The Lamb Lies Down On Broadway


Nel 1974 Peter Gabriel decise che il prossimo album dei Genesis sarebbe stato una rock opera. Sapete, quegli album concept popolari negli anni settanta che per la lunghezza di quattro facciate di LP raccontavano una unica omogenea storia. Furono classificate ‘rock opera’ S.F.Sorrow dei Pretty Things, come pure Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire) dei Kinks, e la rock opera più famosa di tutte fu Tommy degli Who (tutti lavori attorno al 1969) che replicarono nel 1973 con Quadrophenia.
Comunque Gabriel decise che aveva bisogno di creare un’opera che avesse anche un forte carattere teatrale. Tutta la musica dei Genesis aveva un’impronta teatrale, romantica, impressionistica, ma si era sviluppata sui binari del progressive sinfonico inglese. I tempi stavano cambiando, e molte delle menti più lucide del prog britannico stavano cercando di sintonizzarsi sulle nuove vibrazioni: Robert Fripp avrebbe sciolto i King Crimson per intraprendere 'the drive to 1981' che lo avrebbe portato ai Discipline; Peter Hammill inventava i Sex Pistols con il suo alter ego Rikki Nadir in Nadir’s Big Chance. Gabriel era inquieto; dopo aver raggiunto il successo di classifica con i Genesis di Selling England By The Pound, una lavoro ortodosso di prog di maniera, si era in qualche modo sentito separato dal resto della band, sia per motivi familiari che lo avevano tenuto per qualche tempo lontano dal lavoro, sia per un’irrequietezza personale sul proprio futuro, che gli aveva fatto considerare persino un futuro da attore. Tornato al lavoro aveva deciso di dover realizzare un’opera che fosse metafora del proprio disagio e l’occasione di portare sul palco un grande spettacolo che rappresentasse il vertice di quello che i Genesis avevano creato sino ad allora. Gli altri quattro stavano già lavorando su un progetto proprio, una versione in musica del Piccolo Principe e Gabriel dovette convincerli persino a riciclare nella nuova idea le musiche già scritte. Il gruppo andò in ritiro alla Headley Orange House e sotto pressione per l’ambizione del progetto, il lavoro fu gestito con compiti piuttosto divisi: da una parte Hackett, Rutheford, Banks e Collins scrivevano e registravano le musiche, mentre in una stanza isolata Gabriel scriveva i testi che raccontano della improbabile storia di un teen-ager portoricano, Rael, che precipita nel sottosuolo per affrontare una serie di incontri psichedelici che dovrebbero essere una ermetica metafora dello stato del cantante.
A dispetto delle premesse il risultato sarebbe stato esaltante. The Lamb Lies Down On Broadway risulterà essere un asciutto e minimale scrigno di invenzioni sonore e musicali, una sequenza ininterrotta di brevi musiche di grande bellezza. Nell’interpretazione di Rael, Gabriel che supera sé stesso nel cantato, con una variazione timbrica ed una recitazione da fare invidia a Roger Daltrey. Cosa significhino i testi delle canzoni personalmente non l’ho mai capito, ma come in ogni lirica quello che conta di più è il suono delle parole e delle frasi che il loro stretto significato, e le frasi che sbucano dal disco sono stupende, come:
"and I’m hovering like a fly, waiting for the windshield on the freeway”
“ku klux klan serve hot soul food and the band plays in the mood”
“there’s Howard Hughes in blue suede shoes, smiling at the majorettes smoking Wiston cigarettes”
“the children play at home with needles and pins”
“cuckoo cocoon have I come too, too soon for you”
“I got sunshine in my stomach”
“the carpet crawlers heed their callers: we’ve got to get in to get out”… e così via.

Anche la band è al meglio, e abbandonato ogni barocchismo del passato Hackett ci da dentro con la chitarra elettrica, Banks passa da un’invenzione all’altra creando momenti di sublime bellezza, Rutheford e Collins supportano con una buona ritmica. La sequenza dei pezzi è incredibile, uno dei migliori lavori del rock inglese degli anni settanta.

Consegnati i nastri e stampato il disco, la band intraprenderà subito un tour mondiale portando lo spettacolo nei teatri. Anche se lo show fu replicato ben 102 volte ci sono testimonianze del fatto che Gabriel già dopo il secondo spettacolo confessò il suo desiderio di abbandonare la band alla fine del tour. Questo può suggerire l’atmosfera che si respirava all’interno del gruppo. Incredibilmente non fu mai ripreso un video dello show. Si racconta di un palco completamente nero e buio su cui venivano proiettate diapositive della storia e dove un Peter Gabriel in veste da Rael o con qualche complicato costume appariva improvvisamente in punti diversi, talvolta anche in più di uno con l’utilizzo di un manichino. Inutile dire che il pubblico era tutto con il front-man che percepiva come l’autore del lavoro - cosa che non era - e come il leader indiscutibile della band.
Il tour terminò all’inizio dell’estate del 1975. Nonostante qualche tentativo non fu mai realizzato alcun film sulla storia. Peter Gabriel forte della fama che si era creato con la band intraprese una carriera solista dove in realtà non raggiunse mai i risultati creativi precedenti, ma nel corso della quale i fan gli perdonarono anche lavori non entusiasmanti. In trentatré anni gli album saranno solo otto, nessuno catalogabile come capolavoro ma talvolta con qualche canzone memorabile. Gli altri quattro si riciclarono in un pop di classifica di forte successo ed ebbero talora anche momenti di qualche pregio, come il lavoro di Collins con la band jazz rock dei Brand X o la band di Steve Hackett con Mel Collins, Ian McDonald, John Wetton e Chester Thompson.

P.S.: se The Lamb non l'avete mai ascoltato, dategli una possibilità. È un disco che vale la pena di spolverare.

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