mercoledì 13 agosto 2014

Perché non lo facciamo per la strada - la recensione di Mescalina


"...Qui c’è sangue, ci sono nervi, si sfodera una voglia di penetrare il buco del mondo anche se poi non ci resta che tornare ai nostri fantasmi notturni e sentirci come il protagonista di Invitation to the Blues di Tom Waits: solitari, ma non soli. Il pieno di benzina c’è, birra e sigarette pure, se viene la fame ci si ferma al primo Autogrill. Blue è al volante. Si parte..."

Perché non lo facciamo per la strada - leggi tutto su Mescalina 


(immagine della recensione de Il Fatto Quotidiano) 


venerdì 8 agosto 2014

Royal Southern Brotherhood, la fratellanza reale del sud


Ci sono concerti che piacciono e fanno star bene, altri che annoiano. Alcuni deludono, altri esaltano e fanno danzare sudati per un paio d'ore di felicità. Infine ci sono concerti, rarissimi, che ti restano dentro. Show che non si cancellano dalla mente, il cui ritmo ti torna in continuazione, con le melodie che ti suonano nella testa. Sono concerti che un po' ti cambiano. Quello italiano della Royal Southern Brotherhood è stato uno di questi momenti magici per me.
Fin da prima che cominciasse, quando ho sbirciato i musicisti, bellissimi, un po' pirati ed un po' cowboy, seduti a cenare. Fin da quando il leggendario chitarrista nero Super Chickan Johnson, che avrebbe suonato da supporter, è salito sul palco con la sua silouette enorme da bracciante nero per il soundcheck e al primo giro di chitarra ha catturato l'attenzione di chiunque si trovasse nella piazza. Si chiama personalità, si chiama talento, e non lo vendono.
Alla fine sono saliti loro, con la flemma di chi ha intenzione di rullare a lungo sulla pista prima del decollo, con il magnetico Cyril Neville al centro del palco alle percussioni, il fratello più giovane della più nobile e malfamata famiglia creola di New Orleans. Alla sua destra il biondo Devon, generato da altrettanto nobili lombi, a cantare alla Steve Winwood e suonare la chitarra alla Carlos Santana. Alla sinistra Mike Zito, chitarrista low profile del midwest, all'opera fra St.Louis, Texas e New Orleans.
Un incantesimo che mi ha avvolto nelle spire del magico voodoo e mi ha marchiato, per sempre, con il segno dei fan della fratellanza. La cronaca parla di otto pezzi, io ne ricordo cinque (tanto il tempo mi è corso veloce), prima che lo scontro fra l'afa della Louisiana e la brezza della Valtrebbia evocasse una tempesta, che si è trasformata in una grandinata memorabile. Peccato non aver goduto di tutto lo show, peccato aver perso l'occasione di scambiare quattro parole con i fratelli reali, ma, come si dice, la rosa che più amai è quella che non colsi, non è così?

I Brotherhood mi sono rimasti dentro, e per molti molti molti giorni non ho fatto che far suonare sullo stereo e sull'autoradio le canzoni di Meters, di Neville Brothers, della RSB, di Cyril Neville, di Devon Allman, di Mike Zito, di Allan Toussaint, di Willy DeVille, di Dr.John, di Mason Ruffner.
Ed è di questi dischi che vi racconto in questo post.

La Fratellanza Reale del Sud è un supergruppo che si è coagulato quasi per caso fra Cyril, il più giovane dei Neville, ma di una generazione più vecchio di Zito e di Allman, attorno ad un denso boogie soul rock della Louisiana. Il disco, il secondo in studio, si intitola heartsoulblood, scritto così, tutto d'un fiato e senza spazi, ed è stato prodotto da Jim Gaines e registrato a Maurice in Louisiana. È un gioiello, ve lo svelo subito senza far giri di parole: rock denso ed intenso, come ne avete ascoltato dai Traffic di Steve Winwood e Jim Capaldi, o magari dai Little Feat di Lowell George. Un disco potente, d'urgenza, di corsa, che tralascia i dettagli per spendersi nel ritmo di quei treni diesel che scorrono sui binari da costa a costa. Un disco che è stato pensato anche per piacere, per essere trasmesso in radio e magari per vendere qualche copia, pur in questi giorni bui in cui l'umanità vive senza musica. Un disco fra rock'n'roll (come quello intitolato proprio così, scritto da Cyril per evocare la Silver Bullet Band), soul nero (come She's My Lady), reggae, tanto boogie e tanto Groove (Groove On, il brano più orecchiabile) e poesia (Takes A Village, che evoca altri brothers, i Neville). Un disco che potrebbe essere mainstream, come era una volta negli anni buoni e come lo fu ancora una decina abbondante di anni fa quel Supernatural di Santana, ma con i Golfo al posto del Mexico.
Un disco caldo come l'estate, da ascoltare in movimento. Cinque stelle.
La buona notizia è che "chi vuol essere lieto sia" e chi vuole continuare a danzare dopo la dodicesima canzone, può continuare a farlo nel continuum creato dai dischi solisti dei tre leader, tutti stampati negli ultimi 12 mesi per la stessa casa discografica (Ruf) e dalle sonorità familiari.
Una specie di White Album solista complessivo di tutto il gruppo.
Il disco più simile a heartsoulblood, tanto da esserne indistinguibile, è Magic Honey di Cyril Neville, a dispetto del fatto che sia registrato altrove e con diversi musicisti - e a testimonianza della personalità del Roi, il Re della Southern Brotherhood, Cyril.
Bello, boogie, bollente, funk, afoso, blues, stregato, nero, voodoo, poetico. Un disco che dimostra che esista ancora il filo magico che univa esperienza così lontane nello spazio e vicine nell'anima come i britannici Traffic ed i mai abbastanza celebrati Meters di New Orleans. Un ritmo, quello dei tamburi di Cyril, che fa vibrare e fa danzare. Cinque stelle.

E fanno 24 canzoni e 10 stelle. Dopo il Re arrivano i principi. Gone To Texas di Mike Zito & The Wheel è rock'n'roll frizzante dalle parti di Bob Seger, un uomo del nord (Detroit, Michigam) con il cuore al sud (Memphis, Tennessee). In Rainbow Bridge Mike duetta con Sonny Landreth, ma non ci sono virtuosismi in quest'album, solo solide storie rock, ispirate al riscatto di una giovane vita piegata all'eroina, grazie ad una ragazza del Texas, che ad un concerto una sera gli chiese l'autografo. Mike la guardò e scrisse: "portami in Texas con te". Basta chiedere, a volte.
Bellissimo disco, soul rock, mi ha ricordato anche quei due magnifici dischi di Gary US Bonds con la E Street Band. Sassofono e tutto il resto.
Quattro stelle piene, e fanno 37 canzoni e quattordici stelle.

Infine ci sono le 11 canzoni di Turquoise di Devon Allman, un disco più bianco (ça va sans dire), più rock. Un disco che rinuncia a virtuosismi di chitarra elettrica ed a rock blues di maniera per concentrarsi sulle canzoni, di cui Devon è un pregiato compositore e un cantante convincente. Le sue canzoni, pur sempre coerenti con la reale fratellanza,  viaggiano dalle parti dei Muscle Shoals Studios di Memphis, ed evocano così quel rock fra Bob Seger e John Hiatt senza dimenticare xxx. È un disco sincero fino all'ingenuità, Turquoise, senza gigionate, senza - impossibile non cercare confronti - la poesia elegiaca dei momenti migliori del padre Greg (con cui Devon non è cresciuto ma ha riscoperto oggi, anche suonando spesso e volentieri con la ABB), con il motore sempre a pieni giri a correre per le piatte distese che portano all'ovest. Chitarre elettriche, chitarre acustiche, boogie e ballate, un suono pieno e solido. Un omaggio agli Heartbreakers la cover di Stop Dragging My Heart Around, latina There's No Time (avrebbe potuto senz'altro far parte del citato Supernatural), acustica Yadira's Lullabye (una serenata all'amata compagna, suonata al telefono nelle notti in tour), soul tutto il resto. Forse niente picchi, senz'altro niente valli. Tre stelle piene, perché no?
E fanno 48 canzoni e 17 stelle. Un White Album mica male, datemi retta, un poker d'assi.

Ma, come diceva d'abitudine un grande: "one more thing, un'altra cosa". Non è finita. Forse è una scala reale.
Nel 2013 è anche uscito il disco, speciale davvero, di Aaron Neville. Aaron è una leggenda americana. Con la sua voce angelica piazzò negli anni ruggenti un singolo nelle classifiche e nell'immaginario del R&R, Tell It Like It Is. Poi conobbe alti e bassi, fama e fame, circuiti di serie B e qualche soddisfazione con i fratelli e con Linda Ronstadt. Una carriera nelle mani dei produttori, da cui la sua anima soul è uscita a volte immacolata, a volte macchiata dal compromesso. Ma come nelle favole a lieto fine, This Is My Story, prodotto da nessuno meno di Keith Richards, è il capolavoro. Un disco perfetto: minimale, asciutto, affilato, tutta voce e rock'n'roll. Richards alla chitarra elettrica, Benmont Tench alle tastiere, non so se mi spiego, è una perfetta colonna sonora di un film di Tarantino o comunque di un gran film americano alla Fandango, con cover irresistibili, pure e luminose come diamanti, di classici del rock come Money Honey, My True Story, Gypsy Woman, Be My Baby, Under The Boardwalk, This Magic Moment, Goodnight My Lover.
Bello e blu come Le Chat Bleu, lo dico per invogliarvi a rendere merito ad un sovrano, Aaron Neville, ma è un complimento per il compianto Willy. Sei stelle, si può?

Il mio programma è quello di scrivere un gran capitolo intitolato New Orleans sul lato B di Long PLaying (una storia del Rock); per chi è impaziente ce n'è già uno intitolato The Big Easy su Perché non lo facciamo per la strada.
La colonna sonora naturalmente è quella dei cinque dischi di questa recensione. Trust me.
Poi tornerò a New Orleans e busserò alla porta dei Neville (credo di sapere dove abita Art).


sabato 2 agosto 2014

la nuova intervista di 8th of May


Musica e politica. Agli inizi degli anni Settanta trascendemmo in una follia verbosa e piuttosto isterica con i processi real time ai musicisti sul palco e le bombe molotov. A distanza di quarant’anni, come giudichi quel momento?

«Erano gli anni di piombo: non era un problema musicale ma sociale. Ai Settanta seguirono gli anni dell’ottimismo, le decadi degli Ottanta e dei Novanta. Con il nuovo millennio arrivarono gli anni di emme, che stanno rivelandosi i peggiori di tutti. Speravamo nell’Europa unita, che portasse un po’ di civiltà a un paese assopito, ci siamo trovati schiavizzati dalle lobby dell’euro a livello globale e sudditi di poco di buono a quello locale. Questo è il momento peggiore, ma, come diceva un film, non può piovere per sempre.»

Eravamo, come scrivi, alla periferia dell’impero. Cos’è cambiato nel nostro paese dopo cinquant’anni di rock?

«Una volta il rock era una scena. Rappresentava l’arte della seconda metà del XX secolo, e Londra era l’ombelico del mondo. Oggi la musica rock è underground, roba da carbonari e come tale non ha più un centro geografico. C’è fermento sotto le braci, sono molti i musicisti che suonano dal vivo, solo che i media li ignorano. Quello che non passa in TV è invisibile. Una volta i media erano la cronaca della scena, oggi rappresentano solo un pretesto per la pubblicità. C’è una crisi dell’editoria, è vero: ma perché il pubblico dovrebbe acquistare riviste e quotidiani realizzati a misura dei pubblicitari o di gruppi di potere? Per gli analfabeti a cui si rivolgono basta e avanza la TV.»

Una classifica non ha mai dato patente di autenticità e valore artistico, ma è indubbio che chiunque ne era affascinato. Il tuo libro si diverte a pubblicarne qualcuna.

«Perché non lo facciamo per la strada? è inzuppato di liste, classifiche, che ho battezzato decaloghi, anche se non sono mai composte da dieci elementi. Sono un divertissement per stimolare la discussione: se stilassimo ogni giorno la classifica dei nostri 10 dischi preferiti, credo che non risulterebbe mai la stessa. Se invece ti riferisci alle classifiche di vendita, ho dedicato un capitolo ai dischi che si vendevano in Italia negli anni Settanta e il confronto con i decenni successivi è impietoso. In quegli anni il pubblico italiano comprava in massa dei dischi davvero tosti.»

leggi tutta l'intervista su 8th of May


martedì 29 luglio 2014

Tom Petty and the Heartbreakers > Hypnotic Eye


Erano anni che un nuovo disco di Tom Petty & The Heartbreakers non smuoveva tanta aspettativa. D'altra parte un poco alla volta la band della Florida aveva smesso di correre e si era ricoverata su un binario morto. Poi il tuffo nelle radici con il side project dei Mudcrutch (il gruppo che all'inizio degli anni settanta aveva dato origine agli Spezzacuori) e il magnifico Mojo hanno rimesso il locomotore americano in carreggiata. Ripresi i tour mondiali (si sono visti anche in Italia per uno show memorabile) gli Heartbreakers hanno reclamato il loro meritato posto nel poker di "ultime grandi band", con gli Stones, Crazy Horse, zio Bob, il Macca e pochi altri, quelli del pubblico dei grandi eventi. Per cui eccolo qui, annunciato e svelato con uno strip tease mediatico, oggi è il giorno dell'uscita nei negozi del nuovo Tom Petty & The Heartbreakers.
Da un pezzo Petty non corre più con il pieno di benzina nel serbatoio, ed è naturale: anche lui ha passato i sessanta e di dischi ne ha già registrati parecchi. Nel live show si è reso conto che Mike Campbell raccoglie un bel po' di applausi, e volentieri si è fatto a lato del palco per lasciargli spazio al timone. Anche Mike se ne è accorto, ed ha iniziato ad appesantire la mano sulle corde, in una metamorfosi verso il Jimmy Page del nuovo millennio. Nel gruppo non ci sono più da un pezzo Howie Epstein, immolato come troppi all'eroina, e Stan Lynch, ritirato a vita privata, ma c'è ancora il grande Benmont Tench alle tastiere, che a giudicare dal recente album solista, soffuso, delicato, bucolico, evocativo, (fragile), è in piena forma. Ma si sa che fra lui e Tom c'è un po' di quella frizione che si forma fra i talenti, e così non è lui il nuovo luogotenente che affianca il capitano stanco.
Al primo annuncio Tom aveva parlato di un ritorno al rock di Damn The Torpedoes (magari!), poi Rolling Stone aveva parlato del suono dei due album d'esordio. A conti fatti Hypnotic Eye è più dalle parti di Long After Dark e di The Last DJ, dischi dal suono radiofonico. D'altra parte lo splendido Mojo, un capolavoro jam psichedelico da anni settanta, aveva acceso poco la fantasia dei fan, molti dei quali forse preferirebbero che gli Heartbreakers appiccicassero il loro logo ad un disco di Eagles o America.
La produzione è pesante, ed il suono è carico, saturo, monocromatico. La ritmica è quella di un metronomo, senza lavorar troppo di fino né di fantasia, come nei blockbuster degli anni ottanta, ed il suono è potente ma piatto, senza profondità, del tipo che suona bene anche nelle cuffiette e sui computer. Poco Benmont Tench, niente The Band, niente Americana, ma chitarre elettriche e rock picchiato. Ma a dispetto (o in virtù) di queste premesse le canzoni non sono affatto male. Non l'anonimo singolo American Dream Plan B, ma Sins Of My Youth, la lunga Shadow People, la picchiata Power Drunk. Forgotten Man ricorda persino a Steve Ferrone i suoi doveri di batterista. Fault Lines e You Het Me High pestano come un Led Zeppelin di Physical Graffiti. Ad ascoltarlo in auto c'è pericolo di infrangere il codice stradale. Full Grown Boy è un omaggio a JJ Cale, compagno di etichetta degli esordi e "vicino" di casa.

A conti fatti Hypnotic Eye è un credibile e accattivante nuovo disco di Tom Petty (o Mike Campbell?) & The Heartbreakers, soprattutto in tempi in cui i dischi non sono più registrati per vendere a milionate ma solo per sponsorizzare i ricchi tour: non per niente in America verrà dato in omaggio con il biglietto del concerto.
Che poi alla fine il rock & roll è questo: musica per la gente, per le radio, per gli stadi. Sono le radio e gli stadi ad essere  andati a male, non gli Heartbreakers.
Petty può esserne soddisfatto, anche perché in fondo credo che il suo cuore non sia più nelle arene e negli spezzacuori: non vede l'ora di registrare di nuovo con i Mudcrutch e poter tornare a suonare con loro in palestre scolastiche e club anonimi, per divertirsi e non dover dimostrare nulla a nessuno. È la stessa cosa che succede a Chris Robinson, che appena può preferisci l'anonimato dei Brotherhood allo stardom dei Black Crowes.

Blue Bottazzi



“Ciao ciao intellettuali sessantenni. Il rock & roll è canzoni, è riff di chitarre, è ballare, è picchiare di batteria. Se non vi piace il suono di Hypnotic Eye, aveste avuto all'epoca l'età di oggi non vi sarebbero piaciuti neanche i Led Zeppelin e i Mott The Hoople. Questo è rock & roll teso e senza compromessi, e chi se ne frega dei distinguo, delle evocazioni e dei confronti. 
Un bel disco da suonare in auto, da suonare alla radio e da suonare in concerto. Un disco per chi ha voglia di divertirsi”. 

Silver Surfer


P.S.: in realtà anche proseguendo negli ascolti Hypnotic Eye non decolla. È un disco senza swing, faticoso, affaticato, non spontaneo. È nella discografia della band in qualche modo un episodio simile a The Last DJ. Come in quel precedente i testi sono intelligenti, di protesta, ma le canzoni non prendono e soprattutto la produzione e la sezione ritmica inseguono un suono mainstream forse negli anni ottanta, ma che non funziona. Magari in USA va in classifica, ma fra un anno nessuno se lo ricorderà più.


riassunto delle puntate precedenti:

Tom Petty & the Heartbreakers (9 nov 1976, Shelter) ☆☆☆☆☆
esordio esplosivo
Official Live ‘Leg (Apr 1977, Shelter, promo) ☆☆☆☆
4 canzoni
You’re Gonna Get It (2 may 1978, Shelter) ☆☆☆
realizzato in fretta 
Damn The Torpedoes (19 oct 1979, Backstreets MCA) ☆☆☆☆☆!
perfetto
Hard Promises (5 may 1981, Backstreets MCA) ☆☆☆☆
rallentato 
Long After Dark (2 nov 1982, Backstreet MCA) ☆☆☆
elettronico in stile anni ottanta
Southern Accent (26 mar 1985, MCA) ☆☆☆☆
sarebbe splendido, ma sono due dischi separati che non si mischiano
Pack Up the Plantation: Live! (26 nov 1985, MCA) ☆☆☆☆
ottimo nell’edizione doppia in CD
Let Me Up (I’ve Had Enough) (21 apr 1987, MCA) ☆☆☆ ½
belle le due canzoni all’inizio delle facciate
Traveling Wilburys Vol. 1 (18 oct 1988, Warner Bros) ☆☆☆☆ ½
mitico
Full Moon Fever (Tom Petty solo, 29 apr 1989, MCA) ☆☆☆☆☆!
perfetto
Traveling Wilburys Vol. 3 (29 oct 1990, Warner Bros) ☆☆☆☆
Into the Great Wide Open (2 jul 1991, MCA) ☆☆☆☆
molto bello

Greatest Hits (16 nov 1993, MCA)
contiene Mary Jane Last Dance 
Playback (6 CD, 20 nov 1995, MCA)

Wildflowers (solo, 1 nov 1994, Warner Bros) ☆☆☆☆
statico e lungo, ma gli highlights sono ottimi
"She's the One" (6 aug 1996, Warner Bros) ☆☆☆☆
breve e delicato, ma con alcune splendide canzoni
Echo (13 apr 1999, Warner Bros) ☆☆☆
bassa pressione
The Last DJ (8 oct 2002, Warner Bros) ☆☆
rock elettrico ma poco ispirato
Highway Companion (solo, 25 jul 2006, Warner Bros) ☆☆☆
alla fine di bello c’è la prima canzone

Mudcrutch (29 apr 2008, Reprise) ☆☆☆
Mudcrutch Live (EP, 11 nov 2008, Reprise) ☆☆☆
divertenti

The Live Anthology (5 CD, 23 nov 2009, Reprise) ☆☆☆☆
splendide canzoni, inevitabilmente manca il groove
Mojo (11 jun 2010, Reprise) ☆☆☆☆☆
leggendaria cavalcata psichedelica
Mojo Tour 2010 (14 dec 2010)

Hypnotic Eye (29 luglio 2014) ☆☆☆
orecchiabile ma anemico e pesante  


giovedì 24 luglio 2014

Phish > Fuego


I Phish sono stati una delle più grandi band in circolazione, e questo, assieme al fatto che i loro dischi sono abitualmente scrigni ad orologeria che si aprono solo nel tempo e negli ascolti, mi rende impegnativo il compito di scrivere questi appunti di ascolto.
Se per molto pubblico italiano i Phish furono solo una bizzarria, e di certo nella loro originalità si sono tenuti sempre distanti tanto dal maistream che da ogni logica di music biz, negli anni novanta sono stati i migliori, assieme alla DMB, rappresentanti di quella corrente che io definisco groove, assieme a Blues Traveler, Spin Doctor, moe e Widespread Panic. Una metafora che amo usare (e che come tutte le metafore vale per quello che vale) è quella dei Beatles e Rolling Stones: Phish e DMB negli anni novanta erano i miei Beatles e Rolling Stones.

Al pari di jam band come i Grateful Dead, i Phish prendono quota nel live show, che diventa una fonte inesauribile di invenzioni e di sorprese; la band è arrivata ad organizzare un proprio personale festival in cui era l'unico gruppo in cartellone. Al contrario gli album in studio sono stati a lungo solo un contenitore dei semi delle proprie canzoni, fino a che negli anni novanta diedero alle stampe un paio di lavori particolarmente curati, come Billy Breathes (prodotto da Steve Lillywhite) e Farmhouse. Già Round Room nel 2002 denunciava uno stop creativo che preannunciava lo scioglimento del gruppo nel 2004.

Seguirono quattro anni di iato, nel corso dei quali il chitarrista Trey Anastasio si gettò in ogni genere di progetto con un furore zappiano, che però a conti fatti si limitava a denunciare un esaurimento della creatività. Meglio fece il bassista Mike Gordon, che si limitò ad una collaborazione di basso profilo ma deliziosa con il virtuoso della chitarra Leo Kottke, mentre il tastierista Page McConnell realizzò un album artigianale di buona fattura, in cui si pesava (inevitabilmente) la mancanza dell'irresistibile sezione ritmica della band.

Il risultato è che nel 2008 il gruppo tornò assieme e ricominciò a tenere ininterrottamente concerti in lungo ed in largo per gli States per il proprio devoto pubblico, i phish-heads. Se i redivivi Phish siano al livello dei precedenti non posso dire, perché nonostante lo desideri ardentemente non ho avuto la fortuna di assistere ad alcuno dei loro concerti (di cui sul sito sono comunque in vendita regolarmente le registrazioni, ma non è la stessa cosa).
Nel 2009 si ripresentarono anche con un pessimo album, intitolato Joy, che conteneva una suite di 13 minuti dal titolo Time Turns Elastic che pareva ispirata ai dischi degli Emerson Lake & Palmer.

I Phish fanno ritorno oggi, mi verrebbe da dire "a sorpresa", ma temo che la descrizione più appropriato sarebbe "nell'indifferenza del mondo", con il dodicesimo capitolo della loro discografia, quando ormai erano in pochi a farci conto.
Non è facile elaborare in tempo utile per una recensione un parere sul disco di un gruppo che fa dell'invenzione la propria forza: si rischia di cercare conferme in suoni già sentiti e sottovalutare quanto c'è di nuovo. Ma insomma, al netto di una mezza dozzina di ascolti, com'è questo Fuego del 2014, composto con molta attenzione collettivamente dal gruppo nel corso di un ritiro nel nativo Vermont, e registrato addirittura in quel di Nashville per la produzione ricca di aspettative di classifica di un volpone come Bob Ezrin, che già ha diretto Peter Gabriel come i Pink Floyd?
Temo di dover rispondere: né bello, né brutto. Inutile (che viste le circostanze è forse il peggio che potesse capitare).

Il disco si apre nel modo peggiore, con i dieci minuti di Fuego, che richiamano alla mente gli orrori di Time Turns Elastic. Una suita fredda gelida che si apre con delle note alla Pink Floyd e si intrappola in un complicato arrangiamento che evoca il tardo prog di Relayer (Yes) e Brian Salad Surgery (EL&P). Una fissa di Anastasio, temo.

Il successivo The Line è un pezzo qualsiasi, altrettanto algido, che pure evoca di nuovo i cori dei recenti Yes.

Quando ti domandi che ne è stato del funky alla Meters che tanto ci ha fatto amare il quartetto, arriva la brillante e scanzonata Devotion To A Dream, una ballata di Anastasio con dei bei cori che comunque sanno di già sentito e risentito, ed un assolo di chitarra. Di certo un buon brano per il live show.

Halfway to the Moon del tastierista McConnel è leggero e carino. Resta da decidere se "carino" è un complimento o un'offesa.

Da qui in avanti si apre il portale del tempo e i brani successivi, ariosi, agili, simpatici, potrebbero arrivare da qualsiasi disco del gruppo. Winterqueen è abbellito da una inedita sezione orchestrale di fiati. Sing Monica è addirittura bella, nei suoi cori beat.
555 è la mia canzone preferita, recupera un po' del soul di Memphis che ha spesso riscaldato il sound del gruppo. Waiting All Night è una bella ballata. Wombat è una pregevole invenzione alla Talking Heads (un gruppo coverizzato dai nostri). Wingsuit (quarto brano del disco ad iniziare con un W) è una ballate lenta che fa da elegante commiato.

Alla fine, cosa manca? Un po' di anima, direbbe l'ascoltatore severo, un po' di sud, un po' di voodoo, un po' di furore. Che ne è stato di John Fishman, ci si domanda, è sempre lui ad essere seduto al rullante?
Nella sua interezza Fuego è un disco da fan, o addirittura da nerd. Io magari mi masterizzo un CD per l'autoradio lasciando fuori i primi due brani.

I Phish non hanno più un peso sulla scena rock contemporanea, ma il furore di certo arriverà nei concerti. Che mi auguro di riuscire a vedere, prima o poi. Li invitiamo al Pistoia Blues Festival?

domenica 20 luglio 2014

La musica registrata: dal vinile al CD alla musica liquida


Questo post è la risposta ad una domanda dell'intervista che mi ha rivolto 8th of May sull'argomento musica registrata. 

Il disco fisico non è stato sempre un supporto necessario alla musica: la musica è esistita per centinaia di anni prima che fosse registrata e venduta sotto forma di dischi. Oggi la crisi dei dischi è tale che le grandi catene hanno chiuso i battenti mentre sopravvivono ancora solo piccoli negozi indipendenti. Persino il futuro del CD non è così certo. Ma la musica non muore per questo, anzi, mi pare di scorgere ovunque un fiorire di attività live, una scena di musicisti che si conquistano un proprio pubblico show dopo show.
Sul libro (Perché non lo facciamo per la strada?) ho scritto un capitolo sul vinile, ma alla fine mi accorgo di averlo fatto perché si tratta di una parte importante della vita della mia generazione, una nostalgia di quando eravamo più giovani. Non credo che i ragazzi oggi abbiano bisogno di vinile, e chissà, forse neppure di CD. La maggior parte di loro in realtà non possiede nessun impianto per ascoltare un CD audio.
Per me, e per quelli come me, il supporto fisico è una cosa importante, fatico ad ascoltare a fondo un disco, ad entrarci dentro, senza avere una copertina da tenere in mano, da leggere, su cui studiare i nomi dei musicisti, del produttore e i testi delle canzoni, ma temo che sia semplicemente la forza dell'abitudine. Dopo tutto da adolescente anche per me era importante l'ascolto della radio (come racconto sul libro parlando di Per Voi Giovani, Supersonic, Popoff, le radio libere), e cos'era la radio se non già musica liquida?
La nostra generazione si è abituata a possedere la musica, ma servizi come Spotify dimostrano che il possesso non è una cosa necessaria quando si può ascoltare la musica che si vuole quando si vuole, attraverso la rete. Il pericolo, me ne rendo conto, è un ascolto più superficiale, un ascolto basato sulle canzoni più che sui long playing, ma se paragono questo tipo di ascolto a quello dei collezionisti che comprano i cofanetti con quattro take della stessa canzone, mi domando quale fra le due categorie apprezzi davvero la musica. Ascoltare musica è altra cosa dal collezionare francobolli, è il godimento fisico del ritmo, della melodia e dei ritornelli.

Io stesso sto cercando di aggiornare un po' il mio modo di ascoltare musica: pur conservando la necessità personale di possedere il disco, che sia vinile o CD, sto archiviando in formato digitale su un enorme hard disk la gran parte dei miei CD. Ascolto sempre la musica sull'impianto hi-fi nell'attico che è il regno dei miei dischi, ma in sala da pranzo, in auto e talvolta passeggiando sfrutto l'iPod. Con cuffiette marchiate Marshall, come i diffusori di Jimi Hendrix.
Quello che per ora manca davvero alla musica liquida è un formato digitale decente della copertina, con note accurate e testi delle canzoni. Quando arriverà un formato standard anche per la copertina, potrei fare acquisti digitali. Dopo tutto sono già un avido lettore di eBook, e su iPad leggo le riviste e guardo i film. Sto rimandando per pigrizia, ma voglio collegare l'iPad anche all'impianto stereo sfruttando il wi-fi...




domenica 6 luglio 2014

Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders > The Mexican Dress


Ho (finalmente) visto Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders in concerto!
Per essere precisi ho visto Veronica con Max De Bernardi, perché mancava alla formazione il contrabbassista Dario Polerani. Veronica & Max aprivano ufficialmente il festival blues Dal Mississippi al Po nella cornice, piccola ma oltremodo suggestiva, della Muntà di Ratt a Piacenza. M'aspettavo molto, ma i due sono stati addirittura superlativi, conquistando tutti il pubblico, sia quello seduto per l'occasione sia quello di passaggio in cerca di frescura.
Numero 1: Veronica e Max sono due virtuosi. Della voce l'una, della chitarra l'altro.
Con il suo fingerpickin' sulla steel guitar (o meglio resofonica: quelle grandi chitarre di metallo che amplificano il suono delle corde prima dell'arrivo della chitarra elettrica) il grande Max ha evocato John Fahey in "la resurrezione del tasso del miele" ("una canzone strumentale, perché che parole ci metti ad un titolo così?"), Ry Cooder e gli originali virtuosi del blues fino a echeggiare persino il rhythm & blues elettrico di Bo Diddley, trascinando lo show. Dal canto suo Veronica ha fatto sfoggia di una voce impressionante quanto flessibile: se il tema di base è il blues e l'old time music fino allo swing, ci sono stati momenti in cui è stata evocato persino il fantasma della grande Janis Joplin. E nel suo nuovo disco canta persino uno splendido brano folk.
Lungi dal basare lo show sul virtuosismo naturale, Veronica ha mostrato una grande simpatia ed ha coinvolto il pubblico con tanti racconti fra le canzoni, che se da un lato stemperano il climax dall'altro sono efficaci nel coinvolgere anche il pubblico più casuale.
Ho sentito le mie canzoni preferiti (come quella One Of These Days che fu del grande Armstrong) e quelle nuove. Molto belle anche quelle uscita dalla penna dei due musicisti, come The Mexican Dress.

Da sottolineare che non solo i Serenaders stanno battendo le piazze italiane, ma che in realtà sono persino più spesso in tour al'estero, dall'Europa agli States, che è la patria della loro musica. È appena uscito il nuovo disco, The Mexican Dress, di cui riporto la recensione di Pierangelo Valenti, che più completa non si può:

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lunedì 30 giugno 2014

Dal Mississippi al Po 2014


È finito (o quasi) il festival Dal Mississippi al Po, ed è finito con il botto. Devo dire che il fatto di averlo spostato dalla città al paese di Travo, Valtrebbia, ha giovato moltissimo, ma forse io sono di parte perché da quattro anni mi sono spostato a vivere a Woodstock, Valtrebbia, e così ce l'avevo a un pugno di chilometri. Però un palco con i controfiocchi in mezzo ad una piazza così bella, con gli alberi colorati dalle luci sullo sfondo, ed un pubblico sempre numeroso ed attento, non capitato per caso, beh, è stato un gran bel vedere.
Quando un anno fa correggevo le bozze del mio "Long Playing, una storia del rock", non avrei mai immaginato di presentare il mitico Joe Boyd, a cui ho dedicato tanto spazio sul libro da considerare per un momento di intitolargli un capitolo, su un palco a qualche chilometro dalla mia big pink.
Di più: con Eleonora Bagarotti ed il regista Francesco Paladino (che ha diretto il film sul festival, che a breve sarà a disposizione del pubblico) abbiamo girato qualche ora di intervista in un posto davvero bucolico. Di sicuro ne salterà fuori un film, vedremo in che modo... Un pomeriggio tanto intenso e piacevole, quando Joe ha preso il volo e ha cominciato a raccontare con evidente piacere, che non è stato possibile purtroppo replicarlo alla sera di fronte al pubblico della piazza, per il poco tempo a disposizione e l'eccesso di invitati sul palco, tanto che ne è purtroppo risultato un racconto più ingessato ed accademico di quello invece assolutamente divertente del pomeriggio.
Quando si imparerà a trattare il blues senza maiuscole, per capire che alla fin fine è per divertimento che si suona e si ascolta? It's only Rock n Roll, but I like it!



Dei tanti musicisti che si sono alternati sul palco nelle tre serate (compresi i Nine Below Zero), il mio Blue Award va di certo a quelli dell'ultimo spettacolo.
Primo premio al grandissimo James "Super Chickan" Johnson, formidabile chitarrista nero del Mississippi, uno che di sicuro ha firmato un contratto con un big boss ad un crocevia dalle sue parti. Di un campionato differente da qualsiasi altro chitarrista del festival, eppure così modesto e disponibile, ben accompagnato dal gruppo di Davide Speranza. Un vero peccato (mortale) che i Brotherhood non lo abbiano invitato sul palco per una jam, ma chissà, forse era in programma.


Secondo premio (quasi a pari merito) al magnetico Cyril Neville, un personaggio di una bellezza unica, scuro come il diavolo e con un'espressione pericolosa, un duro abbigliato con tutti i colori dell'arcobaleno. Cyril, che ha personalità da vendere, è il frontman dei Royal Southern Brotherhood, un supergruppo di cui fanno parte anche Devon Allman, figlio del grande Gregg e nipote di Duane, del quale suona la Gibson elettrica color oro (ma ancora meglio una Fender Stratocaster), e il chitarrista Mike Zito. I Royal (di cui è imperdibile il disco appena uscito, intitolato heartsoulblood) sono una gran bella band, un cross over del sud fra i suoni di Santana, Traffic e Skynyrd, tanto per capirci. Da come la vedo io il fatto di essere un supergruppo è quasi un limite, perché l'equilibrio scivola via via su ognuno dei membri, quando i miei occhi erano tutti per Cyril, che a talento non ha rivali nella formazione. Ma in effetti la mia è un'osservazione ingiusta e da incontentabile, perché non si trattava di uno show dei Neville Brothers ma dei RSB. Più di così non si poteva chiedere. O forse sì, si sarebbe potuto chiedere che non piovesse, mentre più o meno al quinto pezzo (se la memoria non mi inganna) è arrivata una vera tempesta tropicale, con acqua a secchiate che non si è fatta mancare neanche un tappeto di grandine, probabile effetto della collisione fra l'umidità della Louisiana e il vento della Valtrebbia.
Non abbiamo potuto godere di tutto il concerto e non abbiamo potuto scoprire cosa il bis teneva in serbo per noi, ma, come si dice, che c'è di più romantico del fiore che non colsi, della voglia insoddisfatta che rimane dentro?
Ringraziamo il big boss (al crocevia) per tutta la musica che ha voluto portarci proprio sotto casa.


PS: quello che mi è dispiaciuto di più è stato di non aver avuto l'opportunità di conoscere di persona Cyril, Devon e gli altri. Dopo aver mancato l'appuntamento con l'intervista per il film, io & Eleonora non abbiamo voluto disturbare il gruppo durante il sound check né a tavola, sicuri che avremmo avuto modo di farlo dopo lo show. L'unica frase che mi è scappata, "You guys are wonderful", mi è sgorgata dal cuore tanto erano splendidi ed evidentemente fuori posto con i loro colori sgargianti, i cappelli, le giacche ed i gilet da sudisti... Cyril non ha neppure alzato gli occhi dal piatto (ma in effetti non mi ha neanche accoltellato...)
Poi la grandine ha lavato ogni ulteriore opportunità. Ci sarà una prossima volta.
Seba Pezzani, chi ci porti l'anno prossimo?