Crossroads


Una delle storie più note sul rock è quella dei chitarristi bianchi che vendono l’anima al diavolo per diventare musicisti blues. Pare infatti che un bianco non ce la potrebbe fare, senza un aiuto soprannaturale, a tirare fuori quei suoni da una Fender Stratocaster o da una Gibson Les Paul. In realtà la storia è assai vecchia e non riguarda solo i musicisti bianchi, se il primo per cui è stata raccontata è il mitico Robert Johnson, alla fine degli anni ‘30. La leggenda di Johnson nasce da un album stampato dalla Columbia negli anni ’60 ad opera di John Hammond (il talent scout che scoprì, fra gli altri, Bob Dylan e Bruce Springsteen). Quel disco si chiama King Of The Delta Blues Singers (il Re dei cantanti blues del Delta - del Mississippi) ed è un energica raccolta di blues acustici del sud suonati da un virtuoso che canta come se ne andasse della sua vita. Non si è mai saputo molto su Robert Johnson. Alla fine degli anni ’30 John Hammond sentì un paio race records (78 giri registrati da neri per i neri, che non avevano una distribuzione ufficiale e regolare) che lo colpirono profondamente, e andò a cercare l’autore nel Sud, nel Delta del Mississippi, solo per scoprire che era appena - misteriosamente - morto all’età di 27 anni. Nessuno sapeva come fosse successo (si dice avvelenato da un’amante gelosa) e nessuno sapeva da dove Johnson fosse arrivato. Semplicemente un giorno era arrivato, come dice la sua canzone, da un crocevia (crossroad). Nessuno lo aveva mai sentito prima e lui era il migliore: con le sue lunghe dita metteva assieme accordi sconcertanti che nessuno conosceva, e cantava questi blues che da allora molti musicisti (specie bianchi) hanno fatto divenire dei classici. Si disse semplicemente che Johnson avesse venduto un giorno l’anima al diavolo per essere il migliore chitarrista blues in circolazione. E troppo presto il diavolo l’aveva reclamata, dopo solo un paio d’anni. Ma al diavolo quel giochetto deve essere piaciuto, perché a molti altri negli anni lo ha riproposto. Anche il secondo della lista non è proprio bianco: è Jimi Hendrix, il sorprendente chitarrista mancino che con la sua Fender ha stabilito, in una apparentemente infinita serie di registrazioni, nuovi standard per il suono della chitarra elettrica. Il 18 settembre 1970 a Londra il chitarrista, già diventato mito, pagherà il suo debito. Lo seguirà di lì ad un anno, il 29 ottobre del 1971, Duane Allman, all’epoca forse il miglior chitarrista blues bianco al mondo. Duane si era fatto un nome come session man degli Atlantic Studios, dove aveva fatto da chitarrista per gente come Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett. Ma soprattutto, assieme al fratello Greg e ad una masnada di pirati della Florida, aveva messo in piedi gli Allman Brothers Band, e con essi inventato il cosiddetto rock sudista, che è un misto sudato e cattivo di rock elettrico, blues nero, in lunghissime ballate sostenute dagli assolo della chitarra elettrica. Persino il riff più famoso del più famoso chitarrista del rock, Layla di Eric Clapton, non è di Eric ma è opera di Duane, che lo ideò e lo suonò in quel disco. Con alle spalle capolavori come Layla & Other Assorted Love Songs e Live At Fillmore, e all'apice della celebrità, ancora una volta troppo presto il diavolo si presentò per riscuotere il suo credito, mentre Duane filava su una Harley a Macon in Georgia, nell’ottobre del 71.
Certo la cosa deve aver spaventato Eric Clapton, che con il demonio aveva firmato lo stesso contratto. Che doveva pagare proprio negli stessi giorni, quando fu necessario interrompere le registrazioni del secondo album dei Derek & The Dominos perché tutti negli studi erano troppo fatti per riuscire a mettere assieme una canzone. Ma in modo o nell’altro Clapton se la cavò, nascosto per tre anni nel suo castello vicino a Londra, ed aiutato dall’amico George Harrison (che, assieme a pete Townshend, fu anche l’ideatore del suo ritorno alle scene nel Rainbow Concert). 
In cambio, è noto, Eric si innamorò di sua moglie Pattie, che sposò parecchi anni dopo. Purtroppo il Diavolo non è un ragazzo gradevole, e se non poté avere Eric né allora né poi, gli rubò la persona che più amava, e a cui Eric avrebbe poi dedicato la struggente canzone Tears In Heaven, probabilmente la più bella della sua carriera. 
In qualche modo legato a Clapton fu anche un altro grande chitarrista texano, Steve Ray Vaughan. Anch’egli comparso dal nulla, in occasione della registrazione di Let’s Dance di David Bowie, Vaughan si creò in pochi anni la fama del più veloce chitarrista del West, oscurando nei live show tutti i chitarristi con cui si trovava a duellare. Fu proprio dopo un concerto con Clapton e Buddy Guy, il 26 Agosto del 1990, che Steve salì su un elicottero che non sarebbe mai atterrato.
Un chitarrista dal passato oscuro come quello di Robert Johnson stesso è il mitico John Campbell. Chitarrista voodoo, forse di New Orleans o forse solo ispirato ai bajou della Louisiana, dal viso aguzzo e gli occhi poco rassicuranti (alla Willy DeVille), ossessionato da immagini di teschi, ciondoli con incastonate ossa, e altra agghiaccianti immagini, Campbell respirava con un polmone solo ma suonava il più spaventoso rock blues con la sua National Guitar, splendente come la luna piena nella notte. 
Le sue canzoni si intitolano “Il demonio nel mio armadio”, “L'Angelo del dispiacere”, “L’angolo del Voodoo”, “Un credente”, “Giù nel buco”, “Il lupo fra gli agnelli”. Una notte smise semplicemente di respirare mentre sognava, e non si svegliò più.

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