The Byrds


La storia dei Byrds, l’autentico contraltare americano dei Beatles, nasce quando Jim McGuinn nel 1964 entra in un cinema in cui proiettano A Hard Day’s Night dei Beatles. È il 1964, un anno di straordinaria vitalità per quella che diventerà la nostra musica: è in atto la British Invasion, ovverosia la musica rock che nata nei secondi anni cinquanta negli USA è approdata nella fertile Londra a dare origine alla Swinging London (un bollente melting pot di Mersey Beat e British Blues che genera l’era classica del Beat) ora rimbalza di nuovo negli USA per conquistare il cuore di quella che diventerà la generazione freak, hippie, flower power. 
Agli albori di questo nuovo Rinascimento stanno i Byrds, o meglio McGuinn che entra nel cinema, si perde nel mito dei Fab Four e si domanda se può fare la stessa cosa. Ispirato dalla chitarra di George Harrison (che è il più freak dei quattro di Liverpool) compra una chitarra come la sua, una Rickenbacker, e mette assieme un gruppo che nel giro di pochi mesi sarà composto dagli straordinari talenti di David Crosby, Chris Hillman e Gene Clark. Con Michael Clarke alla batteria il gruppo si da il nome definitivo di Byrds, citando come in gran parte della propria carriera l’idea del volo ma cambiando la “i” di birds (uccelli) in “y” in omaggio ai Beatles che avevano fatto (pressappoco) la stessa cosa con il proprio nome. Con sede in Los Angeles, California, sono destinati ad ispirare una gran parte del rock americano della west coast di li a venire. 

McGuinn ha già una certa esperienza come arrangiatore ed è sua l’idea di arrangiare in “beat” una canzone di Bob Dylan, l’artista che è padrino della nuova scena americana e che con i suoi dischi sta scrivendo il songbook della nuova musica. La scelta cade su Mr. Tambourine Man, che viene riarrangiata elettricamente con un contagioso effetto jingle jangle legato alle dodici corde dalla Rickenbacker di Jim. I 2 minuti e 29 secondi di quella canzone hanno un effetto incalcolabile: come un’esplosione la canzone porta nel 1965 i Byrds al numero uno della classifica americana, li rende famosi in patria al pari di Beatles e Rolling Stones, eccita la fantasia di Bob Dylan convincendolo di poter suonare arrangiamenti rock ed ispirando in qualche modo i suoi capolavori a venire come Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde
Della cover della sua All I Really Want To Do, Dylan dirà, entusiasta: "si potrebbe persino ballarla!"
Negli anni a venire i Byrds ispireranno la psichedelia americana ed il movimento Hippie di San Francisco, saranno padrini della scena “west coast” di Los Angeles e suggelleranno quella fusione di rock e country che dura ai giorni nostri.
Ma torniamo al 1965: l’album che segue si intitola come il singolo, contiene dodici canzoni e a dispetto dell’epoca è qualche cosa di più unitario di una raccolta di 45 giri (come ai tempi era considerato il long playing), merito di un arrangiamento molto omogeneo, della pulizia del suono ma soprattutto della belle canzoni di Gene Clark, il vero “autore” dell’album. Sono sue I’ll Feel A Whole Lot Better (con il riff “probabilmente starà molto meglio quando te ne sarai andata”), You Won’t Have To Cry, Here Without You, It’s No Use e soprattutto la dolcissima ballata I Knew I’d Want You. Completano il lavoro altre tre cover di Dylan ed una conclusiva We’ll Meet Again ispirata ai titoli di coda del Dr. Stranamore di Stanley Kubrick. Nel disco gli strumenti, per scelta della Columbia Records, sono suonati da session man, ma voci, cori e chitarra dodici corde sono inconfondibilmente dei ragazzi, che si presentano nella evocativa copertina in perfetta acconciatura Mersey Beat.

Turn! Turn! Turn!, il secondo disco di una band che è già un mito, è la continuazione del primo, con l’arrangiamento dell’omonimo brano di Pete Seeger al posto di Dylan e con una altra infornata di cover di Dylan e di originali di Clark.
Jim McGuinn sul palco è il leader della band, ma in sala d’incisione è un’altra storia. Le canzoni di Gene Clark sono il baricentro del gruppo, ed il talento, non solo vocale, di Crosby e Hillman il collante. È nella frizione fra questi talenti che si prepara il germe di dissoluzione della band; McGuinn non ha una mentalità troppo aperta al lavoro di gruppo, e passerà tutto il tempo classico della band a cercare di dissolvere il patrimonio di talenti che si cela nello scrigno dei Byrds. La prima vittima è proprio Gene Clark; con la spiegazione che “ha paura di volare” (una bella metafora per un byrd che se ne va) è il primo dei membri originali a lasciare il gruppo. 

La carriera di Clark proseguirà su un basso profilo di vendite ma con la realizzazione di almeno due album splendidi, White Light (1971) e No Other (1974) che, a modesto parere del sottoscritto, potrebbe essere il più bel disco della musica della west coast.

Ma se i primi due album erano di Clark, anche il terzo, il celebrato Fifth Dimension, non è tutto di McGuinn quanto anche di David Crosby, il più freak, il più beat, il più sperimentatore della gang. La Quinta Dimensione, anno 1966, apre ufficialmente l’era della psichedelia USA, in anticipo sulla Summer Of Love e sull’ondata suggellata un anno dopo da Sgt. Pepper dei Beatles. Lasciato beat e folk, i quattro si lanciano in una ardita sperimentazione dei sapori space rock, raccontando di viaggi più o meno lisergici nella quinta dimensione (5D, a penna McGuinn), Mr. Spaceman (ancora McGuinn) Eight Miles High (arriva Crosby), Cpt. Soul e una prima cover di Hey Joe, fortemente voluta da Crosby ma ancora priva del fascino con cui la dipingeranno tante future versioni, prime fra tutte quella di Jimi Hendrix e di Willy DeVille. Un disco il cui fascino arriva ai giorni nostri.

Quando arriva il 1967 e l’estate dell’amore, per qualche febbre di anticipare il futuro i Byrds sono già oltre. Il loro nuovo disco è Younger Than Yesterday, un album di canzoni, solido, dolce, poetico, anticipatore della west coast degli anni a venire. Dopo Clark, McGuinn e Crosby, tocca a Hillman questa volta dirigere il gioco. L’ex mandolinista bluegrass esordisce nel songwriting e lo fa alla grande. So You Want To Be A Rock’n’roll Star è un grande hit (scritto a due mani con Jim), The Girl With No Name è una ballata splendida, e poco sotto sono Have You Seen Her Face, Time Between, Thoughts And Words. Dylan è presente con My Back Pages, che ispira il titolo di un album che sono in molti a considerare il migliore del gruppo.

A causa delle frizioni interne David Crosby è costretto a lasciare i Byrds ed il batterista Michael Clarke lo seguirà a ruota dopo la registrazione del successivo The Notorious Big Brothers, del 1968. I “fratelli” sono rimasti due, McGuinn e Hillman, e anche se qualcuno considera il disco quasi a livello dei precedenti, le vendite sono comunque in calo. Fra le canzoni la più bella è sicuramente la sognante Wasn’t Born To Follow che infatti finirà nella colonna sonora del cult movie Easy Rider, e Goin’ Back (entrambi a pregiata firma King / Goffin).

David Crosby, si sa, proseguirà la propria avventura creando il mito di Crosby Stills & Nash (1969) e Crosby Stills Nash & Young (1970-71) con Stephen Stills e Neil Young provenienti dagli “altri” Beatles americani, i Buffalo Springfield, e Graham Nash cantante inglese giunto a Los Angeles con gli Hollies e qui rimasto, amico per sempre di Crosby. Inoltre Crosby nel 1971 registra anche un disco solista, If I Could Only Remember My Name, che da sempre è stato avvolto in un alone di leggenda.

Ma non è ancora suonata la campana dell’atterraggio per i Byrds. Il disco del 1969 passerà alla storia come uno dei più significativi e dei più influenti della band: Sweetheart Of The Rodeo nasce grazie all’incontro con un altro grande talento e futuro mito della musica americana, il ventunenne Gram Parsons. Fra Hillman e Parsons scocca subito la scintilla: il primo ha radici nel bluegrass, il secondo considera la musica country patrimonio della musica americana. L’anno prima The Band con Music From Big Pink ha creato un suono che trae la linfa dalla tradizione americana. I Byrds di Sweetheart faranno di più, creando quella fusione di musica rock e musica country che non solo ispirerà Dylan nel suo Nashville Skyline dell’anno successivo ma la cui portata arriva fino ai giorni nostri. Senza Sweetheart Of The Rodeo non esisterebbe l’Ultimo Buscadero ;-)
Il brano più bello è You Ain’t Going Nowhere, ancora una volta di Bob Dylan, ma tutto il resto del repertorio è di cover di classici più un originale di Gram Parsons. La vita con McGuinn (il cui nome nel frattempo era diventato Roger, per motivi religiosi, sempre su ispirazione di George Harrison) non doveva comunque essere facile; il leader della gang sostitusce Parsons alla voce solista in ben tre brani già registrati del disco e pochi mesi dopo Parsons, che la prende male, lascia prima del termine di una tumultuosa tournée in cui brani psichedelici si alternano a standard country. Hillman seguirà Parsons nell’avventura dei The Flying Burrito Brothers, lasciando i Byrds al proprio destino. Prima di morire all’età di soli 26 anni per overdose Gram Parsons avrebbe registrato due pietre miliari del country rock: GP (1973) e Grievous Angel (1974), con la amica Emmylou Harris. Chris Hillman proseguirà la sua carriera in un robusto country d’autore.

Roger McGuinn rimasto alla fine solo decide di creare una nuova edizione dei Byrds confidando su robusti session man: Clarence White alla chitarra, John York al basso e Gene Parsons alla batteria. Senza rivali alla leadership arriverà a dichiarare che si tratta dei più robusti Byrds di sempre. Se Dr. Byrds & Mr. Hyde del 1969 è piuttosto debole (ma con una bella cover di Wheels Of Fire di Bob Dylan & The Band), Ballad Of Easy Rider non è male. Un disco soffice, senza pretese innovative, ma dolce e bucolico, con qualche bel pezzo come la canzone omonima. 
Live At The Fillmore February 1969 (edito solo nel 2000 su CD) dimostra comunque che la line up non era all’altezza del live show delle band di San Francisco come i Grateful Dead, ma (Untitled), doppio album del 1970 registrato in concerto ed in studio piace abbastanza da essere l’ultimo album dei Byrds a vendere bene nelle classifiche americane. Fra le canzoni vale la pena di salvare la bella Chestnut Mare di Roger McGuinn. 

Non sono più i tempi dei Byrds ed i successivi Byrdmaniax, Farther Along e Byrds lo dimostreranno, nonostante l’ultimo sia registrato (di malavoglia) nel 1973 con la formazione originale della band. (Un ulteriore tentativo, McGuinn, Clark & Hillman nel 1978, sarà ancora più debole - anche se per quanto mi riguarda fu il mio primo album dei Byrds). 
Dopo di che Roger intraprenderà una carriera solista non priva di fascino, grazie alla sua voce angelica ed al jingle jangle della sua Rickenbacker, anche se, musicista di estrazione folk, le sue registrazioni sono sempre state deboli nella sezione ritmica. Non a caso l’album più godibile è probabilmente Back From Rio del 1990, che gode della collaborazione del Tom Petty del periodo Traveling Wilburys. 

Una segnalazione anche per una antologia che vale la pena di ascoltare, The Byrds Plays Dylan, uscita in origine con tredici cover diventate ben venti nella edizione in CD.

Questo è quello che so sulla band che voleva essere i Beatles d’America.

Post più popolari