sabato 11 luglio 2015

Los Lobos all’Estival Jazz di Lugano, 9 luglio 2015

foto di Renato Cifarelli 

Lugano è una città fredda anche nell’afa estiva. La piazza dell’Estival Jazz è gremita di gente che beve birra ed aperitivi, o seduta ai tavolini dei ristoranti, ma oltre la piazza, al di fuori dei ragazzi sul lungo lago con un bicchiere in mano, la sera scende tranquilla e solitaria e probabilmente un po’ noiosa. Dopo aver dato una letta al menu esposto di qualche ristorante, che propone paillard (non proprio una prelibatezza) a 48 franchi svizzeri (praticamente euri), mi risolvo per una cena a base di mojtos e gelato.
Ma quando a mezzanotte i Los Lobos dell’est di Los Angeles salgono sul palco della bella Piazza della Riforma, la serata si impenna. In vita mia ho visto molti, molti concerti, ed ho ascoltato molte, molte band, ma nessuna come i Lobos.
Dopo un riscaldamento a base di musica latina, a memento della lunga gavetta come mariachi e gruppo da party, la band preme sull’acceleratore per dare gas ai motori. E sono motori da corsa a 12 cilindri, cromati da dragster, da street illegal, le auto muscolose con le fiamme dipinte sulle portiere che ululano per circuiti stradali fuorilegge.
Quando Louie Perez lascia la batteria al più giovane Enrique “Bugs” Gonzalez e David Hidalgo lascia la fisarmonica, diventano ben tre - con il redivivo Cesar Rosas - le chitarre schierate di fronte al pubblico. Con il pulsante basso Fender dell’instancabile Conrad Lonzano, ed il sassofono senza sosta del grande Steve Berlin, la potenza di fuoco è piena. Con l’esecuzione di The Neighborood il concerto decolla in verticale. Non musica per il corpo, non musica per la mente: musica per la spina dorsale, musica per il midollo, musica per il ballo di san vito, musica che ti strega, ti ammalia, ti fa danzare, ti fa dimenticare, ti fa volare. Musica del sacro pejote, che ti solleva in alto sopra il palco, a vibrare in simpatia ad ogni corda ed ad ogni nota del sax.
I Lobos sono musica panamericana: sono il rock’n’roll di Buddy Holly, sono il soul di Marvin Gaye, sono il rock delle chitarre dei Cream, sono il power flower dei Grateful Dead, sono l’anima nortena di Los Angeles.
La loro musica è colta e sofisticata. Come Gershwin, che fondeva la classica con la "musica tribale dei negri" (il jazz), i Lobos mischiano con sapienza, con mestiere, con magia, con grande abilità strumentale, gli ingredienti di tutta la musica che amiamo. Le musiche latino americane hanno arrangiamenti sofisticati, che i Lobos applicano ad ogni loro brano. Anche se i brani non sconfinano mai oltre le lunghezze canoniche, sono concentrati di lunghe cavalcate strumentali. Più che sui dischi, il melting pot delle melodie e degli arrangiamenti è totale e trasversale; anche nei pezzi latini la Fender solista di Hidalgo suona come Hendrix, e anche nei rock’n’roll echeggiano note nortene.

I Los Lobos sono bellissimi; niente affatto piacioni come va di moda oggi, hanno un aria sorniona ma minacciosa al tempo; sono dei duri che sogghignano e non si sdilinguano in presentazioni e ringraziamenti, ma alla fine della festa sorridono felici alla gioia del pubblico. I pezzi si susseguono a mitraglia senza soluzione di continuo e senza dare respiro; lo show non può durare più di un’ora e mezzo, e i Lobos la riempiono tutta di vibrazioni, di ritmo, di musica. Gli intermezzi acustici saranno per un’altra sera. Mi hanno riportato alla memoria lo show latino della band della Mink DeVille Band, quella con Freddy Koëlla, ma la ricetta è ancora più ricca.
Non mi sono segnato la scaletta, ero in trance, e quando cerco di ricordare mi sembra di aver ascoltato tutto. Di certo hanno fatto Kiko, Will The Wold Survive, Papa Was A Rolling Stone, Set Me Free, e una cover di Good Lovin’. Quando arriva La Bamba si capisce che lo spettacolo volge al termine. Il bis è una fulminante Don’t Worry Baby. Un’ora e mezza è troppo poca, lascia addosso tutta la voglia. Ciò nonostante non ho mai assistito ad uno show migliore di questo.

La più grande American Band in circolazione. Ed è un segno di questi tempi tristi schiavi del capitalismo che non ci sia una major discografica che voglia farsi fiore all’occhiello di un gruppo di tanto genio, la band che ha dato al mondo Kiko, Colossal Head e tanti altri lavori imperdibili. Una band per noi pochi superstiti.

giovedì 9 luglio 2015

Fabio Cerbone > America 2.0. Canzoni e racconti di una grande illusione


Fabio Cerbone è un romantico del sogno americano. È lui il motore di Roots Highway, il sito web più curato sulla musica americana delle radici, ed è lui lautore di un bel mazzo di libri sul sogno americano, da Easy Ryders Sogni e illusioni Americane a Fuorilegge d'America: Hank Williams, Johnny Cash, Steve Earle fino a Levelland, nella periferia del rock americano.

Fabio Cerbone è anche un amico, dunque siamo in conflitto di interessi, che di solito nell'ambiente si risolve con una marchetta, nella speranza che alla prima occasione venga ricambiata.

Il suo nuovo libro si intitola America 2.0, canzoni e racconti della grande illusione, ed è finalmente una raccolta di racconti della nuova frontiera, un traguardo naturale per un autore "beat americano".
La caratteristica peculiare di questi racconti è quella di essere derivati da canzoni rock, undici canzoni che hanno accesa l'immaginazione non solo Fabio, ma di tutta una generazione di fruitori del rock’n’roll.

Un’idea di fascino, che negli anni era passata in mente anche a me, quando scrissi (negli ottanta) il racconto Pretty Flamingo e poi il racconto di Natale di un paio di inverni fa.

Il problema però dei racconti di Cerbone, dal mio punto di vista, è quello di non essersi solo ispirati, ma di diventare una versione in prosa delle canzoni in oggetto. E la prosa, non c'è verso, è sempre più debole della poesia. Cento parole non ne varrano mai quattro messe nell'ordine giusto, capaci nella loro semplicità ed essenzialità di evocare emozioni e immaginazione nell’ascoltatore.

Hai presente un verso come: “Now mister the day the lottery I win, I ain't ever gonna ride in no used car again” (stammi a sentire, il giorno che vinco alla lotteria non metterò mai più piede su una macchina usata) - qualsiasi parola tu possa aggiungere può solo diluire. Ognuno di noi ha un film su queste canzoni, guardare quello di un altro è pericoloso come andare al cinema a vedere il film di un libro che ami...


“Si può raccontare un'idea di America partendo dalle suggestioni letterarie che sprigionano da alcune canzoni? E soprattutto lo può fare un autore italiano, dal suo punto di osservazione, al tempo stesso distante e vicino all'oggetto? In "America 2.0" Fabio Cerbone raccoglie per strada le sue short stories, ispirate dal suono e dalle parole di composizioni della tradizione folk-rock americana. Cercandole in quella irripetibile generazione di musicisti, sbocciata a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e influenzata tanto dalla letteratura e dalla poesia dei Beat, quanto dalla rivoluzione elettrica di Bob Dylan e dalle note fuorilegge di Johnny Cash, l'autore fotografa i margini del cosiddetto sogno americano, mostrandone il tradimento e l'illusione. Suggestioni musicali, geografiche e letterarie: le storie diventano così un album perfetto, in equilibrio tra musica e sensibilità narrativa, secondo lo sguardo degli artisti che hanno firmato i brani originali, da Bruce Springsteen a Kris Kristofferson e Tom Waits, passando per eroi di culto come Townes Van Zandt o John Prine. Due ideali facciate che al ritmo delle chitarre sostituiscono quello della pagina scritta.

11 short stories - 11 canzoni

Side One 

"Heartland"
1. Michigan Avenue  (Used Cars, Bruce Springsteen) 
2. La scheggia  (Sam Stone, John Prine) 
3. Nella valle di Tecumseh  (Tecumseh Valley, Townes Van Zandt) 

"Down to the Promised Land" 
4. Per battere il diavolo  (Sunday Morning Comin’ Down/ To Beat the Devil, Kris Kristofferson) 
5. La Cadillac di Elvis  (Tennessee Plates, John Hiatt) 

Side Two 

"Drive South" 
6. Il ballerino degli Honky Tonk  (Mr. Bojangles, Jerry Jeff Walker) 
7. Qualcosa di grande  (Something Big, Tom Petty) 

"Into the Desert" 
8. I pozzi di Monahans  (Desperados Waiting for a Train, Guy Clark) 
9. Frequenze cladestine  (Fourth of July/ Border Radio, Dave Alvin) 
10. Johnny  (Where’s Johnny, James McMurtry) 

"Way Out West" 
11. Ventinove dollari  ($29.00, Tom Waits)”

Fabio Cerbone : America 2.0

martedì 7 luglio 2015

Fare Thee Well: il concerto di addio dei Grateful Dead al Chicago Soldier Field il 5 luglio 2015


In una commedia all’italiana intitolata “Sono Fotogenico”, Renato Pozzetto cercava di fuggire dalla provincia del Lago Maggiore per spostarsi a Roma, per realizzare il sogno di lavorare come attore. Alla fine si ritroverà di nuovo nella sua home town, sconfitto.
Un concerto di addio dopo cinquant’anni di carriera (una vita) non può fare a meno di suggerire bilanci, e così, mentre guardo le immagini in streaming dal Soldier Field, lo stadio di Chicago riempito di persone in ogni centimetro quadrato per la quarta sera consecutiva, mentre in contemporanea lo show viene trasmesso nei cinema di tutto il mondo compreso quello della mia home town di provincia profonda sul Po dove gli spettatori sono due di numero, non posso fare a meno di domandarmi com’è che, a così tanti anni dall’acquisto del mitico Live Dead dei Grateful, io sia ancora qui e non dove ho sognato, e francamente avrei immaginato.
Com’è che non sono un celebrato giornalista della controcultura a Los Angeles o a Londra? Se continui a vivere in una città culturalmente e socialmente in coma, beh, mi sa che la colpa non è della città ma tua.


Malinconie a parte, quando le luci si spengono ed entrano i cavalieri di questo strano e lungo viaggio, un po’ di identificazione con il pubblico dell’Illinois scatta comunque: Sweet home Chicago…
Bob Weir sembra il Drugo Lebowski con una luce folle negli occhi, le braghe corte e le ciabatte. Nessuna stilista gli ha curato il look della serata di gala. Phil Lesh assomiglia a Jack Casady che assomiglia a Pierangelo Valenti: l’imprinting del basso elettrico (ma con due corde di troppo sul manico). Trey Anastasio, in prestito dai Phish per coprire il ruolo dell’insostituibile Jerry Garcia, è proprio un nerd, con la bocca aperta dall’inizio alla fine. Chissà quanti moscerini si è mangiato. Bill Kreutzmann e Mickey Hart sono i rhythm devils, e chiudono il gruppo Bruce Hornsby al piano e Jeff Chimenti all’organo, che sembra Steven Wilson un po’ più in salute.
Mentre la memoria corre all’ultimo valzer di The Band, già un quarto di secolo fa, la band saluta e attacca con China Cat Sunflower e siamo in pieno trip Grateful Dead. Dicono che fosse l’ultima canzone suonata dal gruppo proprio qui al Soldier Field vent’anni fa, nell’ultimo concerto con Garcia, a pochi giorni dalla sua morte improvvisa.


Trey canta la parte del chitarrista mancante; pizzicando la chitarra sembra un po’ un pesce fuor d’acqua, ma nel primo pezzo ci sta. Nel corso del concerto diventerà invece evidente come stia facendo la parte dell’ospite, cercando di riprodurre il più possibile il ruolo del chitarrista di cui tiene il posto, con l’effetto collaterale di restare frenato: né carne né pesce, né Trey né Jerry. Il migliore al suo strumento si rivelerà, è il mio parere, Chimenti all’organo.
Seguono I Know You Rider, il reggae di Estimated Prophet e Built to Last, tutti classici, che raccontano lo stile che ci aspetta: un suono molto rilassato, troppo, fino alla sedazione. Ipnotico più nel senso del Tavor che in quello psichedelico.
Non c’è abbastanza potenza nei motori per far decollare l’aereo, né scattare la magia. Le voci sono tutte fragili e sottili, quella di Bob, quella di Phil, di Trey e persino di Bruce. Gli strumenti sono pizzicati, ma non si aprono mai verso il climax. Il fantasma di Jerry Garcia, definitivamente l’anima e il leader del gruppo, pur evocato dallo show non si materializza.
Samson and Delilah e Mountains of the Moon sono letteralmente un buco nella strada, e comincio a temere di non farcela a tenermi sveglio per tutta l’annunciata durata del concerto. Forse non è poi una gran sfortuna essere seduto comodo all’aria condizionata, anziché in piedi sull’erba di uno stadio.
Fortunatamente la classicissima Truckin’ infonde un po’ di vita, e Althea (non avrei sperato di ascoltarla) apre un po’ il gas. Terrapin Station scivola nel temibile momento dell’assolo di tamburi: Drums > Space, il punto che classicamente sui CD spingo avanti con il telecomando. Ma qui non si può. Durerà venti minuti, se non mezz’ora, con abbastanza elettronica da evocare i Tangerine Dream. In vita mia non sarei in grado di ascoltarlo una seconda volta.


La ripresa dello show alza un po’ le sorti del concerto. Unbroken Chain con Phil Lesh alla voce regala almeno un bel dialogo fra le chitarre di Trey Anastasio e Bob Weir, mentre Days Between, un oscuro brano di Bob, ha un suo fascino, benché il cantato sia tirato davvero troppo in lungo.
Infine Not Fade Away ci ricorda perché siamo qui, ed a cosa doveva servire questo concerto. Ma proprio quando ci si dispone ad ascoltare finalmente i Dead, pregustando qualche classico magari come Saint Stephen e Friend Of The Devil, dopo sole tre ore la serata danzante si scopre essere già in chiusura. Saluti e baci, i musicisti, nonostante l’ipocinesia sul palco, sono sfiniti.

Un bis sindacale con l’hit di Touch Of Grey, un secondo con il coro acapella di Attics Of My Life, e poi, incredibilmente, è tutto finito. Un viaggio molto lungo e molto strano che si conclude su una nota decisamente minore, complice forse la necessità (o la scelta) di favorire il materiale del chitarrista e del bassista su quello più celebre e celebrato.
I saluti, con Mickey Hart, il più emozionato, che invita il pubblico a portarsi a casa le buone vibrazioni che si respirano nell’arena (con un pubblico davvero freak nostalgico di tempi migliori, per noi e per il mondo). “Be Kind”.

Con le note di Attics Of My Life è davvero finita la grande avventura, bruscamente, e senza rimpianti. Tranne che per gli anni che sono passati per noi tutti.


setlist del concerto 

mercoledì 24 giugno 2015

Fare Thee Well Grateful Dead: The Last Waltz


Tutto è stato detto, tutto è stato fatto. Oppure no? È sorprendente che negli anni dieci a qualcuno riesca ancora di inventare uno spettacolo inedito. Domenica 5 luglio i Grateful Dead terranno a Chicago l’ultimo show del loro brevissimo Fare Thee Well tour, il tour d’addio, a chiusura di cinquant’anni di carriera e di show in cui si sono conquistati il titolo di American Band per eccellenza.
Per tanta e tale occasione i posti a sedere del Soldier Field di Chicago sembravano pochi. Perché non invitare a partecipare all’evento tutto il globo terracqueo? Così quella sera (con qualche variazione legata al fuso orario) i cinema delle città di tutto il mondo, collegati in streaming, trasmetteranno il concerto, per un pubblico di qualche milione di spettatori, anzi, di dead-heads.
Il turno del nostro paese è lunedì 6 luglio, alle ore 19. La lista dei cinema è qui.

Bello: pensate, se il sistema prende piede, come sarà vedersi al cinema in diretta i grandi eventi musicali americani...

I Grateful Dead sono stati la più grande band “Americana", persino più di The Band, Allman Brothers Band, Little Feat. In molti ci aggiungerebbero The Byrds, Tom Petty & The Heartbreakers, Blasters, Los Lobos, DMB, Black Crowes... La differenza l’hanno fatta la data di inizio e tutti gli anni spesi a suonare su e giù per gli States...

In realtà i Grateful Dead non ci sono più da vent'anni, cioè dal 9 luglio 1995, quando scesero dallo stesso palco a Chicago, ignari che da lì ad un mese la grande mietitrice (tanto corteggiata sulle loro copertine) si sarebbe presa Jerry Garcia.
Un destino, quello di perdere il leader, condiviso dalle altre grandi band, come Allman Brothers con Duane, e Little Feat con Lowell George (addirittura The Band è stata decimata).

Per anni i membri rimasti hanno continuato a suonare, prima come The Other Ones e poi come The Dead. In occasione dei 50 anni dal primo show, hanno deciso di dare una chiusura ufficiale alla loro leggenda, con un tour d’addio che si conclude proprio a Chicago, vent’anni dopo l’ultimo spettacolo con Garcia. Assieme ai membri originali Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Phil Lesh e Bob Weir, il ruolo di Garcia viene affidato a Terry Anastasio, il leader (oggi in verità un po' appannato) dei Phish.

Questa è la lettera aperta ai fan: 

"Dear Heads,

Although none of us knew it when we walked off the stage at Soldier Field on July 9, 1995, the Grateful Dead's long strange trip ended in Chicago that night. As you are aware, twenty years later, we're returning to Chicago to properly say Fare Thee Well.

But every good ending must start with a beginning. For us, it all began fifty years ago when we grabbed a bunch of instruments off the walls of a music store in Palo Alto California and began banging away on them in the back room, at night after the store had closed for the day.

Since we made the decision to go back to Chicago to say our final goodbye, it has become clear to us that we first need to return to our beginnings, where we first said hello – to each other and to all of you.

And so it is that we have decided to plug in for two additional shows on June 27 and 28 at Levi's Stadium in Santa Clara, California – just a dozen miles south of where Dana Morgan's Music Store once stood. At Levi's– as at Soldier Field – we will have the pleasure of being joined by Trey Anastasio, Bruce Hornsby and Jeff Chimenti.

Ours wasn't just a long, strange trip – it was a VERY long, VERY strange trip. We weren't sure what it was going to be like to put a punctuation mark on the end of it. None of us anticipated the overwhelming outpouring of love and interest following our initial announcement of the shows at Soldier Field, and we were blown away by the response.

We have tried to do the right thing wherever we could for the Chicago shows by honoring the roots of where we came from, while dealing with the realities of the current times. But that's hardly comforting when you're shit outta luck for tickets and your only option is inflated prices on secondary ticketing websites. That would piss us off too.

From the moment these shows were first talked about, we have been thinking about what we can do to honor the roots of our Deadhead experience, even in the face of changing technologies. (Remember: Ticketmaster didn't even go online until we got out of the game.) These shows were always intended as an expression of our gratitude, to both the music and the fans, so it's important that we get things as right as we can.

We have always been proud of our in-house mail order ticketing process, and the phenomenal way our fans have built a tradition out of turning a standard envelope into a frame-worthy piece of art. Some 60,000 mail order tickets were issued for the Soldier Field shows by the good folks at Grateful Dead Ticket Sales – yet we were still crushed to see how many of your beautifully designed envelopes did not get tickets.

For shows of this magnitude, it's impossible to eliminate every scalper. However, we offer you this: Working with our partners, we are using an online ticketing platform for the Levi's shows that will help ensure that the tickets for these shows will get into the right hands, the hands of our true fans. We believe that this process is the best way to give each of you an equal opportunity to obtain tickets at the most affordable possible prices. We are proud to announce that 65,000 tickets per night will be available via the "online mail order" for the Levi's shows. For the nuts and bolts, go to Dead50.net.

We will not be adding any more Fare Thee Well performances. The three Chicago shows will still be our final stand. We decided to add these two Santa Clara shows to enable more of our fans to celebrate with us one more time. But this is it.

We love you guys more than words can tell, and hope to see you in the Bay Area or Chicago. If you can't make it to the shows, we are working on ways for you to still experience our Fare Thee Well, from wherever you might be. Stay tuned for those details.

Gratefully yours,

Billy, Bobby, Mickey & Phil”

Per chi non mastica l’inglese, la parte principale dell’annuncio suona così:

"Cari Heads, 

anche se nessuno di noi lo sapeva quando siamo scesi dal palco del Soldier Field il 9 luglio del 95, il lungo e strano viaggio dei Grateful Dead finiva a Chicago quella notte. Come già sapete, vent’anni dopo stiamo tornando a Chicago per dare un addio come si deve. 

Ma ogni buona fine deve cominciare con un inizio. Per noi tutto è cominciato cinquant’anni fa quando abbiamo preso un mucchio di strumenti dalle pareti di un negozio di musica a Palo Alto in California e abbiamo cominciato a batterci su nella stanza di dietro, dopo che la chiusura del negozio. 
Dal momento che abbiamo preso la decisione di tornare a Chicago per dare il nostro addio definitivo, è diventato chiaro che dovevamo tornare ai nostri inizi, quando ci siamo detti ciao l’un l’altro, e a tutti voi.

Abbiamo così deciso di aggiungere due show, al Levi’s Stadium a Santa Clara in California, una dozzina di miglia a sud di dov’era una volta quel negozio di musica di Dana Morgan. 
Sia al Levi’s che al Soldier Field avremo il piacere di avere con noi Trey Anastasio, Bruce Hornsby e Jeff Chimenti. 

Il nostro non è stato soltanto un lungo e strano viaggio: è stato un viaggio molto lungo e molto strano. Non sapevamo come sarebbe stato metterne il punto finale. Nessuno di noi potevi immaginare la quantità di amore e di interesse che il nostro annuncio iniziale dei concerti avrebbe provocato, e siamo assolutamente storditi dalla vostra risposta...

...vi amiamo tutti più di quanto le parole possono dire e speriamo di vedervi nella Bay Area o a Chicago. Se non ce la farete ad esserci, stiamo lavorando su un modo perché possiate partecipare ugualmente ovunque voi siate. 


I vostri riconoscenti Billy, Bobby, Mickey & Phil” (i Grateful Dead)


Per prepararmi degnamente alla serata, ho già tirato fuori dagli scaffali la scatola con i loro dischi. Quelli dal vivo sono innumerevoli, molti di più di quanti io ne abbia ascoltati. Se a qualcuno può servire un suggerimento, i miei preferiti sono quattro:

Live Dead (1969, testimonianza del periodo psichedelico di Haight Ashbury)
England ’72 / Europe ’72 (il tour europeo)
Egypt 1978 (ipnotico, spaziale)
Reckoning (1980, acustico)


I Dead hanno sempre dato il loro meglio in concerto. Ma se qualcuno proprio ci tenesse ad ascoltarli in studio, i dischi consigliati sono semplicemente:

The Very Best Of Grateful Dead
Workingman’s Dead (1970)
American Beauty (1970)

venerdì 24 aprile 2015

Sufjan Stevens > Carrie & Lowell


Il disco popolare dell’anno, quello di cui parlano tutti. Sufjan Stevens sta provocando un frastuono sul web paragonabile solo a quello generato l’anno scorso dal nuovo Damien Rice (che, per inciso, lo valeva tutto). Così, mentre dopo il successo del dimenticabile Illinoise avevo già archiviato questo ex enfant prodige del Michigan fosse come una promessa mancata, mi sono dovuto ricredere ed addirittura investirci un paio di biglietti da 10, allo scopo di raccontarvi se ne valga la pena.
Ho letto una recensione che scomoda addirittura paragoni con Dylan (e va beh, è normale che serva da unità di misura), ma anche con Shakespeare o con, in subordine, Dante. Dante? Rossetti? Alighieri? Dovrò procurarmi i suoi dischi.

Al netto, com’è il lavoro per cui sono tutti pazzi? Perfettamente orecchiabile ma abbastanza hip da poter essere considerato importante. Come Simon & Garfunkel, ma senza Simon a scrivere le canzoni e Garfunkel a cantarle. Proprio come S&G è lieve e cantabile, ma il trucco è che i temi sono invece di quelli tosti. Sufjan canta in modo leggero e apparentemente infantile delle canzoni che si rivelano una vera seduta psicanalitica sul suo rapporto con la madre, l’hippie che gli ha dato un nome davvero curioso per un ragazzo di Detroit, che a quanto pare era schizofrenica, drogata e l’ha abbandonato una quantità di volte a partire da quando lui aveva un anno. Insomma, un po’ come la nenia infantile di Profondo Rosso, con l'inquietante mamma rivelata dal riflesso nello specchio.
Mentre le canzoni, tutte belle, proseguono, e Sufjan rievoca una gita infantile in un giorno felice con la madre ed il patrigno, si alza una sorta di nebbia impalpabile, degli echi sonori, una cupa, immobile tristezza che trasforma le melodie spensierate in un funereo nirvana.

Ho provato a resistergli, ma ogni resistenza è futile: Carrie & Lowell è un disco davvero bello. Da comprare.

giovedì 23 aprile 2015

The Decemberist > What a Terrible World, What a Beautiful World


Mi sono accorto di non averlo ancora recensito, questo bellissimo disco della indie band dell’Oregon che ha occupato la nicchia ecologica dei R.E.M. nell’ecosistema del rock. Fatto è che il mio tempo è molto risicato, perché sto scrivendo la seconda parte (il lato B) di Long PLaying, una storia del rock, quella che si intitola Il Ritorno del Rock, che, lungi dall’essere un semplice aggiornamento, ha preso vita autonoma e reclama tutta la mia attenzione. D’altra parte c’è dentro tutto il rock dagli anni settanta ai duemilaedieci, dunque... E poi c’è anche da vivere, no? Amare, soffrire (non necessariamente in quest’ordine), lavorare, ascoltare musica, camminare, seminare il prato, guardarlo non crescere, andare ai concerti, suonare (si fa per dire) la batteria...
Allora solo una segnalazione: What a Terrible World, What a Beautiful World è uno di quei dischi da non ignorare. Soprattutto perché è bellissimo ed è la colonna sonora ideale di questi giorni, da lasciar suonare in sottofondo dappertutto, in casa, in auto, nella propria testa.
Lo stile è grandi ballate, moderne e robuste, ma anche classiche ed evocative, di quelle che ti solleticano l’anima. È anche molto orecchiabile e addirittura radiofonico (la radio di una volta, si intende, non la demenziale di oggi), in stile R.E.M. e Americana. Ci sono danze folk a la Dexys come Calvary Captain, c’è rock’n’roll a la Beach Boys come Philomena, e ci sono ballate profonde ed emozionanti come Till the Water's All Long Gone e Caroline Low.
Alla fine non sarà il mio album dell’anno, ma se c’è un suono del 2015, quello è What a Terrible World, What a Beautiful World.

giovedì 9 aprile 2015

Teddy boys, mod e rocker


C’è una tradizione della gioventù britannica di organizzarsi in gang. Detto così sembra il titolo di un foglio scandalistico. In realtà c’è un piacere nel riconoscersi parte di un movimento, generazionale, sociale e musicale, che ha persino qualche cosa a che fare con la storia del rock. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, la cui resistenza alle truppe di Hitler fu determinante nel mantenere l’Europa una terra di libertà (almeno fino all’arrivo dei finanzieri di Wall Street), era economicamente in ginocchio. Come se non bastasse, l’Impero Britannico era di fatto giunto al capolinea, come era successo a quello Austroungarico alla fine della precedente Grande Guerra.
Negli anni cinquanta, risolti almeno i problemi di sussistenza, iniziò la ripresa che fece da volano all’ottimismo con cui le classi lavoratrici guardavano al futuro. I giovani blue collar si ritrovavano nelle balere a ballare il trad jazz, le canzoni di 78 giri di jazz ballabile a cui avrebbero pagato omaggio in futuro musicisti come Joe Jackson, che in Jumpin’ Jive ricorda le canzoni ascoltate dal padre.


Denaro a sufficienza per vestirsi con eleganza per attrarre le ragazze non ce n’era, ma non mancava la voglia per provarci. Ai ragazzi piaceva darsi un look, indossando cappotti attillati vecchia maniera sullo stile dei vecchi frock coat usati per andare a cavallo, con una predilezione per il color rosso.
All’arrivo del rock’n’roll divennero di moda jeans aderenti abbastanza corti da mostrare le calze bianche, un gilet su una camicia ben stirata e un cravattino western, mentre i capelli venivano appiccicati di brillantina con un bel ciuffo sulla fronte, pettinati sulla nuca a coda d’anatra. L’aspetto era edoardiano (dal nome del periodo di inizio secolo successivo a quello vittoriano, il regno di Edoardo VII);  il titolo di un articolo del Daily Express battezzò il movimento, abbreviando Edward in Eddy e chiamando Teddy Boys i ragazzi, che già definivano sé stessi Cozy Boys, con una sorta di richiamo alla virilità cockney. Ancora più belle erano le ragazze che, soffrendo di mezzi economici persino inferiori, accomodavano abiti recuperati come giacche lunghe, gonne aderenti a tubino o pantaloni attillati da torero, capelli con il ciuffo e con la coda, mentre le scarpe erano eleganti Oxford oppure proletarie Brothel con la zeppa in gomma e scamosciate, in blu o leopardate, come le blue suede shoes di Carl Perkins.

Quella gioventù subiva il fascino dei film americani di Marlon Brando (Il Selvaggio), James Dean (Gioventù bruciata) e quel Blackboard Jungle (Il seme della violenza) che aveva imposto la canzone Rock Around The Clock di Bill Haley.
Un po’ alla volta la musica delle balere virò dai successi di Lester Young, Cab Calloway e Louis Armstrong allo skiffle di Lonnie Donegan, Dickie Bishop ed Alexis Corner fino al rockabilly di Elvis Presley, Chuck Berry, Gene Vincent, Little Richard ed Eddie Cochran.
I Teddy Boys erano la nuova generazione guardata con sospetto, e divennero definitivamente impopolari quando la stampa cominciò a puntare il dito contro i giovani che si ubriacavano e provocavano risse. L’epilogo arrivò con i giorni dei disordini di Notting Hill del 1958, scatenati dall’aggressione di alcuni teddy ai danni di una ragazza bianca di origine svedese, Majbritt Morrison, colpevole forse ai loro occhi di stare con un giamaicano di colore, che era il marito.
La Majbritt ci scrisse il libro Jungle West 11, dove afferma che la polizia anziché arrestare gli aggressori non trovò di meglio che prendersela con la vittima. Ne derivarono disordini a sfondo razziale in un quartiere ad alta concentrazione di immigrati caraibici e indiani come Notting Hill, che andarono avanti per giorni. Anche se alcuni dei protagonisti negano che dietro ci fossero motivazioni razziali, la stampa imputò la responsabilità alle gang di giovani bianchi abbigliati da teddy, il che ne rese la moda estremamente impopolare. Molti locali proibirono l’accesso ai teddy, ed il movimento si avviò a scomparire.


Negli anni sessanta il loro posto fu preso da mod e rocker.
Dei teddy boys, i mod ereditarono l’eleganza. Originari della classe lavoratrice anch’essi, nascevano nelle zone operaie di Londra in quartieri come Shepherd’s Bush. Ci tenevano ad avere un look elegante, un aspetto dandy con capelli corti, giacche a tre o a quattro bottoni, abiti di Fred Perry, pantaloni Sta-Prest (quelli attillati prodotti da Levis, che non avevano bisogno di essere stirati) che acquistavano in centro, nelle boutique di Carnaby Street e di King’s Road. Si ispiravano ai beatnik ed ai teddy boys, ma i loro gusti musicali erano molto diversi.
Mod deriva infatti da Modernism, cioè il jazz moderno, bebop, hard bop e cool jazz, da Dave Brubeck, Gerry Mulligan e Chet Baker a Miles Davis e John Coltrane, in contrasto con il trad jazz degli anni cinquanta. I loro locali più frequentati erano il Flamingo a Soho ed il Marquee in Oxford Street, dove ballavano il rhythm & blues nero della Stax e della Motown.
Sull’onda dell’ondata del Mersey Beat generata dai Beatles, arrivarono i gruppi mod: Who, Kinks, Small Faces, Spencer Davis Group e Yardbirds. I mod cercavano un riscatto alla vita quotidiana della working class nella cultura beatnik di Charlie Parker e Jack Kerouac, come nella nouvelle vague cinematografica di Jean-Luc Godard (All’ultimo respiro), Claude Chabrol, Eric Rohmer e François Truffaut, e da qui al cinema italiano d’autore di Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Luchino Visconti, Bernardo Bertolucci. La passione per la moda italiana portò i mod a privilegiare come mezzo di trasporto le Lambretta e le Vespa, che truccavano con cromature, fanali accessori e bandierine.
Il momento atteso della settimana era il weekend, che si apriva con la frase «The weekend starts here!» (il fine settimana comincia qui) seguito dalle note di canzoni come “5-4-3-2-1” di Manfred Mann nella sigla della trasmissione Ready Steady Go! basata sui nuovi hit discografici e sui nuovi balli.
Seguiva lo struscio in centro del sabato e la lunga veglia attraverso i locali di moda a cui arrivavano a bordo delle Lambretta, proteggendosi dall’umido clima inglese con giacconi militari Parka fish-tail, su cui cucivano la coccarda bianca rossa e blu dell’aviazione britannica. Per divertirsi tutto il weekend ed ancora arrivare svegli al lavoro il lunedì mattina, era diffuso il consumo delle colorate pillole di anfetamine, che allora erano in vendita nelle farmacie.


Sulle lucenti motociclette Norton Commando e Triumph Bonneville si spostavano invece i rocker in giubbotto di pelle, che dei teddy avevano ereditato i gusti musicali, il rockabilly di Eddie Cochran (Twenty Flight Rock) e Gene Vincent (Be Bop A Lula), entrambi molto popolari in Inghilterra - dove il primo trovò la morte in un incidente automobilistico.
In Inghilterra Chuck Berry, dopo essere uscito dal carcere, conobbe negli anni sessanta il secondo periodo di successo con hit come My Ding-a-Ling e soprattutto attraverso le cover dei Rolling Stones ed i Beatles. Come On fu il primo singolo degli Stones, mentre i Beatles avevano fatto Roll Over ­Beethoven.
I rocker non frequentavano Soho e Carnaby Street in centro, ma piuttosto bar di periferia frequentati da camionisti, come l’Ace Cafe sulla North Circular, la tangenziale su cui improvvisavano gare urbane di velocità sui modelli di serie accessoriati come moto da corsa, che per questo presero il nome di Café Racer.
La Triumph Bonneville divenne un simbolo del rock importato anche in America: negli anni sessanta soppiantò le pesanti Match di Marlon Brando e Harley di Jerry Lee, per diventare la moto preferita di Steve McQueen, Clint Eastwood e Bob Dylan, che sulla foto di copertina di Highway 61 Revisited indossa una maglietta con la scritta Triumph.
Su una Tiger 100, che a giudicare dalle fotografie cavalcava con la grazia di un sacco di patate, Dylan subì nel 1966 il famoso incidente che lo allontanò dalle scene per anni. Joan Baez disse che Dylan non aveva mai imparato a guidarla.
Su una Bonneville si fecero fotografare Paul McCartney, Prefab Sprout, Clash e Bruce Springsteen, mentre John Lennon preferiva un chopper come quello di Easy Rider e Mick Jagger ai tempi di Exile si spostava lungo la costa azzurra a cavallo di una Honda di color verde.
Sulla rivalità indotta fra rocker e mod, e gli scontri sulle spiaggie di Brighton, Margate, Bournemouth e Clacton, ci inzuppò il pane una volta di più la stampa scandalistica inglese, ispirando film come Quadrophenia e Absolute Beginners.
Quando la scena musicale britannica si spostò verso la psichedelia della Summer of Love, seguita dalla gran parte dei mod (nel cui DNA è insita la caratteristica di essere trendy e up-to-date, cioè aggiornati e alla moda), quelli più ortodossi, gli hard mod, si spostarono verso oscuri dischi di bluebeat e ska giamaicano. Una parte di essi, specie quelli delle città del nord, quando calavano a Londra per assistere agli incontri di calcio invadevano i negozi di dischi alla ricerca degli ultimi successi di rhythm & blues che i disc jockey avrebbero suonato nelle dancing hall. Fu questo a dare al R&B il nomignolo di Northern Soul.


Dai mod più ostili presero origine gli skinhead, con i capelli tagliati cortissimi, scarponi Dr.Martens, jeans e bretelle. Nel film del 1969 Arancia Meccanica (tratto dalla novella di Anthony Burgess) il regista Stanley Kubrick immaginò bande di delinquenti giovanili che indossavano bretelle su abiti bianchi, cappello a bombetta, scarponi militari, mascara su un occhio e che parlavano uno slang derivato dal cockney e ascoltavano la musica classica di Ludwig Van Beethoven (o almeno così faceva il leader dei drughi, il protagonista Alex interpretato da Malcom McDowell).


Nel 1973 gli Who dedicarono ai mod l’opera rock ­Quadrophenia, che nel 1979 divenne un film, ispirando un mod revival che conobbe nuove band fra cui soprattutto i Jam (e poi gli Style Council) di Paul Weller. I mod erano affini ai punk, mentre gli antagonisti erano i redivivi Teddy Boys.
I gruppi punk introdussero nel loro repertorio cover degli Who come The Kids Are Alright e My Generation, e canzoni ska ispirandosi ai rude boys giamaicani, portando la nascita dello ska revival delle band miste (di musicisti bianchi e neri) di Specials, Selecters e Madness e di etichette come la 2 Tone.



martedì 7 aprile 2015

Elliott Murphy > Aquashow Deconstructed


Elliott Murphy è uno dei tanti grandi outsider del rock’n’roll, quei musicisti importanti che avrebbero potuto divenire star, ma il cui lavoro è rimasto oggetto di culto solo per appassionati autentici. Destino condiviso per esempio da Big Star, Willy DeVille, Rockpile, Runaways, Carolyne Mas, Fleshtones, ma anche Dirk Hamilton, Willie Nile e molti altri... 
Aquashow deconstructed è un punto di svolta, o in qualche modo chiude un ciclo. Aquashow fu il suo primo acclamato lavoro, nel lontano 1973, quando Murphy aveva 24 anni, e viene registrato nuovamente oggi, prodotto da suo figlio Gaspard, che ne ha 24. Distribuito come sempre in America ed in Europa, in Italia è stampato dalla Route 61 di Ermanno Labianca, che si conferma l’etichetta più vivace del nostro paese per il rock anglofono. Un disco da avere, non più rintracciabile nella versione originale, e delizioso nel suo remake. 
Per questa occasione mi piace pubblicare qui il paragrafo che ho dedicato a Murphy nel mio prossimo libro, intitolato Il Ritorno del Rock, che sarà stampato in qualche momento di quest’anno. Murph the Surf: 


Di tutto il gruppo dei cantautori del Village degli anni settanta, Elliott Murphy fu il primo, e perciò il meno omologabile, il più differente. Elliott era nato a New York, a Long Island, da una famiglia che si muoveva nell’ambiente dello spettacolo. Il padre portava in un circo itinerante spettacoli acquatici accompagnate dalla musica di Big Band dello swing come quella di Duke Ellington, che prendeva il nome di Aquashow, che segnò l’immaginario del piccolo Elliott al punto che quando mise assieme il suo gruppo rock, gli diede il nome di Aquashow, così come quello scelto come titolo per il suo primo album. Come hostess della Pan Am, la sorella Michelle gli procurò il biglietto per un volo per l’Europa, che Elliott visitò come giovane, biondo hippie americano. A Roma fece la comparsa nel film “Roma” di Fellini, ad Amsterdam e Parigi faceva il musicista da strada, scrivendo le canzoni dei suoi futuri album. Tornò a New York deciso a diventare una rock’n’roll star. La scena underground della città ribolliva dell’energia di nomi come le New York Dolls ed i Suicide. Murphy mise assieme la sua band, gli Aquashow, con il fratello Matthew al basso, il batterista dei Byrds Gene Parsons e Frank Owens alle tastiere. Una serie di show al Mercer Arts gli guadagnò una recensione sulla rivista Variety. Incuriosito dal pezzo, lo venne ad ascoltare il giornalista Paul Nelson, che negli anni sessanta era stato il curatore di una rivista sulla scena folk del Village, e che ora cercava di guadagnarsi di che vivere come talent scout. Fu lui a mettere sotto contratto le Dolls con la Mercury Records; il loro insuccesso, ci scherza Elliott, gli sarebbe costato il posto. Elliott e Nelson divennero amici, e fu il giornalista a portare Elliott ad un concerto di questo giovane scatenato rock’n’roller romantico del New Jersey, Bruce Springsteen, al Max Kansas City, il locale che era stato il tempio dei Velvet Underground. Lou Reed ed i Velvet Underground erano la principale ispirazione di Murphy, che adorava dischi come Loaded e i suoi epigoni europei come David Bowie. Fu Murphy a scrivere le note di copertina del disco Velvet Underground 1969 Live, stampato nel ’72. Elliott finì per firmare per la Polydor, che era un’etichetta dalle radici europee, quella per cui aveva registrato i propri dischi Jimi Hendrix, e che aveva una scarsa influenza negli States. La stessa cosa si poteva in effetti dire per la Mercury, a cui non riuscì di lanciare né le New York Dolls, né Carolyne Mas. Murphy e la sua band registrarono il primo disco, intitolato per l'appunto Aquashow, ai Record Plant, dove le Dolls stavano registrando il proprio secondo album, che si sarebbe rivelato anche l’ultimo. L’anno precedente nelle mani di David Bowie e del suo chitarrista Mick Ronson, il disco Transformer aveva alla fine fatto di Lou Reed una star; il disco di Murphy era invece in mano al produttore Peter Siegel, che era più dentro la scena folk. Le canzoni erano ottime, come la Last Of Rock Stars che apriva l’album, ma non erano ovviamente in quel mood elettrico che sarebbe divenuta la cifra stilistica del rock di New York nel decennio. Fu Paul Nelson a scrivere una recensione piena di entusiasmo sulla rivista Rolling Stone, un pezzo in cui il suo disco era accoppiato a The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle di Bruce Springsteen, con l’appellativo di “i nuovi Dylan”. A parte il fatto che Dylan aveva solo trentacinque anni ed era in procinto di registrare uno dei suoi album migliori con Blood On The Tracks, e che John Hammond in effetti vedeva davvero Springsteen come il possibile rimpiazzo di Dylan, che aveva temporaneamente lasciato la Columbia per la Asylum, nessuno dei due aveva molto a che fare con il suono folk rock. Anche se il disco di Springsteen cercava di ispirarsi al romanticismo di Astral Weeks di Van Morrison, il talento del musicista del Jersey era quello di portare a nuova vita il rock’n’roll, mentre le canzoni di Elliott Murphy appartenevano di più all’art rock decadente di Lou Reed, sia pure già allora ammantate di uno spirito più europeo, addirittura già precursori del futuro suono british anni ottanta, in un deciso anticipo sui tempi. A dispetto delle aspettative, e della obbiettiva bellezza, nessuno di quei due dischi ebbe un successo di classifica; ma mentre la Columbia raddoppiò i suoi sforzi su Springsteen, che avrebbe registrato il newyorchese Born To Run per la produzione di John Landau, la Polydor lasciò cadere il contratto di Murphy. In realtà fu proprio Lou Reed, che una sera era ad ascoltare Murphy al Max Kansas City, a proporgli la sua casa discografica, la RCA, che accettò di rilevare il suo contratto per due album.
Per Lost Generation, nel ’75, Elliott sembrò pensare che il successo lo aspettasse nella terra dove gli aranci maturano tutto l’anno, la California, ed abbandonò la scena di New York per Los Angeles, su una Ford Thunderbird scoperta assieme alla compagna Geraldine. Come un perfetto poeta decadente, si piazzò a vivere al Beverly Hills Hotel (quello di Hotel California) a spese della casa discografica, si mise a frequentare il Troubadour ed i suoi artisti, come Tom Waits, e scelse di collaborare con leggende del rock come il produttore Paul Rothschild dei Doors ed il batterista Jim Gordon (quello schizofrenico) dei Derek & The Dominos. Il brano con cui si apriva il disco si intitolava Hollywood (anche se sul lato B c’era comunque un Manhattan Rock). Paradossalmente, più che gli Eagles o Jackson Browne, Lost Generation con le sue incisioni di piano, organo e sax, mi porta alla mente l’atmosfera naive di E Street Shuffle. Comunque, al pari del disco della east coast, anche quello del west non ce la fece ad entrare in classifica.
Per Night Lights, Murphy fece il figliol prodigo. Registrato agli Electric Lady di Manhattan, gli stessi in cui Patti Smith aveva registrato Horses, fu prodotto da Steve Katz (il produttore di Rock’n’roll Animal), con Doug Yule dei Velvet Underground di Loaded, e Ernie Brooks e Jerry Harrison dei Modern Lovers. La canzone Lady Stiletto era dedicato proprio a Patti Smith, la prima star del nuovo rock.
Evidentemente troppo irrequieto per battere a lungo sullo stesso tasto, nel ’77 Murphy lasciò ancora una volta casa discografica e città, questa volta per sbarcare oltreoceano, a Londra. Con Mick Taylor chitarra solista in un brano e Phil Collins alla batteria, registrò per la stessa Columbia di Springsteen, l’album Just A Story From America, che probabilmente si rivelò il suo lavoro più a fuoco del primo periodo. La canzone Anastasia ebbe un certo successo in Francia. Ma mentre era a Londra gli capitò di ascoltare i Sex Pistols, che gli diedero la sgradevole sensazione di essere già fuori moda. Fu la fine del periodo degli sforzi delle major discografiche per Murphy. Lo show biz aveva puntato su di lui, ma evidentemente si era sbagliato. Il flusso dei dollari si fermò, mentre iniziò quello dell’alcol.
Ma all’artista che nella prima canzone si era promosso come “l’ultima delle rock star” ci voleva ben altro per perdersi d’animo. In totale autoproduzione fondò un’etichetta che battezzò Courtisane, per cui registrò prima un EP, e poi, nel 1982, un long playing intitolato Murph The Surf, che distribuì quasi di persona nei negozi di dischi. Negli anni ottanta le letterarie, delicate e decadenti canzoni di Murphy erano alla fine diventate attuali, ed il disco, stampato anche in Francia ed in Italia, ebbe da noi una certa risonanza. In Italia fu parecchio spinto dal Mucchio Selvaggio, la più autorevole rivista rock nazionale, e da allora Murphy divenne un beniamino del nostro pubblico, per restarci. Della sua band facevano parte Richard Sohl, ex pianista del Patti Smith Group, Tony Machine e Ernie Brooks, da allora collaboratore inseparabile. Anche i dischi successivi continuarono ad avere più seguito in Europa che in America, tanto che un live fu registrato in Svizzera. Alla fine Elliott si innamorò di una ragazza francese, l’attrice Francoise Viallon che divenne sua moglie, e decise definitivamente di spostarsi a vivere da New York a Parigi, supportato da una etichetta discografica locale, la New Rose. A Parigi registrò dal vivo su un registratore digitale Panasonic in un loft vicino alla Bastiglia, le canzoni di quello che sarebbe diventato 12, un album nudo, crudo, essenziale, minimale ma con canzoni affascinanti come Sicily (Tropic Of Separation) e Unreal City (On Elvis Presley’s Birthday), il suo pretenzioso Blonde On Blonde. Un album con un budget più sostanzioso fu Selling The Gold, con Bruce Springsteen che gli fa da controcanto in Everything I do (Leads me back to you).
A metà degli anni novanta Elliott incontrò il chitarrista Olivier Durante, che da quel momento non solo divenne un suo collaboratore fisso alla chitarra e coautore di molte canzoni, ma portò anche al suo suono un po’ di quel rock’n’roll che talvolta aveva fatto difetto alle sue canzoni e che gli era costato forse il successo. Si dice che ogni musicista abbia un periodo produttivo di una decade, ma forse perché il grosso successo di pubblico gli era mancato, assieme a Olivier Murphy registrò alcuni delle sue canzoni migliori. Un bel mazzo di long playing che sono riassunti efficacemente in una antologia intitolata Never Say Never (the best of 1995-2003). E così negli anni duemila, Elliott ci è arrivato conservando energia e verginità, in tour perenne per i club europei con una gran band, con un blended di vecchie canzoni e di canzoni nuove, che non ha smesso di scrivere. Forse anche per questo, nel 2015 ha considerato che il ciclo si fosse chiuso ed i tempi fossero maturi per registrare di nuovo il suo primo album, Aquashow,  con un suono aggiornato ai tempi ed alla maturità (“I wish I knew then what I know now”), ma con la giovane produzione del figlio Gaspard, che ha 24 anni come aveva il padre quando registrò il disco nel ’73.

album da ascoltare:
Murph The Surf (1982)
Never Say Never (2005)
Aquashow Deconstructed (2015)

tratto da: Il Ritorno del Rock - Blue Bottazzi (Ciclostile, in pubblicazione nel 2015)