Bryan Ferry > Olympia


I've forgotten what it was in you that put the need in me… (Maria McKee)
Non ricordo più cosa mi piaceva di Bryan Ferry (Blue Bottazzi)

…lo dico perché Ferry, al di là dell’aspetto pop e dandy, è stato un talento. Per esempio quando nella prima metà degli anni settanta uscirono i primi due dischi dei Roxy Music, con Brian Eno e Ray Manzanera. Erano gli anni della musica progressive e sperimentale, e sicuramente i Roxy erano qualche cosa di mai sentito prima: musica futuribile, pop obliquo dall’outer space, musica da un blade runner che ancora non era stato girato. Furono due dischi che avrebbero generato il lavoro di Brian Eno (con tutto il capitolo dei Talking Heads), più un oscuro e godibile disco new wave ricalcato sul lavoro di quei Roxy, Ultravox! della band di Johnny Fox.
Poi i dischi glam di Ferry, con l’entusiasmante cover di Hard Rain di Dylan (nella sua versione migliore, pari forse solo a quella che lo zio Bob cantava con la Rolling Thunder Revue), e Let’s Stick Together, la “mia sigla” molto a lungo assieme a Pretty Flamingo di Rod Stewart.
Ferry e i Roxy ebbero successo negli anni ottanta con dischi più o meno riusciti di techno dance romantica e decadente, come Flesh and Blood e Avalon.
Tutti dischi però che hanno risentito pesantemente degli anni che passano.
Voglio citare anche un altro grande disco, più recente, di Ferry: Frantic, l’unico che mi possa venir voglia di ascoltare nel nuovo millenio. Metà Roxy moderni e robusti, metà cover con materiale di JJ Cale ma anche e soprattutto due imbattibili Bob Dylan: It’s All Over Now Baby Blue e Don’t Think Twice. Bellissime, fra le migliori cover di zio Bob di tutti i tempi, tanto che spinsero Ferry a provare un intero album dedicato a Dylan, Dylanesque, sfortunatamente ma forse prevedibilmente non all’altezza del resto.

Olympia si presenta con una copertina orrenda kitsch ma - come purtroppo si scopre presto - anche molto onesta: il disco comprende infatti una decina di canzoni che la copertina rappresenta molto bene. I musicisti sono gli ex Roxy ma anche e soprattutto session men di prima scelta e qualche bollito talento come Dave Gilmour. Il disco è un tentativo direi coerente di ricreare atmosfere dance-disco decadenti alla Avalon.
Ma chi puoi mai avere voglia di ascoltare questa roba nel 2010? Non io. A peggiorare il tutto ci sono le versioni di Song To The Siren di Tim Buckley e No Face No Name No Number dei Traffic che suonano blasfeme. Cercherò di riportarlo al negozio.

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