Drive-By Truckers > Go-Go Boots


Per un rocker dei ’70 (vale a dire: un fruitore della musica rock di quegli anni), gli anni 2000 sono stati una faticaccia. Una faticaccia trovare qualche band che entusiasmi da inserire fra i propri beniamini. Negli anni novanta la cosa mi era riuscita senza fatica con Phish, Dave Matthews Band, Blues Traveler. A cui aggiungere i primi eccitanti passi di band minori come Sheryl Crow, Spin Doctor, Popa Chubby. Il sound southern / west coast dei Jayhawks. E naturalmente l’inno irripetibile ed irripetuto di Bringing Back The Horse dei Wallflowers di Jakob Dylan, lo zenit dei miei anni novanta.
Ma negli anni duemila, di chi ti innamori? Usciti di scena i Phish (ritornati poi solo per autocitarsi), rimasta la DMB efficace solo nel live show, chi vai a scovare? I Gov’t Mule, autori con The Deep End 1/2 del nostalgico capolavoro di esordio del decennio, poi di dischi capaci di infiammarmi solo per un paio di settimane, e di show registrati, con una qualità che si alterna fra il sublime e il noioso.
E poi? Calexico? Ryan Adams? Lucinda Williams? Mary Gauthier? Black Crowes mk II? Drive-By Truckers?
Questi Drive-by Truckers sono una band piuttosto singolare. Sudisti della Georgia (di Athens, come quella jam band, i Widespread Panic, e come il cantautore Vic Chesnutt), il chitarrista Patterson Hood è il figlio del bassista della Muscle Shoals Rythm Section, come dire un pezzo di storia della musica americana. La MSRS è la in-house band dei famosi Muscle Shoals Studios, dove andavano ad incidere i bei nomi della Atlantic/Stax: Wilson Pickett, Aretha Franklin, Percy Sledge, Staples Singers… avete presente When A Man Loves A Woman? Ma anche Rolling Stones (Sticky Fingers), Bob Seger (Night Moves) e persino Willie DeVille, sia pure per il suo disco meno ispirato (Sportin Life) e infiniti altri fra cui Rod Stewart e Joe Cocker. Leon Russell diede alla band il soprannome di The Swampers che sopravvive fra i versi di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.
Pur ispirandosi ai temi della mitologia dell’American Sound, come nel lunghissimo Southern Rock Opera, o The Dirty South dedicato alla Sun Records di Sam Phillips, o facendo da backin’ band a una leggenda vivente come Booker T Jones (quello di Green Onions, non so se mi spiego), i Drive-By Truckers fanno altra musica, per una generazione più giovane. Partiti da essere una rock’n’roll band vagamente ‘American Rolling Stones’ (o ‘American Faces’) alla Lynyrd Skynyrd, hanno finito per inglobare suoni di ballate delicate alla Neil Young o di ballate maledette e murder songs lontane parenti dei Violent Femmes di Halloweed Ground.
Avevo già apprezzato la band, specie nell’album Brighter Than Creation’s Dark, dark e swampy alla Zagor; o in Live From Austin Texas concentrato sulle ballate morbide, a tratti perfettamente a fuoco, in altri più persi nella noia. Ma mai avevo sentito i Drive-By Truckers come una “mia band speciale” fino a questo Go-Go Boots. Intanto, per la prima volta questo disco dei DBT l’ho atteso da prima che fosse dato alle stampe. Perché avevo sentito in anteprima il singolo, come ai bei tempi, quando l’uscita del 45 giri precedeva, anche in classifica, quella del 33. Il singolo in oggetto è una splendida cover di un R&B di un altro mito della cotton belt, Everybody Needs Love di Eddie Hilton, ubriacone instabile cantante soul bianco dalla voce nera, chitarrista della citata Muscle Shoals Rythm Section, amico dei fratelli Allman e venerato dai D-B Truckers. Everybody Needs Love nella versione della band è una canzone di quelle che si ascoltano senza sosta, una volta dopo l’altra, esattamente come quando compravo i dischi singoli a 45 giri e li riascoltavo sul giradischi per giornate intere.
Ma anche il resto del disco non delude di certo. Messa la parte l’atmosfera messianica e dark, le canzoni del disco sono perlopiù dolci e intime con un mood rilassato e laid back come, mutatis mutandis, un disco di Mark Knopfler o magari il primo dei Dire Straits. Parlo di canzoni come Assholes, The Fireplace Poker o The Tanksgiving Filter. Anche Pulaski è perfettamente country-Knopfler. Qua e la si inseriscono, anzi si innestano, tracce ispirate dalla tournée con Tom Petty & The Heartbreakers: Go-Go Boots e la bella Used To Be A Cop potrebbero essere tratte pari pari da Mojo. Sapori tex come il robusto country rock di Cartoon Gold e The Weakest Man che ascoltate al buio potresti attribuire ad artisti come Willie Nelson. E lo spin rock di I Believe, vivace cantilena indie; e la voce femminile di Shonna Tucker su Dancin’ Rickie e Where’s Eddie (cover di Hinton). Ottimi anche gli arrangiamenti e il bel tocco dei musicisti, fra cui il fascinoso Hammond B3 di Jay Gonzalez.

So che non tutti i fan di vecchia data hanno apprezzato le atmosfere rilassate di Go-Go Boots, mentre per me al contrario questo è finalmente il disco che mi rende parte della cerchia degli estimatori della band, ed uno dei tre dischi di quest’anno che sto suonando in continuazione e con immenso piacere.
Go-Go Boots è dedicato dalla band alla memoria di Vic Chesnutt. Ma torneremo su Vic parlando del nuovo disco dei Cowboy Junkies, composto interamente di cover di sue composizioni.


★★★★ (memorabile)
Genere: indie
Reprise, 2010
in breve: canzoni molto belle, ideale colonna sonora di una better life

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