martedì 24 novembre 2009

Juke-box tour


dagli show di Bruce Springsteen & E Street Band, settembre - ottobre - novembre 2009

album interi, dalla prima all'ultima canzone:
Greetings From Asbury Park
The Wild The Innocent And The E Street Shuffle
Born To Run
Darkness On The Edge Of Town
The River
Born In The USA

canzoni speciali:
Spirit In The Night
Seeds
All Or Nothin' At All (first since 1992)
Jole Blon
Hard Times
Cover Me
Johnny 99
Be True
So Young & In Love
Then She Kissed Me
(I Can't Get No) Satisfaction
Ramrod
Double Shot of My Baby's Love
Detroit Medley
No Surrender
I'm Going Down
Youngstown
Good Lovin
The Wanderer
Bobby Jean
Wrecking Ball
Meeting Across The River
E Street Shuffle
American Land (with Willie Nile)
Dancin' In The Dark (with Willie Nile)
Hard Times (with Willie Nile)
Jailhouse Rock
Jersey Girl
It's Hard to Be a Saint in the City
Twist and Shout
Tougher Than The Rest
The Last Time (Rolling Stones)
Seven Nights To Rock
Seaside Bar Song (first time since 1973)
Little Bit O'Soul
The Fever
Because The Night
This Hard Land
Thundercrack
What Love Can Do (first time played)
When You Walk In The Room (first since 1976)
I Wanna Marry You (first since 1981)
All Shook Up
(Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher
Loose Ends
Save The Last Dance For Me
For You
Roll Over Beethoven
Surprise Surprise
Pink Cadillac
I Fought The Law
Can't Help Falling in Love
Red Headed Woman
Living Proof
Trapped
Ring of Fire

venerdì 20 novembre 2009

In The Court Of The Crimson King


Nati come il gruppo rock progressivo sinfonico per definizione, i King Crimson sono riusciti nel tempo a costruirsi la fama di essere la più intellettuale rock band al mondo, grazie (o colpa) anche del carattere senza compromessi del leader Robert Fripp.

mark I: i Crimson sinfonici

I King Crimson nacquero ufficialmente il 13 gennaio del 1969 sotto una buona stella, guadagnandosi nel giro di pochi mesi una fama che resterà inossidabile ai giorni nostri. Voluti da Robert Fripp, chitarrista dalla disposizione sperimentale ed opposto speculare dall'immagine del chitarrista rock degli anni sessanta, la singolare combinazione di talenti capaci di tanto esordio era composta da:
- Mike Giles, batterista dal suono fantasioso e delicato, ex compagno di Fripp nell'esperimento dei Giles Giles & Fripp;
- Pete Sinfield, visionario poeta responsabile della visione e del nome della formazione, oltre che del light show;
- Ian McDonald, eclettico talento strumentale del gruppo;
- Greg Lake, arrogante front man dalla bella voce melodica, capace di produzione pulita e incisiva (che confermerà in produzioni future come Lucky Man, From The Beginning e Still You Turn Me On). I suoi difetti, che ne mineranno la carriera: il cattivo gusto e la mancanza di controllo su sé stesso.

Per i Crimson il passaggio dall'anonimato alla fama fu istantaneo, grazie al suono potente e radicalmente nuovo, all'uso sul palco di strumenti come il mellotron e all'inedito spettacolo di luci di Sinfield. Ancora prima che avessero mai tenuto un concerto la cantina dove provarono per tre mesi in cerca del proprio suono divenne affollata di early fans grazie alla sola forza del passa parola. Fra di essi spiccava il boss della Island Records Muff Winwood e quel Barry Godber che avrebbe disegnato la magnifica copertina del disco d’esordio.
Il debutto ufficiale della band avvenne a Londra allo Speakeasy il 9 aprile, e già il 5 luglio i Crimson, senza alcun disco pubblicato furono invitati a suonare a fianco dei Rolling Stones al concerto ad Hyde Park in memoria di Brian Jones, di fronte ad un pubblico di 650.000 persone.
Jimi Hendrix li vide al Revolution Club e li giudicò la miglior band al mondo. John Peel li invitò a suonare alla BBC, circostanza singolare per una band senza dischi.
Il primo album, In The Court Of The Crimson King, uscì in ottobre dopo una lunga gestazione fatta di sedute di incisione inframmezzate ai live show. In un primo momento la band iniziò a registrare un disco per la Decca con il produttore dei Moody Blues, poi i cinque decisero di lasciar perdere per ricominciare da capo ed autoprodursi ai Wessex Studios su un impianto a quattro piste. In qualche giorno di registrazioni nell’arco di un mese produssero un disco talmente perfetto che sarà considerato il punto di partenza di tutto il progressive britannico sinfonico; racconterà Steve Hackett che i Genesis, in occasione della registrazione di Nursery Cryme, appesero la copertina alla parete dello studio per ricordare quale dovesse essere la loro ispirazione.

In The Court Of The Crimson King (An Observation By King Crimson) si tiene in equilibrio per la lunghezza di cinque brani in un perfetto minimalismo che è sintesi di musica romantica, sinfonica, jazz, sperimentazione ed improvvisazione, con una pulizia e precisione sonora senza precedenti negli anni della psichedelia. Mellotron, sassofono, percussioni e il cesello della chitarra acustica tessono un colorato, ricco e caldo quanto essenziale tessuto sonoro ora malinconico, ora impressionista, ora epico, a far da tappeto alla la voce piena di Greg Lake, novello Roy Orbinson del progressive.

Il disco esordì nelle classifiche inglesi al quinto posto. Pete Townshend lo definì un capolavoro. I Crimson attraversarono l’oceano per firmare con la Atlantic per l'edizione americana, e subito si trovarono proiettati in una tournée americana che in pochi giorni li portò nella Top 30. Tanto clamore fu però fatale alla formazione: Mike Giles, disorientato dal rapido successo informò gli amici che intendeva abbandonare il sogno, trascinando con sé Ian McDonald (che probabilmente, ritenendo di essere il leader, mal tollerava la difficile personalità di Robert Fripp). Il 14 dicembre 1969 i King Crimson suonarono il loro ultimo concerto al Fillmore West di San Francisco. Greg Lake, che sognava una carriera da superstar, in quella occasione prese accordi con Keith Emerson dei Nice per i futuri EL&P.

Come una candela che brucia da entrambi i lati sembrava essere arrivata la fine per i Crimson, dopo soli 335 giorni di vita e 70 concerti. Ma Fripp e Sinfield riponevano nella band aspettative troppo grandi per arrendersi. Fatto l'inventario delle energie residue, tornati in patria i due superstiti organizzarono il materiale per un secondo disco e misero assieme una band di accompagnamento assoldando i fratelli Giles al basso e batteria, la voce di Greg Lake ancora per un paio di canzoni, il cantante Gordon Haskell per la bella Cadence And Cascade ed un giovane sassofonista dal radioso futuro dal nome di Mel Collins.
Il secondo disco, In The Wake Of Poseidon (1970), fu impostato come copia in carta carbone del primo, ma senza la stessa squadra il risultato è inevitabilmente debole; sufficiente però a dimostrare al pubblico ed alla stampa che i King Crimson di Robert Fripp sopravviveranno.
La provvisoria band non riuscì a restare assieme per intraprendere una tournée e Fripp avrebbe dedicato le sue rinnovate energie alla preparazione del terzo e vero "nuovo" disco utilizzando il giro di musicisti di Mel Collins, il giro dei jazzisti che farà da motore creativo a Lizard (il nuovo disco dei Crimson), di Third (capolavoro dei Soft Machine e del free rock di Canterbury), e di Septober Energy dell'orchestra Centipede di Keith Tippett.

Intanto anche Mike Giles e Ian McDonald entrarono in studio per registrare quello che voleva essere il seguito dei "loro" King Crimson. McDonald & Giles, registrato a lungo e con difficoltà per la mancanza di un produttore del calibro di Greg Lake, si dimostrerà un disco di un certo fascino, al tempo stesso di un progressive fantasioso ed elaborato ma anche ricco di atmosfere sixties alla Beatles, pur facendogli difetto e la pulizia e soprattutto la sintesi degli esordi, una voce adeguata e anche un supporto live, perché McDonald e Giles non riusciranno mai a mettere assieme un vero gruppo. Giles scomparirà dalla scena musicale nonostante l'indubbio talento e McDonald finirà a suonare musica pop di successo con il gruppo dei Foreigner.


Il terzo disco dei King Crimson veri, Lizard (1970), è un bellissimo, esuberante, fantasioso disco di quel "jazz non jazz" tipicamente inglese che diede fama alla scuola di Canterbury. Fripp e Sinfield si avvalsero di collaboratori di rango, come la bella voce di Jon Anderson (Yes), il piano del jazzista Keith Tippett, Robin Miller, Nick Evans e di nuovi collaboratori come il batterista Andy McCulloch e naturalmente Mel Collins.
Ancora una volta la band non arrivò alla prova del concerto, e di nuovo Fripp e Sinfield si concentrarono sulla successiva fatica discografica, mentre le vendite andavano calando inesorabilmente ad ogni appuntamento (si sarebbe rifatti con gli interessi nei quarant’anni successivi).

L'impalpabile ed etereo Islands fu il disco del 1971, con l’ennesima nuova band costituita dal cantante Boz Burrell, a cui Fripp insegnò a suonare il basso per l'occasione (dopo aver sottoposto ad audizione decine di bassisti professionisti: tipico di Fripp), Ian Wallace alla batteria e ancora Mel Collins ai fiati.
Il disco si rivelò troppo sussurrato e delicato nell’incisione in vinile e dovette attendere vent'anni ed il remaster su CD per essere apprezzato in tutto la sua pienezza ed il suo valore, nel nebbioso fascino di canzoni come Ladies Of The Road, Sailor's Tale e Islands.
Nel 1972 il gruppo riuscì finalmente a tornare a suonare dal vivo, compresa una tournée negli USA dove registrarono (male) il primo live della loro carriera, Earthbound. Ma al ritorno a casa Robert Fripp, che si sentiva l'unico Crimson della formazione, decise di sciogliere la band, interrompendo per di più il sodalizio con Pete Sinfield, vera anima di questi Crimson sinfonici.

Pete Sinfield registrerà per la Manticore (la etichetta discografica degli Emerson Lake & Palmer allora all'apice del successo commerciale) il suo disco solista, il bello ed etereo Still (ristampato in CD come Stillusion) con una manciata di canzoni intime e delicate ed un soffice songwriting alla Nick Drake. La mancanza di successo farà purtroppo di questo lavoro un album senza seguito, anche se ne consumerà l'eco nella produzione di quella delicata gemma che fu Photos Of Ghosts degli italiani PFM.

(1-continua)

P.S.: dopo infinite ristampe tutte più o meno definitive, quest'anno sono usciti in edizioni del quarantesimo anniversario le ristampe di In The Court, Lizard e Red, in lussuosi cofanetti di CD e DVD audio. Lizard ha subito un remix significativo, mentre In The Court si presenta con extra track di cui nessun fan del disco può fare a meno: Una lunga Moonchild in edizione integrale, I Talk To The Wind acustica in duo ed una Epitaph strumentale. Una colonna sonora perfetta per il Natale che si avvicina.

domenica 15 novembre 2009

Massimo Bubola & Eccher Band in concerto


Ieri in una serata uggiosa ho diretto il muso dell’auto in autostrada verso Castiglione delle Stiviere, dalle parti del Lago di Garda. Era una serata di gala: Massimo Bubola & Eccher Band registravano al Teatro Sociale il film del proprio show per un DVD che ne lasci la testimonianza.
Già Castiglione si presenta molto bene, ma il Teatro Sociale è addirittura una bomboniera, il posto perfetto per un Last Waltz di casa nostra. Dal mio palco ho una visione perfetta del palcoscenico come del teatro e del pubblico; già dall’inizio la serata si preannuncia indimenticabile.
La Eccher Band si mostrerà in piena forma. Come i Magnifici Sette (ben quattro chitarre, la corista, basso e batteria) prendono posto sul palco esplode con La Lunga Ballata dei Luminosi Giorni un suono assolutamente perfetto e potente. Massimo Bubola ha trovato la quadratura del cerchio del Rock Italiano: la sua band non ha nulla da invidiare ai grandi rocker di oltreoceano, gli arrangiamenti non sono mai stati così coinvolgenti, né le canzoni così belle, tanto che paiono nuove di zecca. La band è anche bella da vedere, più degli altri Erika Ardemagni, splendida nel vestito sud americano, ed Enrico Mantovani, che quando imbraccia il mandolino pare un gaucho argentino.
La prima parte del concerto è assolutamente Rock & Roll ed è un piacere totale, tanto da ascoltare quanto da guardare. Non ho preso nota della scaletta, per cui vado a spanne nei ricordi, ma la sequenza della Lunga Ballata, Fiume Sand Creek, Corvi, Sto Solo Sanguinando, Marabel (quest’ultima grandissima, lo zenith dello show) è una scala reale. Sono senza fiato, bye bye Bruce. Tanto che quando Massimo dopo Quello Che Non Ho lascia la Fender per la chitarra acustica provo un piccolo dispiacere. Non è un concerto normale questo della Eccher Band: per la registrazione del film Bubola intende passare in rassegna tutta la propria carriera. Il suo percorso musicale, direbbe Massimo con una parola a lui cara. Dopo il rock & roll dei giorni nostri, quello della band con il chitarrista Simone Chivilò, arriva la stazione delle ballate.
Dice Massimo che la musica ha un potere enorme: ho i brividi (e, lo confesso, non riesco a non lasciar scivolare una lacrima lungo la guancia) mentre inanella una perfetta sequenza di Dolce Erica e Capelli Rossi, entrambe molto più belle del solito. Dalle ballate si scivola al folk, la musica popolare della Sposa del Diavolo e le canzoni di guerra di Rosso su Verde, una canzone a cui Massimo tiene molto, ma che forse rende meno nello show di quanto avrebbe fatto Una Notte che Pioveva.

La tensione è calata e si sente la necessità di riprendere il ritmo; aspetto con ansia che arrivino Una Chitarra per due canzoni, Cambiano e Tutti quegli anni, i gioielli delle Ballate di Terra & Acqua. Invece il “percorso” suggerisce un nuovo shift verso un Bubola più antico, il cantautore italiano. Davvero bello il siparietto dedicato a Garibaldi con l’aggiunta dei fiati: Camicie Rosse e Uruguay. Bubola parla molto e gli piace presentare le canzoni, però in questo modo rallenta ulteriormente il ritmo; e poi io credo che le canzoni debbano parlare da sé. Spiegarle è come spiegare una barzelletta, se mi si perdona l’irrispettoso paragone.
Arriva la dedica a De André, ma sfortunatamente un po' convenzionale, con le già tanto sentite Andrea e non ricordo quale altra. Perché non approfittare dello splendido recente arrangiamento di Rimini? Anche il messico e nuvole di Encantado Segnorina e Senza Famiglia è troppo “canzone italiana” per non stonare con il Massimo Bubola di oggi, e il blues di Teodorico è difficile da digerire, sembra il cabaret di Enzo Iannacci. In un’occasione Bubola rimprovera il pubblico di essere un po’ freddo, ma è la tensione dello show a questo punto ad essersi dissolta: non è il pubblico, Massimo, è la scaletta che ha raffreddato l’ultima ora del concerto.
Non riesce a riprendere giri nemmeno Il Cielo d’Irlanda senza violino, mentre Doppio Lungo Addio ci ridà calore al cuore. Ancora un po’ di De André ed il concerto dopo tre ore finisce lasciandoci nel miele della prima parte dello show ma con un poco di delusione per tutte le canzoni che non abbiamo ascoltato, ben più belle di alcune scelte male invecchiate.
Ma che si può chiedere di più di una serata così?

(risposta: Una chitarra per due canzoni, Cambiano, Tutti quegli anni, Era una notte che pioveva, Se questo amore è un treno, Quella Campana, La fontana… l’ultimo Bubola, il migliore, ed un po’ di coraggio di archiviare il passato. Ma il passato faceva necessariamente parte del gioco della serata).

Qualche fotografia qui.

PS: un grazie di cuore alla Eccher Band
Massimo Bubola > voce, chitarra acustica ed elettrica, armonica a bocca
Erika Ardemagni > voce femminile
Simone Chivilò > chitarra elettrica e classica
Enrico Mantovani > dobro, pedal steel, banjo, chitarre
Roberto Ortolan > chitarra elettrica ed acustica
Alessandro Formenti > basso elettrico, contrabbasso
Moreno Marchesin > batteria

venerdì 13 novembre 2009

dieci grandi album dimenticati


Willie Nile > Willie Nile
Animals > Before We Were So Rudely Interrupted
Dr. Feelgood > Stupidity
John Cale > Paris 1919
Garland Jeffreys > Rock'n'Roll Adult
Moon Martin > Shots From A Cold Nightmare
Lee Fardon > The God Given Right
Little Feat > Chinese Work Songs
Lyle Lovett > Step Inside This House
Pete Townshend > Empty Glass
Steve Earle > El Corazon
PFM > Photos Of Ghost
Nick Lowe > Labour Of Lust
Robyn Hitchcock > Groovy Decay
Metro > Metro
Fleshtones > Roman Gods

Ok, me ne sono venuti 16, di getto. Ma i grandi album dimenticati sono ben di più... ne vogliamo ricordare altri nei commenti?

domenica 8 novembre 2009

Robert Palmer's blue eyed R&B


Nel 1974 Robert Palmer era giovanotto inglese di bell'aspetto, di belle speranze e affetto da un inguaribile passione per il R&B (contratta da bambino dal prolungato ascolto della radio delle Forze Armate Americane quando viveva a Malta al seguito del padre ufficiale di marina britannico) e per i Little Feat. All'età di 25 anni Robert Palmer aveva già un passato di musicista professionista come cantante dell'Alan Bown Set (in cui aveva preso il posto di Jess Roden) e del gruppo R&B britannico Vinegar Joe.
Lasciata questa band era riuscito a persuadere la Island Records ad investire sulla produzione di un disco solista che sarebbe stato registrato senza risparmio di mezzi a New Orleans, con la collaborazione dei Meters (la leggendaria band di N.O. di cui facevano parte i fratelli Art e Cyril Neville) e di Lowell George dei Little Feat in persona. Il risultato sarebbe stato il migliore esempio dello splendido R&B dagli occhi azzurri di Robert Palmer. Un album che si apre con un medley di nove minuti di Sailing Shoes di Lowell George, Hey Julia (un originale di Palmer) e di Sneakin' Sally Through the Alley del padrino del suono della Big Easy, Allen Toussaint, che avrebbe intitolato il disco.
Fra le altre canzoni di un solare disco di R&B bianco, una Blackmail composta a quattro mani da Robert e Lowell, From A Whisper To A Scream ancora di Toussaint ed una lunga (12 minuti) sinuosa Through It All There's You.
Un disco splendido al momento sbagliato andato ignorato dal pubblico e dalla critica (un destino che Lowell George conosceva bene).

In ogni caso Palmer si trasferì con la moglie a vivere da Londra a New York dove registrò il secondo disco, Pressure Drop, niente meno che con i Little Feat stessi. Un nuovo disco di blue eyed rithm & blues altrettanto solare, un po' più compiacente verso le classifiche e le radio commerciali, con un singolo orecchiabile come Give Me An Inch ed una nuova cover di Lowell George: Trouble. Fra le altre canzoni River Boat di Allen Toussaint e una energica versione dello ska di Pressure Drop di Toots, che sarebbe diventato un hit pochi anni dopo nelle mani degli Specials ma che allora andò ignorato.

Un terzo album sugli stessi toni fu ancora registrato negli USA con i Feat, Some People Can Do What They Like (da un pezzo firmato Palmer). Conteneva One Last Look di Bill Payne, Spanish Moon di Lowell George e diverse altre cover fra cui una Man Smart Woman Smarter che avrebbe finalmente intaccato le classifiche americane nel 1977.

Robert Palmer decise di abbandonare anche New York per trasferirsi a vivere alle Bahamas dove lasciò che il ritmo dei Caraibi pervadesse il nuovo album sempre finanziato dalla Island e registrato con una quantità di musicisti fra cui ancora Paul Barrere, Ritchie Hayward, Bill Payne ed i fiati dei Brecker Brothers.
Il disco, Double Fun, uscì nel 1978 in piena new wave e fu un disco perfetto. Pur giocato su toni orecchiabili era un disco di sole nove canzoni estremamente pulito e preciso negli arrangiamenti che rasentano la perfezione. A fianco della cover di Night People di Allen Toussaint spicca una versione solare della You Really Got Me dei Kinks, ed una cover di Every Kinda People che sarebbe diventato a lungo un hit delle radio.
Un disco che ho molto ascoltato in quelle estati spese a girare per Costa Brava ed Europa del nord.
Con Double Fun si chiude il periodo R&B di un artista a cui non faceva difetto la voglia di piacere. Il nuovo disco, Secrets (1979) sarà pesantemente influenzato dai toni e dal suono della new wave, con una cover di Bad Case Of Loving You di Moon Martin (l'autore di Cadillac Walk di Mink DeVille, presente sullo stesso album di Martin) ed una di Can We Still Be Friends di Todd Rundgren.

Il Palmer degli anni a venire sarebbe uscito dal nostro radar per entrare in quello del pop anni 80 e delle classifiche, con collaborazioni con artisti un po' dandy come Gary Numan (Johnny and Mary) e i Duran Duran (Some Like It Hot, con una band dal nome Power Station) ed una lunga serie di hit non sgradevoli come Maybe It's You, Want You More, You Are In My System e soprattutto Addicted To Love, prima di scomparire un po' alla volta nell'oblio. Ad un certo punto decise addirittura di lasciare le Bahamas per andare a vivere nella bigia Lugano in Canton Ticino.

Un decennio dopo, alla fine del secolo, Palmer emerse dalle nebbie tornando al primo amore, il R&B. Dapprima timidamente, con un disco intitolato proprio Rithm & Blues e registrato a Milano e a Capri, ancora con una ritmica orientata, con eleganza, alla musica dance ma con cover come Twenty Million Things di Lowell George e Let's Get It On di Marvin Gaye. Poi nel 2001 dopo aver partecipato ad un album di tributo al leggendario bluesman Robert Johnson, Hellhound on my Trail (Palmer fece Milk Cow's Calf Blues), prese la decisione di registrare infine un vero disco di blues, ispirato al suono del sud, di New Orleans ma anche dei Caraibi.
Il disco, Drive, fu registrato fra le nebbie di Milano e di Lugano contiene standard di JB Lenoir, Leiber Stoller (Hound Dog), Willie Dixon (29 Ways), Robert Johnson, ma soprattutto testimonia di un cantante di grande talento ed in piena forma.
Quello che sembrava un ritorno a casa di Palmer doveva però rivelarsi un addio. All'età di 54 anni un attacco di cuore a Parigi gli sarebbe stato fatale. Almeno prese commiato dal mondo alla grande.
Bye bye Robert Palmer, compagno di tanti pomeriggi di sole.

Un talento da riscoprire.



Sneaking Sally Through The Alley (Island 1974) ✭✭✭✭
Pressure Drop (Island 1975) ✭✭✭½
Some People Can Do What They Like (Island 1976) ✭✭✭
Double Fun (Island 1978) ✭✭✭✭
Secrets (Island 1979) ✭✭✭

Clues (Island 1980)
Maybe It's Live (Island 1982)
Pride (Island 1983)
Power Station (1985)
Riptide (Island 1985)

Rithm & Blues (Rhino 1999) ✭✭✭½
Live At The Apollo (Eagle 2001)
Drive (Universal 2003) ✭✭✭✭

venerdì 6 novembre 2009

Free Rock


Non esiste un genere che ufficialmente si chiami free rock. È un modo con cui mi piace definire una certa musica che non credo potrebbe essere classificata meglio in altro modo. L’aggettivo free, "libero", è preso in prestito da Free Jazz, il modo in cui trombettisti come Ornette Coleman a cavallo del 1960 maltrattavano le regole del jazz, con improvvisazioni libere da regole e spesso anche da melodie, su dischi come Shapes Of Things To Come, Free Jazz o Giant Step di John Coltrane.
Free Rock è un modo di suonare musica rock, libero per definizione, ispirato all’improvvisazione del jazz e spesso anche alla sua sintassi, libero dalla forma canzone e dalle regole più o meno definite di ogni genere musicale.
L’artista a cui associo la definizione di Free Rock negli USA è Frank Zappa, un colto e folle musicista prodigio americano, un po’ musicista serio e un po’ buffone, un po’ rock e un po’ jazz, un po’ chitarrista e un po’ direttore d’orchestra, un po’ ribelle e un po’ padrino, autore di una sterminata discografia oggi riservata ai palati più fini ma un tempo materia anche di classifiche.
Il Free Rock britannico lo associo invece al “jazz non jazz” di Canterbury. Non è un’eresia accostare Frank Zappa al rock di Canterbury. All’inizio degli anni settanta era comune che Zappa si trovasse a suonare in Inghilterra e tipicamente in serate con gruppi progressive.
Canterbury è una cittadina del Kent resa famosa dall’opera letteraria classica Canterbury Tales. Nel mondo del rock si è creata una fama la scuola di Canterbury che nasce da un pugno di musicisti, alcuni dei quali a Canterbury neppure sono nati, che gravitano attorno alla scena creata da un proto-gruppo chiamato Wilde Flowers, poi scisso nei Soft Machine (alfieri prima della scena psichedelica, poi di un sognante rock patafisico ed infine della scena jazz rock inglese) e Caravan (il soffice suono di Canterbury per eccellenza) e ancora in una miriade di schegge più o meno incrociate fra loro come i Matching Mole di Robert Wyatt, i Gong di David Allen, gli Henry Cow di Fred Frith, Egg, Steve Hillage, Mike Oldfield, Kevin Ayers, Hathfield And The North, National Health, Pierre Moerlen, Art Bears, di cui cercheremo di far ordine in un post dedicato.

Il Free Rock, selvaggio, fantasioso, onirico, libero, si è sviluppato in un pugno di anni a cavallo del 1970 e si è esaurito prima del 1975. Fra i gruppi moderni, gli unici a cui potrei associare l’aggettivo Free sono i folli Phish di Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e John Phishman, le cui sognanti canzoni si disperdono spesso in lunghe improvvisazioni dissonanti e sfumate per tempi che nessuno può prevedere, dai minuti a (letteralmente) l’ora, fino a ricostruire la melodia spesso in modo sublime.

da ascoltare (per cominciare):
Frank Zappa: Hot Rats, Roxy & Elsewhere
Caravan: In The Land Of Gray And Pink
Soft Machine: Third
Robert Wyatt: Rock Bottom
Phish: A Live One

lunedì 2 novembre 2009

Prisoner Of Rock & Roll


Ho visto (su YouTube) Bruce Springsteen cantare Satisfaction, l'ho visto cantare All Shook Up, l'ho visto cantare la canzone nuova, Wrecking Ball.
Questo è definitivamente il suo anno. Prima mette fuori un disco romantico e crepuscolare come Working On A Dream, poi lo ignora completamente e porta in un tour che sembra non avere mai fine i suoi greatest hits, inventando ed improvvisando ogni sera un terzo della scaletta, basandosi sulle richieste del suo pubblico, danzando non più solo con la Jersey Girl ma anche con le famiglie che vengono a vedere il suo show.
Bruce ha esorcizzato il lato oscuro del rock & roll, ha sepolto devil & dust e vuole anche esorcizzare la paura di invecchiare e quella di morire, il funerale di Phantom Danny Federici e la malattia di Big Man...
La E Street Band è tornata ad essere la gioiosa bar band degli inizi nei club di Asbury Park. I vecchi fan come me non hanno abbracciato completamente tutta questa voglia di piacere, ma non possono che arrendersi di fronte a tanta gioiosa energia.

Certo, ci si domanda come sarà il 2010.
Bruce proseguirà il suo cammino verso Las Vegas o affronterà la propria creatività per mettere assieme di nuovo dodici canzoni senza barare?