Keith Richards > Life


Non nutro molta simpatia per le autobiografie dei musicisti rock & roll, per due buoni motivi. Il primo è che, come sanno quelli che hanno avuto la ventura di intervistare un musicista, spesso non è che abbiano poi molte cose da dire, e che l'artista che ha scritto qualche canzone importante nella tua vita si rivela spesso essere una star viziata, idiota ed assolutamente antipatica. Il secondo motivo è che le autobiografie in realtà non le scrivono gli artisti, ma pennivendoli americani specializzati nel genere, assolutamente estranei alle gioie del rock come alla conoscenza dei dischi del musicista che si limitano ad intervistare per poi estrarne le informazioni che nel loro manuale ritengono possano interessare al pubblico glamour delle riviste patinate. Eliminate tutte le noiose informazioni musicali si concentrano ad inserire cliché e luoghi comuni degne di una rock star, seguendo rigorosamente uno schema prefabbricato. Insomma, se c’è una cosa capace di ammosciarti l’amore per un musicista, questa è una autobiografia.
Per questo motivo avevo semplicemente preso la decisione di ignorare questo Life, autobiografia del chitarrista ritmico che ha contribuito a inventare la nostra musica. Anche il coro di recensioni positive non mi aveva colpito più di tanto: si sa che i recensori nostrani non hanno bisogno di leggere un libro per esprimerne il proprio parere.
Se non che, non solo Feltrinelli ha deciso di correre il rischio di tradurre il libro in italiano, ma lo ha anche spinto commercialmente al punto di piazzarne piramidi di copie nelle librerie. Così, inciampando in una pila di libri oggi, una domani, alla fine ho ceduto e ne ho portato uno alla cassa. Il tomo è notevole, passa le cinquecento pagine, ma non ci ho messo più di quattro o cinque sere per succhiarne la linfa. Dolcissima.
Perché nonostante anche Keith (anzi, Keef, come ormai lo chiamo confidenzialmente) abbia goduto dell’aiuto di un giornalista (ma almeno di uno che ha amato gli Stones nella Swingin’ London) il suo libro è una testimonianza precisa, puntuale e sincera della storia della più grande rock & roll band al mondo. Non so cosa potrebbe ricavarne dalla lettura chi inciampasse nel libro senza conoscere da vicino la storia ed i lavori della band - che non vengono divulgati in modo esplicito - ma per un fan le parole chiave sono proprio “testimonianza” e “puntuale”. Perché davvero anche per Keef le migliori canzoni degli Stones sono le migliori anche per lui (normalmente c’è da rabbrividire a chiedere ad un musicista quali siano i propri dischi preferiti), e perché davvero ti rendi conto come un disco che è stato registrato con passione è poi un disco buono. mentre uno rabberciato in crisi da dipendenza, in lite , o solo per rispettare una scadenza, è un pessimo disco. I conti tornano senza eccezioni e senza sconti nel torrente di parole del chitarrista. Che non si tira indietro a citare fatti e nomi, anche i più imbarazzanti o offensivi, non si risparmia mai un giudizio, anche feroce, persino nei confronti dei propri idoli; per esempio Chuck Berry, così tirchio da non avere una band e farsi accompagnare da turnisti di terz’ordine. O verso i propri stessi dischi, come Their Satanic, registrato solo per imitare Sgt. Pepper dei Beatles.
In queste cinquecento pagine Keef, doppiata la tappa non troppo interessante dell’infanzia, ci racconta, a partire dall’incontro fatale con Mick Jagger alla stazione di Dartford nel 1961, del perché e il percome dietro ad ogni vicenda, come noi la conoscevamo, dei Rolling Stones. Racconta di come il primo leader della band (e quello che sottopose ad audizione Keith e Mick) fu in realtà Ian Stewart, il pianista boogie. Racconta del rapporto con Brian Jones, a cui non risparmia certo critiche per il solo fatto che sia morto, che si considerava leader della band e fu messo in disparte a partire dal momento in cui i magnifici due (i “glimmer twins”) si scoprirono capaci di scrivere canzoni, e della sua discesa agli inferi (la caricatura di sé stesso, scrive Keith) fino al giorno in cui Keith arrivò a soffiargli la ragazza, quella Anita Pallenberg che sarebbe diventata la compagna più importante della sua vita. Enorme rispetto invece per Stu (Ian Stewart, il pianista) e ancor più per Charlie Watts, alla cui batteria Keith attribuisce la paternità del sound degli Stones al pari della sua chitarra ritmica (il cui sound risente del fatto che con essa Keith cercava di suonare anche la parte dei fiati). Più sofferto il rapporto con Mick, molto a lungo il suo migliore amico, ma poi trasformato in rock star e “molto molto cambiato”, fino allo scontro definito “la terza guerra mondiale” ed al rapporto diplomatico infine stabilitosi fra i due quando Jagger si accorse che non era Michael Jackson (in cui aveva cercato di trasformarsi allontanandosi dalla band, definita “una pietra al collo”) e Keith dopo aver registrato un ottimo album con gli X-pensive Winos si rese conto che quella che la gente voleva comprare erano i dischi dei Rolling Stones.
Non c’è diplomazia nel racconto di Keef, né rispetto per nessuna “autorità”, ma c’è invece molto amore per il blues, per il rock, per la musica, per la band e le sue canzoni, a cui dedica una gran parte del testo, compresi consigli di accordatura, purtroppo incomprensibili a chi come me non ha mai imparato a suonare uno strumento. Amore anche per i musicisti, con cui il chitarrista riesce a creare un rapporto ottimale in studio ma spesso anche nella vita - e qui vanno citati Gram Parsons (amicizia a prima vista) e Bobby Keys.
Anche secondo Keith il periodo migliore della band è quello della produzione di Jimmy Miller (con l’eccezione di Goats Head Soup in cui il produttore era troppo drogato per combinare alcunché). Come disse una volta Jagger (ma questo sul libro non c’è), Miller arrivò come un leone e se ne andò come un coglione…
E la canzone migliore: Jumpin Jack Flash. Some Girls è visto come una specie di resurrezione, una risposta della band al sound della new wave. Racconta anche della Jamaica, ma stranamente tralascia di citare Peter Tosh, che registrò per l’etichetta degli Stones e con loro cantò il singolo Don’t Look Back.
A proposito di droghe, uno spazio massiccio è dedicato allo sprofondare nella dipendenza di eroina da Exile in avanti, e non a caso da qui gli album non vengono quasi più citati: perché da quel momento l’eroina aveva preso possesso della vita del chitarrista assai più della musica e il baricentro della band passò a Mick, almeno fino al momento in cui il cantante non cercò di disfarsene. Gli ultimi anni corrono alla svelta e con un rapporto sempre più sfuocato con i dischi, il che è coerente con la loro qualità.

Insomma, se per voi i Rolling Stones sono poco più di un’entità astratta immagino che il contenuto di questo libro vi direbbe poco, ma se siete cresciuti a pane e satisfaction allora degusterete anche voi con grande piacere questo Life di Keith Richards…

Post più popolari