lunedì 7 aprile 2014

L'intervista di 8th of May


Mi ha intervistato Corrado Ori Tanzi per 8th of May. Domande molto belle, come dovrebbero essere le interviste svolte con passione e cognizione di causa, a cui è stato bello rispondere.
Domande come:

Nel tuo libro scrivi: “Qualche artista è riuscito a rimanere grande per un decennio, ma quasi nessuno per tutta la vita”. Fuori il nome o i nomi che rientrano in quel ‘quasi’:

«Gli scrittori danno il loro meglio da vecchi, i musicisti da giovani. Chi è rimasto in prima linea più a lungo? Bob Dylan senz’altro. Paul McCartney. I grandi bluesmen del passato, ma per loro era più facile, avevano un genere molto codificato. Chuck Berry suonerà la Gibson fino al giorno del suo funerale. Neil Young certamente, lui non arrugginisce. Tom Petty & The Heartbreakers hanno trovato nuova linfa, Mojo del 2010 è un disco perfetto. L’avessero inciso nei Glory Days, oggi lo paragoneremmo a Happy Trails. Springsteen invece ha deluso, così come gli Stones: si sono arresi al business.»

L’ultimo grande disco e l’ultima grande canzone in ordine di tempo che hanno scritto la storia della musica rock.

«One Headlight dei Wallflowers. Under The Table di Dave Matthews Band. Ma anche Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco è grande, e i Black Crowes, prendi Wiser For The Time, è uno dei migliori live di sempre.»

Hai scritto che Woody Guthrie diede una lezione a un giovane Bob Dylan, che la tenne buona per tutta la vita: non avere idoli. Ma cosa sarebbe stata la storia della musica rock, proprio nella sua golden age, senza le urla dello Shea Stadium nel 1965 per i Beatles?

«Il rock è fatto di idolatria, e mi sta benissimo. Io personalmente non ho idoli, nel senso che non rinuncio mai a una lettura critica, non solo nella musica, ma anche in politica o in qualsiasi altro campo. Non ho necessità di bandiere e forse è per questo che lo sport non mi ha mai detto niente, al di fuori della rilettura romantica alla Gianni Brera dei miti del passato, tipo Riva, Rivera e Mazzola o Coppi Bartali o la Porsche 911 alla 24 ore di Le Mans. Ciò non mi impedisce di approcciare la musica, come il cinema o la letteratura, con amore. Ma senza paraocchi. Che la maggior parte delle persone abbia bisogno di una bandiera, non credo mi disturbi; anzi, mi piacerebbe avere dei fan che seguano le uscite dei miei libri…»

Nei tuoi articoli esce il piacere del racconto di un album, il gusto della parola per accendere nel lettore gli stessi sentimenti che ti hanno mosso qualcosa dentro quando per la prima volta hai ascoltato un certo disco. Chi oggi, della nuova generazione, può ancora accendere questa urgenza?

«Quando da teen-ager ho scoperto di non aver il talento per suonare uno strumento musicale è stato un brutto momento: avevo pensato proprio che sarei diventato il bassista dei Rolling Stones. Per fortuna ho quasi subito scoperto di avere il dono di raccontare la musica che ascolto, di descrivere cosa la musica smuove in me e di comunicarlo ai lettori. Così scrivo perché non so suonare. L’ultimo disco che mi ha esaltato? Going Back Home di Wilko Johnson e Roger Daltrey: un manifesto del rock’n’roll.»

Chi è stato il più grande musicista-scrittore della storia del rock?

«Musicista e scrittore assieme? Sono ruoli diversi, come ho scoperto con un po’ di sorpresa. Ci sono poeti che non sanno scrivere in prosa e grandi musicisti che non sono capaci di dare una risposta interessante in un’intervista. L’unico musicista che abbia saputo scrivere un buon libro, fra quanti ne ho letti, mi pare essere Bob Dylan.»

Chi il più grande critico?

«Più che la critica, che è sempre legata a una filosofia provvisoria, mi interessano i grandi cronisti. I miei preferiti li ho celebrati in Long Playing quando ho scritto, più o meno: Eleonora Bagarotti, per l’amore che porta ai musicisti di cui scrive; Nick Kent, per la consapevolezza di cosa è il Rock; Lester Bangs, per l’integrità che lo ha portato a non accettare mai un compromesso; Arrigo Polillo, per la cognizione di causa. Dei quattro, solo l’ultimo è un critico in senso stretto, ma di musica jazz.»

Il tempo stempera i giudizi? Non ti è mai capitato di rivedere un giudizio a distanza di anni e dire, fosse anche solo a te stesso: non capii un cazzo, questo disco è strepitoso!

«Ne parlo nel libro nuovo, in uscita, una sorta di diario/decalogo del rock... 

Leggi l'intera intervista qui su 8th of May .


martedì 1 aprile 2014

Wilko Johnson / Roger Daltrey > Going Back Home


Succedono cose che non abbiamo mai osato immaginare neanche nei nostri sogni (musicali) più selvaggi. Una di queste è senz'altro un long playing per la Chess Records di Wilko Johnson e Roger Daltrey, dove cantano molte delle canzoni che abbiamo amato dei Dr.Feelgood. I Feelgood furono per me una band determinante, ed in particolare il loro live Stupidity nella mia estate inglese del 1977, assieme a Pretty Vacant dei Pistols fu uno dei dischi che mi cambiarono la prospettiva. Quel disco fu il loro unico numero uno in classifica, perché per qualche sfortunato motivo durante il tour americano Wilko decise che c'era qualcosa nel successo o forse nel resto della band che non faceva click con la sua anima. Fu come dare un calcio al destino; i Feelgood persero il motore, e invece di avere una chance di diventare i nuovi Stones restarono il gruppo di una stagione - anche se una band con lo stesso nome (ma nessuno dei musicisti originali) calca il palco ancora in questi giorni. Wilko non ritrovò mai la stessa occasione né nella carriera solista, né con i Solid Sender, né con i Blockheads - che non diventarono mai la sua band, anche se è in quell'ensemble che conobbe Norman Watt-Roy e Dylan Howe, e fu relegato ad una carriera da blue collar del rock'n'roll. Il resto della storia è nota: all'inizio del 2013 a Wilko fu diagnosticata una malattia terminale. Wilko, che aveva perso gran parte della gioia di vivere da quando era morta la sua amata Irene, decise di spendere il tempo che gli rimaneva nel fare la cosa che gli era sempre riuscita meglio: suonare il rock. Devo ammettere che gli è riuscito di fare più in quest'anno che in tutto il resto della sua carriera, passando dallo status di artista di culto dell'underground a riconosciuta leggenda britannica della chitarra elettrica: uno dei più grandi chitarristi ritmici inglesi assieme a Keith Richards e Pete Townshend, in effetti.
Di tutta la lista di cose realizzate nell'anno, la più sorprendente è di certo la registrazione di un disco per la Chess con quell'altro mito del rock che è il cantante degli Who, Roger Daltrey. Due teddy boys (sì, Roger non fu mai un mod, mi dispiace per i fan della sua band) accomunati dalla comune passione per un 45 giri seminale di Johnny Kids and the Pirates, Shakin' All Over.
Going Back Home è un disco perfetto a partire dal suo stesso titolo, "tornando a casa". Una casa metaforica, che può essere intesa come la giovinezza, come il rock delle origini, ma anche in senso più spirituale come quel cielo da cui tutti veniamo ed in cui un giorno torneremo. Il fell like going home del blues nero. Già dalla copertina Going Back Home si presenta come un testamento, con la sua grafica in bianco e nero da giorni del rock'n'roll e le foto dei due interpreti in tutte le età, dall'infanzia con le prime chitarre, un Roger con ciuffo ribelle da rocker ed un Wilko che sembra John Lennon, alle foto del matrimonio con Irene ed una con i Feelgood che mi ha fatto particolarmente piacere, perché suona come una riappacificazione se non una richiesta di scuse verso la band che ha dato a Wilko la popolarità, anche se Lee Brilleux non è più fra noi per poterlo apprezzare. Ma mica un testamento triste, anzi! Un solido, energico, intenso, frizzante, entusiasmante disco di rock come non se ne sentiva più dal 1977, e proprio per questo particolarmente malinconico, perché nessuno di noi ha più l'età che aveva quell'anno ed alla fine un addio è pur sempre un addio. Il suono è assolutamente perfetto: nudo, crudo, intenso, con i migliori musicisti della scena, dalla chitarra di Wilko al basso di Norman Watt-Roy (il miglior bassista inglese, sappiatelo), la batteria di Dylan Howe (figlio d'arte), con il cesello delle tastiere di Mick Talbot (Dexys, Style Council) e l'armonica di Steve Weston. E naturalmente la voce del paradiso di Roger Daltrey, il cui nome evoca emozione da quando abbiamo l'età della ragione, e che in studio ritrova tutta la potenza canora che ormai gli fa un po' difetto dal vivo - solo la potenza, non certo il fascino e la simpatia che sono intatti. Il disco si apre con il brano omonimo, già nel repertorio dei Feelgood e non a caso scritto a due mani con quel Mick Green che dei Pirates di Johnny Kidd fu il chitarrista. In questa canzone e nella successiva Ice On The Motorway, dal primo album solista di Wilko, Roger si trova a competere con lo stile di Brilleux, ed è una gran piacevole lotta. I Keep It To Myself è un gran R&B tirato. Can You Please Crawl Out Your Window è un oscuro singolo di Dylan, anch'esso già cantato da Wilko, reso in maniera sublime da Roger, e si iscrive fra le sue cose migliori di sempre - e potrebbe essere un grande hit. Ancora la poetica ballata di Turned 21, a quanto capisco su una giovane prostituta  che ha fatto battere il cuore dell'autore, sembra scritta apposta per le potenti doti melodiche di Daltrey, ed è abbellita sulla copertina da una suggestiva foto con i Feelgood. Tutti gli altri brani sono un'ininterrotta corsa di rock'n'roll a tutto ritmo con ben pochi precedenti: mi viene da pensare solo a Live Bullet ed ai dischi di Chuck Berry.
Il disco è già in vetta alla classifica inglese, confermando la Gran Bretagna come il più grande paese del mondo. È il secondo top di Wilko e l'ennesimo, ma il primo da molti anni e con tutta probabilità l'ultimo, di Roger. Un gran grande finale da leggenda, da fuochi d'artificio, che non può non commuovere e riempire l'animo di chi è cresciuto a pane e rock'n'roll, e non date retta a quegli sfigati che hanno recensito con tre stelle l'album rock del secolo. Non saprebbero riconoscere un capolavoro neanche se se lo trovassero sotto le lenzuola.

rating: ✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩✩...


lunedì 31 marzo 2014

John Phillips and the Rolling Stones: Pay Pack & Follow


Ho un debole per Keith Richards che canta il country, che canta le ballate, che canta... qualsiasi canzone in effetti. Il mio rimpianto è che il chitarrista non abbia mai inciso un disco con l'amico Gram Parsons, ne sarebbe venuta fuori una gran cosa, se solo fossero riusciti a non cadere in coma durante le registrazioni. Ma in qualche modo Keith ne registrò uno con John Phillips.
John era Papa John dei Mamas & Papas, il primo gruppo di successo di San Francisco, quelli di California Dreaming, un gruppo che al Festival di Monterey era già superato dalle nuove ondate psichedeliche di Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service e Big Brother and the Holding Company.
Saturo di droga, nel 1973 Papa John si trasferì a vivere a Londra, dove strinse amicizia con il Keith Richards (e chi altri se no?) di ritorno dal dorato esilio francese. Anche Keif in quei giorni era naturalmente nei guai forte con l'eroina, e ne avrebbe avuto perlomeno fino ai giorni di Some Girls e del processo canadese. 
Gli Stones uscivano dai loro giorni musicalmente migliori di sempre, quelli di Sticky Fingers e di Exile, e già si erano cacciati nel glam di Goat's Head Soup e It's Only RnR, in attesa che Jagger scoprisse lo Studio 54 e la musica da discoteca. 
Pare che fu Jagger a proporre a Phillips di produrgli per la Rolling Stones Records un disco registrato fra gli Olympic di Londra e New York City. La forza di questo grande disco incompiuto è che invece che alla tipica produzione dei Glimmer Twins, si rifà proprio alle esperienze di Exile, con Jagger ai cori, Keif alla ritmica, Mick Taylor alla solista e Ron Wood al basso. 
Un americano che suona gli Stones (il gruppo inglese con il suono più americano di tutti) porta alla mente anche qualche cosa di Peter Wolf, per dare un'idea (un altro americano che suona gli Stones). Per altri versi è come ascoltare delle outtakes da Exile, con la ritmica di Richards ed i cori (qua e la) di Jagger. 
Nove brani, non tutti alla stessa altezza, magari più gli arrangiamenti delle canzoni, con molti richiami ai capolavori degli Stones (fra cui You Gotta Move), carichi del potente laidback di una di quelle locomotive a vapore che attraversavano il west, per un disco mai completato per i problemi di droga di Phillips ed uscito solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2001. 
It's only RnR, but I like it: mi piace un casino, è proprio la mia musica... 

Belle She's Just 14 e Zulu Warrior, ma belle in effetti tutte, canzoni di sesso, droga e amori bacati. La ballata di Very Dread, il rock rotolante di Mr.Blue, una Oh Virginia solo quasi omonima di quella degli Stones, fino ad una conclusiva 2001, in stile vagamente Harrison, scritta da Phillips 24 anni prima di sapere che proprio quella sarebbe stata la data della sua morte, per un attacco di cuore dopo una vita oltre il limite, e dove profeticamente canta: "the sands of time are running out"

PS: un rigraziamento speciale a Pierangelo Valenti che me ne ha parlato. 

Britain strikes back!


L'ho scritto in qualche recente post: il blog cambia necessariamente formula, perché mi sto dedicando a tempo pieno alla realizzazione dei libri (già in vendita Long Playing una storia del Rock, lato A - in fase di editing Perché non lo facciamo per la strada - previsto per dicembre Long Playing lato B...) per cui non riesco più a mandare avanti BEAT come se fosse una rivista on line.
Per cui buttiamola sulle chiacchiere, anche se in questo senso la versione di BEAT su FaceBook è più adatta.
Ho riscoperto il grande rock inglese, con il nuovo disco di Wilko Johnson e Roger Daltrey, già in vetta alle classifiche inglesi, con il nuovo Blockheads (proprio la formidabile vecchia band di Ian Dury), il nuovo Baxter Dury (proprio il formidabile figlio di Ian Dury, quello ritratto con il papà sulla copertina di New Boots and Panties), con il disco solista di Norman Watt-Roy, il più grande bassista britannico (proprio il formidabile bassista dei Blockheads e di Wilko), con il film Sex & Drugs & Rock & Roll sulla vita di Ian Dury, per non dimenticare la sua musica.
Per non farmi mancare niente di questo Brit Revival mi sono procurato persino The London Chuck Berry Sessions.
Tutti consigliati.

Vi passo allora un'anteprima di una cosa che apparirà altrove:

Il punk, come il rock’n’roll, durò un pugno di anni, dal 1977 al 1982. Ma molti gruppi non smisero di suonare in concerto e registrare, anche se il mercato discografico ed i gusto del pubblico fuggirono verso direzioni più commerciali. In America in realtà il pubblico non aveva mai smesso di premiare la musica leggera ed i gruppi punk ad entrare in classifica furono giusto Police e Talking Heads. In Inghilterra un fedele seguito underground non venne mai meno a gruppi come i Blockheads, che con o senza Dury hanno sempre fatto il tutto esaurito in ogni venue dove suonassero. O a Wilko Johnson, con i Solid Sender o con l’irresistibile accompagnamento di Norman Watt Roy e Dylan Howe. O agli stessi Dr.Feelgood che, passati fra innumerevoli cambi di formazione, divennero una istituzione britannica. Quali sono i dischi più significativi, per quanto non sempre facili da trovare, del pub rock di oggi, quello che si continua a suonare nei club di Shepherd Bush, Camden Town e in altri sobborghi meno alla moda?
Wilko ha registrato molti dischi, fra cui lo straordinario Red Hot Rocking Blues, interamente composto da cover, da Dylan a Van Morrison, da Ray Charles a Chuck Berry, da Leadbelly a Lowell Fulson. E Going Back Home con Roger Daltrey, un’altra (simpatica) istituzione del british rock. I Madness nel 2009 tornarono prepotentemente all’attenzione del pubblico con il loro capolavoro, The Liberty of Norton Folgate, un’opera musicale e teatrale dedicata ad un vecchio angolo di East London. Un album molto british, che fonde le influenze caraibiche di Notting Hill con la bucolica poesia dei Kinks. Anche i Blockheads, tornati a suonare con Ian Dury in occasione della sua malattia con il notevole Mr.Love Pants del 1998, proseguirono a fare musica anche dopo la sua morte, per mettere assieme infine nel 2013 un disco che cita tutte le influenze della loro musica, Same Horse Different Jockey, con un cantante, Derek the Draw Hussey, che vocalmente richiama molto Dury, il che è una buona cosa considerando che (a) scrive le proprie canzoni, (b) è bravo e (c) era un amico di Dury, il che non guasta. A proposito di Blockheads, è da segnalare anche il disco solista dello scatenato bassista Norman Watt-Roy, che è stato il bassista di London Calling ed è uno dei migliori bassisti di sempre. Sul suo disco suona un divertente miscuglio che potremmo definire pub jazz. A proposito invece di Ian Dury, c'è da segnalare Baxter Dury, il ragazzino di cinque anni che appare al suo fianco sulla copertina di New Boots and Panties. Quel ragazzino è suo figlio, ed oggi è diventato un musicista ed un cantante. Partito per l’etichetta Rough Trade con una musica elettronica che echeggia Bowie, Brian Eno ed i Radiohead, sul recente Happy Soup ha serrato le vele verso le canzoni con un grande risultato, con ciondolanti brani come Claire che sarebbero piaciute al padre ed ai suoi ammiratori.

martedì 4 marzo 2014

Wilko Johnson e Roger Daltrey allo Shepherd Bush 25 febbraio 2014


Vedere un concerto allo Shepherd Bush Empire a Londra non è una cosa per vecchi. Sì certo, è molto romantico trovarsi nel covo storico degli Who e nella periferia che ha generato i mod, a respirare l'aria della mitologia del rock britannico, almeno fino a che non sfiori la rissa con un ubriaco con i capelli tagliati a zero. Insomma, White Riot va benissimo, ma fino a quando non ci sei coinvolto. Io Shepherd Bush me l'ero fino ad oggi solo figurato nella fantasia; Eleonora che mi ci conduce invece la conosce invece bene, ma lei è amica di Pete e di Roger ed è stata press agent della band. Gli Who. Mi mostra i grattaceli in cui vivevano i teenager che al venerdì sera infilavano il giubbotto militare Parka sopra agli abiti eleganti di ispirazione italiana, inforcavano la Lambretta e raggiungevano Soho, il Bar Italia, Carnaby Street e tutti gli altri luoghi dello struscio, e vivevano la loro fantasia mod fino al lunedì mattina. Mi mostra le case popolari fino a White City, quelle che hanno dato vita al mito di band popolari come Who e Clash. 
Siamo in missione per conto del rock. Una missione molto seria: pagare il nostro tributo di riconoscenza a Wilko Johnson ed avere il piacere ed il privilegio di assistere al suo concerto con Roger Daltrey, con cui ha appena registrato un disco di rock & roll che uscirà prima della fine del mese di marzo. Com'è quella abusata espressione: "mi ha cambiato la vita?"
Il disco di Wilko Johnson con i Dr.Feelgood del 1976 mi ha cambiato se non la vita, almeno i gusti musicali. Quando come tutte le estati arrivai a Londra nel 1977, mi accorsi subito che l'aria era cambiata. I tempi di band come Tangerine Dream, Weather Report, Yes, Caravan (o Hatfield and the North) erano tramontati. La nuova ondata avanzava sotto forma di punk. I ragazzi, anche senza spilloni conficcati come piercing, indossavano t-shirt rovesciate con la scritta "God Save The Queen" (era in effetti nel paese il Giubileo della Regina Elisabetta II, ovvero la celebrazione del suo XXV anniversario di regno). L'anno precedente avevo portato a casa dalla capitale i dischi di Peter Baumann, Jon Anderson e Steve Howe. Quell'anno appena arrivai ascoltai due dischi che mi cambiarono ogni prospettiva: uno era il 45 giri di Pretty Vacant dei Sex Pistols, l'altro Stupidity, il live dei Dr.Feelgood registrato a casa loro al Southend Kursaal di Canvey Island. Il primo fece la top ten, il secondo il numero uno. 
Era la nuova cosa che, come spesso accade, consisteva nel recupero di classici dimenticati: le energiche canzoni di tre minuti del rock & roll e del beat. Eddie & The Hot Rods (pure provenienti da Canvey Island) cantavano The Kids Are Allright, Gloria e I Can't Get No Satisfaction, Get Out Of Denver, Wooly Bully e 96 Tears, canzoni che da vecchi hit diventavano gli inni di una nuova generazione. 

giovedì 20 febbraio 2014

Benmont Tench > You Could Be So Lucky


Probabilmente Benmont Tench è il più robusto tastierista che abbia mai militato in un gruppo rock americano, e certamente lo è fra quelli attuali. Non mi viene in mente nessuna band con un tastierista così significativo nel suono collettivo. Non i Grateful Dead, che di tastieristi ne cambiarono parecchi per causa di forze maggiore, non gli Allman che con Chuck Leavell cercarono di sostituire la chitarra di Duane. Forse la E Street Band che si appoggiava sulle due colonne di Danny Federici e di Roy Bittan. Magari i Traffic, dove le tastiere erano lo strumento del frontman Steve Winwood. Beh, May Manzarek, naturalmente.

Ad assistere allo show degli Heartbreakers di Tom Petty non si può che rimanere ammaliati dal lavoro di Tench, letteralmente circondato ad ogni lato dalle tastiere di piano ed organo. Se Mike Campbell è il Jimmy Page della situazione e Tom il McGuinn, Tench è il telaio della band. Gli Heartbreakers si sa, almeno dalla rifondazione di Damn The Torpedoes del 1979 sono la backing band di Tom Petty. Ma ci fu un tempo in cui non era così. Nacquero a Gainsville in Florida, la città dei Flying Burrito Brothers, come un gruppo con il nome di Mudcrutch, una band che forse arrivò in anticipo rispetto al ritorno del rock degli anni della new wave, che poi furono anche quelli di Springsteen, Greg Kihn, Graham Parker, John Hiatt. Nella band di Petty il ruolo creativo del resto del gruppo fu sacrificato a favore di quello del leader, autore di praticamente tutte le canzoni, con un piccolo aiuto dell'effervescente chitarrista ma non di Tench che è un tipo che tiene un basso profilo. Così nel corso di tutti questi anni il tastierista ha scritto un pugno di canzoni che ha però tenuto nel cassetto. Una è finita di recente nel disco dei Mudcrutch, altre erano nate allo stesso scopo fino a che l'idea di un disco solista ha cominciato a prendere forza. È stato Glyn Johns a convincere Tench a rompere gli indugi: un produttore non invadente che però negli anni ha legato il suo nome a dischi come Who's Next, Desperado, Show Some Emotion, Slow Turning. La casa discografica è straordinariamente la Blue Note, la storica etichetta jazz, il che assieme alla foto di copertina porta a immaginare che si possa trattare di un disco di musica jazz. Niente del genere, l'unico motivo della scelta è che il nuovo presidente della Blue Note è Don Was, il patinato produttore americano.
In realtà il suono di You Should Be So Lucky è quello  roots rock delle origini di Tench: Mudcrutch, Flying Burrito Brothers e quelli che questo suono l'hanno inventato, The Band. Benmont Tench non è un cantante e la sua voce è delicata fino alla timidezza. Glyn Johns è stato molto rispettoso di questa caratteristica, che con ogni evidenza è parte del carattere low profile del musicista, ed ai primi ascolti l'impressione è quella di una costruzione molto delicata, leggera come un aliante, dove si sarebbe potuto osare di più in termini di ritmica più aggressiva, arrangiamenti più pieni e soprattutto fornendo alle voce di Tench, che spesso richiamano gli impasti bucolici di The Band, il supporto del coro di voci di valore.
Ma spesso sono i lavori migliori quelli che non si lasciano svestire al primo ascolto ma crescono giorno dopo giorno. La trama lieve, delicata e sapiente delle tastiere, gli arrangiamenti così rispettosi da portare alla mente persino un altro musicista di quelle parti, JJ Cale, prendano forma mano a mano che ci si lascia pervadere dal loro incantesimo.
Il primo pezzo a commuovere è il traditional di Corrina Corrina, lo stesso del repertorio di Dylan che è stato interpretato anche da Boz Scaggs nel suo disco dello scorso anno. La versione di Tench è un gioiello delicato, grazie ad un incastro di tastiere che paiono di cristallo. Poi la title track, "avresti potuto essere così fortunato", un titolo molto Petty, che è la canzone più differente, una sorta di inno da garage band che potrebbe risalire ai 13th Floor Elevator o ai gruppi di Nuggets, un brano che nel repertorio degli Heartbreakers farebbe un figurone. Blonde Girl In A Blue Dress è una ballatona dal ritmo loose su cui ameresti sentire i cori di Levon Helm e compagnia. Una canzone definitivamente da The Band. Today I Took Your Picture Down, "oggi ho tolto la tua fotografia", è un etereo lento malinconico molto heartbreakers con un gran impasto fra il piano e l'organo con cui singolarmente si apre l'album mentre è una di quelle canzoni con cui di solito i dischi si chiudono. Veronica Said paga l'ispirazione al riff di Fire di Springsteen, mentre Ecor Rouge è un tenue intermezzo strumentale vagamente jazzato come li faceva Van Morrison. Bello il boogie antico di Woobles e l'inno californiano di Like The Sun.
Un disco di valore con dentro l'anima, capace di comunicare ed emozionare specie l'ascoltatore che arriva da un rock americano di tanti anni fa. Mi piacerebbe sentire le stesse canzoni suonate da una band e non da session man.

mercoledì 19 febbraio 2014

la verità su Inside Llewyn Davis - A proposito di Davis


Ieri sera sono stato al cinema a svelare il mistero di A Proposito di Davis (Inside Llewyn Davis), un film che è stato annunciato come la cosa da vedere, ma che a quanto pare ha deluso molti.

La domanda dunque era: qual è la vera verità su Llewyn Davis?
La vera verità è che è un bel film, o almeno carino, ma è stato condannato da una serie di aspettative sbagliate. 
Aspettativa #1, che sia un capolavoro. Non lo è, è un dignitoso film medio dei fratelli Cohen: non è Fargo, Big LebowskiFratello dove sei
Aspettativa #2, che sia un film sulla scena del Village dell'inizio dei sixties. Non lo è, è un film ambientato in quello scenario, ma non su quella scena. 
Aspettativa #3, che sia una biografia del cantante folk Dave Van Ronk, con tutto che la gran parte di chi se lo aspettava Van Ronk non l'aveva mai neppure sentito. Non lo è: semplicemente i Cohen si sono aiutati con la sua biografia per ricostruire l'ambiente in cui si muove il loro cantante.

A Proposito di Davis è un film su un perdente assoluto, tema caro ai fratelli di St.Louis Park. Ma non un beautiful loser come il Drugo Lebowki, guida spirituale di tutta una generazione, la nostra. È un perdente davvero, uno che non ce l'ha fatta, uno che insegue un sogno, quello di essere un cantante folk, senza acchiapparlo - per sfortuna, per integrità e per mancanza del carisma necessario. Uno che deve elemosinare un posto per dormire sui divani o i pavimenti di chi incontra (niente di male: Dylan l'ha fatto per mesi, prima di diventare Dylan) e che non ha neppure un cappotto per ripararsi dal freddo invernale di New York. 

Davis canta il folk del Village, quello che rievoca la mai abbastanza celebrata scena del mai abbastanza compianto Bluto / John Belushi che sfascia una chitarra acustica sul muro. Gli succedono delle cose nel corso del paio di giorni che gli dedica il film, quelli in cui fa l'estremo tentativo di mantenersi come cantante prima di tornare a fare il marinaio su navi mercantili: cose bizzarre, come nello stile dei fratelli Cohen, personaggi assurdi, sottilmente buffi e tragici, mai risparmiati dalla feroce lama dei registi / sceneggiatori, che ridicolizzano tutti, dal pubblico del folk (deformi nerd intellettuali che portano alla mente un certo Woody Allen), alle donne feroci che circondano Davis (la gatta morta della cantante folk dall'aspetto angelico, come pure l'insopportabile sorella). 
Davis è uno che non ce la fa, ma non ce la fa davvero, ed è per questo che è difficile per il pubblico del film (pure tendenzialmente radical intellettuale) immedesimarsi con lui ed uscire soddisfatto.
Gli unici personaggi di una certa levatura sono Grossman, il manager del locale di Chicago, uno dei pochi ad essere perfettamente orientato nel mezzo degli avvenimenti; il violento marito della patetica attempata cantante folk, che non stenta a spendersi in difesa di chi ama; e nelle note finali del film, che riscattano e danno un senso a tutta la pellicola, la silhouette appena intuita di Bob Dylan, che si annuncia come un gigante fra i nani.



P.S.: un'ultima osservazione in calce, di natura però assolutamente personale. Fossi stato io, non avrei usato la pur ottima fotografia scelta dai Cohen, molto moderna, molto elegante e "Spielberg", ai miei occhi risulta però anacronistica rispetto agli anni '60 che racconta. Io avrei usato una vecchia fotografia modello Martin Scorsese di Mean Street. Ma io, volevo fare il regista... 




sabato 8 febbraio 2014

Paul Rodgers The Royal Sessions


Se Brian Eno ha registrato Music For Airports, questo Royal Sessions si potrebbe a buona ragione intitolare Music For Pubs. Al primo ascolto ti dici "già sentito troppe volte", al secondo "mettilo ancora", al centesimo "hey hey my my R&B will never die..."

Paul Rodgers, lo sapete, è stato i cantante dei Free (Allright Now) e dei Bad Company (Feel Like Makin' Love). Questo disco viaggia più dalle parti di Muddy Waters Blues. Sono tutte cover di classici del R&B, tanto classici che non credevo potessero essere incisi una volta di più. Ma la voce è suadente e gli arrangiamenti potenti e puntuali, un crossover fra il suono di Memphis della Stax e quello di Detroit della Tamla Motown. Stile The Commitments, ma meglio, meglio davvero.
Dunque perché non averlo?

I Thank You (Isaac Hayes / David Porter)
Down Don’t Bother Me (Albert King)
I Can’t Stand The Rain (Don Bryant / Bernard Miller / Ann Peebles)
I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) (Jerry Butler / Otis Redding)
That’s How Strong My Love Is (Roosevelt Jamison)
Walk On By (Burt Bacharach / Hal David)
Any Ole Way (Steve Cropper / Otis Redding)
It’s Growing (Warren Moore / Smokey Robinson)
Born Under A Bad Sign (William Bell / Booker T. Jones)
I’ve Got Dreams To Remember (Otis Redding)