Dirk Hamilton in Italy

Alla fine degli anni settanta Dirk Hamilton era un personaggio di culto, ed almeno dalle nostre parti era trattato alla stregua di un Van Morrison, un Bruce Springsteen, uno Warren Zevon. Il botto lo aveva fatto con il bellissimo Meet Me At The Crux del 1978 per la Elektra, uno dei 101 capolavori di tutti i tempi, un disco dove un robusto songwriting si mischia a potenti arrangiamenti alla Van Morrison, per intenderci. Noi appassionati eravamo andati indietro nel tempo per recuperare i suoi due dischi precedenti (per la ABC), fra cui soprattutto notevole Alias I. Nel 1980 il nuovo disco, Thug Of Love, e poi il silenzio calò su Dirk. Quello che non sapevamo è che era stato scaricato dalla casa discografica, e che il disgusto per il music business lo aveva spinto a ritirarsi dalle scene, dedicandosi prima alla frequentazione diurna dei bar e poi a trovarsi un lavoro al di fuori della musica. In qualche modo il nostro paese ha avuto un’importanza nel recupero di DH, perché fu invitato a suonare in Italia dove trovò un contratto per una piccola etichetta indipendente, la Appaloosa Records, per cui avrebbe registrato diversi dischi e prese l’abitudine di suonare in tour estivi modesti ma ricchi di passione, spesso con l’accompagnamento di una band italiana, i bluesmen. Più tardi Dirk avrebbe ripreso ad incidere anche in patria, sia pure per indies, e questo 2010 si è aperto con un tour per la penisola; non per presentare il nuovo disco, ma per festeggiare i trent’anni dell’uscita di Thug Of Love. Un anniversary tour.
Una storia americana, da beautiful loser, come è stata raccontata tante volte dal cinema e dalla letteratura e come avviene ogni giorno nella realtà. Proprio la sera prima del concerto mi era capitato di vedere The Wrestler, e qualche cosa del perdente del film mi viene naturale proiettarlo sul grande (anche fisicamente: 1 metro e 90) Dirk.

Il cinema che ospita i concerto è piuttosto pieno, riempito da un pubblico ansioso di rivivere le emozioni del passato o di conoscere la musica di quello che Marco Denti ha definito, a ragione: “uno dei grandi songwriter americani”. La band ritarda, è persa da qualche parte nella nebbia sul suo furgone, sempre nella migliore tradizione cinematografica americana. I quattro fanno il loro ingresso come i Blues Brothers, dalla porta del cinema ed attraversano il tappeto rosso camminando rapidi verso il palco. Sembrano operai, enormi operai, ed il batterista sembra più un idraulico con tanto di tuta blu. Dei veri blue collar. Scompaiono dietro il palcoscenico e pochi attimi dopo Dirk, in t-shirt nera sotto una camicia stinta, riappare con la chitarra acustica per attaccare il primo pezzo. La canzone deve essere nuova perché non la conosco ma la voce è potente e magnifica. È il vecchio Dirk che affiora dai meandri della memoria. Dopo un paio di pezzi arrivano le prime note già sentite: è Moses & Me, un pezzo on the road tratto da Thug Of Love, che da ora in avanti sarà il protagonista indiscusso del concerto. Si aggiunge anche la band, il suono è pieno e alto, e la voce più che il vecchio Van mi porta irresistibilmente alla mente il rauco Bob Seger, un altro blue collar che però non arriva dalla California ma da Detroit Michigan. Il pezzo successivo è Wholly Bowled Over (Thug Of Love). Ho il disco solo in vinile e probabilmente non lo ascolto da 25 anni, ma i frammenti si incastrano al loro posto. Il suono è più potente e fantasioso che nel vecchio disco, con i brani dilatati ed i frequenti cambiamenti di tempo esaltati. Hamilton è un ottimo chitarrista acustico ed il suo partner alla chitarra elettrica solista (Don Evans della DH Band originale) è in davvero gamba. Anche se la band ha provato pochissimo e la sezione ritmica è un semplice accompagnamento, il lungo pezzo strappa al pubblico un grande applauso di cuore. Non posso credere di ascoltare un mio eroe personale in un ambiente così intimo ed a pochi metri da me. È come se questa sera fossi catapultato a New York City o Malibu anziché perduto alla periferia dell’impero…
Il concerto è decollato e pendiamo tutti dalle labbra - e dalle buffe espressioni - di Dirk. Dirk che mi sa, per descriverlo, di un Bob Seger in mix con il Golfo del Messico di Jimmy Buffett, uno spruzzo di Van Morrison, la mimica di Joe Cocker e i tratti di Fabrizio Bentivoglio. Paragoni a parte è potente e sul palco ha un carisma notevole. Tutti i pezzi di Thug Of Love passano in rassegna, ampliati, allungati, recitati come siparietti, e mi rendo conto che, of course, il tema centrale del Teppista dell’Amore sono proprio l’amore ed il sesso. Due ore, compresi i bis, volano ed al pubblico non bastano. Chiedo Meet Me At The Crux - sarebbe un sogno che si avvera - ma Dirk mi risponde che non hanno provato altri pezzi e che non sono in grado di suonare niente altro. Chiudono con una Out To Unroll che sembra fatta dai Rolling Stones e scompaiono nel backstage.
Rimango un po’ nella sala con una mezza intenzione di conoscere personalmente Dirk. Qualcuno nella presentazione ha citato il Mucchio degli anni settanta e potrei presentarmi. Ma poi decido che per una sola sera è veramente tanto, acquisto la stampa in CD di Meet Me At The Crux e Thug Of Love, oltre al libro Alias I con tutti i testi. Arrivato a casa scopro che si apre con una bella presentazione di Marco Denti. È la mia serata fortunata.


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