Phish > Joy


Sono in molti a considerare i Phish la migliore rock band degli anni novanta, ma gli anni duemila sono stati un discorso diverso, un percorso ad ostacoli che i quattro hanno percorso a corrente alternata. Dal 2000 al 2002 i quattro Phish hanno sospeso la propria frenetica attività, per riprenderla senza il ritmo del decennio precedente fino al 2004, quando il chitarrista Trey Anastasio annunciò lo scioglimento definitivo del gruppo, a suo dire per scansare il rischio di ripetere all'infinito la stessa formula musicale.
Dopo quattro anni passati a sparare invano in varie direzioni musicali senza centrarne nessuna, Anastasio & Co. hanno però pensato bene di riprendere l'attività dei live show ed oggi anche discografica, con quello che si può numerare come il quattordicesimo disco in studio della formazione.
Disco che in perfetta coerenza con le previsioni del leader, ripete calligraficamente la stessa formula musicale dei tredici che l'hanno preceduto.
I Phish sono stati spesso accostati ai Grateful Dead, sia per la potenza del proprio live show che per il seguito di culto dei propri fan, ma anche perché per entrambe le band i dischi di studio rappresentano spesso nulla di più di una base da cui partire per le splendide invenzioni dei torrenziali concerti. Joy rientra perfettamente in questo cliché.
Prodotto da Steve Lillywhite (già produttore di uno dei più riusciti album del gruppo - Billy Breathes, e dei migliori lavori dei cugini della Dave Matthews Band) il disco costituisce lo sforzo, particolarmente di Trey, di creare una pietra miliare nella discografia della band. In particolare il chitarrista si prende l'onere di comporre otto dei dieci brani del disco, lasciando ai compagni le briciole di un paio di pezzi. Il che è abbastanza sorprendente perché gli ultimi anni non hanno visto il leader particolarmente in forma.

I brani che aprono l'album sono orecchiabili ed equilibrati, e costituiscono senz'altro un ottimo materiale da cui partire per il live show. Però traspare che la produzione ha voluto evitare eccessi sonori finendo però per affossare un poco non solo la potenza della sezione ritmica di Fishman e Gordon (la migliore "in città" assieme a Lessard e Beuford - e dovreste sapere di chi sto parlando) ma anche la chitarra solista santaneggiante di Anastasio, che alla fine dovrebbe costituire uno dei punti forti del suono della band. Ci si accorge subito che la vera colonna portante del suono del disco è rappresentato dalle tastiere di Page McConnell e dal dialogo fra il suo organo dal suono liquido e il fraseggio del piano elettrico. Niente da lamentarsi perché Page è un grande quanto misurato tastierista.
Il terzo pezzo, Joy, che da il nome al disco, è un singolo riuscito e molto orecchiabile che farebbe la sua figura in una antologia, fra Free e Farmhouse. I testi sono anche il manifesto del lavoro: "vogliamo che siate felici / non vivete nell'ombra / vogliamo che siate felici / perché questa è anche la vostra canzone".

Il successivo Sugar Stack è una boccata d'aria fresca: il brano di Mike Gordon è una calda canzone avvolgente, parte veramente bella per poi trasformarsi nel coro in uno scherzoso ritmo calipso, come accade di frequente nelle oblique ballate del bassista più folle del mondo. E ci si accorge che è più calda e comunicativa del suono che l'ha preceduta.
Ocelot è un brano dal marchio registrato Phish cento per cento, e sarà un punto fermo in concerto, e lo stesso credo si possa dire per la successiva Kill Devil Falls.
I Been Around è uno scherzoso R&B lento a firma Page McConnell, ma di nuovo un momento caldo, ed allora si comincia ad intuire cosa non convince in un disco così formalmente perfetto: che è un disco che comunica poco, freddo come solo Anastasio riesce ad essere. Va sottolineato che McConnell ha realizzato nel 2007 con molta cura il migliore fra i dischi solisti dei quattro, per la Columbia, con l'aiuto di musicisti come Jim Keltner e Mike Gordon, un caldo impasto di nove canzoni che ripescano tanto dai Phish quanto dal suono morbido di The Band.

I nodi vengono al pettine nei tredici minuti di Time Turns Elastic, la lunga composizione che dovrebbe costituire la pietra angolare del lavoro. Time Turns Elastic vorrebbe essere una arrogante "composizione" di un Anastasio che si prende troppo sul serio. Dopo aver registrato nel passato un noioso lavoro per chitarra e orchestra (Seys De Mayo) che nella sua opinione dovrebbe essere musica classica, lo ha ripetuto quest'anno con una insopportabile registrazione sinfonica che si intitola proprio Time Turn Elastic. Nella versione di questo disco il brano è soprattutto cantato ed è costituito da tante diverse melodie che si inseriscono una dopo l'altra un po' al modo della seconda facciata di Abbey Road o come nei lavori del progressive inglese degli anni settanta. La band ha troppa personalità per poter assomigliare a qualcun altro, ma per intenderci il risultato riporta alla mente un altro gruppo "art rock" americano dei settanta, gli Utopia di Todd Rundgren. Time Turns Elastic partirebbe anche bene con i primi due "movimenti", molto riusciti nel cantato "in and out of focus / time turns elastic…"; dopo di che si perde in non si sa quale interminabile masturbazione sonora, ed allora è difficile resistere a passare oltre. Per continuare il paragone con il prog, pare di essere atterrati sul finale di Tales From Topographic Ocean o di Brian Salad Surgery. Non a caso oltreoceano è stato coniato lo scherzo: Emerson Lake & Phish. Dicono che dal vivo comunque il pezzo sia meglio, con un differente finale strumentale.

Peccato, perché la canzone che chiude l'album è una festosa Twenty Years Later che festeggia i vent'anni trascorsi da Junta, il primo disco ufficiale della band:

"Twenty years later, i'm still upside down
It's a small world, but it's turning real fast
(we're upside down)
It's a new day, and the morning has passed
(turned upside down)
It's a short road, but the mountains aren't tall
(lived upside down)
It's a small world, but we all start out small"

Che dire? Joy è un disco dal grande potenziale ma che non mi convince come dovrebbe, anche se molte cose sono splendide. Quello che manca è il senso della misura, ed in questo la responsabilità è probabilmente del produttore, oltre che di un Trey Anastasio di cui non si intravede la fine della crisi personale. Bisognerà giudicare questi redivivi dal vivo, e spero davvero che passino dalle nostre parti.


★★★ (in definitiva non è male)
Genere: Groove
Jemp Records, 2009
in breve: il ritorno della più grande band degli anni novanta con un disco che non sorprende e non delude, con canzoni che al solito costituiscono la base per le invenzioni del live show.

da ascoltare con:
Phish > A Live One
Phish > New Year's Eve 1995 - Live at Madison Square Garden
Phish > Live in Brooklyn

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