Apatia per il diavolo


Di recente ho letto con molto piacere l’autobiografia Life di Keith Richards. Divertente, ma credetemi non è nulla in confronto ad Apathy For The Devil (memorie degli anni settanta) di Nick Kent. D’accordo, Keith è l’uomo che ha scritto Jumpin Jack Flash mentre Nick era solo un giornalista del New Musical Express, il paragone non si pone - ed è anche ovvio che Nick sappia scrivere meglio. Ma il libro di Nick è la “cosa che racconta di musica” più divertente che abbia mai letto.
Quello che rende straordinario il libro di Nick Kent è che lui era lì: nato nel 1951, è stato un teenager in Inghilterra quando tutto successe, ed ebbe modo di vedere i mostri sacri del rock quando ancora suonavano di fronte ad un pubblico di poche centinaia di persone, se non, come capitò, ad un pubblico di tre spettatori.
Lungi dall’essere tronfio o autoindulgente, testimonia con passione ma anche con la xxx di chi c’era, di chi ha vissuto i giorni del rinascimento della scena rock con i propri occhi e non leggendola o semplicemente ascoltandola attraverso i dischi. Aggiungete che Nick ha uno stile di scrittura godibile, essenziale e scorrevole, ma con la capacità naturale di sintetizzare le cose con quelle frasi ad effetto che possono diventare citazioni o aforismi.

Non ho ancora finito il libro, perché mi forzo di razionarmelo ad un capitolo al giorno (uno per ogni anno dei settanta) per non bruciare il divertimento troppo velocemente. Se mi rimane la voglia rileggo il capitolo (e mi rimane sempre la voglia) o tiro fuori i dischi degli artisti di cui racconta.
Ma ho letto abbastanza per poter affermare che Apathy For The Devil andrebbe insegnato a scuola.

Credo che Arcana non me ne vorrà se riporto qualche frase del primo capitolo. Dopo tutto sto facendo pubblicità gratis, non è così?

“I Beatles non mi hanno mai deluso, e ogni nuova vetta musicale su cui piantavano la loro bandiera lasciava il pubblico pieno di una gioia contagiosa, che ha finito per definire lo spirito stesso del decennio… furono loro e Dylan a spalancare quella porta che aveva precedentemente tenuto rinchiusa la cultura bohémien in club di periferia fumosi e soffocanti, permettendo che fluisse nelle vie della città dove i giovani si riunivano per definire un nuovo tipo di mainstream commerciale…”

“I Rolling Stones non sorridevano mai, ed erano l’esatto opposto degli altri artisti in cartellone. Niente cravattine, niente capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro per mettere meglio in mostra la fronte mascolina. I Rolling Stones la fronte non ce l’avevano. Solo capelli, labbra turgide e un’insolenza collettiva senza limiti. Stavano indolenti sul palco a osservare con un disprezzo raggelante la folla mentre accordavano i loro strumenti… erano in forma strepitosa. Brian Jones come suggeritore di spunti musicali non era ancora caduto in disgrazia… il più bello in modo convenzionale, passeggiava avanti e indietro minacciosamente sulla sinistra del palco, mentre Keith, sorta di avanzo di riformatorio con le orecchie a sventola…”

“Nella primavera del 1966 vidi Bob Dylan, con quella che sarebbe poi diventata la Band, durante il suo fondamentale tour elettrico della Gran Bretagna. Tennero un concerto al cinema Capitol di Cardiff…fu la prima volta che osservai gli effetti delle droghe su un altro essere umano. Dylan parlava un sacco tra un pezzo e l’altro e i suoi discorsi erano clamorosamente impacciati. E la musica era così alta che era impossibile da giudicare”.

“Oggi naturalmente Cat Stevens è conosciuto in tutto il mondo come un devoto musulmano che ha abbandonato l’industria musicale e la sua lussuria per dedicare l’esistenza alle sue credenze religiose, ma ai tempi di Tea For The Tillerman intorno a quell’uomo girava più figa che intorno a Frank Sinatra…”

Apathy For The Devil. Arcana Editore. Nick Kent.

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