Peter Hammill in concerto


Seriate 12 dicembre, teatro Gavazzeni. La locandina recita "Peter Hammill: concerto per piano solo". Ma appena Peter si presenta su un palco essenziale dove semplici luci bianche illuminano un pianoforte a coda, una chitarra acustica ed un paio di microfoni, vestito in lino azzurro, che saluta quasi timidamente il pubblico e dopo aver appoggiato al leggio i fogli con i testi delle canzoni, attacca il primo pezzo è subito evidente che non è il pianoforte lo strumento della serata, né la chitarra acustica, quanto una voce da incantesimo.
Peter appare piuttosto in forma, il fisico tiene ed è ancora decisamente asciutto e a parte che con quella chioma candida sembra il padre di Peter Hammill, si mostra perfettamente a proprio agio sul palco nel silenzio assoluto che accompagnerà l'intera esibizione.
È evidente che non stiamo assistendo ad un concerto rock. I tasti del pianoforte sono martellati come ad un concerto di musica classica e la voce si modula, si alza e si abbassa, sperimenta toni arditi, riempie con la propria potenza di magnifico strumento tutto la spazio del teatro, mentre il pubblico respira piano. Sperimenta Peter Hammill con il canto, ma non è una sperimentazione musicale fine a sé stessa quanto la ricerca di esprimere le emozioni e i sentimenti dei suoi testi quasi dovessero prendere vita ed esibirsi da sé. Nonostante la complessità oggettiva delle canzoni e del cantato, non c'è ombra di freddezza nella musica di Hammill, anzi, da subito siamo aggrediti dalla marea delle emozioni, dalla forza delle canzoni e dei loro temi, l'amore il dolore la vita la morte…


A ondate dalla schiena mi assalgono i brividi, sono in trance e credo di poter parlare al plurale perché dall'attento silenzio con cui ognuno segue le canzoni di Peter e dagli applausi, che sono liberatorie esplosioni, che segnano gli intervalli è evidente che lo stesso incantesimo ha colpito ognuno degli spettatori in sala.
Non è rock quello che ascoltiamo, ed allora si crede a chi considera questo diafano poeta il genio musicale del XX secolo. Non c'è nostalgia nel giudicare lo spettacolo a cui assistiamo perché i brani di Hammill della nostra giovinezza sono quelli dei VDGG, mentre i tanti tanti pezzi della sua carriera solista la quasi totalità di noi l'ha appresa in questi anni sulle ristampe in CD.
Non ho preso nota dei titoli delle canzoni, un po' perché mi parrebbe quasi sacrilego muovermi sulla mia poltroncina rossa mentre Hammill suona, canta, urla, recita, soffre, mostra la sua nuda anima ad ognuno di noi. Un po' perché nonostante la maggior parte delle canzoni sia nota stento a conoscerne il titolo, anche se Peter lo annuncia regolarmente. Nel dopo concerto faticherò a distinguere i pezzi che ho ascoltato da quelli che mi accompagnano sullo stereo in auto o semplicemente da quelli che Peter ha evocato nella mia memoria. Per non sbagliare non faccio titoli.
Si passa dal pianoforte alla chitarra acustica, maltrattata quanto la voce e poi per il finale di nuovo per pianoforte. Un solo bis, richiesto con entusiasmo dal pubblico, che in verità continua ad applaudire a lungo senza successo per chiederne un secondo. Quando si accendono le luci sono in molti a restare seduti per molti minuti, quasi a dover riprendere per gradi il contatto con la realtà dopo uno show così forte. Il premio per chi non si è allontanato è di vedere entrare Peter in sala, scambiare una battuta, un sorriso, un autografo. Così trentacinque anni dopo aver acquistato Pawn Hearts faccio una fotografia con lui. Riguardando la quale il sospetto che il concerto lo abbia solo sognato è lecito.

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