Donne in rock


Anni fa Zambo mi chiese: “chi è la tua cantante preferita?”
Ai tempi la risposta variava fra Joan Armatrading, talento anglo-caraibico autrice di un poker di album che testimoniavano un talento naturale, Joni Mitchell, raffinata folk singer canadese aperta alle sonorità e alle collaborazioni jazz, Carolyne Mas, una meteora del rock & roll di NYC che per un paio di anni pareva la Springsteen in gonnella. Non ricordo cosa risposi quel giorno. Questa lista è quello che risponderei oggi. In ordine strettamente cronologico.

Lucinda Williams > West (2007)

Un songwriting asciutto ed essenziale. La Williams è una cattiva ragazza che non si complica la vita per cercare canzoni orecchiabili o piacevoli, ma mette a nudo con grande naturalezza il proprio spirito, la propria storia, le proprie emozioni, e con la sua voce oscura e malinconica va dritta al cuore con ballate che emozionano e che solo “per caso” usano la sintassi del rock, del folk rock o del blues. Car Wheels On A Gravel Road (1998) è il suo disco classico, West è meno country e più rock e tosto.

Mary Gauthier > Mercy Now (2005)

Mary Gauthier è nata 47 anni fa a New Orleans, proprio di questi giorni. Aveva 35 anni quando scrisse la sua prima canzone ed andava per i quaranta quando ha decise di vendere il ristorante di soul food che gestiva, il Dixie Kitchen, per finanziare il proprio disco, registrato in proprio. E di cose da cantare ne ha, affondando le mani nei duri ricordi della propria vita, dall’essere orfana allevata da una coppia cattolica che litigava dalla mattina alla sera, a diventare una ragazza difficile (ha compiuto i 18 anni in carcere) e una alcolizzata poi. Uscita letteralmente da questo circolo vizioso con il lavoro delle proprie mani, è passata da lavapiatti, a proprietaria del ristorante e poi a cantante country. Oggi è una delle più sincere cantautrici d’America, ed alcuni dei suoi dischi e delle sue canzoni sono dei gioielli. Il capolavoro è forse questo, ma le sue belle canzoni sono sparse dappertutto.

Eva Cassidy > Time After Time (2000)

Probabilmente Eva Cassidy è la più straordinaria voce femminile che io abbia ascoltato. Purtroppo non ha fatto in tempo a raggiungere il successo in vita, perché è morta di tumore nel 1996 all’età di 33 anni. Non ha pubblicato album significativi da viva e la leggenda è nata ad opera delle tante canzoni che ci ha lasciato sui nastri. Non ha neppure scritto canzoni; è una cantante e la sua forza è nella voce, così straordinaria e forte da essere unica. Forte, calda, sicura, pura: ascoltarla riscalda l’anima. Non essendo mai stata prodotta a livello professionale, la sua voce magica si presenta nuda alle orecchie, senza trucco, cerone e sovrarrangiamenti. Il suo repertorio spazia nel roots rock, classici del soul, rithm & blues, folk, pop, gospel e jazz. La band che la accompagna è sempre discreta, di quella bellezza che ha il suono del sud o del mid-west, alla NRBQ per intenderci.
Nata a Washington DC nel 1963, il suo unico lavoro ufficiale è un disco “jazz” dal vivo in un club di Washington (il Blues Alley); insoddisfatta del risultato, si rinchiude in studio con la band per registrare una quantità di canzoni per un progettato “Eva By Earth”. Non lo vedrà uscire, perché un melanoma la fulmina nel novembre di quello stesso anno. Tutti i dischi che testimoniano del suo grande talento usciranno postumi da quelle registrazioni. È ovvio che con un catalogo composto interamente di inediti non tutte le canzoni sono perfette, a volte si perde il ritmo e si finisce sul mieloso; ma alcune sono imperdibili e sempre la voce è emozionante.

Sheryl Crow > Sheryl Crow (2000)

Oggi si è trasformata in una anonima cantante pop californiana, ma negli anni ‘90, dopo una gavetta come corista di Michael Jackson, imbracciò una Fender per resuscitare il rock classico delle chitarre. Attraverso i circuiti “groove” come l’H.O.R.D.E. ha creato un suono sporco ed energico fra country rock e Rolling Stones, che è piaciuto anche a Bob Dylan che ha voluto cantare una delle sue canzoni. Dopo il disco dal vivo, dagli anni 2000 ha voluto traghettarsi sul versante solare del rock, alla Beach Boys, perdendo fascino e ispirazione ma approdando alle classifiche. L’omonimo Sheryl Crow è il suo Sticky Fingers.

Shawn Colvin > Cover Girl (1994)

Robusta cantautrice texana (anche se è nata in South Dakota) è arrivata al successo con dischi un po’ patinati made in Hollywood. Ma ci ha lasciato una gemma con questo sincero e semplice album di cover, dove con arrangiamenti essenziali e talvolta registrati dal vivo, rende omaggio alle proprie radici e al repertorio dei club in cui è cresciuta, interpretando Bob Dylan, Tom Waits, Police e soprattutto la bella Twilight di Robbie Robertson (Band).

Carolyn Mas > Hold On (1980)

Una meteora: per un paio di anni Carolyne Mas sembrò la versione femminile di Bruce Springsteen a NYC, con l’album omonimo nel 1979 e il seguito Hold On. Rock & Roll, belle canzoni e molta energia.

Bonnie Raitt > Sweet Forgiveness (1977)

La regina del rithm & blues bianco. I primi dischi, inizio anni settanta, sono molto roots, acustici, folk e blues, i più recenti sono decisamente troppo mainstream (commerciali); il robusto periodo R&B è quello degli ultimi anni settanta di Sweet Forgiveness e Green Light, che suonano con il sapore piccante di NRBQ e Little Feat. Non fosse cambiata sarebbe lei la mia fidanzata ideale.

Joan Armatrading > Show Some Emotion (1977)

Negli anni settanta questa cantante anglo-caraibica ha registrato una serie di canzoni con la stessa naturalezza che noi ci mettiamo nel parlare o nel camminare. Musica soul nel senso di musica dell’anima. Poi ha raggiunto il successo di classifica con un paio di singoli e di album ed in seguito si è eclissata dalla scena musicale per tornare di recente in chiave minore. Difficile scegliere l’album migliore del periodo, canzoni bellissime sono sparse per tutti gli anni settanta.

Joni Mitchell > Hejira (1976)

La sofisticata cantautrice canadese, catturata in Hejira nel suo cammino dal folk al jazz. Per molti i suoi album migliori sono i precedenti (come Blue), per me Hejira è perfetto. Ascoltare il morbido basso di Jaco Pastorius per credere.

Patti Smith > Horses (1976)

La poetessa del punk nello splendore del big bang. Prodotta da John Cale. Nei primi tre dischi, la vera Rolling Stone in rosa.

Blondie > Blondie (1976)

Molte sono le cantanti esordite con la new wave. La band di Debbie Harris all’esordio ha il fascino di un B-movie in cinemascope.

Grace Slick > Manhole (1974)

Una grande voce del flower power anni sessanta, libera di scorrazzare in un disco a proprio nome.

Janis Joplin > Pearl (1971)

Pearl è l'album solista di questo mito del rock. All'uscita del disco Janis era già morta da quattro mesi per overdose, triste epilogo di un percorso autodistruttivo che l'aveva portata a diventare una icona della generazione hippie. L'album non è perfetto, ma canzoni come Cry Baby, Me And Bobby McGee e Mercedes Benz testimoniano una forza che forse nessuna altra cattiva ragazza del rock & roll ha avuto dopo di lei.

Julie Driscoll, Brian Auger & Trinity > Street Noise (1969)

Un’altra voce senza uguali. I suoi dischi solisti (anche come Julie Tippetts) non sono all’altezza delle sue canzoni degli anni sessanta con i Trinity di Brian Auger. I momenti più belli sono in Street Noise.

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