2000/2010: the fake empire of rock'n'roll


di Marco Denti

Questi primi dieci anni del 2000 potrebbero essere riassunti in cinque dischi dell’anno apocalittico come in un prologo in cui comincia e si spiega tutto quello che accadrà. Le tensione cupe e metalliche dei Gov’t Mule di Life Before Insanity, quasi un presagio sonoro di quello che succederà nella realtà un anno dopo, la svolta dei Radiohead di Kid A, una delle novità più eclatanti e irrangiungibili della musica moderna, le romanticissime ballate di Ryan Adams in Heartbreaker e il poliedrico Trascendental Blues di Steve Earle, vertice di una trilogia (con I Feel Alright e El Corazon) tra le più intelligenti e acute mai viste nella storia del rock’n’roll. Il capolavoro per le rock’n’roll band che non ne vogliono sapere di tornare a casa è però Kids in Philly dei Marah, grande e strambo gruppo che sfodera un entusiasmo e un passione che sembrano azzerare tutto e ricominciare daccapo. Nel 2000 si poteva farlo, nel 2001 è già troppo tardi.

Per me il disco del 2001 è Streets Of New York di Willie Nile (che in realtà è del 2006) perché nessuno come lui ha saputo raccontare la macabra realtà di quei giorni e degli anni a venire con Cell Phone Ringing (In The Pockets Of The Dead), un titolo che mette i brividi solo a scriverlo. Questa è la storia del 2001, ma il sound è ancora quello dei Radiohead di Amnesiac (mentre lo stavo ascoltando ancora, ieri pomeriggio, è partita una lampadina del mio soggiorno e faceva un ronzio che ci stava alla perfezione). Il riflesso della ferocia del 2001 si riverbera nella malinconia e nella profondità di Nick Cave and the Bad Seeds, No More Shall We Part (per me il suo disco più bello insieme a Let Love In, che sarebbe stato bene in questi anni), nella sorpresa di Gillian Welch di Time (The Revelator) e nel capolavoro assoluto di Natalie Merchant, Motherland, (per me il/la numero uno), un disco che è stato e sarà una pietra miliare per la musica, e in particolare per il folk.

Nel 2002 metto Yankee Hotel Foxtrot: non è il mio disco preferito degli Wilco (che comunque sono la rock’n’roll band in assoluto di questi dieci anni), ma è quello che, per la sua storia, per come è stato fatto, per dove è finito e per come è uscito rende l’idea della confusione in cui viviamo. Ci metto anche Folklore dei 16 Horsepower perché la versione di Alone & Forsaken di Hank Williams e Bruce Springsteen, The Rising perché l’ho sentito all’infinito e perché credo sia stato (con tutti i suoi difetti, anche) la migliore risposta del rock’n’roll a questi anni. Forse non è un caso che da lì, complisce anche lo sviluppo della rete e la digitalizzazione della musica, molte barriere (se non tutte) sono cadute e il rock’n’roll ha ritrovato una sua dignità, un suo coraggio e anche una sua forza. Basta ascoltare Lucinda, Williams con World Without Tears (ma direi anche il seguente Live@Fillmore) o le dolci ballate di Rainy Day Music dei The Jayhawks o la schiera di songwriter in continua evoluzione, e cito il più sperimentale Joe Henry con il fantastico e “cinematografico” 
Tiny Voices e Jeff Black,
 B-sides & confessions vol.1, un disco “minore” destinato a restare nel tempo.

L’onda nel 2004 con uno dei primi segnali di risveglio da New York con The Heat di Jesse Malin (ad oggi il suo disco più bello), con l’incantevole accoppiata Ben Harper & Blind Boys Of Alabama di There Will Be A Light e con il magico Dr. John 
Nawlinz di Dis Dat Or Dudda che metterei accanto, per contrasto, a To Tulsa And Back di J. J. Cale.
Uno dei dischi più importanti della prima decade del ventunesimo secolo per me è Chavez Ravine di Ry Cooder. Tutto il disco è costruito e basato su una storia (amara) del ventesimo secolo, ma la forma (un disco che è come un film) è qualcosa di nuovo e di moderno anche se è antica e preziosa nella sua natura. Di contorno ci metto anche il disco più maturo di James McMurtry, Childish Things, e quello del collega e amico Charlie Sexton con 
Cruel and Gentle Things, grandi songwriter che non si smentiscono mai. Un gruppo che dovesse seguire il percorso degli (dei) Wilco non mancherà di sorprenderci sono i National: Alligator è un disco ombroso e bellissimo (che i miei figli mi hanno obbligato ad ascoltare tutti i giorni, ma ci aggiungo anche Boxer del 2007 per avermi prestato un pezzo di titolo, ovvero Fake Empire, la canzone in assoluto del primo decennio del ventunesimo secolo).

Nel 2006 salutiamo il più grande interprete (e chitarrista) africano, Ali Farka Touré con Savane e, a proposito di chitarristi, quel gioiello che è e rimarrà a lungo Songlines di Derek Trucks. Ci metto anche gli Hold Steady con Boys and Girls in America (2006) perché hanno il coraggio di suonare rock’n’roll come se fossero arrivati per primi e Ray LaMontagne che fa lo stesso (dal punto di vista del songwriter) con Till The Sun Turns Black.

Uno dei dischi che più ho amato (e che non smetterei mai di ascoltare) in questo decennio è Join The Parade di Marc Cohn, un disco in cui c’è tutta la storia del rock’n’roll, da Scott Joplin a The Rising. Per il 2007 (e oltre) mi basterebbe quello, ma voglio ricordare almeno Mike Farris (Salvation In Lights), Ryan Bingham (Mescalito) e il bellissimo e importante We'll Never Turn Back di Mavis Staples.

Tra il 2008 e il 2009 credo sia stata l’apoteosi del decennio, un risveglio che sembra aver contagiato tutti da Tracy Chapman che erano venticinque anni che non faceva un disco come Our Bright Future (splendido) o John Mellencamp con Life Death Love and Freedom 
(l’ascolto più bello di tutto il decennio: sbronzo, sdraiato sul pavimento a guardare il cielo, una notte di quest’estate) fino alla grandissima storia dei Mudcrutch. Però voglio metterci anche i giovani e quindi The '59 Sound dei Gaslight Anthem (che mi ha fatto scoprire Fabio Cerbone) e la Gabe Dixon Band (che mi ha fatto scoprire Zambo) che con Disappear contende ai National il primo posto per la canzone del decennio (ma non cominciamo anche con le canzoni, che non finiamo più).

Se guardiamo il mondo oggi non è tanto diverso dal 2000, c’è ancora tutto, bene o male o anche peggio, e ormai la filosofia del rock’n’roll sembra la stessa di quella di Hemingway: è un mondo di merda, ma è l’unico che abbiamo e quindi assunti tutti gli anticorpi e gli antibiotici e le difese immunitarie necessarie a tirare avanti ecco che il rock’n’roll sguscia felice e feroce ancora da dischi di rock’n’roll band nate trent’anni fa (i R.E.M.), vent’anni fa (i Black Crowes) e poco meno di dieci anni fa, i Lucero con 1372 Overton Park (ma ci aggiungerei almeno Rebels, Rogues & Sworn Brothers del 2006). C’è ancora spazio, c’è ancora tempo: keep on rockin’ for a free world.

(Marco Denti 2010)

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