so long, Willy


Willy DeVille - 25 agosto 1950 - 6 agosto 2009

Ricordiamolo ascoltando un suo disco, quello che amiamo di più...

Willy DeVille, un ragazzo dei bassifondi che voleva dare a NYC una band di cui la città potesse andare fiera, e lo fece - con i Mink DeVille, anche se la città lo ignorò, mentre toccò alla vecchia Europa adottarlo e farne un mito.
La prima volta che si è sentito parlare di Willy e della sua band è stato in occasione dell’antologico Live At CBGB’s, nel 1976. Era un momento molto creativo per il rock & roll. Nel locale sulla Bowery si davano appuntamento i nomi più creativi della nuova scena, da Patti Smith ai Television, Blondie, Talking Heads, Heartbreakers, ed in quel disco i Mink deVille si facevano notare con una ballata notturna, Cadillac Moon, bella ma non al punto da farci presagire cosa ci avrebbe riservato il futuro.
I Mink DeVille partirono con il vento in poppa: un contratto per la Capitol Records, un disco d’esordio prodotto da Jack Nitzsche, il mitico collaboratore di Phil Spector nell'America degli anni che precedettero la british invasion. E di quello sa quell’esordio, Cabretta: soul music e Philly Sound in asciutti arrangiamenti new wave, con una voce emozionante e almeno tre classici - il twist latino di Spanish Stroll, il rock & roll alla Chuck Berry di Cadillac Walk (firmato Moon Martin), la ballata alla Van Morrison di Can’t Do Without It. Fu sufficiente il ritmo contagioso di Spanish Stroll per farne un mito, ma non negli USA.
L’anno successivo fu la volta di un altro signor disco, Return To Magenta, una "West Side Story" dei giorni nostri, una "New York City Serenade" che cita Duke Ellington come Ben E. King.
Dopo di che Willy vuole strafare e decide di registrare il nuovo disco, Le Chat Bleu, a Parigi: un perfetto mix di punk (Savoir Faire, Lipstick Traces), rock romantico (This Must Be The Night), jazz (Bad Boy) e addirittura cajun (Mazurka). Sulla copertina fa bella mostra di sé il tatuaggio con il gatto blu e la scritta Willy che la sua compagna Tootsie porta sul deltoide (come lui ne porta uno identico con la scritta Tootsie). Un disco perfetto che a sorpresa la Capitol decide di non stampare, operazione che toccherà alla EMI francese.
Willy cambia casa discografica (firma per la prestigiosa Atlantic), rivede la formazione e registra il Coup de Grace, il colpo di grazia per il mercato: uno strepitoso disco di rock urbano e romantico, grondante di soul e rock & roll, tanto orecchiabile quanto potente, come succedeva negli anni sessanta.
Dal vivo i Mink DeVille sono un’esperienza al pari della E Street Band: uno show affilato come un coltello a serramanico, un muro del suono di rock & roll gestito dal Chuck Berry degli anni ottanta, con tanto di Gibson e duck walk (passo dell’oca). I Mink DeVille in Europa sono un mito, specie in Francia, in Italia ed in Spagna, mentre a casa continuano ad essere ignorati, anche quando l’anno successivo registra per Where The Angel Fear To Tread un classico irresistibile come Demasiado Corazon, il pezzo, per intenderci, che anni dopo sarà adottato come sigla da Zelig, quello con Claudio Bisio.

Nel 1985 Willy è un po’ deluso. Abbandonando la formula vincente della sua band registra quello che può essere considerato il primo disco solista, Sportin’ Life, che per quanto ancora accreditato ai Mink DeVille è in realtà registrato ai Muscle Shoals Studios in Alabama, patria di tanti successi di Memphis della decade precedente, con i membri della Muscle Shoals Rhythm Section. Nonostante la collaborazione con Doc Pomus, Willy è confuso ed il disco è scadente, con la sola eccezione di Easy Street, un brano inedito che da anni era usato dalla band per il bis.
La scelta di Memphis non è casuale. Willy è ferito dal modo con cui è stato ignorato da New York (e pensare che era lui ad affermare: “I’m not American, I’m New Yorker…”) e si trasferisce nel sud, nella magica atmosfera di New Orleans in Louisiana. Qui sua moglie (non più Tootsie ma Lisa) conosce la moglie di Mark Knopfler (Dire Straits) e gli presenta Willy. È l’inizio di una intensa collaborazione, prima per la colonna sonora del film The Princess Bride (Storybook Story) che ebbe un certo successo (i Mink DeVille si erano occupati anche della soundtrack del film Cruising di William Friedkin nel 1980), e poi per Miracle, l’album del 1987 (by the way: la ragazza della copertina è Lisa).
Willy incide per una nuova casa discografica, la Polydor (“la stessa etichetta di Jimi Hendrix”, precisa lui, con il consueto entusiasmo) e firma l’album a suo nome, con la collaborazione di nomi come Guy Fletcher alle tastiere e naturalmente Knopfler alla Fender. Il disco è semplicemente splendido, romantico e moderno, e se la differenza con la sua produzione precedente spiazza i fan (niente sassofoni e niente rock & roll) bisogna ammettere che si tratta probabilmente di uno dei suoi capolavori. Su vinile esce un singolo con una bellissima canzone sul retro, I Call Your Name, con la grande chitarra di Knopfler. La canzone sarà ripresa in futuro da Willy ma con un diverso arrangiamento, mai così bello, e mi spiace di non aver mai ritrovato questa versione in digitale.

New Orleans ispirerà a Willy un altro grande disco, Victory Mixture, un omaggio low-fi alle cover della città registrato nei modi e nei posti degli originali, con i mitici musicisti della Big Easy (il soprannome di New Orleans), compresi Dr John e Allen Toussaint. Il disco procurerà a Willy un grammy ed un disco d’oro in Europa.
Ancora ispirato a New Orleans (per quanto registrato a Hollywood) ma vestito di rock è Backstreets Of Desire nel 1992, a cui collaborano David Hildago dei Los Lobos e Zachary Richard e che comprende una irresistibile cover di Hey Joe (la stessa di Hendrix ma in un arrangiamento mariachi). Il disco è perfettamente a fuoco e perfettamente riuscito, ed anche dal vivo Willy e la sua band sono irresistibili: nel nuovo show dopo una intro con i classici dei Mink DeVille, il sound latino deflagra con pezzi come Hello My Lover o Every Dog Has His Day. Uno show unico a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere anche in Italia - ma che purtroppo è molto mal testimoniato dal successivo live registrato all’Olympia di Parigi - molto meglio cercare Live In Montreux 1994.
Sempre a Milano in un piccolo club del centro Willy ci fece partecipi della sua passione per le radici della musica americana, con cover acustiche blues e folk di pezzi come I’m In The Mood o Who's Gonna Shoe Your Pretty Little Foot. Il newyorchese è ormai americano all 100%.

Big Easy Fantasy del 1995 è una raccolta di extra tracks, anche dal vivo, di Victory Mixture. Loup Garou per la EastWest nel 1995 è l’ultimo capolavoro, un disco ispirato alla letteratura di vampiri di New Orleans, sul modello di Anne Rice (Intervista col Vampiro), con belle atmosfere e belle musiche, un sofisticato cross-over fra rock & roll, beat, musica latina e rock romantico.
Poi Willy si eclissa nuovamente, si chiama fuori da un music business che non lo ama e si trasferisce un po’ più a nord a Memphis, Tennessee, un altro luogo magico della cultura musicale americana. Si racconta: proprietario di un ranch ad allevare cavalli. Ed è un cavallo quello che appare sulla copertina di Horse Of A Different Color. Il disco padroneggia un rock pieno e maturo, caldo come in un album della Band ma senza momenti di emozione, nonostante qualche bella cover e qualche bel rock.
Acoustic Live Trio In Berlin testimonia dell’amore per le radici, con una quantità di blues e di traditional, ma anch’esso non mi ha mai emozionato più di tanto.
Questo disco, come in parte il precedente Horse e certamente i successivi Crow Jane Alley e Pistola, mi hanno sempre dato un'impressione un po’ decadente, da "sunset boulevard", quasi Willy su preparasse a lasciare le scene.
Su Crow Jane Alley piange la morte di Jack Nitzsche. Dopo cinque anni seguirà anch'egli l’amico, stroncato da un tumore del pancreas. La compagna Lisa “amore della mia vita” lo ha preceduto, morta suicida da qualche anno.

Willy DeVille è uno dei grandi artisti della musica americana. Non dobbiamo dimenticarcene, e non dobbiamo permettere che il mondo non lo conosca.

“Altissimo, sottile, spigoloso, camicia di lamé, cravattino sottile, giacca resa lucida dall'uso, ciuffo da rocker ma capelli impietosamente lunghi, sguardo latino, portamento burini, serramanico certamente nascosto nello stivaletto di tartaruga, pronto a scintillare alla luce dei lampioni della notte newyorchese, Willie è il tipo che avresti paura a fissare negli occhi ad incrociarlo per una via deserta. Un junkie, uno spacciatore, un protettore di battone da poco, un piccolo bandito a suo modo elegante, sicuramente il boss dell'isolato, l'infedele boyfriend della Rosalita più bella. Depravato ed in cerca del riscatto sociale dietro ad easy money. E' il Little Richard dei giorni nostri: il più sporco, il più bugiardo, il più vanitoso.”

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