Eric Clapton Steve Winwood > Live At Madison Square Garden


Eric Clapton è stato il mio chitarrista preferito. "Dio" con i Bluesbreakers di John Mayall ai tempi della Swinging London, mito con i Cream, Derek con i Dominos,  l'amico di George Harrison, Duane Allman, Bob Dylan e Pete Townshend, Slowhand in un poker di sussurrati album da solista. Il suo morbido tocco di chitarra è imbattibile, per quanto riguarda i miei gusti. Da anni bollito e fuori gioco, vestito d'Armani ha raschiato il fondo del barile con qualche live, compreso un ritorno sul palco con i Cream di cui praticamente nessuno si è accorto. Gli ultimi anni lo hanno visto cercare l'ispirazione in coppia con BB King e con JJ Cale.
Naturalmente è stato anche partner di Steve Winwood nella breve ma significativa avventura dei Blind Faith.

Steve Winwood è l'autore del mio disco preferito in assoluto, John Barleycorn Must Die dei Traffic, anno di grazia 1970. Bimbo prodigio con lo Spencer Davis Group (I'm A Man, Gimme Some Lovin), grande cantante e tastierista con i Traffic, sia quelli psichedelici di Mr. Fantasy che quelli R&B e forse un po' World di On The Road. Da solista ha virato presto verso l'entertainment e non ha praticamente più dato modo di essere notato fino al bel disco indipendente del 2003, About Time, dove chitarra e voce rauca hanno rievocato il fascino dell'uomo - giusto per essere smentito nel più recente noioso Nine Lives per la Sony, in cui fra l'altro secondo le note di copertina suonerebbe anche Clapton, se riuscite a sentirlo.
Anche Winwood è reduce dalla pubblicazione (2005) di un album dal vivo dei Traffic, tanto bello quanto mal distribuito, Last Great Traffic Jam, ma si riferiva alla reunion della band del 1994.

Oggi Clapton & Winwood sono in tour assieme, dopo tre serate a febbraio al Madison Square Garden. Il repertorio è di tutto rispetto, e comprende la maggior parte delle ciliegine dei due mostri sacri del rock.
Il risultato qual è? Uno show di "c'era-una-volta", un'operazione populistica alla "tre-tenori", oppure una sana voglia di suonare, still crazy after all these years? 

Parte due: la recensione.

Lo confesso, non avevo realmente fiducia in questo disco. Saranno le spompate performances degli ultimi anni dei due "ex", sarà la copertina in didascalico stile Haight Ashbury figli-dei-fiori, sarà il repertorio definitivamente datato. E invece...
Intendiamoci: Live From Madison Square Garden è un disco vintage, come una Triumph Bonneville, come una Honda 750 Four, come una Harley Davidson Sportster... un disco che avrebbe potuto uscire pari pari alla prima metà degli anni settanta. 
Un repertorio tratto dai Blind Faith (la "band di un solo disco" di Eric & Steve), dei primi Traffic, di Clapton, di Hendrix. Ma non c'è nulla nello show che sappia di una esibizione di ever-green per un pubblico di nostalgici. La nota dominante dei ventun pezzi è la chitarra di Eric Clapton. Una chitarra indiavolata. Elegante, morbida, di fine cesello ma soprattutto indiavolata. Pura energia del "crossroad". Niente a che fare, per intenderci, con quel Gilmour che nei recenti show non capivi se suonava o si era addormentato. 
Su questo doppio c'è la miglior chitarra di Eric Clapton; trattandosi della miglior chitarra della storia del rock, direi che non è poco. In seconda posizione l'Hammond caldo e liquido di Winwood, che fa da fondo perfetto alle acrobazie della Fender di slowhand. Poi le voci e infine il repertorio, pezzi da novanta. Il risultato è decisamente eccitante: provate ad metterlo in auto!
Già dal quinto pezzo, il blues acustico di Sleeping In The Ground, alzerete le orecchie: non c'è routine qui, ma uno tsunami di energia che si abbatte sull'ascoltatore. Glad, da John Barleycorn, è uno dei più bei pezzi di tutti i tempi, in una versione di sette minuti dove la parte lenta viene rimpiazzata dalla chitarra elettrica. Double Trouble è semplicemente emozionante. Warren Haynes, ma chi sei?
Pearly Queen è eseguita al suo meglio, come gli altri pezzi dei Traffic psichedelici; Clapton fa la differenza. Basti dire che una Dear Mr. Fantasy così non l'avevo mai sentita. Ramblin' On My Mind, Can't Find My Way Home non fanno che prolungare il lungo, inatteso climax. Poi ci sono i venti minuti e passa dedicati a Mr. Jimi Hendrix. Little Wing è un lento molto amato da Claton e non solo. Voodoo Child è resa come un inedito blues,  e se può apparire un ossimoro per un pezzo che nel 1967 rappresentava una pagina musicale totalmente nuova, diventa comunque irresistibile nell'infinito rincorrersi degli assolo della fender e dell'hammond.
Chiude il doppio disco (ma non il concerto originale) Cocaine, ad uso dei fan, in una versione che non entusiasma; ma è normale per un brano che non fa parte dello stesso repertorio di tutto il resto dello show.

Se come me credete che il rock sia un affare di chitarre elettriche, questo disco da oggi sarà una delle gemme della vostra discoteca.

☆☆☆☆☆   (ottimissimo)
Genere: ROCK
2009
in breve: rock di classe a tutto vapore, sostenuto da una chitarra in perenne assolo.

Post più popolari