Los Lobos


I Los Lobos sono una delle “grandi band” americane, e sicuramente la più grande in servizio attivo (ché l’altra, i Little Feat, senza Lowell George sono adorabili ma non la stessa cosa, e lo stesso si potrebbe dire per i Dead senza l’altrettanto compianto Jerry Garcia). Ma sono anche altro: sono una “grande band” di Los Angeles, che L.A. non è semplicemente America, ma come e più del suo contraltare New York City è un micro(macro)cosmo fatto di una sua gente, una sua cultura, un suo way of living, una sua storia e una sua mitologia.
I Los Lobos sono una band straordinaria, grandi musicisti virtuosi nel proprio strumento ma soprattutto capaci di un grande suono d’insieme, fatto di arrangiamenti più complessi delle altre rock band e di un inconfondibile sapore che riescono a trasmettere non solo alle proprie canzoni ma anche alle cover che diventano indimenticabili, gemme preziose come I Wanna Be Like You di Disney (il libro della giungla), Bertha dei Grateful Dead o Jockey Full Of Burbon di Tom Waits. Nel corso della propria carriera sono stati in grado di distillare un suono lucido fatto tutto assieme di puro rock “americano”, di classici da dance band, di avanguardia sonora marca L.A. in stile Frank Zappa o Tom Waits, senza mai tradire le proprie origini mexicane.

I lupi nascono negli anni settanta come dance band della gente latina di L.A., East LA, quella fetta di città che non vede il mare. Una band di mariachi di virtuosi dello strumento. La loro storia incrocia la nostra quando, all’inizio dell’estate del 1980, il compaesano Tito Larriva li invita a partecipare ad uno show all’Olympic Auditorium a Hollywood. Tito fa parte di un gruppo punk della città, i Plugz. C’è un’aria nuova in città, è in arrivo quello tsunami musicale generato nel 1976 a Londra da band come i Sex Pistols e propagatasi attraverso New York per locali come il CBGB’s (Patti Smith, Television, Mink DeVille, Talking Heads, Blondie...). Quella sera a Hollywood di fronte ad un pubblico di neo punk, i Los Lobos sono stati curiosamente invitati ad aprire ad una band britannica di culto come i Public Image Limited, niente meno che quella del cantante Johnny Lydon alas Rotten. Un unico ma significativo dettaglio: i Lobos suonano folk messicano. Dal primo brano cominciano a piovere oggetti. I musicisti sono incerti sul da farsi, ma cercano di resistere sul palco di quella che hanno vissuto come una occasione importante. I familiari che li hanno seguiti in questa “trasferta” sono in lacrime. Alla fine i ragazzi devono fuggire dal palco prima che qualcuno si faccia male. Un disastro, prevedibile ma non previsto, che però è destinato a segnare il destino della band: David, Louie e gli altri percepiscono la nascita di una nuova scena che li affascina, ed invece di far ritorno a East LA con la coda fra le gambe, iniziano a frequentare Hollywood, locali come il Vex e gli show dei Plugz. La folgorazione avviene quando assistono allo show dei Blasters dei fratelli Phil e Dave Alvin; i lupi fanno amicizia con la band, ne assorbono lo stile (così come sono abituati a fare con le loro influenza latine) e inaugurano una nuova stagione per il proprio sound. Con risultati tanto strabilianti che non solo i Blasters procurano loro un contratto con l’etichetta per cui incidono, la Slash, ma il loro stesso talentuoso sassofonista Steve Berlin decide di lasciare gli Alvin per suonare con David, Cesar, Louie e Conrad.
Dopo l’assaggio di un primo EP “And Now A Time To Dance”, esordiscono alla grande con il LP “How Will The Wolf Survive” nel 1984. È un terremoto, in perfetto stile roots-rock-blasters, ma con i sapori del sound latino. Sui canoni della new wave le canzoni sono gioiellini ispirati ai giorni d’oro del rock & roll (Evangeline, Don’t Worry Baby, I Got Loaded), al sound latino, fino a realizzare con la title track un capolavoro dell’emergente ondata “Americana”.
Al disco faranno eco nel 1987 e nel 1990 By The Light Of The Moon e The Neighborood, un pozzo di musica da letteratura americana dal suono maniacalmente perfetto, storie di frontiera e di common men. I titoli parlano da sé: One Time One Night In America, My Baby’s Gone, River Of Fools, Tears Of God, Down On The Riverbed, Angel Dance, Little John Of God, The Neightborood... fratelli di sangue di Fourth Of July ed Every Night About This Time di Dave Alvin.


Ma non è a quei dischi che la band deve la propria popolarità, che travalica i confini stessi del territorio delle rock band, ma all’incisione di una sera, la cover di La Bamba, il primo hit latino dei giorni dell’american graffiti di quel Ritchie Valens che conobbe una fama istantanea con quello e poco più per sparire in un incidente aereo assieme a Buddy Holly “the day that music died” - il giorno che la musica morì. I Los Lobos saranno il pezzo forte delle colonna sonora del film su Valens, La Bamba, e come lo sfortunato artista latino conosceranno, in virtù della magica forza di quel singolo, un successo planetario dalla sera alla mattina nell’anno di grazia 1987. Forse anche in virtù di quel successo si sentono autorizzati a registrare per il pubblico mondiale un disco di folk latino uscito nel 1988 con il titolo La Pistola Y El Corazon. Inoltre parteciperanno negli anni a innumerevoli colonne sonore, complice anche la localizzazione geografica in Hollywood, fra cui The Mambo Kings (Beautiful Maria Of My Soul) e Desperado (The Mariachi).
Negli anni novanta avrebbero potuto continuare sulla falsariga del perfetto The Neightborood, ma l’incontro con il produttore Mitchell Froom spinge la band ad un passo diverso. Kiko, l’album del 1992, nasce da un’ispirazione quasi onirica, fatto più di improvvisazione che di arrangiamenti super-perfezionati. Canzoni strane, oblique, diverse, surrealiste, forse vagamente ispirate dal lavoro di Tom Waits (un altro mito della città) per la Island Records. Nonostante sfiori la sperimentazione, Kiko conosce un grande successo di critica e di pubblico e, grazie a canzoni come la dolce title track, diventa uno degli highlight della produzione della band, ed il primo di una trilogia che comprenderà, dal ‘96 al ‘99, Colossal Head e This Time. In più la produzione dei Lobos si frammenterà in un fiume di side projects, soundtracks e comparsate quasi sempre di eccellente livello, che è un vero peccato che la band non abbia inserito nei propri lavori ufficiali, ma che fortunatamente sono stati raccolti nell’indispensabile cofanetto della Rhino: El Cancionero Mas y Mas. Fra le altre cose sono da sottolineare il progetto dei Latin Playboys (David Hidalgo e Louie Perez con Mitchell Froom e Tchad Blake), il lavoro solista di Cesar Rosas, i Los Super Seven (grande fascino!) e le infinite cover, dai Beatles (Tomorrow Never Knows) ai Dead (la citata Bertha), Johnny Thunders, Richard Thompson, Doc Pomus...
Conclusa l’esperienza con la Slash (ormai totalmente assorbita da Warner Bros), la band firma con la Hollywood Records della Disney, con cui incide nel 2002 Good Morning Aztlàn, un disco che vuole essere un ritorno alle sonorità del classic rock, con hit R&B del calibro di Hearts Of Stone e cumbia come Maria Christina.
Il 2004 è l’anno del progetto double face di The Ride / Ride This, il primo dedicato ad una versione patinata dei propri hit con ospiti di lusso come Elvis Costello su Matter Of Time e Mavis Staples su Someday (ma gli originali sono meglio). Il secondo un mini album di cover, in cui brilla solo Jockey Full Of Burbon, che però da solo vale il disco, un super Waits come nemmeno Waits è mai riuscito ad interpretare sé stesso.
Un lavoro ambizioso è The Town And The City, del 2006, che vorrebbe essere un film sonoro dedicato a East L.A., ma che nei fatti risulta un album strano, in cui la band sembra rinunciare alla godibile complessità dei propri arrangiamenti per sostituirla con un immobile, crepuscolare minimalismo che alla fine è troppo poco per il pubblico.
Per il seguito dovremo aspettare fino ad oggi, se si escludono un disco dal vivo, Live At The Fillmore, a mio giudizio non adeguato a rappresentare il gruppo, e un disco dedicato alle musiche dei film Disney che conclude il contratto con la Hollywood.
Il disco di quest’anno, per un’etichetta indipendente, si intitola Tin Can Trust e non ha avuto tutto il successo che avrebbe meritato, perché è un disco di grande fattura, un po’ quello che Town and the City avrebbe voluto essere e non fu. È quasi un peccato che la band sia così rigorosa e non faccia quel poco di più che le permetterebbe di catturare un pubblico più vasto (qualcuno ha detto Santana? Vedi Supernatural oppure il John Lee Hooker di Healer - in Dimples lo accompagnavano proprio i Lobos...).
Tin Can Trust si apre con la stessa atmosfera “stupefatta” di Town and the City, con brani dedicati alla gente di East LA, come Burn It Down e On Main Street. Yo Canto al solito è una bella cumbia, Jupiter Or The Moon un tragico, drammatico brano con echi psichedelici che, sarà la suggestione del titolo, a tratti mi porta alla mente i Pink Floyd del periodo cosmico di Saucerful Of Secrets. Do The Murray spariglia le carte, con un cross over fra la chitarra di Jimi Hendrix e quei brani strumentali “surf” fra Apache e le colonne sonore di Tarantino. Segue un solare R&B, All My Bridges Burning, che in un disco “normale” avrebbe aperto il lavoro. Bellissima la sequenza del rock lucido e muscoloso della cover dei Grateful Dead di West LA Fadeaway e The Lady And The Rose. I Lobos non fanno mistero di sentirsi in qualche modo i successori naturali della leggenda dei Dead, ed anch’io li vivo in questo modo. The Band > Grateful Dead > Little Feat > Blasters > Los Lobos...
Mujer Ingrata è una mazurka di cui avrei potuto fare a meno, e 27 Spanishes è l’onirica conclusione dell’ultimo lavoro dell’ultima Great American Band.
The Last Great American Band. Ladies and Gentleman: Los Lobos del East de Los Angeles!

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