domenica 25 gennaio 2015

I giorni del Moog


La musica non è indipendente dalla tecnica. Per scrivere una musica per pianoforte ci voleva che uno strumento a tastiera come il clavicembalo divenisse, per l’appunto, un pianoforte. Per suonare gli archi ci voleva che qualcuno inventasse il violino. Il rock è stato decisamente influenzato dall’elettrificazione della chitarra, come dall’esistenza della batteria di percussioni. Strumento come l’Hammond B3 o il piano elettrico Wurlitzer hanno segnato dei veri e propri periodi musicali, se non addirittura generi musicali.
Ma nessuna musica è stato tanto legata ad uno strumento come l’elettronica ai sintetizzatori. Mi spiego meglio, affinché Monsieur Lapalisse non si rigiri della tomba. La musica elettronica è nata esattamente dal suono degli strumenti elettronici, e ne ha seguito le rapide vicende, dallo snobismo dei primi esperimenti “colti” alla banalizzazione della musica leggera, che elettronica e computer hanno reso più a buon mercato.
Sfruttando i rumori dei primi oscillatori, gli ambienti della cultura accademica contemporanea hanno cominciato a sperimentarne l’utilizzo per ottenere effetti musicali. Parlo degli anni cinquanta di Karlheinz Stockhausen e di musicisti che conosco solo di nome.
Nel mondo della musica rock il suono del sintetizzatore arrivò a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. Il primo esperimento distribuito a livello commerciale e popolare fu Switched On Bach di Walter Carlos, nel 1968. Carlos, pioniere americano della musica elettronica, ebbe l’opportunità di collaborare con Robert Moog nella creazione di uno strumento elettronico che imitasse il suono di strumenti elettrocustici, o ne inventasse di mai sentiti in precedenza. In Switched On Bach, Carlos mediante l’uso del Moog riarrangia i concerti brandemburghesi di Johann Sebastian Bach. Ciò che rende l’operazione piuttosto notevole dal punto di vista tecnico è che il sintetizzatore di Moog per molti anni fu solo monofonico, cioè non fosse possibile suonare accordi se non registrando una sull’altra sul nastro le singole note. Dal punto di vista artistico la novità fu rappresentata dal mix di suggestioni barocche e fantascientifiche (erano gli anni della conquista dello spazio, dell’allunaggio e di 2001 Odissea nello Spazio) che il suono del disco suggeriva.
Il Moog era uno strumento costoso, voluminoso, pesante e fragile. Mentre era possibile utilizzarlo in studio (George Harrison ne acquistò uno per i Beatles di Abbey Road), sembrava piuttosto folle portarselo in concerto su un palco. L’idea venne a Keith Emerson, un musicista di preparazione classica ma che definirei “proto-punk” nel suo approccio alle tastiere. Con i Nice, negli anni in cui la psichedelia si trasformava in musica progressiva, utilizzò i suoni classici come pretesto di un rock furioso (nei suoi momenti migliori). Sul palco usava pugnalare i tasti dell’organo Hammond, così come bruciò una bandiera americana durante l’esecuzione di America di Leonard Berstein.
Nel 1969 i King Crimson di Robert Fripp codificarono un genere musicale tutto britannico, il progressive sinfonico, con l’uso che fecero del mellotron, uno strumento a tastiera che utilizzando un sistema analogico di nastri magnetici imitava l’effetto degli archi. Anche il Banco del Mutuo Soccorso ne acquistò uno.
Keith Emerson pensò di caratterizzare il suono del suo nuovo gruppo, gli Emerson Lake & Palmer, abusando del suono del sintetizzatore. Fu un peccato perché le sue improvvisazioni sull’Hammond e sul pianoforte non erano prive di fascino, mentre dal synt non ci ricavò che effetti sonori; ma ci riempì gli stadi americani e fece degli EL&P uno dei gruppi più popolari per un pugno di anni. Anche gli altri gruppi prog vollero un sintetizzatore, dai Genesis ai Gentle Giant, ai Caravan ai Gong. Per avere un sintetizzatore per la sua band, gli Yes, Jon Anderson licenziò il tastierista Tony Kaye per assumere Rick Wakeman, che contendeva ad Emerson la fama del pianista più veloce del west. Nel frattempo erano arrivati il mini Moog, più agile e comodo da trasportare, ed il poli Moog, su cui si potevano suonare gli accordi.
Ma il tempo vola, e con esso le mode: se nel 1970 mettere un assolo di synt su un disco era estremamente a la page, già nel 1976 faceva molto vecchia scuola.
Forse l’unico tastierista che riuscì a trarre grandi suoni da un sintetizzatore (lui usava l’ARP) fu Joe Zawinul, il jazzista del giro del Miles Davis di Bitches Brew, che si elesse a leader del jazz rock, o fusion, con i Weather Report. Zawinul usava il sintetizzatore come uno strumento a fiato, in coppia con il partner Wayne Shorter che era un sax (soprano, tenore e alto).

I Pink Floyd usavano il suono dei sintetizzatori, ma invece che per virtuosismo per creare un ambiente “cosmico”. Influenzarono tutta la scena hippie dei Die Kosmische Kuriere, i corrieri cosmici sperimentali tedeschi. I Popol Vuh acquistarono un sintetizzatore, ma tornarono presto ai suoni elettroacustici. Invece i Tangerine Dream di Froese, Franke e Baumann ripresero le sonorità di Ummagumma dei Floyd, assieme alle suggestioni della musica elettronica contemporanea e della musica concreta, per realizzare uno stile stile suggestivo che mischiava effetti spaziali, tastiere Moog e strumenti filtrati, come chitarre e percussioni. Il loro suono colpì talmente l’immaginazione del pubblico da portare dischi di taglio decisamente sperimentale ai vertici delle classifiche pop di vendita inglesi (e di riempire anche sale americane, come ci racconta in modo esilarante Lester Bangs). Per quei pochi anni in cui rimasero assieme come trio realizzarono comunque opere notevoli e decisamente fantasiose: non un solo dei loro album per la Virgin Records assomiglia all’altro. La spinta lungo un “cammino” ed una “sperimentazione” musicale non era ancora esaurita.
Più significativa ancora fu l’avventura dei Kraftwerk di Dusseldorf. Partiti dalla sperimentazione free dell'elettronica, come in Ralf & Florian, ebbero l’intuizione di usarne i suoni per creare canzoni, come fecero prima con la suite di Autobahn, in cui imitavano una corsa in automobile, poi con i brani deco di Radioactivity ed infine con quelli techno dance di Trans Europe Express. Ispirati dalla band, David Bowie e Brian Eno si inventarono la trilogia berlinese, quella di Low ed Heroes, a cui io stilisticamente affiancherei più volentieri il precedente Station To Station (registrato a Los Angeles) che il fiacco Lodger. E Brian Eno ci fece seguire tutta la musica ambientale, almeno fino a che mise a disposizione un’applicazione per iPhone in grado di realizzare automaticamente la stessa musica senza dover acquistare dischi.

Ma quello che il pubblico snob dell’elettronica non si aspettava era, nel 1977, di ascoltare il singolo di disco music I Feel Love di Donna Summer. Il produttore Giorgio Moroder faceva infatti propri i suoni di sintetizzatori a la Tangerine Dream per creare musica da ballo. Era lo stesso che facevano i Kraftwerk di Trans Europe Express, ma questa volta non c’era nessun pretesto artistico, dadaista o meno. Era proprio musica leggera.
Per tutti gli anni ottanta l’elettronica divenne appannaggio della musica da ballo, sia disco music che del synth-pop decadente britannico di gruppi dalla carnagione anemica come Gary Numan, Human League, Depeche Mode, Duran Duran, Power Station, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Soft Cell.

In generale il “suono anni ottanta” è un suono pompato, compresso e condotto da ritmi elettronici.

Negli anni novanta i sintetizzatori stessi erano resi obsoleti dai programmi per computer come ProTools e della registrazione digitale, e divennero definitivamente vintage. Fino alla prossima riscoperta, chi lo può mai dire con la moda?






sabato 24 gennaio 2015

Long Playing: Edgar Froese & Tangerine Dream


Acquistai il mio primo long playing nel 1974 e da allora fu un diluvio. Nei tre anni che separavano quell'anno dal 1977 (anno 1 della musica punk), avevo i miei eroi. Alcuni di essi durarono, altri furono spazzati dalla new wave. Fra essi enumero Yes, Mike Oldfield, PFM, i Genesis di Peter Gabriel, la scena di Canterbury, l’elettronica tedesca, e già i Rolling Stones, David Bowie e Lou Reed. Edgar Froese era uno dei miei eroi, assieme ai suoi due sodali Michael Franke e Peter Baumann. Di questi giorni i musicisti rock muoiono come mosche (non è un buon segno, significa che in prima linea ora ci stiamo dirigendo noi...), ma in genere dimostro un dignitoso cinismo. Ma Froese, eroe hippie dei miei 16 anni, lo piango.
Lo scoprii da liceale, in gita scolastica a Roma, su un doppio vinile sampler della Virgin Records intitolato V, e ne seguii le gesta fino al doppio live Encore, del 1977, che dopo l'ascolto riportai al negoziante. Ormai c'erano Sex Pistols e Ramones...

Ho chiuso il capitolo Londra di Perché non lo facciamo per la strada? con le parole: “those where the days: un disco di musica elettronica sperimentale come Phaedra fu il disco più venduto in classifica per una settimana...”

Ho dedicato un paragrafo, un po' asciutto in realtà, alla scena musicale tedesca su Long Playing, una storia del Rock, lato A. Lo riporto qui sotto in memoria di Froese. R.I.P.

« There is no death, there is just a change of our cosmic address » 
(non esiste la morte, solo un cambio di indirizzo cosmico...)


giovedì 22 gennaio 2015

L’arte difficile dell'antologia


Antologie, The Best Of, Greatest Hits. Chi non c’è passato?
Scrivevo su Perché non lo facciamo per la strada, che: «partire da una antologia azzeccata, per poi zoomare dentro ogni canzone, un disco alla volta, non è un brutto di modo di viaggiare, in autostop, attraverso la musica dell’artista. Se sono ben fatte le antologie sono come una cartina stradale. Una volta le antologie le registravo io su una C 90, a modo mio». 

Ho acquistato la recente antologia di Bowie in tre CD, Nothing Changed, ed è forse il disco che ho lasciato suonare più spesso nell’ultimo mese. A parte la trovata vincente di farla procedere a ritroso, dalla canzone più recente, via via indietro fino ai memorabilia degli anni sessanta, nei tre CD presenta tre Bowie diversi, quello degli anni 2000, quello degli ’80, quello dei ’70. È come vedere un grande documentario.
Così mi sono lasciato trascinare anche da The Who Hits 50! in edizione doppia da 42 canzoni. Naturalmente avrei potuto crearmela da solo, artigianalmente, masterizzando un paio di CD, o più modernamente mettendo le canzoni su un iPod. Ma vuoi mettere comprare in negozio il disco nuovo (un doppio al prezzo di singolo), con la copertina, togliere il cellophane, salire in auto e infilare il CD con il la coccarda tricolore blu bianca e rossa nella fessura del CD? Sì, lo so, queste parole sembrano i testi di Heroin dei Velvet Underground...


In effetti il senso dell’antologia, anche se alla fine spesso ad acquistarla sono i fan (anche per avere il brano raro che la casa discografica ha pensato bene di farci scivolar dentro), sarebbe quella di raggiungere l’ascoltatore vergine, il neofita che non conosce l’artista. Una volta valeva per il pubblico popolare, oggi meno perché la gente non acquista più i dischi. Però può darsi che io non abbia neanche un disco di John Martyn o di Nick Drake o di Tim Buckley o di Tim Hardin, e pensi di rimediare con un disco. La dibattuta questione è: scopro qual è a furore di popolo il suo disco migliore, o prendo la scorciatoia di una antologia?
La risposta definitiva, ça va sans dire, non c’è: dipende.
L’antologia non è mai paragonabile al disco vero, al capolavoro. Però può essere un buon punto di partenza, un assaggio, una cartina stradale. Una antologia fatta con amore potrebbe essere una guida personale alla scoperta dell’artista, da proseguire poi, nel caso, con la propria sensibilità.



Prendi Bowie. Da teenager io partii con il vinile di ChangesOneBowie (che più tardi conobbe anche un ChangesTwoBowie, ed un CD di ChangesBowie). Lo ascoltai fino a consumarlo
Certi Greatest Hits furono talmente dei classici da diventare motu proprio capitoli a tutti gli effetti della storia discografica dell’artista. Prendi il caso di Simon & Garfunkel, il cui Greatest Hits ai tempi dei vinili fu ininterrottamente per anni il loro best seller, presente universalmente in tutte le collezioni. E lo stesso valeva per i doppi rosso e blu dei Beatles.
Ci sono poi raccolte che per certi artisti potrebbero essere tutto quanto ci serve nella nostra discoteca. Per esempio quella bella serie di doppi The Essential. Magari The Essential Jaco Pastorius, certo non The Essential Bruce Springsteen...


Negli anni sessanta in Inghilterra non stampavano le canzoni dei 45 giri anche sui 33. Dovevi acquistare gli uni e gli altri. Ristampando i CD, alcune volte i singoli sono stati aggiunti, altre volte no. Per esempio non nei dischi dei Beatles né in quelli dei Pink Floyd (non concepisco neanche che si possa non conoscere Arnold Layne o See Emily Play).
Erano presenti invece nella discografia americana dei Rolling Stones.
Per cui le antologie dei singoli sono diventate parti non solo integranti, ma addirittura necessarie, delle loro discografie. Vale per London Years, antologia dei singoli americani (l’etichetta discografica si chiamava, appunto, London) dei Rolling Stones. Ai tempi dei vinili era Rolled Gold della Decca.
Vale per Past Masters dei Beatles, nonostante la funebre copertina davvero detestabile.
Vale per Relics dei Pink Floyd (su vinile possiedo anche un raro Masters Of Rock). E vale per gli Who. Il disco dei singoli era Meaty Beaty Big and Bouncy, a cui sono affezionatissimo.

Poi ci sono le antologie di inediti, a volte scarti, a volte gustose (Bounced Checks di Tom Waits), a volte essenziali (Tracks di Springsteen).
E le antologie tematiche, come The Byrds play Dylan, e l’analoga dei Grateful Dead.


A un ragazzo che mi chiedesse un disco degli Who, consiglierei di acquistarsi il singolo CD di Hits 50! E se poi diventa un fan, di integrare con Who’s Next, Quadrophenia e Live At Leeds.
E Dylan? «Non ho neanche un disco di Dylan, cosa posso ascoltare?». I capo-capolavori sono Blonde On Blonde e Blood On The Tracks. Tutto lo sterminato songbook è nei dischi Columbia degli anni sessanta, ma è un assaggio tosto, non per principianti. E allora magari perché non un Greatest Hits?

P.S.: un’ultima domanda. Vale ancora parlare di antologia in tempi di Spotify e musica liquida?



domenica 18 gennaio 2015

The Lunatics Tutte le canzoni dei Pink Floyd


Ieri sera ho letto il nuovo libro sui Pink Floyd della Giunti, curato (o supervisionato) da Riccardo Bertoncelli. È stata una lettura piacevole, accompagnato in tempo reale dall’ascolto dei loro dischi, almeno fino a Meddle. È un libro ricchissimo di informazioni, precise ed attendibili, e non a caso si rivolge al fan club, i lunatici, per l’appunto.
Leggendolo mi sono reso conto di un mio mutamento emozionale personale, come lettore, nel corso dello scorrere delle pagine: dall’eccitazione inevitabilmente trasmessa dal periodo psichedelico della Summer Of Love, alla sensazione del cupo deja vu degli anni settanta del periodo cosmico Pompei, al fastidio del periodo pop di Waters prima, di Gilmour dopo. I curatori del libro hanno dimostrato molta professionalità evitando i tranelli dei giudizi critici sull’opera, sia pur mantenendo sempre un livello libero da cadute di stile, perché evidentemente il target è l’appassionato del gruppo, compreso la massa di acquirenti dei recenti nastri di Endless River: non a caso il sottotitolo editoriale è Il Fiume Infinito.
Però, si sa, Fans is a four-letter word...

Mi piace però fare qualche considerazione personale sulla band.
Ci sono stati 3 gruppi a portare il nome di Pink Floyd, radicalmente differenti dal punto di vista stilistico, sociale e culturale.

Mark I: ça va sans dire, il gruppo psichedelico di Barrett, in quell’anno di mito del rock che fu il 1967. Incisioni elettrizzanti, che ancora oggi comunicano un’urgenza, un’espressione che fa di queste canzoni dei gioielli di arte concettuale. Peccato solo che il CD di The Piper At The Gates Of Dawn non copra interamente il periodo Barrett. A mio vedere i singoli dovrebbero essere compresi definitivamente nell’album, perché i PF psichedelici “registrati” sono rappresentati definitivamente da Arnold Layne e See Emily Play, mentre Apple and Oranges è una buona metafora del fading di quel periodo.

Mark II: i Pink Floyd cosmici. Forse nessun altro gruppo mi rievoca la prima metà degli anni settanta come il quartetto fotografato nella copertina interna di Meddle. C’è qualche cosa di epico in A Saucerful Of Secrets, l’energia della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Un gruppo di musicisti considerati - a buona ragione - condannati dalla dipartita del loro incontenibile leader, che impercettibilmente ma anche irresistibilmente slittano nello stile fra le folli oblique favole in rock ancora ben rappresentate dalle canzoni di Wright e Barrett (alcune delle quali assolutamente meravigliose: la mia preferita in assoluto la successiva Summer of ’69), verso quello stile immobile, stupito, lisergico, onirico, che sarà di album come Ummagumma (live, ché la parte in studio è, a conti fatti, un gioco antico del ‘69), Atom, Meddle, Wish, e le ballate di More. Uno stile magico ma anche definitivamente anacronistico, legato indissolubilmente alla colonna sonora di quegli anni, e spazzato via con soddisfazione dalla new wave, un po’ come film come La Montagna Sacra o Il Fiore delle Mille e Una Notte, o quelli di Alain Delon...

Mark III: i Pink Floyd popolari, dal sapore di plastica, quelli omologabili ai gruppi da stadio, che siano i Queen, i Supertramp, gli U2, gli Eagles o quelli che volete. I Pink Floyd “commerciali”, per usare un aggettivo che non ha mai perso il suo significato. Qualcuno ha scritto una frase molto bella che ho fatto mia (e mi scuso con l’autore, che non ricordo): i PF erano generati dalla tensione fra lo Yin di Waters e lo Yang di Gilmour. Con il valore aggiunto del sapore intenso e determinante di Wright e di Mason. Da soli non funzionano: Waters è nevrotico, Gilmour bollito. Wright si è chiamato fuori, Mason si è spento. Atom, Meddle, Wish (per quanto enormemente più elementari di quanto ci sembrassero da adolescenti) sono lavori nati dalla fusione nucleare dei quattro elementi. I PF Mark III non sono una band; quelli di Waters sono un gruppo di accompagnamento alle storie del bassista, registrati con un suono glamour (che mi fa trovare insopportabile The Dark Side Of The Moon, ma che ha fatto la loro fortuna commerciale), quelli di Gilmour sono scontati e vuoti fino all’imbarazzante (e quando ha un ritorno di fiamma, un feedback lisergico lo definirei, come la bella High Hopes oppure On A Island ti rendi conto di cosa sto dicendo).

Sapete cosa mi piacerebbe? Non gli effetti sonori radiofonici di Endless River, ma l’apertura dell’archivio live dei primi anni settanta. Avrebbe lo stesso sapore di un cineforum, come rivedere i film di Alexander Yodorowky... Ancora quindicenni per un giorno...



sabato 3 gennaio 2015

Perché non lo facciamo per la strada? La recensione di Route 61


« Il secondo sforzo creativo del buon Bottazzi (giacchè per il primo, “Long Playing”, che sta per avere un gemellino, un lato B, aprirò presto una parentesi a parte, a opera conclusa) mi fa venire in mente un disco che amo molto, di Andrew Gold, un session man californiano di cui troverete il nome in un sacco di dischi di west coast anni '70, quelli di Linda Ronstadt compresi. L'album in questione è “What's wrong with this picture?”, che girava su vinile Asylum, roba seria, roba con un significato. Cosa c'era di strano nella copertina? La giravi e la rigiravi ed è era tutto a posto, apparentemente. Alla fine, guardando meglio, ti accorgevi che nel grande soggiorno le cui vetrate davano forse sul mare di Santa Barbara un paio di oggetti erano fuori posto: un 45 giri suonava (suonava?) agganciato a un registratore Revox, e la bobina di quest'ultimo era adagiata, inutilmente, sul piatto di un giradischi.
Quella confusione voluta, e annunciata, a me ha sempre fatto pensare che il significato fosse “la musica trova sempre una sua strada, anche se gli metti qualche bastone tra le ruote, anche se sposti qualcosa”.
Sulla copertina del bel libro di Bottazzi, che si fa chiamare Blue per via di Tom Waits e Rickie Lee Jones, ma questa è un'altra storia, non c'é niente che non va. Funziona tutto a meraviglia. Molte cose coincidono con l'iconografia del rock, a volerle leggere. Una coppia (lui ed Eleonora Bagarotti, altra anima piena di musica) come erano Tom & Rickie su “Blue Valentine”, altro disco etichettato Asylum. Giubbotti di pelle, il serbatoio di una moto che si intravvede, la t-shirt bianca che recita, in rosso amore, Triumph, come la Bonneville con cui nel 1966 Bobby Dylan scivolò per un po' via dalla musica facendosi male seriamente.

giovedì 1 gennaio 2015

Il racconto di Natale: Adamo ed Eva


« My name is Adam, my name is Eve
I was the first man to live and breathe »
(Kasey Chambers & Shane Nicholson)

Il mio nome è Adamo, e sono stato il primo uomo sulla terra. La ricordo bene la terra a quei tempi, non è il genere di esperienza che si possa dimenticare. Lo chiamavamo il Paradiso Terrestre, ma non era molto diverso da oggi: campi, colline, ruscelli, valli, fiori, boschi. I campi erano verdi, il cielo azzurro. Come oggi. Era il clima ad essere diverso: sempre perfetto, una temperatura da paradiso. Una pioggia leggera giusto per il tempo di odorare il profumo di terra e di ozono, e poi il sole, un sole gentile ai cui raggi era bello stendersi sui prati.
Eravamo io e lei, io ed Eva, e non ci sentivamo soli. C’erano gli animali. Non esisteva la paura, perché non esisteva la morte. Non c’era il dolore, non c’erano malinconia né noia. Potrei azzardare che non c’erano regole. Di certo non c’era il primo, perché in effetti non si era mai sentito parlare di altri dei, e Lui era lì, in mezzo a noi, e credergli veniva facile. Magari il secondo, ma non lo definirei proprio un comandamento, direi piuttosto un consiglio: non disturbare il Grande Vecchio il settimo giorno, la domenica, perché ci teneva eccome al suo riposo. Ma d’altra parte perché avremmo dovuto rivolgerci a lui invano? Non avevamo domande perché non avevamo problemi. Neanche parlarne del quarto, perché non c’erano genitori né figli; noi due eravamo tutto quanto ci serviva.
Non c’era il quinto, perché non esistevano né la nascita né la morte: niente ciclo della vita. Non c’erano il settimo, né il nono né il decimo, perché tutto quello che era a portata di mano ci apparteneva. Cosa avremmo potuto desiderare o rubare? E a chi?
Ora che ci penso, in qualche modo doveva essere in vigore il sesto, ma all’inizio non ci avevo mai pensato. Certo, Eva era bellissima, ed ogni volta che il mio sguardo si soffermava su di lei non potevo fare a meno di emozionarmi. Non mi ci abituavo mai. Era bianca, morbida, rotonda. Aveva un bel seno, che non aveva bisogno di coprire perché era giovane, non faceva freddo e non c’era nessuno a cui nascondersi. Aveva dei fianchi larghi, aveva dei glutei tondi e delle cosce sinuose. E dove le cosce si incontravano al ventre, aveva come una mela, anche se Lui aveva in qualche modo pensato di nascondere con una deliziosa peluria riccia.
Non esisteva il sesso perché non esisteva il tempo, e di conseguenza non c’era futuro né passato, non c’erano né figli né genitori. Non aveva un senso né nascere né morire. Fra me ed Eva non c’erano discussioni né litigi, perché non esistevano ira, invidia, superbia, gola, avarizia, accidia. Però qualche cosa, in effetti, c’era. Non avrei saputo come definirlo: non un appetito, perché nel Paradiso Terrestre non esisteva la fame. Un languore, un senso di vuoto all’addome che mi prendeva a guardarla dormire, a riposare sdraiata al sole.
Oggi lo chiamerei un desiderio. Un desiderio che andava dai miei occhi, alla mia bocca, alle mani, giù fino al mio inguine, a quello che Eva ridendo chiamava il serpente. Un serpente che a volte, quando mi distendevo al suo fianco, sembrava voler prendere vita.
Non c’erano amici con cui confidarsi, e di chiederne a lui non se ne parlava; mi frenava una sorta di non identificato pudore. Dopo tutto era Dio. Cosa avrei potuto dirgli: «È magnifico questo Paradiso che ci hai donato, però c’è una cosa che manca»? Mi sarebbe sembrato tremendamente scortese, e anche decisamente ingrato.
Ne parlai con la donna che amavo, e che ad oggi non ho mai smesso di amare, la mia Eva. Quando mi fissò con i suoi grandi occhi scuri, un brivido in fondo alla schiena mi sembrò un indizio di sciagure, ma anche una promessa di piacere. Dunque anche lei mi desiderava.
La toccai, la accarezzai, la baciai, lei mi diede la mela ed io le diedi il serpente.
Lui subito fu lì da noi, e ci parlò. Non era così che funzionava il Paradiso, ci spiegò. Non era di carne che avevamo bisogno nella beatitudine perfetta. Il sesso non trovava un posto nella perfezione; il sesso era compagno del tempo, della riproduzione, del bisogno, della necessità, della fame, del lavoro, della morte. Del parto, del lavoro, della disillusione, della delusione, del tradimento, del dolore.
Nel Paradiso terrestre, che Lui aveva creato proprio per noi, potevamo avere tutto ciò che ci serviva, e non ci serviva nulla perché non ci mancava nulla. Ma se avessimo voluto la mela, allora avremmo incontrato una serie infinita di necessità, che avremmo scoperto impossibili da soddisfare.
Che ve lo dico a fare, non gli demmo retta.
Ed anche oggi che non sono più giovane e forte e sicuro di me stesso, ma sono vecchio e solo ed il mio tramonto è iniziato, non mi pento della nostra scelta. Ma tante volte ne parlammo, io ed Eva. Tante volte discutemmo, gridammo, ci accusammo, ci offendemmo, mentre gli anni passavano, l’inverno era freddo, il cibo era scarso, la bellezza svaniva ed i figli crescevano. Alla fine, sono rimasto solo, lei se n’è andata. Per dirla tutta, mi ha lasciato. Il paradiso è sempre qui, ma ora piove, fa freddo, fa caldo, le mosche e le zanzare sono odiose, e mi devo procurare da mangiare facendo un lavoro noioso e ingrato. Devo guardarmi dai ladri e i politici. Non è vero quello che si dice, che Lui si adirò e ci cacciò. Fu Lui ad andarsene, in silenzio, deluso dalla nostra ingratitudine, ma soprattutto perché sapeva di non servirci più. Lasciò lui le valli della terra, mentre noi siamo ancora qui. Non si è più fatto vivo, anche se sono in molti a sostenere di parlare per lui.
Ne è valsa la pena? Quando rivedo nella mia memoria quel suo seno arrogante, quei suoi fianchi morbidi, quel suo sedere rotondo, la sua mela dolcissima, beh, penso proprio di sì.


Blue Bottazzi. Racconti ed altre canzoni (in pubblicazione in qualche giorno futuro)

mercoledì 31 dicembre 2014

Keef


Lo zenit i Rolling Stones, l’altra più grande rock band al mondo, lo raggiunsero quando si ricompattarono dopo la Summer Of Love, riorganizzandosi dopo l’uscita dal gruppo di Brian Jones. Gli Stones erano nati suonando gutturale rhythm & blues di Chicago, ma avevano raggiunto il successo come gruppo Beat sulla scia dei Beatles, con canzoni meravigliose come Satisfaction, Paint It Black, Ruby Tuesday, She’s A Rainbow... Il 1967 era stato un momento di risacca, con Brian Jones fuori gioco ed un pallido disco psichedelico a imitazione dei Beatles di Sgt.Pepper.
Gli anni in cui i Rolling Stones inventarono il proprio suono furono quelli fra il 1968 di Begger’s Banquet ed il 1972 di Exile On Main St., il rock’n’roll irresistibile di Jumpin’ Jack Flash, Honky Tonk Women, Brown Sugar, You Can’t Always Get What You Want, Tumblin’ Dice. Gli anni della chitarra ritmica di Keith Richards e di quella solista di Mick Taylor, ben rappresentati dal concerto di Brussels Affair. 
Anche se gli Stones sono ancora oggi on the road, in realtà si sciolsero in qualche momento degli anni ottanta, quando Mick Jagger tentò una abortita carriera solista con She’s The Boss (1985) e Keith rispose mettendo assieme una band sua, gli XPensive Winos (1987) con Charley Drayton e Steve Jordan, Waddy Watchel e Ivan Neville (il figlio di Aaron, dei Neville Brothers). 
Prima di rientrare nei ranghi, i Winos misero assieme due ottimi dischi in studio ed uno registrato dal vivo. 
Richards ha uno stile di canto laid-back, di basso profilo, su corde country. Era stato il suo grande amico Gram Parsons, dei Byrds, ad insegnargli ad amare il country, e sono parecchi i pezzi country che Keef scrisse per gli Stones, come You Got The Silver, Dead Flowers, Sweet Virginia, Some Girls. Parsons aveva sperato che Richards e gli Stones gli producessero un disco solista, e per questo lo raggiunse in Costa Azzurra a Villefranche-sur-Mer, in quella Villa Nellcôte dove era stato allestito lo studio mobile in cui fu registrato Exile. 
È un vero peccato che quel disco non si materializzasse mai, per i problemi di droga di entrambi gli attori, e non fu possibile dopo la morte di Parsons a Josua Tree il 19 settembre 1973. 
Ma qualche cosa di simile esiste, sotto forma di Pay Back & Follow, un disco che Jagger e Richards, assieme a Mick Taylor, registrarono con John Phillips, il lupo mannaro dei The Mamas & The Papas, un altro bel tipo di cui andrebbe narrata la storia. 
Phillips, anch’egli sprofondato in problemi di droga, nel 1973 aveva pensato di spostarsi da Los Angeles a Londra, ed aveva avuto la bella pensata di mettersi a frequentare proprio Keef. Assieme registrarono molte tracce per un disco che al momento non vide la luce, perché nessuno era abbastanza lucido da arrivare alla fine, ma che dal punto di vista sonoro potrebbe essere considerato una ottima appendice proprio di Exile On Main St. Fu aggiustato in seguito e messo fuori dopo la morte di Phillips. Un disco da procurarsi assolutamente, una sorta di Rolling Stones meets The Band. 

Un altro disco da non perdersi in cui è implicato Richards è My True Story di Aaron Neville, uscito un po’ in sordina di recente, nel 2013. Aaron è una leggenda della musica di New Orleans, uno dei Neville Brothers; fu il primo del poker di fratelli ad avere successo, nel lontano 1966, con il successo del singolo di Tell It Like It Is. Da allora la sua carriera conobbe molti alti e bassi, con tanti momenti difficili e qualche successo, di solito di dubbio gusto, legato alle produzioni popolari a cui la sua voce in falsetto è stata sottoposta, comprese alcune incisioni con Linda Rondstadt. Proprio per questo motivo è doppiamente benvenuto un disco in cui il grande Keif rende omaggio al suo talento, con My True Story, un disco di asciutto e brillante rock’n’roll anni sessanta, con Richards e Benmont Tench, sullo stile dei Drifters e del sound di New York. Un disco blu, che proprio per questo mi porta alla mente un altro capolavoro del RnR, Le Chat Bleu dei Mink DeVille.
I titoli sono un compendio degli Happy Days: da Gypsy Woman di Curtis Mayfield per il suono della Motown di Detroit, ad Under The Boarwalk e This Magic Moment dei Drifters. Be My Baby racconta tutta una storia: con il wall of sound di Phil Spector, fu un successo epocale delle Ronettes, di quelli che creano un nuovo standard. La cantante, Ronnie Bennett (successivamente nota come Ronnie Spector, la prima ragazzaccia del rock e la figura che ispirò Tootsie DeVille e di conseguenza l’immagine dei Mink DeVille), era diventata molto intima di Keith Richards, che non perdeva occasione di incontrarla nel corso di ogni tour americano dei Rolling Stones, a dispetto della gelosia di Phil. È una sorta di omaggio che la canzone sia stata inclusa nel disco. 

Se fate in tempo, fatene il vostro disco di capodanno. 



Dischi consigliati 

Rolling Stones: tutti i dischi fino al 1978 
Gram Parsons: Grievous Angel (1974) 
John Phillips (and the Rolling Stones): Pay Pack & Follow (edito nel 2001) 
Keith Richards: Talk Is Cheap (1988) 
Aaron Neville: My True Story (2013) 


P.S.: leggi tutti i Rolling Stones di Blue Bottazzi BEAT 


venerdì 26 dicembre 2014

i migliori dischi del 2014



Il 2014 è stato l’anno della pioggia: non ne ho mai vista cadere tanta e tanto spesso dal cielo, e spero proprio che non ne vedrò mai più altrettanta. Ma dal punto di vista discografico è stata quella che si dice un’ottima annata. I primi tre dischi di questa classifica sarebbero stati altrettanto grandi in giorni di gloria come il 1967 o il 1978.


Top of the World 

Wilko Johnson & Roger Daltrey > Going Back Home
Il disco di rock’n’roll di Wilko e Roger sarebbe stato altrettanto notevole se fosse uscito negli anni sessanta ai giorni della Swinging London, o nei settanta all’esplosione del punk. Going Back Home è un disco perfetto a partire dal suo stesso titolo, "tornando a casa", la casa metaforica della giovinezza, del rock delle origini, e persino quel cielo da cui tutti veniamo ed a cui un giorno torneremo. I feel like going home. Grande Wilko, grande Roger.

Lucinda Williams > Down Where The Spirit Meets The Bone  
Questo disco è l'essenza di tutto ciò che amiamo nel rock. Citate un capolavoro della musica rock americana, e questo doppio album di Lucinda Williams non gli sarà secondo: il Blonde On Blonde di questo decennio. Rock ruvido, sofferto e vissuto dal cuore della Louisiana.

Damien Rice > My Favorite Faded Fantasy
Damien Rice è il più sorprendente musicista irlandese in circolazione. Nel mio immaginario My Favourite Faded Fantasy fa parte di quel gruppo di dischi con un accompagnamento orchestrale che comprende Astral Weeks di Van Morrison, Second Contribution di Shawn Phillips e la sola canzone Moonlight Mile degli Stones di Sticky Fingers. I brani sono ballate moderne, romantiche, dense, emozionali, malinconiche, che ti prendono alla gola e ti stracciano l’anima. Ballate che partono in sordina, acustiche, per accumulare tensione, groove e interventi orchestrali.


Podio

Leonard Cohen > Popular Problems
Il disco più orecchiabile di un Cohen ottantenne si dimostra anche un gioiello che non ci si stanca di far suonare. Un disco che anche se lo metti distrattamente in sottofondo mentre stai facendo altro, non puoi fare a meno di alzare le orecchie e trattenere il respiro per ascoltare certi passaggi, i densi cori femminili vagamente gospel, l'hammond blues, il tocco di country, la malinconia della poesia del canadese. Perché i poeti veri sanno parlare ad ogni cuore, non solo agli eletti.

Tweedy > Sukierae 
Un disco in famiglia per il leader dei Wilco, suonato per la moglie assieme al figlio Spencer, batterista. Venti canzoni crepuscolari e spesso appena accennate, che portano alla mente i Beatles di John Lennon con un po' del George Harrison di All Things Must Pass.

Jackson Browne > Standing In The Breach
Il ritorno del fratellino, per un intenso disco di ballate che riprende (finalmente) la poesia di Late For The Sky e Running On Empty. Tre decenni dopo.


Oldies but Goodies 

Bob Seger > Ride Out
Seger, rock'n'roller blue collar di Detroit, Michigan, è stato un eroe per tutti noi, ma da molti molti anni si è ritirato dalle scene. Ride Out potrebbe rappresentare il suo commiato, un ritorno al rock'n'roll che abbiamo amato, almeno in tre o quattro cover che sarebbe un peccato perdersi. Prendiamolo come un inaspettato regalo, non si può pretendere di più.

John Mellencamp > Plain Spoken
Non avrei pensato di comperare più un disco di Mellencamp, ma questo Plain Spoken, raccolta di delicate ballate acustiche, riporta all'ispirazione che il Coguaro aveva perso da molto tempo.

Lee Fardon > London Clay
Tris di ritorni (quattro con Jackson Browne). London Clay non è un disco speciale, ma si lascia ascoltare con piacere e malinconia: cover acustiche di una carriera che è passata inosservata, ma che ha generato almeno un capolavoro, The God Given Right, qui citato in due brani, uno dei quali è l'indimenticabile I Remember You.


Outsider

Royal Southern Brotherhood > heartsoulblood 
Il migliore soul sudista della Louisiana e del Mid-West, dal supergruppo di Cyril Neville, Mike Zito e Devon Allman. Fra funky bollente, magiche ballate e reti voodoo per gli amanti di Gov't Mule, Allman Brothers Band e Neville Brothers.

Chris Robinson Brotherhood > Phosphorescent Harvest 
Lo spin off del cantante dei Black Crowes (i Rolling Stones del XXI secolo), è diventato una citazione dei Grateful Dead degli anni settanta. Mica poco.

Chris Cacavas Edward Abbiati > Me And The Devil
La collaborazione fra Edward Abbiati dei Lowlands e di Chris Cacavas dei Green On red, genera un ottimo disco che porta alla mente l’epopea della new wave del suono del west degli anni ottanta, lost week-end e compagnia. Ballate ipnotiche, acide e stregate. Anzi: indiavolate. Me and the Devil.


Antologie e Ristampe

Bob Dylan: The Basement Tapes Complete / Raw

David Bowie: Nothing Has Changed (3 CD)

Rolling Stones: From The Vault