C90


Prima dell’iPod c’era qualche cosa di infinitamente meno tecnologico. 
C’erano le “cassette”. Ogni ascoltatore di musica con un pedigree è cresciuto con le musicassette. Naturalmente i dischi registrati sulle cassette non erano originali, ma non si trattava di pirateria musicale in senso stretto. Anzi, la cassetta era da considerarsi una sorta di P.R. (public relations) della musica. I dischi originali (che si chiamavano LP - long playing, per distinguerli dai brevi 45 giri) erano un’altra cosa: avevano copertine bellissime, grandi, lucide, apribili, con un profumo inconfondibile, piene di note e informazioni da leggere e imparare a memoria, per non parlare dei testi che anche chi non capiva l’inglese seguiva mentre il cantante cantava. Le cassette erano un modo per conoscere o far conoscere musica che, nel caso fosse piaciuta, si sarebbe acquistata in LP. Com’è questo Born To Run? Ti registro una cassetta...
Tutti noi possessori di discoteche più o meno invidiabili avevamo cassette di rincalzo. Ricordo perfettamente che dei Genesis possedevo The Musical Box, mentre Foxtrot era su cassetta. Spesso gli episodi minori delle discografie erano tollerate su cassetta,  mentre i capolavori meritavano decisamente l’originale. Anche The Lamb Lies Down On Broadway all’inizio era su cassetta, ma poi per meriti indiscutibili fu acquistato il LP da mio fratello: si trattava infatti di un mitico disco “doppio” (anche il prezzo era doppio) e solo mio fratello era in grado economicamente di far fronte alla spesa.
Nonostante fossero un prodotto di serie B, le cassette venivano comunque trattate con tutti gli onori. Innanzi tutto il retro non andava scritto a mano, ma con i “trasferibili” e il modello non andava scelto a caso ma in modo di essere esteticamente gradevole a vedersi, esposte com’erano le cassette in lunghe file con il dorso visibile. 
Ben inteso non c’era una sola “cassetta”. C’erano le cassette “normali” (ossido di ferro), le più economiche, quelle con meno dinamica. Suonavano sui portatili più economici ed erano le più snobbate, giusto materia per chi i dischi non li amava (chi addirittura arrivava a ri-registrare le cassette apportando correzioni a penna sui titoli). Di peggio c’erano solo le cassette “taroccate” vendute sui banchetti, di solito registrate a metà.
Poi c’erano le cassette “al cromo”. Ci voleva un registratore hi-fi (si chiamava “piastra”) per registrare ed ascoltare una cassetta al cromo, ed era un must per musica in cui l’alta fedeltà fosse essenziale.
Infine uscirono le cassette “metal”, che costavano quasi come un disco, ed erano roba da puristi.
A seconda della durata le cassette erano classificate C90, sui quali novanta minuti di registrazione trovavano posto due LP, uno per lato; C45, per i puristi dell’album: un disco, una cassetta. C60 per gli album più lunghi, oppure per le compilation per l’auto.
Già, perché quando arrivavano i 18 anni arrivavano anche l’automobile e l’impianto car stereo, e le cassette non erano più un modo per ascoltare i dischi degli altri, ma per portarci dietro le nostre canzoni preferite, rigorosamente in compilation, che spesso erano vere opere d’arte.

Poi arrivarono i CD registrabili, con la possibilità di copiare la musica in modo assolutamente identico all’originale e con essi la fine dei nastrini magnetici. Terrore delle multinazionali del disco, i CD furono i migliori alleati del consumatore per convincere le case discografiche a vendere i dischi di catalogo a prezzi dimezzati, e a curare maggiormente le confezioni. I primi CD erano infatti un vero furto: costavano (senza motivo) il doppio degli LP, avevano come copertina una sfuocata fotocopia del disco ed erano malamente masterizzati. Non fosse stato per la pirateria non avremmo i CD curati di oggi. La stessa cosa sta ripetendosi con i DVD, con le case discografiche concentrate sulle protezioni  a scapito dei prezzi.
Insomma, le modeste C90 servivano a farci sentire più cittadini che consumatori e anche oggi che non ci sono più, il loro insegnamento non è andato perduto.

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