Lloyd Cole > Broken Record

Lloyd Cole è un cantautore britannico che ebbe un successo istantaneo nel 1984 con Rattlesnakes assieme alla sua band dei Commotions. Un delicato ma straordinario disco di quelle dolci canzoni di un genere che conobbe il vertice proprio con Rattlesnakes e con Steve McQueen dei Prefab Sprout l’anno successivo (ci posso mettere anche gli Smiths, o la band di Morissey è troppo dark per essere accostata agli altri due?).
Da allora Cole non ha combinato molto, se non il fatto di lasciare la madre patria per diventare americano e farsi una famiglia sulla east coast, in Massachussets. Non si può tacere anche un album del 1991, Don’t Get Weird On Me Babe, suonato con l’ausilio di un’orchestra e che comprende un paio di capolavori: Butterfly e Half Of Everything.
Con il passare degli anni il budget di Cole si deve essere ristretto e suonare spesso senza una band deve essere diventata più una necessità che una scelta.
Broken Record è una delle cose migliori della sua carriera, ma sia detto subito che quello che manca rispetto ai Commotions è per l’appunto una vera band anziché l’accompagnamento di pur volenterosi session man.
Disco “americano” registrato in America, è organizzato fin dalla copertina come un Long Playing di una volta, con tanto di lato 1 e lato 2, quando era usanza aprire il primo lato con la canzone più significativa ed il secondo con la più orecchiabile.
Canzoni dolci e delicate, da cantautore, con la bella voce profonda che però non va mai sopra le righe, risulta un mix di radici britanniche e folk rock americano, per capirci con echi alla Jayhawks come con elementi sognanti alla Chris Isaak se non esplicitamente alla Leonard Cohen. Vogliamo citare anche Lee Fardon?
La scelta è quella di non osare mai più di tanto e di creare un continuum piacevole come un massaggio sul collo, ma senza spingersi a carezze più osè.
Like A Broken Record, che apre il disco e gli da il nome, è graziosa, ma le cose più belle arrivano stranamente mano a mano che si prosegue nel disco, e sono concentrate soprattutto sulla “seconda facciata”.
La prima si chiude con una delicata If I Were A Song decisamente ispirata a Leonard Cohen:
“Would you still cry when I played?
would you still turn to me for the pain
if I were just a song?
could a song, just a song break you down?”

That’s Alright è il brano radiofonico, Oh Genevieve riporta ai Commotions, Man Overboard è ancora Cohen, ma potrebbe anche essere Fabrizio De André, chansonnier di altri tempi con tanto di fisarmonica; Double Happiness porta alle mente le cose delicate di Chris Isaak.
Un disco delicato che potete lasciar suonare a ripetizione anche con gli ospiti, con una ragazza o mentre fate dell'altro.

★ ★ ★ ½ (bello)
Genere: songwriter
Tapete, 2010
in breve: canzoni delicate piacevoli come un massaggio sul collo.

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