì dalla scena rock. Da anni ha fatto ritorno un po’ in sordina, con dischi che di volta in volta vengono recensiti come un ritorno alla forma, ma che in realtà mancano della fiamma, dell’ispirazione, della piacevolezza, del talento dei lavori degli anni settanta ed ottanta. Il polveroso Pull Up Some Dust and Sit Down non fa eccezione: l’immagine è quella del recupero del folk degli anni della grande depressione, lo stesso di Into The Purple Valley e Boomer’s Story, ma le canzoni non valgono quello che vorrebbero. Tre stelle (ma a me non piace).


Avrei poi raccontato di Nick Lowe, padrino della scena new wave inglese, inventore del power pop dei Brinsley Schwarz (la The Band britannica), produttore alla Stiff e padrino di Elvis Costello (oltre che genero di Johnny Cash). Un talento purissimo stimato come leggenda dal pubblico del rock, che diventò benestante solo per caso, per l’inserimento di una cover della sua Love Peace and Understanding sul disco della colonna sonora (neppure nel film) di un blockbuster di Hollywood (Bodyguard), lo stesso che divenne un enorme successo di classifica grazie dal brano pop I’ll Always Love You. Negli ultimi anni Nick “the knife” si è ritirato a vita tranquilla, non senza registrare di tanto qualche disco dal mood molto rilassato di cui almeno i primi tre sono stati di grande qualità. Oggi con The Old Magic ripete la formula del crooner con risultati quasi imbarazzanti per un padrino del rock come lui. Un disco che cerca l’atmosfera di dischi notturni come Night Beat di Sam Cooke, ma che la debolezza delle canzoni lascia in panne. Spero vivamente per lui che nessuno abbia fatto la sua conoscenza con questo disco. E poi, Nick, basta tirartela da vecchio con quella terribile faccia in copertina da comparsa di un documentario Disney degli anni cinquanta: alla fine hai solo 62 anni! Due stelle.


Infine avrei rievocato i dischi a serramanico di John Hiatt quando imitava Costello e condivideva con Mink DeVille colonne sonore come Cruising di William Friedklin. Avrei parlato di Riding With The King, e avrei infine cercato di evocare il pathos della provincia americana della trilogia di Bring The Family / Slow Turning / Stolen Moments, magari, avendone il tempo, riportandone anche alcuni testi, quelli più ricchi di sentimento e di malinconia. Avrei poi sorvolato rapidamente sui suoi lavori degli anni novanta e duemila, via via più poveri di ispirazione e di soul a cercare rifugio nelle solite radici. Del suo disco, Dirty Jeans and Mudslide Hymns, va detto che è il più bello dei tre dei Little Village (non che sia difficile). Il sound è lo stesso dei recenti, arrangiamenti scarni, niente R&B e tutto roots, ma alcune delle canzoni, recuperate anche nel cassetto delle cose perdute, sanno creare le atmosfere di una volta, specie i lenti del finale come Train To Birmingham (un capolavoro!), Down Around My Place, Don't Wanna Leave You Down, Hold On For Your Love, I Love That Girl. Quattro stelle.




Infine one last thing! A sorpresa, inaspettato e ignorato, è uscito un disco dal vivo registrato al festival di Montreux nel 1980, ad opera di quella band di mito che furono i Rockpile di Nick Lowe e Dave Edmunds. I Rockpile, com’è noto, furono un supergruppo britannico rock della scena new wave degli ultimi anni settanta che per motivi contrattuali non incise nulla a proprio nome ma solo come dischi di Lowe e di Edmunds. La loro cosa migliore resta Labour Of Lust di Lowe, anno 1980. Poi nel 1981 quando furono finalmente liberi di incidere erano ormai stanchi del gioco e lo fecero solo con Seconds Of Pleasure, un disco tutto sommato abbastanza deludente da lasciare l’amaro in bocca. Si racconta che dal vivo fossero imbattibili, ma bisogna crederci sulla fiducia perché non c’erano testimonianze registrate. Fino ad oggi. E sì, è confermato, i Rockpile dal vivo erano pura dinamite. Sedici rock & roll tiratissimi che contendono definitivamente a Stupidity dei Dr.Feelgood la palma del live definitivo della scena punk, fra cover ed originali di Lowe e Dave Edmunds. Lo so, oggi il rock & roll non va più di moda, ma io un consiglio ve lo voglio dare: andate ad ascoltarlo questo disco da cinque stelle e provate a non ballare, se ci riuscite. Rock & Roll Never Forgets, cantava Bob Seger dal Michigam. Cinque stelle.

Di tutto questo avrei scritto, se ne avessi avuto il tempo.