domenica 10 luglio 2011

Il Coguaro (Mellecamp a Vigevano, Italy)


La voce da imbonitore da circo nell'altoparlante, come ai concerti di Dylan, presenta il primo concerto italiano di sempre di Mellencamp presentandoci "l'uomo che è nella Rock & Roll Hall Of Fame". Possibile che sia già passato tanto tempo... Quest'uomo ha avuto i suoi glory days negli anni ottanta, quando suonava rock da motociclisti e si faceva chiamare John Cougar Mellencamp, il coguaro, il puma, il leone d'America. Ricordo Jack & Diane, il singolo che lo ha fatto conoscere a noi tutti ai tempi in cui i singoli, le canzoni, facevano la differenza. Poi un tris di album da iscrivere nel firmamento del rock & roll americano: Uh uh (quello di Pink Houses e Authority Song), The Scarecrow (il capolavoro, quello con Rain On The Scarecrow, Small Town e R.O.C.K. in the USA) e The Lonesome Jubilee (la consacrazione, la sua Promised Land...). Il coguaro sapeva scrivere le canzoni come John Fogerty, gli venivano naturali quei ritornelli che diventano parte della vita di chi li ascolta, e aveva quel tono rock scanzonato in giacca di pelle che era l'essenza del rock & roll e che oggi mi sembra andato perduto. Poi neanche Mozart ha un numero infinito di canzoni da scrivere, ed un po' alla volta la concentrazione di dinamite fra i solchi dei suoi dischi è andata diluendosi, e Mellencamp è andato a cercare la fonte dell'ispirazione alle radici, le roots della musica americana con dischi sempre più acustici, ma inevitabilmente meno esaltanti. Si invecchia, è normale.
Siamo purtroppo più vecchi anche noi qui a Vigevano ad assistere allo show. A proposito di Vigevano, c'è da notare come la cornice del Castello sia magnifica per un concerto rock, e come sia bello il prima del concerto, con Rigo Righetti (vogliamo la reunion degli indimenticati Rockin' Chairs! Graziano Romani verremo a prenderti a casa!), Vites che parla di Dylan, e tutti gli amici che incontro sempre meno spesso, da Aldo Pedron a Zambo a Cifo (il grande fotografo, che mi ha fatto strada con la enorme Harley come un perfetto chip) e i tutti gli altri a cui ho stretto la mano. Però entrare alle 7 del pomeriggio per vedere un concerto alle 10:30 restando sempre in piedi nella polvere resta nella peggior tradizione dei concerti italiani! O mettete delle sedie come in tutto il resto del mondo, o cominciate a suonare alle 8 come in tutto il resto del mondo. Quando Mellencamp fa il suo ingresso, dopo la proiezione di un film piacevole ma fischiato per la stanchezza, il pubblico è già stanco abbastanza da tornare a casa.

La prima parte dello show è molto teatrale: su un palcoscenico che sembra un presepio, molto buio ma illuminato da luminarie tipo palle di Natale, e l'introduzione di un intero pezzo di Johnny Cash, la band suona come i Creedence suonati dai Blasters suonati da Tom Waits ripresi da David Lynch. Mellencamp stesso, illuminato dal basso da una luce bianca, gesticola come Tom Waits, favorito dalla sua presenza brachitipa. A conti fatti è stato forse il momento più suggestivo della show, anche se l'unica canzone di una certa rilevanza è stata la I Fight Authority con cui è partito. La band un po' surreale, con una chitarra solista che sembra fare assoli che poi non arrivano mai. Alla David Lynch, appunto. L'unica musicista capace di emozionare davvero è sembrata la violinista Miriam Sturm.
Lo ammetto: temevo di assistere ad un concerto folk, ed in questo sono stato piacevolmente sorpreso: nella seconda parte dello spettacolo Mellecamp ha sciorinato il proprio greatest hits, con i brani scelti proprio dai dischi degli anni ottanta, e la cosa è stata molto apprezzata dal generoso pubblico del castello. Però quello che ha fatto difetto è stato il ritmo: da una parte il frequente alternarsi di pezzi elettrici con la band a quelli acustici per sola chitarra ha bloccato il groove del concerto. Dall'altra davvero la pur brava band al dunque dei pezzi r&r stentava ad agganciare il ritmo, come un motore a 4 cilindri che gira a 3. Check It Out è venuta fuori un po' sgangherata, e pure l'acustica Smalltown non ha trovato mordente. La stessa Cherry Bomb acustica non vale quella elettrica. Mellencamp ha una voce potente ed una bella mimica, ma sembrava sempre indeciso fra il mood da "country fair" ed il leader del gruppo rock. Un po' di coesione è arrivata sul finale, specie con ROCK in the USA, ma ormai era mezzanotte e il locale chiudeva, senza lasciare neppure lo spazio per il bis. Era ora di salire in moto e tornare a casa nella notte.
Uno show gradevole, specie per chi come me quelle canzoni le ha amate dal cuore. Più di quanto mi aspettassi e molto meno di quanto mi aspettassi. Uno show che forse sarebbe suonato straordinario in un club invece che in un grande spazio. Ma come si dice: "ce ne fossero, di questi tempi..."

PS: grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno stretto la mano. Date un senso al mio lavoro.

(fotografia © Renato Cifarelli)

aggiornamento: qualche incidente diplomatico nel corso del tour italiano di Mellencamp. A Vigevano ha suonato 1:30, a Roma una miseria di 1:15, e Udine il concerto è saltato. Perché? Si dice per problemi di soldini con il manager, più probabilmente per ritorsioni nei confronti dei fischi con cui il pubblico italiano ha accolto il film proiettato a forza dall'artista prima del concerto. Che dire? Che è solo rock & roll, e quando il successo da alla testa i risultati sono questi. Mellencamp che costringe il pubblico a sorbirsi un film in cui si mostra come l'eredità dell'American Music di Elvis (Sun Records) e del rock delle radici mi ricorda il Berlusconi che propina ai suoi ospiti i filmati dei suoi incontri con i capi di stato stranieri. Chi si loda s'imbroda, e che sei un grande lo devi dimostrare ogni notte in concerto, e non auto-incensandoti.