Alan Sorrenti > Aria (1972)



Erano tempi più audaci. Non so se perché lo fossero davvero o perché io fossi un adolescente in procinto di affacciarmi alla vita. Certo che allora cinema e musica erano considerate arte e non un mestiere come un altro: una band tedesca registrava un disco di musica elettronica sperimentale, una etichetta londinese la metteva sotto contratto e la BBC lo trasmetteva alla radio senza farsi pensiero che non fossero canzonette. Ed il pubblico mandava il disco di musica elettronica in classifica. Erano gli anni in cui Jorodowski o Pasolini potevano girare film che la gente andava a vedere al cinema. La gente era "persone" e non "target" del marketing, e le riviste si scrivevano per i lettori e non per i pubblicitari.
Fu il magico periodo in cui le inquietudini della nostra adolescenza esplodevano all’unisono di quelle dell’adolescenza della società stessa (prima che una generazione che voleva cambiare il mondo si riciclasse in capezzoni).
Erano i primi anni settanta, quelli di Grateful Dead e Pink Floyd. Quelli di Pop Off, il rock del mediterraneo. 
Fra le altre città, Napoli era un ribollire di energia, un melting pot di musica del mediterraneo e della musica rock e jazz della radio dei soldati americani. Alan Sorrenti, Saint Just, i Bennato, NCCP, Napoli Centrale di James Senese. Il miglior disco di quella scena uscì nel 1972 ad opera di un ragazzo napoletano di buona famiglia di mamma gallese, che riuscì a farsi firmare un contratto dalla stessa etichetta Harvest dei Pink Floyd e di Kevin Ayers.
Aria è un disco che oggi sarebbe impensabile: ispirato al Tim Buckley più sperimentale ma anche dal Van Morrison di Astral Weeks come dai Pink Floyd di Meddle, sviluppa tutta la prima facciata del vinile lungo un’unica eterea e onirica suite, dove da una nebbia d’aurora compaiono, rimbalzano e spariscono delicati strumenti come una chitarra acustica - che detta il ritmo del pezzo - un flauto, una chitarra classica vagamente spagnoleggiante, un violino (niente meno che del grande Jean Luc Ponty, allora un mito con Frank Zappa e la Mahavishnu Orchestra), le soffici percussioni di Toni Esposito, e i fiati - tromba e trombone - mentre la voce incantata di Alan solleva in arditi ghirigori sonori la melodia. Flower power, figli dei fiori, venti minuti, prima dissolti, poi organizzati dal ritmo della chitarra e delle percussioni e infine esplosi nella melodia di mellotron del finale.
Un brano toccante ancora oggi, anzi, più bello oggi di allora perché siamo in totale astinenza di una musica così.
Sul lato due una canzone, Vorrei Incontrarti, acustica e delicata, i cui testi riportano irresistibilmente al pensiero di quegli anni: “vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica , vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”.
Quasi a farne da contraltare, alla “canzone” fa seguito Un Fiume Tranquillo, un ciondolante, folle, psichedelico brano barrettiano dalle liriche bucoliche.
Chiude tanto disco La Mia Mente, un pezzo lirico introdotto dall’archetto di un contrabbasso e sostenuto da una tromba e da un sint.
L’anno successivo il disco sarebbe stato bissato da “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto”. Poi una pausa di crisi creativa, dettata probabilmente dall’aver ormai pienamente realizzato il proprio lavoro, ed un singolo, la cover del classico napoletano Dicitincello Vuje (“ti voglio bene, ti voglio bene assai...”) che forse per caso suggerisce ad Alan la strada per il successo commerciale. Dalle stelle alle stalle, il figlio delle stelle si ricicla con una musica leggera e dance, tormentone di un paio di stagioni balneari per poi tornare nell’oblio definitivamente. Assieme all’epopea del sound partenopeo.

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