lunedì 26 settembre 2016

In una stanza di fantasmi: Ian Hunter & the Rant Band, Finger Crossed


You Can Never Go Back, Yesterday's Gone, You Can't Live In The Past 

Il rock degli anni duemila è nostalgia. Non è lo specchio di questo mondo, tanto meno la sua colonna sonora. È nostalgia di un mondo ottimista, di una musica fantasiosa. Nostalgia di noi da giovani. Nostalgia di artisti leggendari e di dischi magnifici.

My brother's says you're better than the Beatles and the Stones, Saturday Night 'til Sunday Morning you turned us into heroes, Dandy, you're the prettiest star...  

Io sono stato svezzato dal glam rock. Il Bowie di Ziggy Stardust, PinUps e Jean Genie. Lou Reed di Transformer. Gli Stones di It's Only Rock'n'roll. Lessi per la prima volta dei Mott The Hoople sulle pagine di Ciao 2001. Era una corrispondenza da Londra, forse di Michale Pergolani, ricordo la frase: “... e lei che mi prendeva in giro perché a me piacevano i King Crimson”. Erano una lucida band di RnR, fu capita da un pubblico ristretto, ma molte loro canzoni sono capolavori. Il disco migliore dove recuperarli è Mott Live (il doppio CD, perché il vinile originale era troppo avaro di brani).
Gli album solisti di Ian Hunter, che dei Mott era il cantante, erano leggendari. Un cross over fra Stones e Dylan, le ballate di Ian Hunter (1975), All American Alien Boy (1976), You're Never Alone with a Schizophrenic (1979), il doppio live Welcome to the Club (1980), Short Back 'n' Sides (1981) con i Clash, All of the Good Ones Are Taken (1983) con la E street, sono da brivido.
Da qualche anno ha messo assieme la Runt Band, un gruppo di drughi con cui gira i club per suonare il suo rock'n'roll (li abbiamo ascoltati anche all'Alcatraz a Milano). I suoi ultimi dischi sono di ottimo livello, ma nessuno tanto quanto questo Finger Crossed.

I am standing in a roomfull of ghosts, turntables spinning round 

Finger Crossed è un disco di nostalgia. Un'apologia dell'epopea del glam rock. Non un disco lagnoso, ma una sano e solido disco rock, magari di rimpianto, ma senza pianti. Ian Hunter è al cospetto dei fantasmi degli artisti che ha amato, e che ancora oggi celebra nei bis di ogni concerto che esegue: David Bowie e Lou Reed. Dandy è una gioiosa ballata su quello che significava Bowie per lui, per i ragazzi, per me. Ma tutto il disco racconta degli anni maiuscoli del rock. E lo fa con grandi canzoni, che alla fine è quello che conta. In questo mi ricorda un altro recente grande tributo al glam rock, Modern Blues dei Waterboys (anno 2015) di Mike Scott, un altro cantante che è sul palco dagli anni settanta.

Almeno sei canzoni di Finger Crossed sono a livello delle cose migliori scritte da Hunter.
Dandy è il singolo dedicato a Bowie, e per la prima volta in anni ha trascinato in classifica un disco di Hunter.
Ghosts, sui fantasmi che circondano Hunter, e che circondano noi rockers, è un affilato rock dylaniano.
Finger Crossed è una gran ballata cantata da un pirata che ricorda tempi di leggenda.
White House un rock'n'roll felice su un futuro ancora da vivere.
You Can't Live In The Past un reggae lento da brivido, sciabolate di emozioni e di nostalgia.
Long Time un boogie per chiudere, i ricordi felici di un cattivo soggetto chiamato The Idiot.

Per me, un capolavoro. È solo rock'n'roll, è solo nostalgia, ma è la mia anima.


mercoledì 21 settembre 2016

The Beatles Eight Days A Week


Ho visto i Beatles dal vivo. Mi mancavano, ed ora non dovrò più soffrire di complessi di inferiorità nei confronti di chi poteva raccontarmi di aver assistito negli anni sessanta a un concerto di Beatles, Who o Rolling Stones. Li ho visti il 15 agosto 1965 allo Shea Stadium di NYC; eravamo in 55.000 spettatori, più una dozzina dentro il cinema. Le ragazze urlavano da sentirsi male, ed i poliziotti si davano da fare per mantenere l'ordine attorno al piccolo palco. Facevano un po' tenerezza: si fossero trovati dietro le transenne di uno show di Iggy Pop probabilmente si sarebbero messi a piangere. Gli amplificatori erano da 100 Watt, come un buon impianto domestico. Il che significa che io e gli altri undici nel cinema abbiamo sentito le canzoni enormemente meglio di ogni altra persona nello stadio.
I Fab Four hanno suonato per 30 minuti; non ho contato le canzoni, probabilmente sono state una decina o una dozzina al massimo, suonate molto veloci, tanto da risolversi spesso in due minuti.
Però i Beatles erano molto simpatici, coinvolgenti e al pieno dell'energia, con quel groove che li contraddistingueva da ogni altra band della British Invasion (i loro cinici cugini, i Rolling Stones, esclusi).
Hanno però fatto bene a lasciare le scene un anno dopo, al termine dello show il 29 agosto 1966 al Candlestick Park di San Francisco. Non l'avessero fatto dubito che avrebbero mai registrato un disco come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.

Questi trenta minuti dal vivo allo Shea Stadium sono stati il bis del film di Ron Howard (quello di Happy Days) sui Beatles in concerto, nei cinema italiani questa settimana: Eight Days a Week, The Touring Years. 
Un film molto carino, simpatico, molto ben montato, che offre una bella idea di cosa fu la Beatlemania  e di chi furono John, Paul, George e Ringo. Non un film realizzato per i fan, nel senso che non è un film che racconta la storia, ma una bella cosa divulgativa, magari per le nuove generazioni. Che però nel cinema in cui ero seduto io non c'erano, anzi, io ero probabilmente il più giovane degli spettatori. Pazienza, magari in USA è andata diversamente.
La storia va dall'esordio discografico della band nel 1962 al ritiro dai concerti nel 1966, senza dimenticare una scena dal concerto sul tetto della Apple in Savile Row il 30 gennaio 1969.
Ce n'è abbastanza da essere soddisfatti, anche se Howard si è concentrato talmente sui quattro da aver escluso del tutto il contesto. C'è la Beatlemania, ma non sono mostrati neppure sullo sfondo la Swinging London, la British Invasion, gli altri gruppi, i Rolling Stones. Non è affatto citato l'incontro con Bob Dylan (e con The Freewheelin'), che tanto influenzò la band, almeno quanto loro influenzarono Dylan, realizzando assieme la sintassi della musica rock.
Ecco, un giovane che veda Eight Days a Week potrebbe non avere un indizio dell'esistenza della musica rock; potrebbe pensare piuttosto ad un documentario su un fenomenale gruppo di musicisti per teenager.
Avrei dovuto fare il regista.

sabato 13 agosto 2016

Patti Smith M Train


Il talento è specifico. Un artista che dipinge non sa cantare. Un cantante non sa scrivere prosa. Uno scrittore non sa scrivere poesie. Un regista di cinema non sa rispondere alle domande di un'intervista in modo brillante. Ciò nonostante leggiamo con avidità i libri scritti dai nostri artisti preferiti. Di regola sono autobiografie, e sempre di regola sono in realtà scritte da altri - di regola terribili scribacchini americani specializzati esattamente in questo, ma purtroppo indifferenti alle canzoni ed ai dischi dell'autore. Quello che ci accontentiamo di trovare in questi libri sono informazioni ed indizi, sui fatti, e sul carattere vero del nostro musicista.
Ma ci sono eccezioni. Musicisti che hanno cose da scrivere, e sanno come farlo. Per esempio il Bob Dylan di Chronicle. Il libro migliore che ho letto scritto da un musicista è Just Kids di Patti Smith.
Ed oggi ho letto il nuovo M Train, che di Just Kids dovrebbe rappresentare in qualche modo il "seguito". Ma ne rappresenta il contraltare.
Just Kids erano i primi giorni della Smith, quella Patti giovane e piena di vita ed energia che arrivava a New York City, dalla periferia al centro del mondo, per conquistarlo, il mondo. Come avrebbe fatto per un pugno di anni con il Patti Smith Group. Gli stessi anni, si badi, in cui noi stessi lettori eravamo giovani e pieni di vita ed energia, intenti pure noi a tentare di conquistare il mondo, o almeno a farci conquistare dal rock'n'roll.
Just Kids era l'alba infuocata dal sole.
M Train è un'altra impresa. È il tramonto malinconico di una persona che ha rinunciato da molto tempo ad essere musicista, e che vive l'arte sono nel giardino segreto del proprio cuore.
M Train non è una storia, non è un racconto, perché non c'è nulla da raccontare. Le pagine di M Train sono tovaglioli di carta pieni di appunti sbiaditi scritti al caffè. Qualche volta c'è scritto qualche cosa di interessante, una frase da sottolineare, spesso non c'è scritto nulla, solo i menu di un pasto in solitudine.
M Train è una Patti Smith di 66 anni (come la Route), solitaria, gattara, che beve un caffè nero dopo l'altro e guarda alla TV le serie di telefilm polizieschi. Depressa, per le cose che cambiano, per le cose che si perdono e che non ci sono più. Per aver perso il marito Fred (Sonic Smith) ed il fratello Todd.
I capitoli sono fermate del treno, ma si assomigliano tutte, non si cambia stazione. Non c'è resurrezione in M Train. C'è tristezza, malinconia, rassegnazione e poesia.
Un libro piacevole da leggere per noi generazione beat, ma anche una bandiera bianca di sconfitta.

martedì 14 giugno 2016

Le stelle sono tante (recensioni #1)


Una volta le recensioni musicali erano necessarie. Servivano per aiutarci a scoprire dischi e musicisti che non era facile ascoltare altrimenti. Le prime riviste esistevano già prima del rock, all'inizio erano fogli di informazione per addetti ai lavori. Per esempio Variety, una rivista americana di inizio secolo per chi faceva dello spettacolo, oppure Melody Maker in UK.
La prima vera rivista rock fu Rolling Stone a San Francisco. Il suo senso era di raccontare una scena musicale e culturale in piena esplosione, quella dell'estate dell'amore. Fu seguita da Creem, la rivista scorretta dove scriveva Lester Bangs. San Lester Bangs.
Per la stessa ragione dieci anni dopo in Italia nasceva Il Mucchio Selvaggio. Era la rivista che raccontava del rinascimento musicale della scoperta del rock americano e della new wave. Magari era scritta a volte in modo approssimativo, ma era amata dai lettori, e anche da chi ci scriveva (come me), perché era una miniera d'oro.
A quei tempi le recensioni non solo erano necessarie: erano preziose.

Un po' alla volta le cose sono cambiate.

Intanto la scena rock si è dissolta, ed agonizza. L'ultimo fenomeno collettivo è stato il Grunge (e se vogliamo, più di nicchia, anche quello che io definisco il Groove di Phish, DMB, Blues Traveler e compagnia). Stiamo parlando di anni novanta.
Nel nuovo secolo esce qualche buon disco, a volte nessuno, a volte molti - come quest'anno, ma in ogni caso si tratta di fantasmi underground. Il pubblico popolare non compra più dischi, e paga il biglietto solo per vedere le marionette di rockstar bollite che non hanno più nulla da dire da molto tempo. Di conseguenze nessuno sente la necessità di una giornali che faccia la cronaca di una scena che non c'è. Riviste come Mojo e Uncut sono fogli per onanisti.
Poi i dischi oggi si ascoltano con facilità sul web, attraverso Spotify, Apple Music e YouTube. Non c'è necessità di qualcuno che ce li racconti.
Infine il web stesso, che all'inizio ci era apparso come il seme di una nuova comunicazione universale, ha soffocato la carta stampata. Non perché il popolo legga oggi sul web, ma perché ha smesso di leggere del tutto. Due righe copiaincollate su FaceBook ed una foto su Instagram coprono il 99% delle necessità.
Non c'è più il recensore perché in democrazia ognuno è recensore di sé stesso. Se ti piacciono i Queen e Zucchero, poi scrivere sulla tua pagina che sono dei geni e tanto ti basta.

Non che nemmeno una volta fossero comunque in molti a leggere davvero. Quando negli anni ottanta il New Musical Express (la più autorevole rivista musicale britannica, quella di Nick Kent, San Nick Kent) si accorse che le vendite iniziavano a calare, incaricò a una società un sondaggio su quali fossero gli articoli preferiti dai lettori. Il risultato fu che la maggior parte degli acquirenti, sottolineo la maggior parte, in realtà gli articoli non li leggeva: si limitavano a sbirciare i titoli, le foto e le didascalie.
I blog stessi, ed io fui uno dei primi a gestirne, sia musicali (Texas Tears) che informatici (il primo si intitolava RAM, poi MacLovers, che in un'occasione fu citato anche dal Sole24Ore), sono stati soffocati dalla "comunicazione" più diretta di FaceBook.

Venuta meno la necessità delle recensioni, e ancor di più venuta meno l'autorevolezza dei recensori, in un'ambiente dove chiunque può pontificare, la stampa rock è deceduta e quella poca sopravvissuta è in coma.
Non leggo le recensioni, e quelle che leggo non mi piacciono. Mi piace però chi sa scrivere, e sa scrivere di musica. Io li chiamo scrittori Beat. Come mi piaceva leggere un Gianni Brera scrivere di calcio e ciclismo, anche se non mi piacciono né calcio né ciclismo, questi cronisti musicali mi piacciono perché scrivono bene.

Ci sono alcuni di questi "scrittori Beat" fra noi, anche se pochi. In quelle non frequenti occasioni in cui è ispirato e non routinario, è un piacere leggere le frasi assolutamente romantiche e a fuoco di quel vecchio cowboy di Mauro Zambellini. Mi piace leggere i libri pieni di amore di Eleonora Bagarotti. Adoro lo spirito noir di Paolo Vites, anche se pare che faccia del suo meglio per cercare di soffocarlo.

Personalmente, io continuo a scrivere (e leggere) perché fa parte del mio DNA. Mi definisco un cronista rock (non un critico musicale, perché la natura stessa del rock non contempla un livello di critica: si può essere critici letterari, o di musica classica o jazz, ma non di rock'n'roll. Sarebbe come arbitrare una partita a pallone nel cortile), ma mi sento uno “scrittore di nicchia”, come una volta ebbe a definirmi casualmente un'amica, forse come consolazione.

Una volta ho sentito dire dal direttore di una rivista: “Ci piace sentirci tutti Lester Bangs, ma non lo siamo”. Non gli ho risposto, perché in effetti io mi sento Lester Bangs, non meno di quanto Bob Dylan si sentisse Woody Guthrie. Un modello bisogna pur averlo, ed anche one believer - anche se sono io stesso ;-)

Ho una lunga lista, tredici libri allo stato attuale, in gestazione. Sono prolifico, potrei scriverli in un solo anno, se potessi farlo a tempo pieno. In realtà ho delle bollette e degli alimenti da pagare, il che comporta che la parte efficace della mia giornata è sprecata negli affanni di un differente lavoro. E poi ci sono le donne, che amo da sempre, ma che da sempre mi ripagano in miele e fiele in parti uguali. Sfortunatamente, a differenza della maggior parte degli artisti, io scrivo quando ho una musa, non quando sono malinconico.
Quello che forse sto cercando di dirvi è: siete fortunati, avete questo blog gratis, persino senza quelle odiose pubblicità del web. Non avete conosciuto personalmente Hemingway, ma potete conoscere me ;-) Ve lo dimostrerò (forse).


P.S.: prosegue con Recensioni #2

domenica 12 giugno 2016

High Hopes


Fu Bruce Springsteen il musicista che resuscitò il rock'n'roll. Il significato dimenticato delle canzoni di tre minuti stampate sui due lati dei 45 giri. Prima ancora di Patti Smith, del CBGB, della new wave. Fu lui l'Elvis Presley, il Chuck Berry, il Gene Vincent, l'Eddie Cochran, il Phil Spector, il Roy Orbison, il Mitch Ryder, il Gary U.S. Bonds che noi non avevamo vissuto.
Fu lui a raccontarci, con la sintassi degli anni settanta, che cosa aveva significato tutta quella musica negli anni cinquanta per una nuova generazione.
Fu quello il motivo per cui ci fulminò, fu quello che fece di lui il nostro high priest of rock. Furono dischi come Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River, Born In The U.S.A. a raccontarci di un mondo che ci era ignoto ma in cui volevamo vivere.

Negli anni settanta Springsteen fu il futuro (e il presente) del r'n'r, negli anni ottanta ne fu l'ambasciatore, il simbolo, i suoi Beatles.
Poi, com'era successo a Dylan dopo l'incidente motociclistico, si ritirò. Si nascose, non a Woodstock ma a Beverly Hills. Si nascose sulla spiaggia opposta dell'America, alla ricerca di una terra promessa che non gli riuscì di trovare.

Quando all'alba del nuovo secolo fece ritorno, si era arreso. Per qualche motivo, era cambiato. Come Jerry Lee, che la società aveva piegato da ribelle in un cantante country, Bruce da rocker era diventato un entertainer, un intrattenitore. Forse la necessità di piacere, o forse aveva fatto il palato al lusso (e la nuova carriere di soldi gliene avrebbe donati tanti da non potersi contare, come quelli di Paperon de Paperoni), o magari il terrore di invecchiare e lasciarsi alle spalle i glory days.

There is a thin thin line between an entertainer and a clown. C'è una linea sottile fra essere un entertainer ed un clown. Ce l'insegna la maschera tragicomica di quel panzone di Elvis Presley in tutina bianca che canta i greatest hits a Las Vegas. Mai potuto soffrirlo.

La maggior parte dei miei lettori viene dai pezzi fiume che scrissi su Springsteen sul Mucchio Selvaggio. Oggi lo Springsteen degli stadi non è il mio Boss, ed il suo pubblico non è la mia famiglia.
Non andrò più a vederlo suonare dal vivo, già l'ho visto una volta di troppo. Almeno non prima che sciolga quel circo che porta lo stesso nome dei magnificent seven degli anni settanta.

Ascoltami Boss. Sciogli il gruppo, molla la casa discografica giapponese (lo stesso paese che produce la Subaru che un tempo non volevi guidare), mettiti con una band di giovani affamati di NYC, dimentica le canzoni che hai scritto nei giorni di gloria, e canta senza vergogna quelle che scrivi oggi che la creatività sembra esaurita, anche se non sono certo belle.

Ho preso i tuoi sei album in studio del nuovo secolo, e ci ho spremuto un solo disco, con cinque canzoni per facciata (neanche sei sono riuscito a trovarne). Vuoi saperlo? È un capolavoro a cinque stelle come quelli degli anni settanta. Se ti servisse un produttore al posto di Landau...

side 1: 

High Hopes 
I'll Work For Your Love 
Tomorrow Never Knows 
Magic 
Jack Of All Trades 

side 2: 

Further Up (On The Road) 
Radio Nowhere 
Outlaw Pete 
Long Walk Home 
Dream baby Dream 


Qui l'album su Spotify 

Bruce Springsteen was the musician who revived rock’n’roll. The forgotten meaning of three minute songs printed on both sides of a single. Even before Patti Smith, CBGB's, new wave. He was the Elvis Presley, Chuck Berry, Gene Vincent, Eddie Cochran, Phil Spector, Roy Orbison, Mitch Ryder, Gary US Bonds that we didn’t live.
He was the one who told us, using the words of the Seventies, the meaning that those songs had in the fifties for a brand new generation.
That’s the reason why he shocked us. That’s what made him the High Priest of r’n’r. Records like Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River, Born In the U.S.A. told us of a new land, where we wanted to live.

Then, like Dylan after the motorcycle accident, he just vanished. He hid, not in Woodstock but in Beverly Hills. On the opposite shore of America, in search of a promised land he couldn’t find.

When at the dawn of the new century he came back, he had given up. For some reason, he had changed. Like Jerry Lee, who was bend from a rebel to a country singer, Bruce from a rocker turned into an entertainer. Maybe it was because he just wanted to please, maybe he found luxury confortable (his new career earned him so much money he can’t even count), of maybe it was just the fear of getting old and leaving behind the glory days.

But there is a thin thin line between an entertainer and a clown. Elvis showed us, in his silly white outfit singing greatest hits in Vegas. I could never stand it.

Most of my audience come from my long old writings about him. Today Springsteen dancing in stadiums is not my Boss, and his audience is not my people.

Hey mister, please listen to me. Quit the band, leave the Japan label (there was a time when Subarus didn’t fit you), find some hungry young musicians to play with, forget your glory days hits, and don’t be ashamed to sing the songs you write now, even if they are weaker.

I listened once again to your six albums of this century, just to squeeze them out in just one record, five songs per side. You know what? It’s a masterpiece, just the same as the ones of the Seventies.

P.S.: The Seeger Sessions is a masterwork by itself, but that's a different story. 

sabato 11 giugno 2016

It's Too Late To Stop Now... vol II, III & IV


A metà degli anni settanta c'era in atto una transizione tra la musica della mente e quella del corpo. In oscuri locali di periferia come il Southend Kursaal a Canvey Island gruppi come i Dr. Feelgood già facevano danzare le platee, ma sui nostri giradischi giravano i long playing dei Tangerine Dream e dei Caravan, dei Genesis e di CSN&Y.

“Marco di dischi lui fa la collezione 
e conosce a memoria ogni nuova formazione 
e intanto sogna di andare in California 
o alle porte del cosmo che stanno su in Germania”

Un giorno mi capitò in mano, prestato da un amico - come spesso accadeva, il disco Live! di un gruppo giamaicano, Bob Marley & The Wailers, marchiato Island. Era un sound impressionante, un livello di comunicazione dall'anima del musicista all'anima dell'ascoltatore che non avevo ancora mai sperimentato. Certo non da Emerson, Lake & Palmer. 
Acquistai Rastaman Vibration, ed improvvisamente tutti i miei dischi mi sembrarono inadeguati. Pensai una cosa non dissimile da quella che aveva pensato Sam Phillips vent'anni prima (anche se io allora non lo sapevo): volevo trovare un cantante bianco che cantasse con l'anima di Bob Marley. 
Eravamo alle porte di un rinascimento musicale, quello che per essere raccontato portò in Italia alla fondazione de il Mucchio Selvaggio, e di dischi meravigliosi per nutrire la mia anima da quel giorno ne avrei trovati a bizzeffe. Mi basti pensare a quando portai a casa Darkness On The Edge Of Town
Ma il cantante bianco che cantava con l'anima di Bob Marley lo scoprii al cinema una sera del 1978, quando con un amico andai a vedere L'Ultimo Valzer, il film di Martin Scorsese sul concerto di addio che The Band aveva tenuto al Winterland di San Francisco il 25 novembre 1976.
Quando sul palco salì un tizio piccoletto con i capelli un po' goffo, che si mise a cantare una canzone divina, Caravan, scalciando nell'aria. Lui e Muddy Waters furono la mia scoperta di quella serata. 
Il giorno dopo acquistai il suo disco di quei giorni, Wavelenght, che mi sembrò magnifico, specie nella lunga elegia finale di Take It Where You Find It. Era lui il cantante che sapevo dover esistere in qualche parte del mondo anche prima di averlo ascoltato. 
La consacrazione del mio amore per Van the Man avvenne quando mi procurai It's Too Late To Stop Now, un disco registrato direttamente dal vivo per rassicurare noi mortali dell'esistenza di un Paradiso. 
In quegli anni scoprii tutti i leggendari dischi dal vivo della musica Rock, quelli che da soli basterebbero a raccontare l'arte della mia generazione: 

Live Bullet di Bob Seger & the Silver Bullet Band (da non credere alle proprie orecchie); 

At Fillmore East degli Allman Brothers Band (no, lo confesso, il disco che acquistai fu Wipe the Windows, Check the Oil, Dollar Gas, ma siccome non conoscevo ancora Fillmore East lo amai alla follia); 

Waiting For Columbus (mamma mia!); 

Winterland 78 (dell'uomo che fece rinascere il rock'n'roll, e che mi aiutò a diventare Blue Bottazzi; che vidi all'Hallenstadion di Zurigo nella ormai mitizzata spedizione del Mucchio Selvaggio; che mi fece da faro per un paio di decenni; e che si perse nel nuovo secolo. Allora era il ministro del R&R, ha voluto trasformarsi in un entertainer, forse per bisogno di essere amato, forse per denaro. Ma c'è una linea sottile fra un entertainer ed un clown. Penso al pancione di Elvis in tutina bianca a Las Vegas...)

Rock'n'roll Animal di Lou Reed e Live Dead chiudono la lista, ma in effetti li conoscevo già. 

Non sono gli unici dischi dal vivo magici del rock. Sul mio libro Perché non lo facciamo per la strada ho fatto una lista lunga tre pagine dei grandi dischi dal vivo. Ma quelli che ho citati sono l'Olimpo. 

It's Too Late era un album doppio. Oggi viene stampato un cofanetto di ben tre CD, intitolato It'S Too Late To Stop Now... volumes II, III & IV, carico come un uovo di niente meno che altre 54 canzoni da quel leggendario tour del 1973 di Van con la Caledonia Soul Orchestra. Non è nemmeno più stampato dalla Warner Bros. 

È di una bellezza dolorosa. È come se tu potessi entrare in una macchina del tempo, non solo per ritrovarti a rifare l'amore con il primo amore, ma per farlo anche come non l'avevi mai fatto. 
Non so se sono contento; è bellissimo e mi fa soffrire, per i quarant'anni che mi separano da quella mia gioventù. Lì dentro c'è tutto. Qui fuori è un'altra cosa. Magari bella, magari brutta, ma è un'altra cosa. 
Take me back! 




lunedì 30 maggio 2016

Memory Motel


Anna era dolce come una pesca 
i suoi occhi nocciola 
e il naso appena un po’ aquilino
Abbiamo passato una notte soli al Memory Hotel 
è sull’oceano, immagino che tu sappia dove, 
c’era una stellata da togliere il respiro 
e giù sulla spiaggia 
i suoi capelli erano fradici di schiuma
Ha preso la mia chitarra ed ha iniziato a suonare 
ha cantato una canzone per me 
che mi è andata dritta in testa: 

“Tu sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

Guidava un pick up verde e blu 
con le gomme consumate 
dopo un paio di miglia le chiesi dove stesse andando 
“Torno a Boston, canto in un bar 
Oggi devo volare fino a Baton Rouge”
Ero nervoso, la strada non era un velluto
dall’altra parte del Texas c’è la rosa di San Antone 
mi sentivo strano fin dentro le ossa
Al settimo giorno i miei occhi erano appannati 
avevamo già fatto diecimila miglia 
avanti ed indietro per quindici stati 
confondevo il volto di ogni donna 
ho gettato la bottiglia, 
ho buttato il bagaglio e mi sono messo a piangere
mentre gli amici facevano baldoria al ventiduesimo piano 
cercando di buttare giù la porta… 
era stata una notte solitaria al Memory Motel 

“Sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

(testo di Mick Jagger) 

domenica 29 maggio 2016

Elvis Costello Musica Infedele & inchiostro simpatico


Per usare un'espressione abusata, Elvis Costello è stato uno dei musicisti più geniali venuti fuori con la new wave. Un interprete sopraffino, una voce suadente, una gran band (gli Attractions) e soprattutto magnifiche canzoni. Non tutte magnifiche, perché Costello è sicuramente un logorroico, per cui di canzoni ne ha scritte a centinaia; però quelle belle sono dei veri e propri classici, sparsi su tutti quanti i suoi dischi, da quelli memorabili a quelli più noiosi.
Musica Infedele ecc. ecc. è la sua autobiografia. Adoro le autobiografie dei musicisti, non perché svelino segreti straordinari o siano sincere o anche solo attendibili, ma perché aiutano molto a inquadrare la personalità di musicisti che per lo più conosciamo solo attraverso i loro dischi. Certo, siccome il talento è specifico, salta fuori che la maggior parte dei musicisti non sa scrivere in prosa, e quasi sempre si fanno aiutare nella loro impresa da ghost writer o, peggio, da scrittori professionisti americani di biografie, la cui scrittura è eccitante quanto una ragazza fredda e una birra calda.
A volte ti rendi conto che il musicista è un idiota, altre volte il contrario. Un musicista che ha scritto di proprio pugno la sua autobiografia è Chuck Berry, probabilmente soprattutto perché non voleva pagare nessuno che lo facesse. Berry è il poeta laureato del rock'n'roll, e le sue liriche sono da antologia. Nel libro si dimostra al contrario una persona molto semplice, e questo è una conferma di più della mia teoria che il talento è estremamente specifico, e largamente indipendente dal livello di cultura.
L'unico musicista di cui ho letto una autobiografia memorabile e sicuramente autografa è Bob Dylan, che scrive in prosa con il medesimo talento che ci mette nelle liriche.
Anche il libro di Costello è sicuramente scritto da lui, perché non segue nessuno dei cliché dei ghost writer di professione. D'altra parte Costello è britannico e non americano, e questo qualche cosa vorrà ben dire.

Il suo libro è un investimento, perché costa più della media, ma d'altra parte è anche decisamente più spesso della media: un bel mattone di quasi novecento pagine.
Sfortunatamente è anche molto noioso. Almeno, lo è nelle prime 200 pagine, perché è li che sono arrivato fino ad ora, e non sono sicuro che resisterò ancora molto. Costello è un uomo riservato, per cui sembra restio a raccontare fatti privati che vadano più in la della adolescenza; resta dunque da domandarsi cosa lo abbia spinto a scrivere il libro. Tutta la conversazione delle prime duecento pagine ricorda il dialogo di un ubriaco: storie fumose mal definite che spuntano dal nulla e ne escono senza che si riesca a comprenderne la morale. È come avere la fortuna di sedere al pub con un musicista che adori, disposti a distillare il massimo dalle sue incerte confidenze, senza però riuscire a venirne a capo. Quello che salta fuori è che per essere il talento che è, pare non esserne molto sicuro; di certo è una persona molto più modesta dell'arrogante personaggio che metteva in scena nei giorni del punk. Offre l'impressione di una persona dolce e piacevole, e alquanto sfuggente. Ma quello che a Costello sembra sfuggire è che un libro deve avere una storia da raccontare, e che le parole a ruota libera alla fine diventano soporifere.

Facciamo così: mi metterò a leggerne qualche pagina a caso molto più avanti; se la cosa si fa interessante tornerò a correggere la recensione. Intanto mi accontento di riascoltare le sue canzoni, che sono davvero belle, e superbamente arrangiate.