American Music

Se penso alle Grandi Band Americane, i TIR dell'American Music, me ne vengono in mente cinque. Probabilmente sbaglio.
Perché la prima è The Band, e non si discute. Robbie Robertson, Richard Manuel, Garth Hudson, Rick Danko e Levon Helm: il gruppo spalla di Bob Dylan. Furono seminali nel contaminare la musica rock con le radici della musica e della storia americana, plasmando il rock americano come lo conosciamo oggi, attraverso un poker di album ricchi di classici: Music From Big Pink (1968), The Band (1969), Stage Fright (1970), Rock Of Ages (1972).
The Weight, This Wheel’s On Fire, Rag Mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek, The Shape I’m In, Stage Fright...

La seconda è The Grateful Dead, la band americana on the road per eccellenza: Jerry Garcia, Bob Weir, Phil Lesh, Pigpen, Bill Kreutzmann, Mickey Hart, (i coniugi Godchaux, Tom Costantin...) i truck drivers del rock & roll. Un endless show su e giù per il mondo ma soprattutto da est ad ovest degli States e ritorno, ed una eredità di innumerevoli dischi dal vivo da godere.

La terza per me si chiama Little Feat, una band che ha attraversato le epoche, prima macchine da corsa vincenti con Lowell George al microfono, poi da beautiful losers, rockers interminabilmente on the road perché che altro potrebbero fare?

È sulle ultime due che potrei faticare a dare una giustificazione, ma per me sono le altre due Band di musica Americana.
La quinta band si chiama Los Lobos, David Hidalgo, Cesar Rosas, Steve Berlin, Conrad Lozano, Louie Pérez, cinque grandi musicisti travestiti da suonatori di dance halls, capaci di estrarre dalla musica della gente comune il succo della Grande Musica Americana. Capaci di spaziare per il proprio pubblico dagli standard del rock & roll al free rock di Frank Zappa, Cpt Beefheart e Tom Waits. Un’altra lunga storia che non accenna a volersi chiudere.

Ho saltato la quarta band? Si tratta di un gruppo dalla storia brevissima e di poco o nulla successo di classifica. Un gruppo che non esiste da tempo e che ha espresso la propria arte in non più di un paio di capolavori. Un gruppo dal nome bellissimo: i Blasters dei fratelli Alvin (Dalton?), cinque ragazzi di campagna giunti a Los Angeles agli albori della scena punk della città degli angeli. Un gruppo che senza sfondare le classifiche, senza passare in radio e tanto meno su MTV ha influenzato in maniere determinante tutta quella che sarebbe diventata la scena moderna alt.country.
Apparentemente un gruppo di rock’a’billy revival, cinque fuori dal tempo che invece di rileggere il passato stavano scrivendo il futuro. Perché se The Blasters (1981) è un compatto disco di rock’a’billy con molta energia ed un paio di ottimi pezzi, Non-Fiction del 1983 è già la bomba atomica. Dave Alvin, chitarrista ed autore dei pezzi, è un poeta che con tre accordi e due strofe dipinge persone e situazioni come fosse Bruce Springsteen, e Non-Fiction racconta della stessa america polverosa rurale e romantica di Darkness On The Edge Of Town.
Canzoni come Jubilee Train e Long White Cadillac non hanno niente di meno di una ballata di Woody Guthrie, rock come Red Rose e Bus Station sono classici come gli standard della nostra musica. Phil Alvin dietro al microfono da vita alle parole che racconta come se fosse Francis Ford Coppola; John Bazz e Bill Bateman picchiano asciutti e compatti come se dovessero portare il palco in orbita. Non si può ascoltare Non-Fiction senza commuoversi e senza rabbrividire. Hard Line (1985) è persino meglio. Prodotto da Little Bastard (John Mellencamp) è un grande film sullo spirito americano. Le canzoni sono perfette, dieci romanzi di tre minuti, storie di amanti, di disperati, di speranze e di sconfitte, di sangue sudore e lacrime. Phil canta come se avesse visto la luce, i ragazzi dietro picchiano per farsi sentire davvero.
Ma le orecchie del grande pubblico sono foderate, il successo di classifica non arriva e all’interno della band si scatenano le polemiche. Soprattutto fra i fratelli, con Phil che è il regista del suono della band e Dave, che da autore vorrebbe cambiare il taglio degli arrangiamenti e suonare più alla moda. La band deflagra e Dave si ritrova a suonare per l’amico John Doe nell’altra grande band di L.A., gli X, nel bellissimo See How We Are. In un attimo i Blasters non ci sono più ma nessuno ancora ci vuole credere. Phil e Dave registrano in proprio, ma come spesso accade la somma di due metà non fa un intero.

Phil prese malissimo il “tradimento” del fratello, come in qualche vecchio film western, e reagì prima registrando in proprio un album di classici della musica americana, a sottolineare come un nuovo autore, per quanto in gamba, non valga quanto un buon cantante. Ma con risultati non esaltanti. Poi cercò di andare avanti con il gruppo originale, assoldando un nuovo chitarrista, Hollywood Fats, che però non era autore e oltre tutto ebbe la cattiva sorte di morire prima della tournée del 1987. L’album dei nuovi Blasters non arrivava.
Dave non stava meglio. Anche gli X erano alle soglie della separazione, e Dave dovette organizzarsi con un proprio (più modesto) gruppo, gli Allnighters, con cui registrò Every Night About This Time per la Demon (1987). A conti fatti il suo migliore album ad oggi, con un paio di classici ancora, 4th Of July (che conobbe più di una cover) ed il lento Every Night About This Time, “ogni notte circa a quest'ora”, una classica storiaccia country. Il disco vuole essere un manifesto di come avrebbe dovuto essere la musica dei Blasters secondo Dave: più libera, più epica, meno legata a schemi classici. E come dimostrazione riprende due o tre vecchie canzoni scritte a suo tempo per la Band, che ridipinge con i nuovi arrangiamenti.
Il problema è che, effettivamente, le canzoni erano più belle nell’originale.
Gli arrangiamenti di Dave sono più scontati, rockaccio da strada, country, rock blues e un paio di stivaletti da cow boy. Negli anni a venire Phil riuscirà a registrare alla fine il suo album con i Blasters, 4-11-44 (2005) neanche brutto ma senza le canzoni di Dave.
Dave invece canzoni, anche molto belle, doveva ancora scriverne ancora tante, ma senza mai riuscire a mettere a fuoco un suono così affilato come quello della band. Mi piange il cuore quando ascoltando i suoi dischi penso a che band leggendaria avrebbe potuto diventare quella dei fratelli Alvin.

Prologo. Molti anni dopo ho creduto che altre tre band potessero inserire il loro nome nella leggenda dell’American Music, ma forse mi sbagliavo. Phish, Blues Traveler e Dave Matthews Band forse non hanno avuto le palle per restare on the road quanto i loro zii. Vedremo.


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