Cronache



Un errore che compiamo ascoltando il disco di un artista, o assistendo ad un live show, è di dimenticarci che quello che ascoltiamo è una persona. Un artista ma anche un uomo qualunque: uno che mangia, dorme, va a fare la spesa, va al cinema comprando il biglietto, uno che litiga con la moglie, uno che conta i soldi per vedere se gli bastano, uno che può essere felice o nella merda. Ho trovato molto significative le parole che Bob Dylan scrive nella sua autobiografia, Chronicles vol. uno, di cui mi piace riportare qualche frammento.

“Avevo fatto diciotto mesi di tournée con Tom Petty & The Heartbreakers. Sarebbe stata l’ultima. Mi sentivo tagliato fuori da ogni forma di ispirazione. Qualunque cosa fosse stata presente all’inizio, era scomparsa o si era raggrinzita. Tom stava dando il meglio di sé e io stavo dando il peggio. Non riuscivo a superare gli ostacoli, tutto era a pezzi. Le mie stesse canzoni mi erano divenute estranee. Non riuscivo a scendere sotto la loro superficie. Il mio momento era passato. Nel mio intimo il mio canto mi risuonava vuoto e io non vedevo l’ora di ritirarmi e piegare le tende. Adesso con Petty si trattava solo di arrivare alla fine del mese, dopo di che avrei detto basta. Ormai ero, come si dice, sulla china discendente. Avevo scritto e inciso tantissime canzoni, ma non ne suonavo molte. Ero in grado di padroneggiarne una ventina o poco più. Le altre erano troppo criptiche, troppo deliberatamente oscure, e io non ero più capace di ricavarci niente di creativo. La tournée con Petty era divisa in parti e durante uno dei tempi morti uno degli organizzatori, Elliot Roberts, mi aveva trovato dei concerti con i Grateful Dead. Siccome avevo bisogno di fare delle prove insieme al gruppo andai a San Rafael a incontrarmi con i Dead. Ero convinto che sarebbe stato facile come saltare la corda... Mi trovavo in una situazione strana e sentivo chiaramente il rumore dei freni che stridevano, Se l’avessi saputo prima forse non avrei nemmeno accettato di fissare quelle date. Quelle canzoni non mi davano nessuna emozione e non immaginavo come avrei potuto cantarle, senza voglia com’ero”.

“Sera dopo sera, era come se avessi messo il pilota automatico. Anche in questa tournée, per quanta folla ci fosse, era Petty che ne attirava la maggior parte. Ormai i miei spettacoli erano una messa in scena, e i rituali mi annoiavano. Anche ai concerti insieme a Petty vedevo le persone nella folla e mi sembravano i cartoni di un tiro a segno, non c’era nessun collegamento tra me e loro…”

(Anch’io ho assistito ad uno di quegli show, e non ho conservato nessun ricordo di Dylan. Anche per noi lui era una sagoma di cartone…)

Bob si riferisce ad uno dei periodi più bui della sua vita artistica, gli anni ottanta, da cui si sarebbe risollevato con il capolavoro di Oh Mercy. Pare non rendersi conto neppure lui che quello fosse un periodo di profonda crisi anche per Tom Petty, che ne uscì proprio grazie ai concerti con Dylan fino a realizzare a sua volta il capolavoro di Full Moon Fever.

Di un altro periodo di crisi, il 1970 (Self Portait e New Morning, i peggiori dischi di zio Bob), Dylan racconta:

“Canzoni con un messaggio? Non ce n’erano. Chi le cercava sarebbe rimasto deluso… Che i miei dischi vendessero ancora era una cosa che sorprendeva perfino me. Forse tra quei solchi c’erano belle canzoni e forse non ce n’erano, chi lo sa, in ogni caso non erano di quelle che ti fanno rimbombare un tremendo tuono in testa. Quelle le conoscevo, e sapevo bene che nessuna delle nuove apparteneva a quella categoria. Non è che non avessi più talento, era solo che non sentivo il vento soffiare a tutta forza. Appoggiato al banco di registrazione ascoltavo uno dei provini. Mi sembrava passabile”.


Bob Dylan. Chronicles volume 1. Traduzione di Alessandro Carrera. Universale Economica Feltrinelli.

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