Storia di una passione


Storia non tanto breve di un percorso musicale cha da Blue Suede Shoes ai Phish mi ha portato a incrociare persone splendide e musiche di paradiso


Ho comprato il mio primo Long Playing nel 1973, all'età di 16 anni. Si potrebbe obiettare che il 1973 fosse un po' tardi per l'era d'oro del rock, ma nel nostro paese non è così; la festa era appena iniziata. Negli anni '60 in Italia non si trovavano di routine gli LP di Beatles, Stones, Dylan, Creedence, Spirit. Al limite si trovava qualche 45 giri, ma soprattutto cover dei nostri gruppi beat. Gli LP sarebbero arrivati negli anni settanta. Con il senno di poi i primi grandi singoli del rock & roll li ho sentiti sull'autoscontro: ricordo Molina e Satisfaction.

I dischi di mio padre erano di Bach, Mozart e Beethoven, così come di Buscaglione, Patty Pravo, Celentano. Ricordo il 45 giri di Blue Suede Shoes, Sympathy dei Rare Bird, i Rokes. Io registravo la Hit Parade dalla radio con un microfono. In gita scolastica nel 1970 ho imparato a ballare (i lenti) con un 45 giri dei Beatles, Let It Be. Era il loro ultimo disco, ma è stato abbastanza per poter dire di essere stato battezzato dai Fab Four. 


Nel 1973 ho cominciato ad avere abbastanza soldi per comprare i miei dischi. 


Dall'estate di quell'anno ho avuto la fortuna di passare le mie vacanze estive in Inghilterra. Vacanze di cui ho ancora oggi un ricordo indelebile, che mi hanno proiettato in una Swinging London ancora calda dell'eco di tutta la musica che era passata per le sue strade e i suoi club. 

Erano anche gli anni del Progressive Rock (allora pudicamente lo chiamavamo Pop, non Rock, con un significato diverso da quello che diamo oggi all’aggettivo: probabilmente ci ispiravamo a Pop Art) cioè di Yes, Emerson Lake & Palmer, Genesis, Van der Graaf, Caravan, Pink Floyd e compagnia, ma anche del glam, David Bowie, Lou Reed, Elton John e Roxy Music in testa. E degli Stones, che in quel momento erano il definitivo gruppo rock. Scoprire tutta quella musica in poche settimane è stata un'esperienza indimenticabile, che avrebbe sicuramente cambiato la mia vita. Quella del 1973 era anche l'estate di Mike Oldfield e del suo Tubular Bells. Nessuno aveva mai sentito musica come quella e non si parlava di altro. Ci si trovava a casa degli amici a far suonare il disco in rigorosa concentrazione. Tubular Bells è rimasto nella Top Ten inglese per tutto l'anno, superato solo dal secondo disco di Oldfield. Avrebbe fatto la fortuna della sua neonata casa discografica, la Virgin, e spianato la strada al successo dei compagni di scuderia, in particolare dei tedeschi Tangerine Dream. Dite quello che volete, ma those were the days: un disco di musica elettronica tedesca sperimentale come Phedra era il disco più venduto di quel mese. 


A casa ascoltavo la radio, che trasmetteva una dietro l'altro due programmi imperdibili: Supersonic (con la sigla di Inagaddadavida degli Iron Butterfly) che trasmetteva i 45 giri, e Pop Off, "il rock del mediterraneo" con gli LP. Come una valanga nacquero le radio private, che allora si chiamavano le radio libere. Ascoltare per la prima volta Authoban dei Kraftwerk alla radio è stata un'esperienza lisergica. Purtroppo concerti non ce n'erano, perché erano gli anni di piombo e un gruppo di rivoluzionari squadristi lo impediva al motto di "la musica è di tutti"; ma in Italia si poteva vedere comunque la Premiata Forneria Marconi, Eugenio Finardi, Edoardo Bennato, gli Area. Si leggeva Ciao 2001, ma anche Muzak.

Nel 1977 spendevo ancora le mie vacanze a Londra ma, all'improvviso, tutto era cambiato: nessuno ascoltava più la musica seduto ed in silenzio ma si indossavano T shirt rovesciate con scritto God Save The Queen (ed io ero fra quelli). Dappertutto suonavano inni adrenalinici della durata di tre minuti, e si ballavano a piedi uniti i singoli dei Sex Pistols, Eddie And The Hot Rods, Police, Damned. In testa alla classifica c'era Stupidity dei Dr.Feelgood. Un vero spasso. Di Prog Rock, elettronica, musica sperimentale, jazz rock all'improvviso nessuno di noi voleva più sentire parlare. Di li a due anni avremmo saltellato con lo ska di Madness, Specials e Selecters.


Il primo numero del Mucchio Selvaggio, con Neil Young in copertina, fu un evento epocale. In quell'aria da new thing (o meglio da new wave), leggere di rock americano, Byrds, Beach Boys, Ry Cooder, Bonnie Raitt, Townes Van Zandt, era come scoprire i classici. 

Di li a poco sarei diventato "Blue" Bottazzi (dal singolare di blues, ma ispirato alla copertina di Blue Valentine di Tom Waits) e avrei cominciato a vivere la storia del giornalismo musicale italiano dal "dentro". Nel mio piccolo ho ritagliato un certo spazio alla mia firma con articoli fiume su Bruce Springsteen, Mink DeVille, Tom Petty, Greg Kihn, Graham Parker, e ho avuto qualche fan di mio per un ventennio, fino all'onore di una dedica sul primo album dei Cheap Wine (la definitiva rock band made in Italy). Bruce Springsteen era il mio guru, Van Morrison il mio profeta, Nick Lowe il mio compagno di pub.

Nel Mucchio avevo conosciuto gente davvero interessante, in particolare Mauro Zambellini, il mio doppio (allora) in fatto di gusti musicali. Il Mucchio avrebbe dato origine a tutta quanta la stampa rock italiana dei due decenni successivi, da Rockerilla al Buscadero, Chitarre, Late For The Sky e quant'altro.

A metà degli anni '80 con il copia e incolla (forbici e coccoina, non ancora Macintosh) avrei dato vita al primo e unico numero su carta di Texas Tears, con uno special sul “rock romantico e il rock rurale”.

Negli anni 90 durante una coast to coast sono incappato in Kimberly, la mia piccola rock & roll girl che usciva dai dischi di Elvis e di Bruce per vivere con me. Dal punto di vista musicale questa ha significato il grande amore per il mid-west, la strada allo stesso tempo reale e metaforica che procede dal blues di Chicago al R&R di St.Louis, il country di Nashville, il rithm & blues di Memphis fino al boogie di New Orleans.

Per me sono stati gli anni di John Hiatt, Tom Petty, John Mellencamp, Chris Isaak, Jimmy Buffett, Johnny Rivers, Chuck Berry, Jayhawks, BoDeans, Subdudes, Lyle Llovet.

Nel 1996 ho partecipato alla band di Feedback, con Marco Denti e Zambo. Feedback è durato la spazio di quattro numeri, ma è stata a mio avviso la migliore rivista di rock in Italia. Peccato che sia durato poco, complici le quattro copertine uguali, rosse e sfuocate, fortemente volute da Denti.


Incidentalmente Feedback ha gettato il seme della mia successiva evoluzione di gusti musicali. Tutto è nato dal giorno in cui Marco mi ha messo in mano questo disco di una band totalmente sconosciuta, chiedendomi di recensirlo. Era Stash (un'antologia) dei Phish. Una lenta conversione, che ha preso lo spazio di due anni per convincermi che i Phish fossero la più grande band di tutti i tempi (compresi i Beatles), la Dave Matthews Band la seconda più grande band di tutti i tempi (compresi i Rolling Stones) ed i loro fratelli i Blues Travelers, Sheryl Crow, i Gov't Mule di Warren Haynes, e tutta la compagnia di questo genere che io chiamo Groove.

A loro volta i Phish mi hanno portato alla (ri)scoperta dei Grateful Dead, che per me erano solo il leggendario gruppo psichedelico di Live Dead del 1969, e invece ho scoperto come la definitiva American Band, grazie alle innumerevoli testimonianze dei live show.


Un altro incidente di percorso è stato l'ascolto di Discipline dei King Crimson, che avevo ammirato come band progressive ma ignorato del tutto nella sorprendente trilogia Art Rock, che non avevo ascoltato negli anni della new wave. Discipline, Beat e Three Of A Perfect Pair sono ora fra i miei "dischi preferiti" e rappresentano il dark side del mio ascoltare musica oggi.


La morte civile che accompagna la musica dell'industria discografica e delle riviste musicali (la chiamo “MTV music”, ed ha comunque avuto il pregio di stimolare i musicisti all'autogestione e alla nascita di etichette e produzioni indipendenti, come era successo già una volta nei lontani anni '50 della nascita del rock & roll) mi ha permesso di allargare i confini musicali, vorrei dire della mente, oltre a quelli di "un genere alla volta" tipico e naturale dei momenti di forte corrente creativa. Complice anche le ottime ristampe di quasi tutto il materiale della storia del rock, mi trovo ad ascoltare indifferentemente il Groove, il rock degli anni '60 (magari uno splendido remaster degli Who o dei Cream), il rock progressivo degli Yes (i Grateful Dead di Albione), l'elettronica di Klaus Schultze o di Robert Fripp, il country di Dwight Yoakam, il boogie dei Little Feat, una cover di Dylan, la new wave di Costello, il free rock dei Caravan, le canzoni di Todd Rundgren, la chitarra di Frank Zappa piuttosto che il festival di Bonnaroo o un incredibile concerto della Jerry Garcia Band.

Poi c'è il mio piccolo iPod, che ospita cinquemila delle mie canzoni e me le restituisce, in cuffia, in auto, sullo stereo, come l'infinita trasmissione radio del mio dj preferito.

Insomma, ascolto veramente molta musica: questo è proprio il motivo che mi ha spinto ad aprire questo blog

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