Mink DeVille




“Altissimo, sottile, spigoloso, camicia di lamé, cravattino sottile, giacca resa lucida dall'uso, ciuffo da rocker ma capelli impietosamente lunghi, sguardo latino, portamento burini, serramanico certamente nascosto nello stivaletto di tartaruga, pronto a scintillare alla luce dei lampioni della notte newyorchese, Willie è il tipo che avresti paura a fissare negli occhi ad incrociarlo per una via deserta. Un junkie, uno spacciatore, un protettore di battone da poco, un piccolo bandito a suo modo elegante, sicuramente il boss dell'isolato, l'infedele boyfriend della Rosalita più bella. Depravato ed in cerca del riscatto sociale dietro ad easy money. E' il Little Richard dei giorni nostri: il più sporco, il più bugiardo, il più vanitoso.”

(Blue Bottazzi 1985)

Fra i ’50 ed i ’60 è stata scritta metà dei classici del rock. È la differenza di fondo fra i rockers di allora ed i punkers dei giorni nostri. Gente come Chuck Berry, “The Killer” Jerry Lee Lewis, Little Richard, per citare i Re, ci ha lasciato Tuttifrutti, Long Tall Sally, Good Golly Miss Molly, Maybellene, Johnny B. Goode, Carol, Little Queenie, Whole Lotta Shakin'. Ed Elvis Heartbreak Hotel, All Shook Up, Baby Let's Playhouse, Jailhouse Rock, Blue Suede Shoes, Love Me Tender ed un altro centinaio solo fra le più famose. A tutt'oggi non c’è garage band che non abbia qualcuno di questi pezzi in repertorio, non c’è dilettante che non impari su di esse il primo assolo di chitarra, non c’è pubblico che non ruggisca in concerto quando uno di questi hit arriva per il bis. Perché (come diceva Elwood Blues presentando Green Onions) questi sono i nostri Bach, i nostri Brahams, i nostri Beethoven.
C'è qualcuno che oltre ad interpretare questa roba dal vivo, sta ancora scrivendo, proprio mentre io scrivo e voi leggete, canzoni da infilare alla voce classici?
Qualcuno c’è a scrivere ancora i suoi rock nella roccia. Uno, non ne dubitiamo, è il Boss, Bruce Springsteen, e basta citare Fire, o The Fever, Hungry Heart, Point Blank, Johnny 99.... Un altro è il nostro amico Willy, che disco dopo disco sta creando una serie di classici da sbalordire, ed è di questi che vogliamo raccontare. A guardarlo dalle copertine, parlo di Cabretta e Return To Magenta, ho sempre creduto di assomigliare un po' a Willie. Sapete, quella identificazione che si sviluppa a volte fra il fan ed il r'n'r hero. Somigliargli fisicamente, voglio dire, a parte i gusti indubbiamente in comune, a giudicare i suoi remake di Crystals, Moon Martin, le sue atmosfere soul da N.Y.C. Serenade, e l'impostazione vocale alla Lou Reed. Quando poi me lo sono trovato davanti ho sperato davvero che non fosse così. Il critico rock Mauro Zambellini lo ha definito “uno strano miscuglio fra un gitano, un moschettiere del re e Salvator Dalì”. Baffetti, orecchini, sguardo da junkie, gatto blu tatuato sul braccio, movimenti molli ed eleganti, il suo sorriso ha qualche cosa di molto particolare. E non si tratta solo di personalità e di fascino, che pure indubbiamente non gli fanno difetto, quanto di uno sconcertante collage di denti bianchi e denti d'oro, che il nostro si fa mettere per sfizio ogni volta che gli avanza un po' di contante.
Willy è nato nella Lower East Side di Manhattan, nel cuore povero di New York City, una sorta di pianeta a se stante nel cosmo degli States, un frenetico e sovrappopolato mondo che odora di portoricani, neri, rithm & blues e musica latina. Un mondo particolare dove crescere, fra asfalto e cemento, grattacieli e scale di sicurezza, teppisti e piccoli boss.
Non a caso Willie non si sente americano: “I'm not American, I'm Newyorker: non sono americano, sono di New York!” . Una condizione difficilmente comprensibile per chi non è vissuto in quella giungla artificiale, in quel microcosmo che nello spazio di pochi chilometri raccoglie gente proveniente da tutto il mondo. Musicalmente Willy si è fatto di rock & roll e di soul, jazz e blues. Artisti che vengono spesso citati parlando con lui sono Gene Vincent, Otis Redding, Ben E. King, Charlie Parker. E naturalmente anche Billie Hollyday. La sua carriera musicale è stata come la sua vita: tutt'altro che liscia. Quando Willie si è messo in testa di diventare un rock & roller, non c'era nessuno disposto a rischiare una lira sulla sua musica, e ben pochi erano in effetti disponibili ad ascoltarlo. Erano gli anni del rock progressivo, del jazz rock, o al massimo del country, del rock blues, dell'hard rock.
Niente da fare per un latino come Willie, che non avendo particolari impegni in America decise di dare un'occhiata alla vecchia Europa, in particolare all'Inghilterra, all'epoca - come oggi - particolarmente di moda.
Ma la sua occasione lo aspettava a New York, sotto la forma dell'ondata punk. Tornato in patria, mise in piedi un ottimo gruppo rock sotto l'esotico nome di Mink DeVille, e come i migliori gruppi di quegli anni trovò un suo spazio, anche economico, in un ex locale di country music, il CBGB's, dove il proprietario, tal Mr. Hilly Kristal, aveva naso a sufficienza per intuire cosa stesse per capitare alla baracca del rock. Al CBGB's si esibiva per pochi dollari gente come i Ramones (la vera cult band del posto), i Blondie di Deborah Harris, i Television di Tom Verlaine, i Talkin' Heads, e gente meno fortunata come gli italo americani Tuff Darts, gli Shirts, i Miamis. I Mink DeVille divennero un numero fisso del locale, con un repertorio affascinante, come Willie ama definirlo 'un pachuco' di soul, r&r, musica latina.
Ed, aggiungo io, punk e rock newyorchese, quello di Lou Reed e le New York Dolls. Willie non lo ammette, ma il suo modo di cantare agli inizi era fortemente ispirato a Reed, specie nella ricerca dei toni bassi, della voce cavernosa.
Il primo classico fu Cadillac Moon, una ballata dalla struttura molto semplice, che la voce ed il cuore di Willie rendono evocativa e sognante. Una ballata elettrica sulla New York di “tutte le notti fino a che non arriva la luce / a fare le cose che si fanno solo al buio".
Un riff ispirato ai migliori Rolling Stones, un po' cantato, un po' recitato, un po' masticato. Un esordio di gran classe. La prima incisione dei DeVille fu in “Live At CBGB's”, un doppio live con tre canzoni della band, Cadillac Moon, Let Me Dream If I Want You, Change It Comes, ballate, reggae ed un pizzico di pachuco. Dalla incisione i ragazzi di Willie ricavarono 150 dollari, ma pure l'interessamento della Capitol EMI, alla ricerca di bands per l'emergente catalogo punk, che era ormai esploso nelle classifiche con Ramones e Sex Pistols. Anche Jack Nitzsche, mitico collaboratore di Phil Spector nei '60, era attirato dal sound di Willie, non tanto per l'aspetto punk, quanto per l'anima soul che quelle canzoni emanavano.
Jack fu il produttore ed il vero artefice del primo album, Cabretta, il primo di una sorprendente serie di gioielli: registrato velocemente, con un suono molto naturale e con Jack impegnato soprattutto a limare tutte le asperità del suono del gruppo. Già con questo album fanno la comparsa i primi classici di Willie. Quello che sarà il più famoso, non usciva dalla penna dell'artista, ma di un biondo occhialuto che in quegli anni rischiava di diventare il Buddy Holly della situazione, Mr. Moon Martin himself, un ragazzo con molto rock & roll nelle orecchie (Beach Boys, Creedence, Beatles) ed una facilità naturale a scrivere hits. Nitzsche lo aveva conosciuto ai tempi della produzione della ex Mamas & Papas, Michelle Phillips, a cui John (Moon) aveva collaborato come chitarrista e compositore.
Beh, per tornare a noi, il pezzo si chiamava Cadillac Walk, il passo della Cadillac, ed è una vera potenza, niente da invidiare ad un originale di Jerry Lee Lewis. Nella versione di Willie il “passo della Cadillac” diventa un boogie tirato e sporco come la notte nell'East Side, su questa Rita che
“se ne va in giro quando sale la luna e scende il sole / ha le fiamme nel sangue ed il fuoco nel respiro / ed una rosa tatuata sulla coscia / she drives my my young blood wild / my baby's got the Cadillac Walk / mi tira pazzo / la mia piccola cammina come una Cadillac...”

E subito dopo un twist da favola, latino fin nel titolo, Spanish Stroll, un altro punto fermo nella carriera ed il primo single di successo. Quando ho sentito per la prima volta questa canzone, con la storia di Rose, e sorella Sue, e tutto il resto, mi sono detto “Lou Reed ha rifatto il colpo gobbo!”. Dopo Sweet Jane, volevo dire. Ed ancora, Can't Do Without It, un super lento alla Crazy Love (Van Morrison), un soul con gli Immortals a fare da coro.
Un esordio al fulmicotone, che se pure non gli ha dato vendite da star, ha creato alla band un vero seguito nell'ambiente degli addetti ai lavori ed in paesi come la Francia e l'Italia, dove il background dell'uomo non può sfuggire. A questo va aggiunto un live show che i nati della nostra generazione hanno rischiato di vivere solo attraverso il racconto dei sopravvissuti, tipo Chuck Berry (nei suoi anni migliori, naturalmente) che cavalca la chitarra con il passo dell'oca. The “duck walk”, resuscitato dal nostro nel gran finale dello show, sulla musica di Lipstick Traces, tracce di rossetto. La band all'epoca era composta da musicisti di notevole calibro, un chitarrista dal nome che è tutto un programma, Louis X (Erlanger), un bassista dall'aria (e le generalità) latine, Ruben Siquenza, Thomas Allen Jr. alla batteria, Bobby Leonards, pianista in occhialini da orbo, e soprattutto un sassofonista dal nome di Steve Douglas, di Presleyana memoria. Una band la cui potenza diventa esplicita la seconda volta che Jack porta i ragazzi in sala di registrazione, ovviamente a N.Y.C..
Return To Magenta” è un disco più compatto del precedente, pervaso quasi del Phil Spector's wall of sound, il muro del suono. Strumenti precisi e puliti, suono duro ed aggressivo, tocchi d'orchestra e di fiati, momenti d'apertura lirica da West Side Story. Return To Magenta, accolto con entusiasmo da chi aveva amato Cabretta, non è però certo un disco commerciale, a differenza di quello che speravano i manager della Capitol. Di qui i primi scazzi fra il nostro ed i discografici, l'uno sempre più indirizzato verso il suo pachuco di soul, amenità latine e cajun, gli altri disorientati ed alla ricerca di un “sano” hard rocker da classifica. La frattura è imminente ed il colpo di grazia lo da Willie stesso trasferendosi nell'amata Parigi con Steve Douglas e qualche fedelissimo come Louis “X”, per registrare parte dell'album successivo, il progetto più ambizioso del nostro amico.
L'album prende il titolo di Le Chat Bleu, la gattino che Willie e la sua mitica compagna Tootsie (in copertina) hanno tatuato sul deltoide. I due anni d'attesa, il suono straordinario, il carico degli arrangiamenti carichi di atmosfere francesi (o piuttosto alla New Orleans?), insolitamente mischiati alle durezze di un rock & roll assai tosto, ed il comportamento ambiguo della casa discografica, ne fanno un cult record. I responsabili della Capitol americana infatti rifiutano di stampare il disco perchè lo considerano invendibile (!!!), e liberano dagli affanni del contratto questo nigger. Viceversa i responasabili della EMI francese, rapiti dalla bellezza del gatto blu, lo stampano nel loro paese. Con il risultato che fra gli appassionati di tutto il mondo, compresi USA ed Italia, “Le Chat Bleu” diventa il disco import più richiesto dell'anno, costringendo la Capitol a tornare sui propri passi ed a stamparlo tardivamente. Il destino dei dischi troppo belli.
Nella copertina interna Willie stringe un ellepi di Gene Vincent. Sul vinile trovano posto due dei suoi classici più potenti, due r'n'r durissimi, Savoir Faire e Lipstick Traces, la seconda ben nota a chiunque abbia avuto la fortuna di assistere ad un concerto della band:
“ogni sigaretta che fumo, ogni bicchiere in cui bevo / tracce di rossetto / ovunque guardo, ovunque tocco / tracce di rossetto / dove sei andata, perchè mi hai lasciato con tracce di rossetto? / non posso stare alzato, non posso andare a dormire, non posso sopportare questi segni / tracce di rossetto!”
“Me ne stavo all'angolo della strada a guardare le ragazze passare / quando arriva lei, e guarda dalla mia parte / la devo fare mia... ha stile, ha gusto, ha un viso stupendo, ha Savoir Faire / non ha bisogno di trucchi, ha un bell'aspetto, ha Savoir Faire!!!”
Poi un cajun infuocato, Mazurka, ed un rifacimento di Bad Boy, finito nella colonna sonora di un film ad alto potenziale rock, “Breathless” (All'Ultimo Respiro, con una Valerie Kaprinski da mordere).
Poi lenti innamorati, Just To Walk That Little Girl Home “non c’è niente che non farei pur di accompagnare a casa quella ragazzina... ”, ed un finale sognante, Heaven Stood Still. E' il capolavoro, ed il primo grosso successo di Willie, sia pure solo a livello di pubblico scelto. Ma appena terminate le registrazioni, le cose non avevano un aspetto così roseo: il disco non si stampava, quello che era rimasto della band si sciolse definitivamente e Willie si trovò a spasso confortato solo dall'amore di Tootsie. Jack Nitzsche aveva intanto ricevuto da William Friedklin (l'Esorcista) l'incarico di preparare la colonna sonora per “Cruising”, un film giallo ambientato nel mondo degli omosessuali s/m di New York, gente poco raccomandabile vestita di cuoio e coperta di tatuaggi, la cui attività affettiva principale pare essere il 'fist-fucking', ed ho il pudore di non tradurre.
Jack aveva radunato punkers come Rough Trade, Germs, Cripples, Madelyn Von Ritz (When I Close My Eyes I See Blood, quando chiudo gli occhi vedo sangue...), più aristi come John Hiatt e Mutiny. Willie fu la ciliegina di quelle registrazioni, con tre pezzi “serramanico” inseriti molto bene anche nel film.
Dopo di che, spinto dal successo di Le Chat Bleu, si rimbccò le maniche per rimettere in piedi la band. Partendo dal tastierista (e fisarmonicista) Kenny Margolis, che già aveva partecipato al gatto blù, Willie si imbattè in una serie di ceffi dai nomi di Ricky Borgia, Louis Cortellezzi, Joey Vasta e Tommy Price. Una band impomatata ed imbrillantinata da far invidia a casadei, giacche e camicie variopinte da jazzista nero: una band da passare alla storia.
Gli show ripresero a New York, come ai tempi del CBGB's, ma con un'altra esperienza alle spalle ed un altro seguito di pubblico. Vuole la leggenda che al Trax di N.Y.C. sia venuto a sbirciare niente meno che Mr. Ameth Ertegun, il boss della Atlantic in persona. Sapete, la casa discografica di Otis Redding, Aretha Franklin, Booker T, Wilson Pickett, Sam & Dave e, last but not least, i Blues Brothers. Ad un simile presidente non poteva sfuggire la carica soul della band, e Willie si è ritrovato con un contratto con i fiocchi. Sono giorni felici: grandi show, grandi album, grandi canzoni.



Il primo lavoro per la Atlantic è “Coup De Grace”, nel 1981, il più sincero ed immediato degli album di questo zingaro. Maybe Tomorrow, One Good Reason e Love Me (Like You Did Before), sono i nuovi great hits da aggiungere alla serie.

“Sei così bella mentre mi passi accanto questa mattina / ed io sarei orgoglioso se tu ti lasciassi accompagnare a spasso per la città / Hey Pretty Thing, guarda dalla mia parte, dimmi / se c’è una speranza di iniziare una storia d'amore dimmelo / sento che il mio cuore si mette a battere / ed il sole illumina la strada / se non posso amarti stanotte, può darsi domani?” (Maybe Tomorrow).

Il tour europeo comprende una data a Milano, e tre notti all'Olympia di Parigi, a coronare un antico sogno. Al tour non fece seguito un live ufficiale, ma un paio di bootleg, tra cui l'ottimo doppio “Live Concert”, registrato il 13 dicembre ’82 al Pavillion di New York City. Willie dal vivo è un'esperienza da vivere. Introdotto dallo strascicato sax di Harlem Nocturne (una cover dei Viscounts), Willie sale sul palco come un vero principe. Saranno due ore di rock & roll, dall'inizio cool di Slowdance, Can't Live Without It e You Better Move On, al finale incandescente a passo d'oca a cavallo della Gibson su Lipstick Traces e Spanish Stroll, fino all'ultimo dei bis, la lunga Easy Street, con il coro che saluta “...so long, ...so long” .

Agli ultimi mesi dell’83 risale l'uscita del successivo capitolo per la Atlantic, l'enfatico Where Angels Fear To Tread, dove gli angeli hanno paura di passeggiare. E’ un DeVille che si autocelebra, in pieno trip soul, che crede di essere Billie Hollyday in persona. Un disco volutamente ripulito di ogni durezza, arrangiato e suonato con l'energia delle grandi occasioni, dei grandi spettacoli, quale “Angels...” aspira essere. In diversi episodi il sogno si concretizza, prende forma attraverso canzoni appassionate per Romeo e Giulietta, zuccherosi dolci messicani, epici twist lenti ritmati dal battito di un cuore latino, fiumi di lacrime e tramonto di luna:
“E' un giorno triste, e vorrei poter dire che quella nei miei occhi è pioggia / vorrei trovare le parole per dirti come sto dentro / così avvicinati ed ascoltami, ogni parola è un battito del mio cuore....” .
Sopra ogni altra cosa una grande danza latina, Demasiado Corazon:
“Ogni mattina sono a pezzi / ogni giorno mi sento morire / ogni notte mi faccio più debole / ogni notte piango / fuori per la città mi scorrono lacrime sul viso....” .

Non tutto il disco è sullo stesso livello, ma quando la band intona un rock & roll... “Dietro l'angolo splende la mia stella / ha vestiti carini ed una macchina graziosa / ma io sono nei casini per come si sono messe le cose / perchè so che non dovreì andare oltre l'angolo... / mi dicono tutti che doveri scordarmela, che dovrei starmene al mio posto / ma c’è qualcosa dentro che mi dice: la farò mia! / Dietro l'angolo, giù per la strada / c’è un angelo che devo incontrare / presto renderà completa la mia vita / devo andare perchè l'amore è proprio là, dietro l'angolo” (Around The Corner).

“La mia ragazzina è davvero forte / l'unica al mondo che potrebbe spezzarmi il cuore... / sto in pensiero per te baby, va tutto bene? / sto in pensiero per te, ti senti sola stanotte? / e se ti fossi vicino, ti starei stringendo forte!” (Are You Lonely Tonight?).

Il tour di Angels è il più caldo ed entusiasmante nella storia della band, ed il concerto del 6 giugno ’84 al Teatro Tenda lo testimonia. Ma qualche cosa si mette di traverso all'idea di realizzare finalmente l'atteso live. DeVille rompe (di nuovo) con la sua etichetta, colpevole a suo dire di non spingerlo nel modo dovuto, e la Atlantic esprime il proprio dispiacere per la perdita dell'artista facendo uscire il mini lp “Every Song Is A Beat Of My Heart”, con Harlem Nocturne, una versione live di Maybe Tomorrow e la cover di Stand By Me di Ben E. King, uscita in precedenza solo come singolo.
“Quando scende la notte / e tutto attorno è buio / e la luna è la sola luce che si vede / io non avrò paura / non avrò paura finchè tu sarai al mio fianco / Se il cielo che stiamo guardando dovesse cadere / e la montagna franasse nel mare / io non piangeri, no, non verserei lacrime / fino a che tu sarai al mio fianco” .

C’è aria di rinnovamento per Willie, che pare essere alle soglie del grande successo. Nuova etichetta, la Polydor, che si appresta ad investire cifre sostanziose sull'artista, nuova fidanzata, quella Lisa che prende nella sua vita il posto dell'amata Tootsie, che divideva il suo destino da che i due erano alla tenera età di nove anni. Nuovo anche il look. Lisa non appariva un gran che soddisfatta dell'immagine pubblica di Willie, e tanto meno dei suoi vizi privati, e con lei il nostro amico avrebbe perso l'abitudine alla chimica ed alle polverine, e guai ora a parlarne. Ma c’è una canzone di Tom Waits che recita “...ammetto di non essere un angelo / ammetto di non essere un santo / ma se esorcizzo i miei diavoli : anche i miei angeli potrebbero lasciarmi...” (Please Call Me Baby, 1974).

C'è qualche cosa di vero anche per Willie: e l'album per la Polydor, preparato alla grande, lanciato sul mercato con tutte le spinte del caso, addirittura anche nella lussuosa edizione CD, per la prima volta non gira come dovrebbe. Intanto nasce con un tradimento: viene messa temporaneamente da parte la band e per la registrazione di Sportin' Life (1985) vengono utilizzati i session man del Muscle Shoals Rithm Section. Si salva solo Cortellezzi, sassofonista di scintillante talento. Sarebbe un po' come se Mick Jagger registrasse il prossimo album dei Rolling Stones utilizzando i Chicago. Inoltre il disco è registrato in Alabama, e questo per un true newyorker è imperdonabile. Ma il peggio è che su dieci canzoni non c’è neppure un rock & roll. Anche se dalla copertina Willie sogghigna da pappone, mostrando i denti d'oro che gli ornano la bocca, sul disco fa a gara a chi è più “dude” fra lui e Bryan Ferry. Le canzoni, che hanno un suono così pulito che sembrano registrate in uno studio dentistico, si rifanno molto a soul morbidi del passato come Every Word Is A Beat Of My Heart, rincorrendo sogni alla Drifters, ma troppo “cool”. Le sottolineature latine e “pachuco” sono assottigliate al minimo, e c’è da credere che il fatto non sia neanche intenzionale: ci sarà pure un po' di differenza fra il modo di suonare dei Muscle Shoals R. S. e gente che si chiama Ricky Borgia e Kenny Margolis! Nonostante le migliori intenzioni dell'etichetta e del pubblico, “Sportin' Life” è una delusione, inevitabilmente anche come vendite, al punto che è saltata la prevista tournee europea di fine ’85 nel corso della quale, con una formazione allargata a 14 elementi, avrebbe dovuto essere registrato l'atteso album dal vivo, in cui dovevano trovare posto tutti i numerosi hits dei DeVille, più alcune cover di classici soul come Save The Last Dance For Me e Spanish Harlem.

In un'intervista dell’86 Willie dichiarò: “Qualche cosa è andata perduta fra il primo disco e l'ultimo. Non so se per colpa della droga, o delle continue lotte con le case discografiche. Tutto quello che so è che è sparita la scintilla, sono andato fuori strada. Adesso sto disperatamente cercando di rievocare gli stimoli e le emozioni di quando ho incominciato a suonare, quando desideravo più di qualsiasi cosa al mondo far parte di una band. Droghe, avvocati e divorzi si sono portati via una gran fetta della mia vita e della mia carriera” .

Nel 1987 uscirà uno dei dischi migliori di Willy DeVille, Miracle, prodotto da Mark Knopfler. Ma la evidente novità sarà che da quel momento i dischi non sono più accreditati alla band dei Mink DeVille ma a Willy solista. E questa è una storia che racconteremo un'altra volta...

i dischi:

Mink DeVille 

Cabretta - Capitol 1977 - ★ ★ ★ ★
Return To Magenta - Capitol 1978 - ★ ★ ★ ★ ★
Le Chat Bleu - Capitol 1980 - ★ ★ ★ ★ ★

Coup de Grace - Atlantic 1981 - ★ ★ ★ ★ ½
Where Angels Fear To Tread - Atlantic 1983 - ★ ★ ★ ★
Sporting Life - Polydor 1985 - ★ ★

Willy DeVille

Miracle - Polydor 1987 - ★ ★ ★ ★ ★
Victory Mixture - Sky Ranch 1990 - ★ ★ ★ ★ ★
Backstreets Of Desire - FNAC 1992 - ★ ★ ★ ★
Live - FNAC 1993 - ★ ★ ½
Big Easy Fantasy - New Rose 1995 - ★ ★ ★ ★

Loup Garou - EastWest 1995 - ★ ★ ★
Horse Of A Different Color - EastWest 1999 - ★ ★ ½
Acoustic Trio Live In Berlin - Eagle 2002 - ★ ★ ★
Crow Jane Alley - Eagle 2004 - ★ ★
Pistola - Eagle 2008 - ★ ★ ★ ½

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