Tom Petty & Heartbreakers > Mojo


Il nuovo disco di Tom Petty & The Heartbreakers, il sorprendente Mojo, prende origine dalla prima canzone del disco del 2006 (Highway Companion), un blues rock alla Howlin’ Wolf / ZZ Top dal titolo di Saving Grace, e dal disco del 2008, Mudcrutch, un ritorno alle origine, sia di Petty con la sua prima band, che alle radici dell’ispirazione del suo rock.
La crisi creativa è una situazione con cui Tom più volte si è trovato a confrontarsi, sin dai lontani tempi di Southern Accent (1985), quando si racconta che si sia rotto una mano prendendo a pugni il muro per la frustrazione.
Il passaggio, negli anni novanta, dall’etichetta MCA alla Warner Bros segnò anche il passaggio da un rock & roll più vivo ad un sound cantautoriale che per quanto talora di ottima fibra ha progressivamente portato (Wildflowers, Echo) il suono dei dischi della band verso una stasi creativa ed un sound più noioso, un cul de sac ben rappresentato da The Last DJ.
È da Highway Companion, attraverso l’esperienza dei Mudcrutch ed anche dal recupero dell’eredità della band nel percorso della Live Anthology, che Petty e soci cercano ispirazione nelle pulsioni che all’origine li hanno mossi verso l’amore del rock & roll, e con Mojo centrano in pieno il bersaglio.

I sessantacinque minuti del disco ne fanno per lunghezza un doppio LP di una volta, come Blonde On Blonde, White Album, Layla, Exile On Main Street, London Calling, The River; tradizionalmente la summa creativa dell’anima dell’artista. Di tutti i dischi citati Exile è quello che più simboleggia l’ultimo sforzo degli spezzacuori: come Mojo è un disco torrido che procede a tutto vapore viaggiando con l’essenza / la benzina del rock & roll anche a prescindere dalle singole canzoni ma in indivisibile tutto, come fosse un live show.
Mojo è pari ai dischi che più mi hanno divertito nella mia lunga carriera di fruitore del rock & roll. Le canzoni sono fatte di un compatto, robusto tessuto che è cesellato dell’evocativa voce di Tom, dalla sfrenata chitarra solista di Mike Campbell (mai così libero e scatenato) e dal sapiente lavoro di accompagnamento degli altri ragazzi. Un tessuto, una texture, in un cui c’è dentro tutto il rock & roll ma che non si ispira a nessuno in particolare se non al grande lavoro, all’opus magnum, che gli Heartbreakers hanno saputo generare nei trentacinque anni da cui si trovano on the road. Non cito Howlin’ Wolf, né gli Allman o i Dominos perché il rock dei sedici brani è ormai Tom Petty & Heartbreakers al 100%. L’unico nome che potrei fare è quello dei Dire Straits del primo album per l’influenza che spesso hanno sulla chitarra di Campbell.

Chiudo citando a paragone Damn The Torpedoes, Full Moon Fever, The River. Un lavoro di cui non ci dimenticheremo.

★ ★ ★ ★ ½ (entusiasmante)
Genere: ROCK
Reprise, 2010
in breve: un “doppio LP” fatto del tessuto dei capolavori degli anni settanta.

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