Southside Johnny


Southside Johnny è un reduce degli anni settanta, un cantante da bar di un ex sito di villeggiatura del New Jersey, Asbury Park, in cui ha avuto la ventura di vivere anche Bruce Springsteen. Ed erano proprio Johnny, Bruce e Miami Steve Van Zandt (poi divenuto Little Steven) a calcare i palcoscenici di club in cui si sono fatte le ossa suonando incessantemente sera dopo sera i classici del soul dei primi anni sessanta, canzoni pre-Beatles come "I Only Want To Be With You", "Soul Man" e i pezzi di Sam Cooke, come fossero stati juke box (i Jukes di Asbury, appunto).
La band di Johnny era la più bella, la “soul band” con cinque fiati (sax, tromba e trombone), coriste e tutto il resto, ma quello che ha avuto successo (per meriti di talento) è stato naturalmente Springsteen, che dalla band di Johnny ha preso in prestito chitarrista (Miami Steve Van Zandt alias Little Steven), moglie (Patti Scialfa) e cantante (Suzi Tyrrel). Johnny è rimasto il perdente, quello che non ha le due ville a Beverly Hills, che non dorme a casa della Versace, ma che notte dopo notte è ancora a contatto della gente dei bar per sbarcare il lunario.
Nonostante una raffica di dischi molto belli, fra cui lo springsteeniano Heart Of Stone e il live Reach Up And Touch The Sky, Johnny (Lyon) non ha mai conosciuto il grande successo, anzi a sentir lui non ha è mai neppure arrivato a guadagnare royalty dalle vendite dei dischi, per una quantità di etichette diverse. Ma ha continuato a fare il suo lavoro, suonando quando poteva con la big band, o persino acustico quando non poteva permettersi accompagnatori. D'altra parte, cosa può fare un cantante soul se non "suonare il soul"?

La prima fase della sua carriere è quella con Steve Van Zandt:

I Don't Want To Go Home (1976)
This Time It's For Real (1977)
Hearts Of Stone (1978)

Havin' A Party (antologico, riassunto dei primi tre) (1979)

Il primo disco è quello più rappresentativo del suono del cub di Asbury Park, con il giusto mix di soul e di Springsteen, con la canzone omonima e la leggendaria Fever. Il secondo, l’anno successivo, ha una gran bella copertina ma Van Zandt fa un casino con la produzione, realizzando un disco suonato e registrato in modo meno che soddisfacente. Hearts Of Stone è perfetto: il disco più Springsteeniano (le canzoni sono del Boss, del periodo Darkness On The Edge Of Town) suonato con cuore e anima. 

The Jukes (1979)
Love Is A Sacrifice (1980)
Reach Up And Touch The Sky (live) (1981)
Trash It Up (1983)
In the Heat (1984)

Con l’uscita di Van Zandt la leadership, almeno in studio, passa a tal Billy Rush, chitarrista che cerca di trasformare il soul anni sessanta della band in un funky anni ottanta, affidandosi persino ad un produttore di musica disco come Nile Rodgers. Fa eccezione la perla registrata dal vivo, Reach Up And Touch The Sky, ancora oggi il miglior live della carriera dei Jukes. In The Heat, del 1984, si chiude comunque con una cover da brivido di New Coat Of Paint di Tom Waits, meglio persino dell’originale.

At Least We Got Shoes (1986)
Slow Dance (1988) disco solista
Better Days (1991)

Mancato comunque il successo di classifica, Billy Rush toglie l’incomodo per essere rimpiazzato da una giovane leggenda del New Jersey, il chitarrista Bobby Bandiera. I dischi sono subito meglio: We Got Shoes è rock & roll asciutto e scatenato, specie nella cover di I Only Want To Be With You del 1963 dell’inglesina Dusty Springfield, la stessa della “Son Of A Preacher Man” di Tarantiniana memoria; Better Days è di nuovo un lavoro di cross over con Miami Steve e Bruce. Altrettanto non si può dire per il debole disco senza i Jukes, Slow Dance.

Spittin' Fire (1997) Live acustico a Parigi
Live at The Paradise Theater (2000) Live a Boston Natale 1978
Messin' With The Blues (2000)
Going To Jukesville (2002)
Into The Harbour (2005)

I dischi degli anni duemila segnano un ritorno di Johnny al massimo della forma. Prima un live acustico a Parigi, con i pezzi classici a fianco di cover degli Stones e di Bruce, poi un discreto album di blues. 
Going To Jukesville è un lucidissimo disco di soul bianco ispirato al Philly Sound, la quadratura del cerchio dell’esperienza musicale della band.
Into The Harbour è un disco maturo, una grande fotografia di un grande cantante, che si rimbocca le maniche per mostrarsi al massimo della forma. Autoprodotto ma senza risparmio, per un'etichetta che si chiama Leroy, con i compagni abituali fra cui i fidi Bobby Bandiera, chitarrista di mito nella scena live, e La Bamba, trobonista con lui dall'inizio, Johnny da il meglio di cui è capace. Suonando i Rolling Stones (Happy), una band che ha già nel passato ha dimostrato di amare eseguendo Wild Horses. Suonando Tom Waits (Hang Down Your Head), il pezzo migliore del disco, come a suo tempo il migliore era stato New Coat Of Paint per In The Heat. Suonando rock lenti per coppie innamorate come in All In My Mind, facendo il verso a Rod Stewart in You're My Girl e persino scrivendo un bellissimo brano Van Morrisoniano con Into The Harbour, e un soul da brivido con The Time Between ("...but I know someday she's coming back home")

Southside Johnny With La Bamba Big Band > Grapefruit Moon, The Songs Of Tom Waits

A dispetto dell’intestazione un disco di La Bamba con Southside Johnny al microfono. Ma di questo si racconta nel prossimo post.

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