Johnny Winter


Nel 1968 Michael Bloomfield e Al Kooper erano qualche cosa di molto vicino ad essere superstar per il pubblico del rock; il fortunato pubblico dei giorni di Jimi Hendrix, dell’Eric Clapton di Cream, Blind Faith e Derek and the Dominos, il Bob Dylan di Highway 61 e Blonde on Blonde. Bloomfield era il virtuoso chitarrista della Butterfly Blues Band; Al Kooper il leader del primo album dei Blood Sweat and Tears, quelli di I Love You More Than You’ll Ever Know. Assieme i due avevano partecipato alle session di registrazione di Highway 61 Revisited, il capolavoro elettrico di Bob Dylan, quello di Like A Rolling Stone, e con quella canzone Kooper si era creato una reputazione come tastierista. Assieme avevano registrato in due giorni un disco più o meno improvvisato alla maniera dei musicisti jazz, che prese il nome di Supersession e che grazie a strumentali in stato di grazia come Albert’s Shuffle e Stop era diventato nel 1968 un successo di classifica. Il loro show è testimoniato da un live, The Live Adventures of… registrato al Fillmore West di San Francisco nel settembre di quello stesso anno. Nel dicembre Bloomfield e Kooper erano a New York per portare lo show al Fillmore East. Bloomfield aveva una sorpresa per la serata, un ospite speciale che avrebbe avuto un grosso impatto sul pubblico, ma anche su tutta la scena musicale. Uno scatenato chitarrista texano dall’anima nera come il blues del Delta del Mississippi, ma dalla pelle e i lunghi capelli bianchi come l’albino che era: Johnny Winter da Beaumont, Texas.
Winter era un virtuoso della chitarra elettrica, ma anche un bluesman rigoroso ispirato da Muddy Waters e Bobby Blue Bland come da Robert Johnson. Nel giro di una notte, la prima che Winter passava a New York City, il bianco che suonava il blues dei neri era già diventato una leggenda metropolitana. Riuscì a ottenere per sé e la propria band (Tommy Shannon al basso, anni dopo con i Double Trouble di un altro chitarrista texano bianco, Steve Ray Vaughan; ‘Uncle’ John Turner alla batteria; il fratello Edgar Winter alle tastiere e al sax) un lucroso contratto discografico con la Columbia, dopo essere stato corteggiato da tutte le label in città. Entrò in gennaio in studio a Nashville per registrare il primo album e si mise on the road in un interminabile never ending tour, che doveva comprendere il festival di Woodstock.
In realtà Winter non nasceva nel 1969, anno in cui aveva già venticinque anni. Bambino prodigio, suonava con il fratello Edgar dall’età di dieci ed aveva fatto parte di una quantità di band in Texas e registrato una serie di nastri che sarebbero stati editi negli anni del successo. Appassionato di blues elettrico alla Muddy Waters, almeno quanto Edgar lo era di blues urbano e di R&B, non aveva disdegnato il ruolo di side man in gruppi rock e psichedelici.
Il primo album per la Columbia, anno 1969, intitolato semplicemente Johnny Winter, è un capolavoro del blues elettrico bianco, con pezzi rigorosi come When You Got A Good Friend firmato Robert Johnson, Good Morning Little School Girl di Sonny Boy Williamson, niente meno di un gioiello reso in perfetto stile urban grazie al contributo del fratello Edgar, e un poker di pezzi usciti dalla propria penna, come I’m Yours And I’m Hers e il bellissimo e acustico Dallas ispirato all’accordatura aperta di Robert Johnson. Un album perfetto, che negli anni è stato dimenticato dalle cronache del rock & roll ma che non dovrebbe essere ignorato dagli appassionati di blues bianco. Sicuramente la bibbia su cui ha studiato Steve Ray.
Dopo la stampa dell’album, Winter e band si infilarono notte dopo notte in un interminabile tunnel di show dal vivo, che anni dopo il chitarrista evocherà come un juke-box tour, che lo portò in primis a virare il proprio sound verso il rock e in secondo luogo ad abbassare la guardia e lasciare entrare nella propria vita l’eroina, dramma che lo avrebbe portato lentamente alla periferia della creatività e della scena rock. Il seguito al primo disco venne un anno dopo, in pochi giorni liberi dagli show, poche session che vennero riportate per intero in un curioso doppio album registrato per tre facciate (la quarta era bianca), dall’evocativo titolo di Second Winter. Il nuovo disco, pur rimanendo nell’ambito del rock blues, aveva virato fortemente verso il suono di moda, con brani ispirati a Jimi Hendrix (Memory Pain), Cream e Led Zeppelin (The Good Love), e un paio fortemente rock & roll del repertorio di Little Richards. Il picco del disco è probabilmente rappresentato da due grandi cover, Johnny B. Goode di Chuck Berry (una sigla dei live show) e Highway 61 Revisited di Bob Dylan, ma rimane notevole anche tutta la parte finale, una notevole messa a fuoco del suono rock blues texano che avrebbe ispirato il citato Steve Ray Vaughan, con titoli come Hustled Down In Texas o I Hate Everybody. Il Cd è stato ristampato con l’aggiunta di uno show registrato alla Royal Albert Hall nell’aprile del 1970, che sottolinea però la debolezza vocale di Johnny, che nei dischi in studio invece non si coglie.
Dopo il tour di Second Winter, Edgar lasciò la band per mettersi in proprio mentre Johnny decise di adeguarsi ancora di più al sound dei seventies facendosi accompagnare dai membri di una band, i MacCoys, che avevano avuto un solo grande hit, Hang On Sloopy. La band prenderà il nome di Johnny Winter And (bisogna ammettere che Winter aveva il tocco per i nomi originali) ma lungi dall’essere una semplice backing back come il nome suggerirebbe, i nuovo arrivati, il chitarrista Rick Derringer in testa, avranno un ruolo determinante nel sound globale. Il brano forte dell’album sarà Rock And Roll Hoochie Koo, scritto proprio da Derringer, mentre di Winter è l’apertura di Guess I’ll Go Away, dal timbro inconfondibilmente hendrixiano. Memorabile la cover di No Time To Live dei Traffic, mentre Ain’t That A Kindness porta alla mente The Band. Di alto livello tutto l’album, legato però strettamente al sound del 1970.
Ancora concerti, abusi, rock ad alto volume ed eroina, verso il collasso psico fisico. Il live show sarà testimoniato da Johnny Winter And Live, registrato al Fillmore East, con pezzi al metallo fuso come Jumpin’ Jack Flash degli Stones, Long Tall Sally e Whole Lotta Shakin’ Going On di Jerry Lee Lewis, Johnny B. Goode e Good Morning Little School Girl. Forse l’album più noto del chitarrista albino, un disco che ai tempi veneravo quasi come Rock’n’roll Animal del Lou Reed elettrico.
Seguì un periodo di riposo, la disintossicazione, ed alcuni album meno a fuoco, fra cui un secondo live.
Del 1976 è un album con il fratello Edgar, Together, dedicato ai successi del R&R degli anni cinquanta, che in qualche modo si potrebbe accostare al mood dei Blues Brothers di pochi anni dopo. Nel 1977 Johnny decise di mettere ordine nella propria creatività. Non voleva più suonare Rock And Roll Hoochie Koo ma tornare all’amore della propria vita, il blues elettrico. Aveva una nuova etichetta, la Blue Sky, una sussidiaria della Epic CBS. Intanto Muddy Waters era tornato all’attenzione del pubblico del rock con l’esibizione nel Last Waltz della Band nel 1976, con una grande versione di Mannish Boy. Johnny riuscì a far firmare lui e la sua band per la Blue Sky e a coronare il sogno di entrare in studio con l’idolo musicale della propria vita per registrare due album strettamente legati: Hard Again a nome Muddy Waters e Nothing But The Blues a proprio nome. La band è la stessa del Last Waltz, nomi dal fascino di Bob Margolin (chitarra), Pinetop Perkins (piano), James Cotton (armonica), Willie ‘Big Eyes’ Smith (batteria). I brani sono Mannish Boy, I Want To Be Loved, I Can’t Be Satisfied per il disco di Waters, e toccanti originali di Winter per il disco a proprio nome, più una Walkin Through The Park di Muddy Waters. Il suono è splendido, elettrico, crudo, potente e asciutto, senza fronzoli. Una delle migliori incisioni di Waters, e anche di Winter, anche se è ovviamente evidente la differenza fra la potente voce baritonale di Muddy Waters, forse la più solida del blues, e quella fragile e urlata di Johnny Winter. Hard Again comporrà un poker di dischi con i successivi I’m Ready e Muddy Mississippi Waters Live, e King Bee, l’ultimo album del grande Waters, che ebbe così la soddisfazione di lasciare la scena da vincente (come Johnny Lee Hooker qualche anno dopo).
Confesso di non aver seguito la carriera di Johnny Winter dopo quegli anni. Mi dicono che abbia inciso molto blues e che abbia avuto problemi di salute, ma che continui ancora ai giorni nostri ad esibirsi sul palco con la propria chitarra elettrica e con i propri brani; non è più troppo in forza e deve suonare seduto su uno sgabello, nessuno del pubblico dei giovani conosce il suo nome ed i vecchi raramente lo citano a fianco di nomi come Jimi Hendrix o Eric Clapton, ma è un peccato, perché questo grande chitarrista albino è stato il più nero di tutti i bluesman bianchi.
Fossi in voi Johnny Winter e Hard Again li andrei ad ascoltare…

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