lunedì 1 ottobre 2012

John Hiatt


Il songwriter dei songwriter. È così che chiamano John Hiatt. Chi pensate che abbia avuto più canzoni suonate da altri artisti? Lennon/McCartney? Leiber/Stoller? Goffin/King? Tom Waits? Bob Dylan? Può darsi, ma fra loro John Hiatt, di Indianapolis, Indiana nel mid-west, classe 1952.


“John Hiatt è un duro/fragile uomo del midwest, un poeta della canzone che, a dispetto della propria sensibilità artistica, ha spesso vissuto in modo rovinoso e ha sempre sperato di diventare una pop star, l’unica cosa che il destino gli ha negato, oltre ad una cover di Ray Charles.
Le sue canzoni sono state cantate da un esercito di musicisti: Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Neville Brothers, Rosanne Cash, Bonnie Raitt, Jeff Healy, Nick Lowe, Dave Edmunds, Emmylou Harris, Mitch Ryder, Buddy Blue, John Doe (degli X), Johnny Adams, solo per citarne alcuni. Ma Hiatt non ha solo il dono di creare tatuaggi sull’anima con le sue canzoni; ha anche una straordinaria, voce soul nera come il carbone; e ha goduto dell’amicizia, della stima e della collaborazione dei migliori musicisti in circolazione".

Amo Hiatt da molto tempo, da quando vidi quel film di William Friedklin, Cruising (1980) nella cui colonna sonora facevano bella mostra alcuni bei pezzi dei Mink DeVille di NYC, come dei Germs di LA ed uno (a me) sconosciuto John Hiatt. Hiatt aveva già alle spalle un oscuro passato country, ma in quel momento era travolto dalla new english invasion, ed in particolare da Elvis Costello la cui influenza risuonava in Slug Line e Two Bit Monsters (MCA) che feci subito miei.


Ma raccontiamo la sua storia dall’inizio. Nato nello sperduto stato dell’Indiana, racconta di aver ascoltato a undici anni Stevie Wonder alla radio, e di aver da quel momento perso l’interesse per la scuola, lo studio e tutto quello che in generale interessava i suoi coetanei, con l’unico obbiettivo di diventare un cantante di successo. Ha scritto la prima canzone a dodici anni, e da quel momento ne ha messo assieme centinaia, tutte scritte sulla propria chitarra Gibson Lady Guitar del ’47, chiuso in una stanza di casa o di motel. A 13 anni perde il padre, una cosa che a tutt’oggi non ha ancora accettato e a cui fa risalire l’origine dei propri guai. A 18 anni lascia Indianapolis e, senza arte né parte, raggiunge Nashville, nel non lontano Tennessee, una delle capitali musicali degli USA. Da subito la sua aspirazione è farsi una carriera come cantante, ma, da subito, a dispetto dalla voce diventerà un songwriter, ottenendo il primo lavoro come compositore per un’etichetta country per uno stipendio fisso di $ 25 alla settimana.
Si esibisce anche, con la propria chitarra acustica, davanti a un pubblico generalmente poco interessato ad ascoltare uno show di materiale originale. Fin da allora, confesserà John, “non ricordo di essermi mai esibito in pubblico senza aiutarmi con l’alcol o con la cocaina”. La sua prima band si chiama White Ducks. Ha il primo contratto con la Epic praticamente senza fatica, nel ’74, e con il budget per un singolo mette assieme un intero album, Hangin’ On The Observatory, dal taglio piuttosto country. L’album passa inosservato, ma subito qualcuno fa una cover di una delle canzoni: i Three Dogs Night, con “Sure, I’m Sitting Here”. Il secondo album non va meglio, e anche se Conway Titty fa una cover di “Haevy Tears”, alla Epic decidono di sciogliere il contratto. La sua fortuna è di suonare in un’occasione in apertura di un concerto di Leo Kottke. A Leo piacciono le canzoni, e gli procura un contratto con la MCA. Intanto in Inghilterra era esplosa la nuova ondata, e John è particolarmente influenzato da un musicista chiamato Elvis Costello. Così nascono Slug Line e Two Bit Monsters. Nessun successo commerciale, ma John è diventato definitivamente l’artista degli artisti; i Neville Brothers fanno una splendida cover di Washable Ink, e lo stesso una quantità di altri, fra cui Maria Muldaur, i Searchers, Rick Nelson. Rosanne Cash ha un hit con “It Hasn’t Happened Yet”. Una sua canzone finisce in American Gigolo, un’altra in Cruisin’.
La Geffen Records decide di lanciarlo definitivamente come artista, promuovendogli All Of A Sudden, un album ad alto budget, prodotto da Tony Visconti (David Bowie) e con la partecipazione di session man del calibro di Carlos Alomar e Jeff Beck. L’album, a tutt’oggi è il peggiore inciso da Hiatt, e non entra neppure in classifica.

Ma qualcosa succede; Dave Edmunds incide una della canzoni, “Something Happens”. Rosanne Cash (la figlia di Johnny) incide la sua I Look For Love. Si tratta rispettivamente del miglior amico e della cognata di Nick Lowe ed i due musicisti entrano in contatto. Nick "the knife" entra nella sua vita, e produce finalmente il grande album, Riding With The King, un scintillante disco di soul e di R&R. Perché va detto che non solo Hiatt è un grande compositore, ma ha una stupenda voce nera da soul man. Riding With The King, la canzone, verrà addirittura ripresa da BB King ed Eric Clapton in duo. Non male per un bianco dell’Indiana che scrive ballate.

Ma è un periodo brutto per Hiatt. Schiavo dell’alcol e della cocaina, ha abbandonato la moglie dopo aver avuto una bambina, e se ne sta ad autodistruggersi in giro per il Mississippi su una Camaro nera, assieme ad un’altra donna. Hiatt ricorda che fu il suo psicanalista a rifiutarsi di continuare a seguirlo: “Mi disse che non poteva fare niente per me, che ero un drogato e avevo bisogno di una comunità. Non pensavo di esserlo e me ne andai. Ma mesi dopo, quando stavo uccidendomi, quelle parole mi aiutarono a cercare aiuto in un ricovero”.
Anche dal punto di vista artistico il fatto di curarsi dall’alcol e dalla droga ha un grande rilievo. Le canzoni di Hiatt non sono mai state meno di splendide, ma i tre album successivi saranno il suo meglio; lasciato da parte ogni lustrino del music biz, gli album rappresentano un tentativo di mettere a nudo il proprio animo e di comunicare come mai era successo in precedenza. Con Bring The FamilySlow Turning e Stolen Moments il punto di riferimento diventano artisti come Bruce Springsteen”.


Arrivano i glory days: Hiatt viene affiancato da Lowe al basso, Ry Cooder alla chitarra e Jim Keltner alla batteria per un album splendido, Bring The Family, che ogni amante del rock made in USA dovrebbe ascoltare. La band prende il nome di Little Village e va in tour. Registrerà anche un disco, ma qualche cosa non funziona e il vinile non riesce a cogliere l’essenza della band. Dal canto suo Hiatt affianca a Bring The Family la trilogia dei suo album migliori, con Slow Turning e Stolen Moments, dischi dove smette di nascondersi dietro ad arrangiamenti di classe per aprire la propria anima al songwriting più intenso e sincero.

A questo punto Hiatt a Los Angeles è diventato qualcuno, il meglio lo ha dato e diventerà una star con un robusto mix di rock del sud, soul nero e canzoni d’autore. Più che gli album si ricordano le canzoni come Perfectly Good Guitar, I’ll Never Get Over You, Native Son, I Can’t Wait, Graduated. Un duro dall’animo fragile, un artista unico, un songwriter sopraffino e di culto, che farebbe qualsiasi cosa pur di raggiungere il successo tranne che scrivere canzoni pop. Un piccolo grande eroe del rock & roll.

Negli anni duemila cede un po’ il passo, in una ricerca di suono delle radici del rock americano, una band semplice fatta di chitarre acustiche ed abbandonando il soul bianco per cui è tagliato. Io stesso ho perso un po’ la passione per il suono del mid-west per cui andavo pazzo nel decennio precedente (il blues di Chicago - il r&r di St Louis - il soul di Memphis - il country di Nashville - il boogie di New Orleans) e Hiatt non l'ho più ascoltato molto. Lui continua a registrare un album all'anno e racconta che campa più sugli anticipi che sulle vendite. Album che non mancano mai di contenere qualche buon pezzo, ma finiscono presto nei cassetti dei dischi dimenticati, anche se ad onore del vero gli ultimi tre, Open Road, Dirty Jeans e Mystic Pinball mi sembrano i migliori della serie. Dell'ultimo mi sembra ottima la canzone It All Comes Back Someday



"You shot bolt upright in the middle of the dark 
As she drove her motorcycle through the trailer park 
A hundred miles an hour no helmet on her head 
'Til that concrete drain was runnin' cherry red 
Used to sit and drink coffee at the Waffle House 
Had to spin up her wheels just to get it out 

Now it all comes back to haunt you 
Yeah, it comes back anytime it wants to 
It all comes back through the holes and the cracks 
Where you thought you let it slip away 
Yeah, it all comes back some day 

Feelin' bad about yourself, you were seven years old 
So you got her in the bushes where you had some control 
Tied up her hands so she couldn't fight fair 
Threw a jar of silver model car paint in her hair 
After all these years does the shoe still fit? 
Have you only just now started wearin' it? 

The way she combed her hair 
Straight across a minute where you could have died 
You thought love was something that you had to hide 
To survive 

All those lives you thought you lived away 
There ain't a one showin' any kinda sign of decay 
They're all stacked on your head like infinity's crown 
The truth is you ain't never lived anything down 

You're bound up forever to the blood on the trail 
To the tires on the gravel to the rust on the rail"