domenica 7 febbraio 2010

Daniele Tenca > Blues For The Working Class


Un inizio d’anno ricco per i dischi made in italy, con i Barnetti Bros, Zagor di Romano Graziani e Blues For The Working Class di Daniele Tenca.
Momento ricco anche per Daniele, ex frontman dei milanesi Badlands (nome ispirato dalla canzone di Bruce Springsteen) che oltre al disco nuovo ha capitalizzato anche uno show al Light Of Day Benefit di New York City al fianco dei propri eroi.

Blues For The Working Class è, come suggerisce il titolo, un disco blues, o meglio: un disco bluesy, blues dell’anima con il ritmo pigro e la malinconia del bajou. Un boogie lento e sinuoso, dai toni spesso acustici, che ti ipnotizza e ti sintonizza su New Orleans.
È sorprendente il talento con cui Daniele ha messo assieme i testi, complessi e perfettamente incastrati nelle canzoni, tutte sue tranne due cover, entrambe dalle parti di Springsteen.
Cold Confort, che apre l’album aprendo il gas, sa di blues bianco del sud anni sessanta, dalle parti di Paul Butterfield Blues Band.
Il secondo pezzo, The Plant, è un affilato working blues acustico di sorprendente bellezza e con un cantato di grande talento, due minuti e quarantadue secondi che odorano di standard.
Flowers At The Gates ricorda invece lo swamp rock di Tony Joe White.
Il pezzo più familiare è ovviamente la cover di Eyes On The Prize, standard già ripreso da Springsteen nelle Seegers Sessions, che qui gode dell’aiuto delle voci piene di Cesare Basile e di Mario Severini (Gang) e del liquido suono di un bell’organo Hammond B3.
L’ “altro” pezzo di Springsteen è Factory da Darkness On The Edge Of Town a cui però tocca un arrangiamento da blues maledetto che richiama a sua volta un altro pezzo del Boss, A Night With The Jersey Devil.
Fra blues acustici e swamp rock un po’ laid-back, si fanno notare anche l’armonica di Andy J. Forest e la chitarra elettrica in This Working Day Will Be Fine.

Un disco blues italiano non è un articolo che la gente fa la coda per acquistare, ma il mio consiglio è di cercare di ascoltare almeno The Plant, ne vale la pena, ed Eyes On The Prize. Dal sito di Tenca potete scaricare gratuitamente il pezzo He’s Working, al momento l’unico in vendita su iTunes.

giovedì 4 febbraio 2010

The Lamb Lies Down On Broadway


Nel 1974 Peter Gabriel decise che il prossimo album dei Genesis sarebbe stato una rock opera. Sapete, quegli album concept popolari negli anni settanta che per la lunghezza di quattro facciate di LP raccontavano una unica omogenea storia. Furono classificate ‘rock opera’ S.F.Sorrow dei Pretty Things, come pure Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire) dei Kinks, e la rock opera più famosa di tutte fu Tommy degli Who (tutti lavori attorno al 1969) che replicarono nel 1973 con Quadrophenia.
Comunque Gabriel decise che aveva bisogno di creare un’opera che avesse anche un forte carattere teatrale. Tutta la musica dei Genesis aveva un’impronta teatrale, romantica, impressionistica, ma si era sviluppata sui binari del progressive sinfonico inglese. I tempi stavano cambiando, e molte delle menti più lucide del prog britannico stavano cercando di sintonizzarsi sulle nuove vibrazioni: Robert Fripp avrebbe sciolto i King Crimson per intraprendere 'the drive to 1981' che lo avrebbe portato ai Discipline; Peter Hammill inventava i Sex Pistols con il suo alter ego Rikki Nadir in Nadir’s Big Chance. Gabriel era inquieto; dopo aver raggiunto il successo di classifica con i Genesis di Selling England By The Pound, una lavoro ortodosso di prog di maniera, si era in qualche modo sentito separato dal resto della band, sia per motivi familiari che lo avevano tenuto per qualche tempo lontano dal lavoro, sia per un’irrequietezza personale sul proprio futuro, che gli aveva fatto considerare persino un futuro da attore. Tornato al lavoro aveva deciso di dover realizzare un’opera che fosse metafora del proprio disagio e l’occasione di portare sul palco un grande spettacolo che rappresentasse il vertice di quello che i Genesis avevano creato sino ad allora. Gli altri quattro stavano già lavorando su un progetto proprio, una versione in musica del Piccolo Principe e Gabriel dovette convincerli persino a riciclare nella nuova idea le musiche già scritte. Il gruppo andò in ritiro alla Headley Orange House e sotto pressione per l’ambizione del progetto, il lavoro fu gestito con compiti piuttosto divisi: da una parte Hackett, Rutheford, Banks e Collins scrivevano e registravano le musiche, mentre in una stanza isolata Gabriel scriveva i testi che raccontano della improbabile storia di un teen-ager portoricano, Rael, che precipita nel sottosuolo per affrontare una serie di incontri psichedelici che dovrebbero essere una ermetica metafora dello stato del cantante.
A dispetto delle premesse il risultato sarebbe stato esaltante. The Lamb Lies Down On Broadway risulterà essere un asciutto e minimale scrigno di invenzioni sonore e musicali, una sequenza ininterrotta di brevi musiche di grande bellezza. Nell’interpretazione di Rael, Gabriel che supera sé stesso nel cantato, con una variazione timbrica ed una recitazione da fare invidia a Roger Daltrey. Cosa significhino i testi delle canzoni personalmente non l’ho mai capito, ma come in ogni lirica quello che conta di più è il suono delle parole e delle frasi che il loro stretto significato, e le frasi che sbucano dal disco sono stupende, come:
"and I’m hovering like a fly, waiting for the windshield on the freeway”
“ku klux klan serve hot soul food and the band plays in the mood”
“there’s Howard Hughes in blue suede shoes, smiling at the majorettes smoking Wiston cigarettes”
“the children play at home with needles and pins”
“cuckoo cocoon have I come too, too soon for you”
“I got sunshine in my stomach”
“the carpet crawlers heed their callers: we’ve got to get in to get out”… e così via.

Anche la band è al meglio, e abbandonato ogni barocchismo del passato Hackett ci da dentro con la chitarra elettrica, Banks passa da un’invenzione all’altra creando momenti di sublime bellezza, Rutheford e Collins supportano con una buona ritmica. La sequenza dei pezzi è incredibile, uno dei migliori lavori del rock inglese degli anni settanta.

Consegnati i nastri e stampato il disco, la band intraprenderà subito un tour mondiale portando lo spettacolo nei teatri. Anche se lo show fu replicato ben 102 volte ci sono testimonianze del fatto che Gabriel già dopo il secondo spettacolo confessò il suo desiderio di abbandonare la band alla fine del tour. Questo può suggerire l’atmosfera che si respirava all’interno del gruppo. Incredibilmente non fu mai ripreso un video dello show. Si racconta di un palco completamente nero e buio su cui venivano proiettate diapositive della storia e dove un Peter Gabriel in veste da Rael o con qualche complicato costume appariva improvvisamente in punti diversi, talvolta anche in più di uno con l’utilizzo di un manichino. Inutile dire che il pubblico era tutto con il front-man che percepiva come l’autore del lavoro - cosa che non era - e come il leader indiscutibile della band.
Il tour terminò all’inizio dell’estate del 1975. Nonostante qualche tentativo non fu mai realizzato alcun film sulla storia. Peter Gabriel forte della fama che si era creato con la band intraprese una carriera solista dove in realtà non raggiunse mai i risultati creativi precedenti, ma nel corso della quale i fan gli perdonarono anche lavori non entusiasmanti. In trentatré anni gli album saranno solo otto, nessuno catalogabile come capolavoro ma talvolta con qualche canzone memorabile. Gli altri quattro si riciclarono in un pop di classifica di forte successo ed ebbero talora anche momenti di qualche pregio, come il lavoro di Collins con la band jazz rock dei Brand X o la band di Steve Hackett con Mel Collins, Ian McDonald, John Wetton e Chester Thompson.

P.S.: se The Lamb non l'avete mai ascoltato, dategli una possibilità. È un disco che vale la pena di spolverare.

sabato 30 gennaio 2010

Initiation


La porta di ingresso alla casa di ogni musicista è necessariamente rappresentata per tutti dall'acquisto di un primo album. A volte si è trattato l'ultimo album uscito ed adocchiato in vetrina, a volte di un disco notoriamente di culto, o del consiglio di un amico o di un recensore fidato; o magari persino di un disco acquistato quasi per caso. A volte un amico che ci presta un disco da ascoltare a casa o ce ne fa una copia (soprattutto ai tempi delle C90).

La prima volta che ho "visto" Van Morrison è stato al cinema, ospite di The Band a suonare una indiavolata Caravan con quella gambetta che scalciava per aria. Si poteva non amarlo? La sequenza di acquisto che ne seguì fu The Last Waltz, poi Wavelenght (il suo album del momento che mi sembrò bellissimo) e subito dopo il doppio live It's Too Late To Stop Now alla ricerca di una verisone di Caravan ancora più lunga. Ero allora studente e la decisione di fare un acquisto non era banale come può esserlo oggi.

È facile innamorarsi del disco che per primo ci fa conoscere un grande artista, anche se poi salta fuori che è tutt'altro il migliore della sua carriera. Senza aver sentito di meglio, gli elementi di fascino per noi ancora inediti ci irretiscono senza possibilità di confronto e spesso ci lasciano un debole per un lavoro che gli altri non giudicano con la stessa benevolenza. Il mio primo disco dei Byrds fu, per motivi anagrafici, McGuinn Clark and Hillman del 1978. È un disco mieloso e senza spina dorsale, ma io non conoscevo quelle armonie vocali e quel jingle jangle e mi affascinò. Almeno fino a che non ebbi modo di ascoltare i Byrds veri, passando prima per i dischi di Roger McGuinn via Tom Petty & The Heartbreakers.
Dylan è sempre stato un pezzo da novanta, ma non tutti i rocker anglofili degli anni settanta ne avevano fatto un mito. Conoscevo naturalmente le sue canzoni più famose, ed avevo sentito Before The Flood e Hurricane. Ma il giorno che Dylan divenne un artista mio fu quando uscì, comprai, portai e casa e misi sul piatto Street Legal, con quella fighissima copertina. Da allora divenni fan di zio Bob. Scoprire l’opus magnum del suo lavoro e l’incredibile songbook rappresentato dai suoi dischi degli anni sessanta fu un'opera che venne molto tempo dopo, con grande attenzione e grande piacere.
Non è detto che l'amore sia sempre a prima vista. Io avrei da confessare più di un artista che sarebbe diventato uno dei miei cult, ma che all'inizio mi lasciò indifferente. Per esempio, Murder Ballads di Nick Cave non mi convinse. Oggi amo quell'uomo. Dei Phish, una delle mie band preferite degli utimi quindici anni, misi in vendita il doppio A Live One, perché non mi ci riuscivo a sintonizzare. Lasciai registrato da qualche parte i brani Stash e Gumbo, e quando tempo dopo riascoltandoli mi misi a ballare, dovetti riacquistare non solo il Live ma anche tutti i dischi di studio che i quattro avevano dato alle stampe fino a quel momento.

Avrei anche delle storie di grandi album scoperti per caso: Tom Petty & Heartbreakers per la copertina (in realtà avevo letto la recensione di Fabio Nosotti); Graham Parker & The Rumors Heat Treatment; Metro (con Duncan Brown); Meat Loaf (ma è un grande album? temo non più); Mink DeVille Return To Magenta... fra quelli che ricordo.

Rispondere alla richiesta di fare il nome di un disco di un artista non è difficile: di solito consigliamo il nostro preferito; a volte quello che è universalmente giudicato una pietra miliare; a volte di vecchie band quello che ha resistito meglio all'usura del tempo. Se un ragazzo mi chiedesse che disco acquistare dei Beatles consiglierei senza troppe esitazioni il grande Abbey Road, il più "moderno" dei loro dischi (ok, sto barando, lo consiglierei anche perché è comunque il mio preferito, e guarda caso il primo dei loro dischi che ho acquistato).
A volte consigliamo soppesando il gusto musicale di chi domanda. Per esempio dei Pink Floyd potrei rispondere Piper At The Gates, o Ummagumma, o Atom Heart Mother o Wish You Were Here a seconda di chi mi chiede il consiglio.

Ci sono artisti di cui esiste a furor di popolo un capolavoro, altri che non è così facile mettere a fuoco con un solo disco. Per esempio, se dei Traffic ascolti John Barleycorn hai sentito il meglio del meglio. Ma Bob Dylan, mica lo puoi liquidare, né tanto meno comprendere nello spazio di un solo vinile. È ben vero che esistono le antologie, ma una raccolta dei greatest hits non è mai al livello di un album fatto e finito, a meno che non stiamo parlando di qualche poppettaro a basso peso specifico. Magari si può fare un’eccezione per uno di quei box della Rhino, tipo Los Lobos, Little Feat, Weather Report. Ma il disco vero è un’altra cosa.
Ci sono grande artisti dalla lunga storia discografica di cui esiste comunque un punto di ingresso privilegiato, come Live Dead per i Grateful Dead o Live Bullet per Bob Seger o The River per Bruce Springsteen. Ma con Dylan, Phish, Dave Matthews Band, Peter Hammill, Todd Rundgren per esempio, come la mettiamo?

Per questo mi sono inventato una nuova rubrica dal titolo Initiation, inziazione. Il punto di ingresso per artisti ad alto peso specifico di cui volevate domandare ma che non avete mai avuto il coraggio di fare. Prossimamente sul nostro blog. Si accettano richeste.

E già che siamo qui, nei commenti volete lasciare qualcuno dei primi album dei vostri musicisti preferiti?

martedì 26 gennaio 2010

La Rossa


…la tua vicinanza ed il tuo profumo, La Rossa dalla testa ai piedi

io non so quello che dico
, ma penso che tu lo capisca

presto il muro della diga cederà, presto l'acqua scorrerà

La Rossa, mi conosci, tu mi leggi come se io fossi trasparente

anche se so che non te la posso fare in nessun modo ...

anche se significa che metterai fine la mia storia

scambierei tutti i discorsi intelligenti, gli scherzi, il fumo e le battute,
tutte le conversazioni di mezzanotte, l'amicizia, tutte le parole e tutti i viaggi

per il calore del tuo corpo, 
il tocco più vivo delle tue labbra.



Prendimi, prendimi adesso e stringimi forte

fino in fondo all'oceano del tuo corpo

lasciami come un relitto sulla riva,

e lasciami li disteso per sempre

Annegami, annegami e portami sotto

fino alla tua nuda fame

sacrificami all'altare della notte

dammi la vita!

(Peter Hammill)


Well, brunettes are fine, man

Blondes are fun

But, when it comes to getting the dirty job done,

I'll take a red-headed woman, a red-headed woman

It takes a red-headed woman to get a dirty job done



amico, le brunette sono belle

le bionde sono divertenti

ma quando il gioco si fa duro ci vuole una rossa...

(Bruce Springsteen)

ndr: nota come il doppio senso di "to get a dirty job done" sia reso dal doppio senso di "quando il gioco si fa duro" ;-)

domenica 24 gennaio 2010

Peter Hammill > Over


Dopo Boatman's Call di Nick Cave, un altro grande disco di un grande artista che canta il dolore di un grande amore che finisce. Anno 1977, il disco è Over, “finito”, l'artista è Peter Hammill, un musicista che c'è chi considera il genio musicale del XX secolo. La storia: Alice, la compagna di sette anni, lo ha lasciato. Peter ci mette un po' ad elaborare il lutto, scrive un paio di canzoni che finiscono su un disco della sua band, i Van Der Graaf Generator: La Rossa (un riferimento alla regina rossa di cuore di Alice nel paese delle meraviglie, forse la stessa Alice in un gioco di specchi) e My Room (Waiting For Wonderland), nella mia stanza aspettando il paese delle meraviglie. Quando la tensione si allenta Peter decide che è il momento di dedicare un intero disco al suo amore perduto. Un disco di musica che sarà più semplice ed accessibile di tutto quanto ha composto fino ad ora, di testi che rinunciano alla metafora ed al gioco di parole per cantare in parole lineari quello che è accaduto al suo cuore.

Lo stile di Peter Hammill è lirico e questo disco è melodrammatico, lasciando fluire i sentimenti forti come la musica di un'orchestra, realizzando in questo senso il lavoro perfetto in cui realizzarsi.


Il brano di apertura, come spesso accade nei dischi di PH, è differente da tutto il resto, un rock elettrico che potrebbe essere tratto dal precedente, punk, Nadir’s Big Chance. Crying Wolf, gridare al lupo.

“Piangere come se il dolore dovesse essere un piacere

piangere come se la rabbia dovesse essere vendetta

piangere come se il dolore fosse un tesoro

ed il tuo tesoro ti ha trovato, alla fine”


Autumn bara, perché parla del dolore di essere abbandonato dai figli, nell'autunno della vita, ben lontano dall'età del Peter Hammill di allora.

“Così eccoci qui soli, i figli sono cresciuti e sono andati via

a vivere la loro vita, dicono

mi sembra tutto così strano

ora siamo rimasti in una casa vuota

dal nido tutti gli uccelli sono volati in cieli stranieri

noi siamo messi da parte, non serviamo più

dopo aver dato ai nostri figli la nostra giovinezza e tutta la nostra vita

ci abbiamo provato

mi domando quanto tempo passerà prima che

questa canzone sia cantata dai nostri figli e dalle nostre figlie”

Una tensione sonora altissima, per una voce che gioca fra toni bassi e acuti su un tappeto di pianoforte e di orchestra.


Time Heals, il tempo guarisce, è un bellissimo pezzo di piano su un tema musicale che varia lungo il cantato.

“La prima volta che l'ho vista mi sono detto 'scommetto che è lei'

stavo parlando da solo, al solito

col passare del tempo i nostri passi si sono intrecciati, le linee non scritte

e ho cercato un modo di tenere tutto al sicuro

nella commedia - che produzione!

nei giorni sempre più dentro

mi tieni stretto ma mi allontani

lontano da te - divento un martire

perché il dolore e l'amore vanno mano nella mano

e mano nella mano vai tu con il tuo amico

tu sei sua e io sono tuo non ne posso evadere”


Alice (letting go) è un brano, per chitarra, estremamente sincero e lineare. Documentaristico. Puoi vedere PH mentre ne scrive i testi.

“A cosa servono le canzoni in ogni caso?

non sono che esercizi in solitudine

avrei dovuto essere pronto ad oggi

ho sempre pregato che tu non te ne andassi

ed immagino di aver sempre saputo che lo avresti fatto”


This Side Of The Looking-Glass è la realizzazione del disco e forse dell'intero PH come artista. È un melodramma cantato con tutta l'energia espressiva della voce accompagnato solo da una orchestra tempestosa. Il titolo è un richiamo al secondo libro di Alice di Lewis Carroll.

"le stelle nel cielo brillano ancora su di me

come sarebbero da amare se tu fossi con me

ma tu hai attraversato lo specchio

e mi hai lasciato solo a passare queste notti

sono perso, sono instupidito, sono cieco

sono ubriaco di tristezza, annegato dalla follia

l'onda mi travolge, lo specchio mi respinge

l'eco della tua risata attraversa lo specchio

ed io sono solo

nessuna amicizia, nessun conforto, nessun futuro, nessuna casa

il passato si ferma con me

tu sei tutto l'amore che io abbia mai conosciuto

e senza di te io non sono altro che vuoto e silenzioso

rifletto (su) quello che ho perso

ti ho lasciata scappare troppo presto

riesci a sentirmi? questa è la mia canzone

sto morendo; te ne sei andata"


Betrayed è una ballata per chitarra e violino dai toni “non credo più nulla al mondo”. On Tuesdays She Used To Do Yoga, di martedì lei faceva yoga, un pezzo cupo per chitarra con la voce in eco; Lost And Found, oggetti smarriti è il brano che chiude Over con una melodia dolce e, come dice PH, con una nota di spirito.

“Sono libero alla fine

sono innamorato alla fine

sono agli oggetti smarriti”


(metti il tuo vestito rosso bambina, perché stasera usciamo

metti le scarpe con il tacco alto, questa sera andrà tutto bene)

martedì 19 gennaio 2010

Nick Cave & The Bad Seeds > The Boatman's Call


Lo confesso: con Nick Cave non è stato per me un amore a prima vista. Gli ho ronzato attorno a lungo, sospettoso, forse per un malinteso preconcetto: a vederlo Nick mi era parso una sorta di Willy DeVille, ma naturalmente non lo era, e dunque… Ricordo addirittura di aver polemizzato su un suo disco, Murder Ballads, che mi era parso troppo plasticoso. Ma quando uscì The Boatman's Call, nel 1997, non ci fu più storia: fu amore vero, per il disco che è diventato uno dei miei dischi "dell'isola deserta", e per il grande Nick Cave. Forse perché in quel disco non c'erano più trucchi: Nick soffriva per la fine di una grande storia d'amore, e in quelle canzoni mostrava il suo cuore e la sua sofferenza senza filtri, senza cerone, senza altri scopi che quello di cantare l'ancestrale canto dell'anima.

The Boatman's Call è un disco semplice, essenziale, immediato. Suonato acustico, al pianoforte, con arrangiamenti minimi e con la rara partecipazione della band. Un disco lirico, rassegnato ed ovviamente immensamente malinconico. Le note si riducono a pochi tocchi sui tasti bianchi e neri del piano, una sorta di malinconica cantilena, i testi, sempre letterari nella tradizione di Nick, più immediati e senza metafore.

Io non credo in un Dio interventista
ma se lo facessi dolcezza mi metterei sulle ginocchia
e gli chiederei di non intervenire su di te
di non toccare un capello della tua testa
di lasciarti come sei
e se proprio sentisse di dover dirigerti
di dirigerti fra le mie braccia

Non ci sono filler: le dodici classiche canzoni del disco sono tutte parti dolcissime del canto dolente ma al tempo rassegnato e malinconico di un cuore spezzato.

In People Ain't No Good, la gente non è buona, Nick chiede all'amante perduta di mandare una dozzina di gigli bianchi al loro amore defunto.

Nella liturgica Bropton's Oratory canta:
"vorrei anch'io essere fatto di pietra / nessun Dio nel cielo, nessun diavolo nel mare poteva mettermi in ginocchio come hai fatto tu";
bissata da There Is A Kingdom:
"come un uccello che canta al sole in un'alba così buia, altrettanto forte è il mio amore per te".

Canzoni in cui l'amore sacro e l'amore profano sembra confondersi in delirio.
(Are You) The One I've Been Waiting For, dolente nella sua magnifica orecchiabilità: "c'era un uomo che diceva cose meravigliose, anche se non l'ho mai incontrato / disse chi cerca trova, bussate e vi sarà aperto. / Sei tu quella che ho sempre atteso?"

Where Do We Go Now But Nowhere, "dove andiamo adesso se non da nessuna parte", è la mia canzone preferita, un cupo lento che la potenza delle sole parole è sufficiente a far sembrare un carnevale caraibico. Il ricordo di un carnevale a New Orleans:

"In un albergo coloniale abbiamo scopato fino all'alba,
e poi fino a notte ancora,
il sole sorge e tramonta,
ruotando all'infinito senza andare da nessuna parte;
la gattina che giocava e mi faceva le fusa in grembo
ora mi graffia sul viso con le unghie di un orso,
ti porgo l'altra guancia e tu la colpisci…"

West Country Girl è uno splendido country notturno e depresso.

Black Air è cantata solo su un harmonium, come una confessione:
"l'altra notte i miei baci sono andati a dei capelli neri / nel mio letto, la mia amante, i suoi capelli avevano il nero della mezzanotte / e il suo mistero stava nei capelli neri / ed i suoi capelli neri incorniciavano un viso felice fatto a cuore".

Idiot Prayer è scandita dal ritmo cupo di una batteria:
"mi stanno portando giù, amica mia,
e mentre mi conducono verso la mia fine devo dirti adieau?
O ti rivedrò presto?
Se quello che dicono è vero ci reincontreremo presto, io e te.
Questa preghiera è per te, amore mio, spedita sulle ali di una colomba.
Una preghiera idiota di parole vuote,
l'amore è cosa per gli uccelli,
noi abbiamo quello che ci meritiamo, mia piccola colomba di neve,
stanne pur certa".

Far From Me si consuma sulle note di un organo che suona più gioioso del testo:
"per te sono nato e per te sono cresciuto / per te ho vissuto e per te morirò / per te sto morendo adesso perché tu eri la mia piccola e pazza amante / in un mondo dove ognuno fotte l'altro tu sei così lontana da me".

L'album si chiude con Green Eyes, un brano nero come la pece, giocato su un piano ubriaco, una chitarra messicana ed una fisarmonica:
"baciami ancora / baciami ancora e baciami / infila le tue mani fredde sotto la mia camicia / a questo vecchio stronzo inutile con la sua figa scintillante non importa di farsi male / occhi verdi, occhi verdi".

Da allora io e Nick siamo così, ed ho imparato ad amare il suo romantico punk di prima e le sue canzoni letterarie di poi. Ma il mio disco preferito è sempre rimasto il cupo, tragico e rassegnato richiamo del barcaiolo.

domenica 17 gennaio 2010

Peter Hammill > This Side Of The Looking Glass


le stelle nel cielo brillano ancora su di me
come sarebbero da amare se tu fossi con me
ma tu hai attraversato lo specchio
e mi hai lasciato solo a passare queste notti

sono perso, sono instupidito, sono cieco
sono ubriaco di tristezza, annegato dalla follia
l'onda mi travolge, lo specchio mi respinge
l'eco della tua risata attraversa lo specchio
ed io sono solo

nessuna amicizia, nessun conforto, nessun futuro, nessuna casa
il passato si ferma con me
tu sei tutto l'amore che io abbia mai conosciuto
e senza di te io non sono altro che vuoto e silenzioso
rifletto (su) quello che ho perso
ti ho lasciata scappare troppo presto

riesci a sentirmi? questa è la mia canzone
sto morendo; te ne sei andata

(Peter Hammill 1977)