martedì 14 giugno 2016

Le stelle sono tante (recensioni #1)


Una volta le recensioni musicali erano necessarie. Servivano per aiutarci a scoprire dischi e musicisti che non era facile ascoltare altrimenti. Le prime riviste esistevano già prima del rock, all'inizio erano fogli di informazione per addetti ai lavori. Per esempio Variety, una rivista americana di inizio secolo per chi faceva dello spettacolo, oppure Melody Maker in UK.
La prima vera rivista rock fu Rolling Stone a San Francisco. Il suo senso era di raccontare una scena musicale e culturale in piena esplosione, quella dell'estate dell'amore. Fu seguita da Creem, la rivista scorretta dove scriveva Lester Bangs. San Lester Bangs.
Per la stessa ragione dieci anni dopo in Italia nasceva Il Mucchio Selvaggio. Era la rivista che raccontava del rinascimento musicale della scoperta del rock americano e della new wave. Magari era scritta a volte in modo approssimativo, ma era amata dai lettori, e anche da chi ci scriveva (come me), perché era una miniera d'oro.
A quei tempi le recensioni non solo erano necessarie: erano preziose.

Un po' alla volta le cose sono cambiate.

Intanto la scena rock si è dissolta, ed agonizza. L'ultimo fenomeno collettivo è stato il Grunge (e se vogliamo, più di nicchia, anche quello che io definisco il Groove di Phish, DMB, Blues Traveler e compagnia). Stiamo parlando di anni novanta.
Nel nuovo secolo esce qualche buon disco, a volte nessuno, a volte molti - come quest'anno, ma in ogni caso si tratta di fantasmi underground. Il pubblico popolare non compra più dischi, e paga il biglietto solo per vedere le marionette di rockstar bollite che non hanno più nulla da dire da molto tempo. Di conseguenze nessuno sente la necessità di una giornali che faccia la cronaca di una scena che non c'è. Riviste come Mojo e Uncut sono fogli per onanisti.
Poi i dischi oggi si ascoltano con facilità sul web, attraverso Spotify, Apple Music e YouTube. Non c'è necessità di qualcuno che ce li racconti.
Infine il web stesso, che all'inizio ci era apparso come il seme di una nuova comunicazione universale, ha soffocato la carta stampata. Non perché il popolo legga oggi sul web, ma perché ha smesso di leggere del tutto. Due righe copiaincollate su FaceBook ed una foto su Instagram coprono il 99% delle necessità.
Non c'è più il recensore perché in democrazia ognuno è recensore di sé stesso. Se ti piacciono i Queen e Zucchero, poi scrivere sulla tua pagina che sono dei geni e tanto ti basta.

Non che nemmeno una volta fossero comunque in molti a leggere davvero. Quando negli anni ottanta il New Musical Express (la più autorevole rivista musicale britannica, quella di Nick Kent, San Nick Kent) si accorse che le vendite iniziavano a calare, incaricò a una società un sondaggio su quali fossero gli articoli preferiti dai lettori. Il risultato fu che la maggior parte degli acquirenti, sottolineo la maggior parte, in realtà gli articoli non li leggeva: si limitavano a sbirciare i titoli, le foto e le didascalie.
I blog stessi, ed io fui uno dei primi a gestirne, sia musicali (Texas Tears) che informatici (il primo si intitolava RAM, poi MacLovers, che in un'occasione fu citato anche dal Sole24Ore), sono stati soffocati dalla "comunicazione" più diretta di FaceBook.

Venuta meno la necessità delle recensioni, e ancor di più venuta meno l'autorevolezza dei recensori, in un'ambiente dove chiunque può pontificare, la stampa rock è deceduta e quella poca sopravvissuta è in coma.
Non leggo le recensioni, e quelle che leggo non mi piacciono. Mi piace però chi sa scrivere, e sa scrivere di musica. Io li chiamo scrittori Beat. Come mi piaceva leggere un Gianni Brera scrivere di calcio e ciclismo, anche se non mi piacciono né calcio né ciclismo, questi cronisti musicali mi piacciono perché scrivono bene.

Ci sono alcuni di questi "scrittori Beat" fra noi, anche se pochi. In quelle non frequenti occasioni in cui è ispirato e non routinario, è un piacere leggere le frasi assolutamente romantiche e a fuoco di quel vecchio cowboy di Mauro Zambellini. Mi piace leggere i libri pieni di amore di Eleonora Bagarotti. Adoro lo spirito noir di Paolo Vites, anche se pare che faccia del suo meglio per cercare di soffocarlo.

Personalmente, io continuo a scrivere (e leggere) perché fa parte del mio DNA. Mi definisco un cronista rock (non un critico musicale, perché la natura stessa del rock non contempla un livello di critica: si può essere critici letterari, o di musica classica o jazz, ma non di rock'n'roll. Sarebbe come arbitrare una partita a pallone nel cortile), ma mi sento uno “scrittore di nicchia”, come una volta ebbe a definirmi casualmente un'amica, forse come consolazione.

Una volta ho sentito dire dal direttore di una rivista: “Ci piace sentirci tutti Lester Bangs, ma non lo siamo”. Non gli ho risposto, perché in effetti io mi sento Lester Bangs, non meno di quanto Bob Dylan si sentisse Woody Guthrie. Un modello bisogna pur averlo, ed anche one believer - anche se sono io stesso ;-)

Ho una lunga lista, tredici libri allo stato attuale, in gestazione. Sono prolifico, potrei scriverli in un solo anno, se potessi farlo a tempo pieno. In realtà ho delle bollette e degli alimenti da pagare, il che comporta che la parte efficace della mia giornata è sprecata negli affanni di un differente lavoro. E poi ci sono le donne, che amo da sempre, ma che da sempre mi ripagano in miele e fiele in parti uguali. Sfortunatamente, a differenza della maggior parte degli artisti, io scrivo quando ho una musa, non quando sono malinconico.
Quello che forse sto cercando di dirvi è: siete fortunati, avete questo blog gratis, persino senza quelle odiose pubblicità del web. Non avete conosciuto personalmente Hemingway, ma potete conoscere me ;-) Ve lo dimostrerò (forse).


P.S.: prosegue con Recensioni #2

domenica 12 giugno 2016

High Hopes


Fu Bruce Springsteen il musicista che resuscitò il rock'n'roll. Il significato dimenticato delle canzoni di tre minuti stampate sui due lati dei 45 giri. Prima ancora di Patti Smith, del CBGB, della new wave. Fu lui l'Elvis Presley, il Chuck Berry, il Gene Vincent, l'Eddie Cochran, il Phil Spector, il Roy Orbison, il Mitch Ryder, il Gary U.S. Bonds che noi non avevamo vissuto.
Fu lui a raccontarci, con la sintassi degli anni settanta, che cosa aveva significato tutta quella musica negli anni cinquanta per una nuova generazione.
Fu quello il motivo per cui ci fulminò, fu quello che fece di lui il nostro high priest of rock. Furono dischi come Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River, Born In The U.S.A. a raccontarci di un mondo che ci era ignoto ma in cui volevamo vivere.

Negli anni settanta Springsteen fu il futuro (e il presente) del r'n'r, negli anni ottanta ne fu l'ambasciatore, il simbolo, i suoi Beatles.
Poi, com'era successo a Dylan dopo l'incidente motociclistico, si ritirò. Si nascose, non a Woodstock ma a Beverly Hills. Si nascose sulla spiaggia opposta dell'America, alla ricerca di una terra promessa che non gli riuscì di trovare.

Quando all'alba del nuovo secolo fece ritorno, si era arreso. Per qualche motivo, era cambiato. Come Jerry Lee, che la società aveva piegato da ribelle in un cantante country, Bruce da rocker era diventato un entertainer, un intrattenitore. Forse la necessità di piacere, o forse aveva fatto il palato al lusso (e la nuova carriere di soldi gliene avrebbe donati tanti da non potersi contare, come quelli di Paperon de Paperoni), o magari il terrore di invecchiare e lasciarsi alle spalle i glory days.

There is a thin thin line between an entertainer and a clown. C'è una linea sottile fra essere un entertainer ed un clown. Ce l'insegna la maschera tragicomica di quel panzone di Elvis Presley in tutina bianca che canta i greatest hits a Las Vegas. Mai potuto soffrirlo.

La maggior parte dei miei lettori viene dai pezzi fiume che scrissi su Springsteen sul Mucchio Selvaggio. Oggi lo Springsteen degli stadi non è il mio Boss, ed il suo pubblico non è la mia famiglia.
Non andrò più a vederlo suonare dal vivo, già l'ho visto una volta di troppo. Almeno non prima che sciolga quel circo che porta lo stesso nome dei magnificent seven degli anni settanta.

Ascoltami Boss. Sciogli il gruppo, molla la casa discografica giapponese (lo stesso paese che produce la Subaru che un tempo non volevi guidare), mettiti con una band di giovani affamati di NYC, dimentica le canzoni che hai scritto nei giorni di gloria, e canta senza vergogna quelle che scrivi oggi che la creatività sembra esaurita, anche se non sono certo belle.

Ho preso i tuoi sei album in studio del nuovo secolo, e ci ho spremuto un solo disco, con cinque canzoni per facciata (neanche sei sono riuscito a trovarne). Vuoi saperlo? È un capolavoro a cinque stelle come quelli degli anni settanta. Se ti servisse un produttore al posto di Landau...

side 1: 

High Hopes 
I'll Work For Your Love 
Tomorrow Never Knows 
Magic 
Jack Of All Trades 

side 2: 

Further Up (On The Road) 
Radio Nowhere 
Outlaw Pete 
Long Walk Home 
Dream baby Dream 


Qui l'album su Spotify 

Bruce Springsteen was the musician who revived rock’n’roll. The forgotten meaning of three minute songs printed on both sides of a single. Even before Patti Smith, CBGB's, new wave. He was the Elvis Presley, Chuck Berry, Gene Vincent, Eddie Cochran, Phil Spector, Roy Orbison, Mitch Ryder, Gary US Bonds that we didn’t live.
He was the one who told us, using the words of the Seventies, the meaning that those songs had in the fifties for a brand new generation.
That’s the reason why he shocked us. That’s what made him the High Priest of r’n’r. Records like Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River, Born In the U.S.A. told us of a new land, where we wanted to live.

Then, like Dylan after the motorcycle accident, he just vanished. He hid, not in Woodstock but in Beverly Hills. On the opposite shore of America, in search of a promised land he couldn’t find.

When at the dawn of the new century he came back, he had given up. For some reason, he had changed. Like Jerry Lee, who was bend from a rebel to a country singer, Bruce from a rocker turned into an entertainer. Maybe it was because he just wanted to please, maybe he found luxury confortable (his new career earned him so much money he can’t even count), of maybe it was just the fear of getting old and leaving behind the glory days.

But there is a thin thin line between an entertainer and a clown. Elvis showed us, in his silly white outfit singing greatest hits in Vegas. I could never stand it.

Most of my audience come from my long old writings about him. Today Springsteen dancing in stadiums is not my Boss, and his audience is not my people.

Hey mister, please listen to me. Quit the band, leave the Japan label (there was a time when Subarus didn’t fit you), find some hungry young musicians to play with, forget your glory days hits, and don’t be ashamed to sing the songs you write now, even if they are weaker.

I listened once again to your six albums of this century, just to squeeze them out in just one record, five songs per side. You know what? It’s a masterpiece, just the same as the ones of the Seventies.

P.S.: The Seeger Sessions is a masterwork by itself, but that's a different story. 

sabato 11 giugno 2016

It's Too Late To Stop Now... vol II, III & IV


A metà degli anni settanta c'era in atto una transizione tra la musica della mente e quella del corpo. In oscuri locali di periferia come il Southend Kursaal a Canvey Island gruppi come i Dr. Feelgood già facevano danzare le platee, ma sui nostri giradischi giravano i long playing dei Tangerine Dream e dei Caravan, dei Genesis e di CSN&Y.

“Marco di dischi lui fa la collezione 
e conosce a memoria ogni nuova formazione 
e intanto sogna di andare in California 
o alle porte del cosmo che stanno su in Germania”

Un giorno mi capitò in mano, prestato da un amico - come spesso accadeva, il disco Live! di un gruppo giamaicano, Bob Marley & The Wailers, marchiato Island. Era un sound impressionante, un livello di comunicazione dall'anima del musicista all'anima dell'ascoltatore che non avevo ancora mai sperimentato. Certo non da Emerson, Lake & Palmer. 
Acquistai Rastaman Vibration, ed improvvisamente tutti i miei dischi mi sembrarono inadeguati. Pensai una cosa non dissimile da quella che aveva pensato Sam Phillips vent'anni prima (anche se io allora non lo sapevo): volevo trovare un cantante bianco che cantasse con l'anima di Bob Marley. 
Eravamo alle porte di un rinascimento musicale, quello che per essere raccontato portò in Italia alla fondazione de il Mucchio Selvaggio, e di dischi meravigliosi per nutrire la mia anima da quel giorno ne avrei trovati a bizzeffe. Mi basti pensare a quando portai a casa Darkness On The Edge Of Town
Ma il cantante bianco che cantava con l'anima di Bob Marley lo scoprii al cinema una sera del 1978, quando con un amico andai a vedere L'Ultimo Valzer, il film di Martin Scorsese sul concerto di addio che The Band aveva tenuto al Winterland di San Francisco il 25 novembre 1976.
Quando sul palco salì un tizio piccoletto con i capelli un po' goffo, che si mise a cantare una canzone divina, Caravan, scalciando nell'aria. Lui e Muddy Waters furono la mia scoperta di quella serata. 
Il giorno dopo acquistai il suo disco di quei giorni, Wavelenght, che mi sembrò magnifico, specie nella lunga elegia finale di Take It Where You Find It. Era lui il cantante che sapevo dover esistere in qualche parte del mondo anche prima di averlo ascoltato. 
La consacrazione del mio amore per Van the Man avvenne quando mi procurai It's Too Late To Stop Now, un disco registrato direttamente dal vivo per rassicurare noi mortali dell'esistenza di un Paradiso. 
In quegli anni scoprii tutti i leggendari dischi dal vivo della musica Rock, quelli che da soli basterebbero a raccontare l'arte della mia generazione: 

Live Bullet di Bob Seger & the Silver Bullet Band (da non credere alle proprie orecchie); 

At Fillmore East degli Allman Brothers Band (no, lo confesso, il disco che acquistai fu Wipe the Windows, Check the Oil, Dollar Gas, ma siccome non conoscevo ancora Fillmore East lo amai alla follia); 

Waiting For Columbus (mamma mia!); 

Winterland 78 (dell'uomo che fece rinascere il rock'n'roll, e che mi aiutò a diventare Blue Bottazzi; che vidi all'Hallenstadion di Zurigo nella ormai mitizzata spedizione del Mucchio Selvaggio; che mi fece da faro per un paio di decenni; e che si perse nel nuovo secolo. Allora era il ministro del R&R, ha voluto trasformarsi in un entertainer, forse per bisogno di essere amato, forse per denaro. Ma c'è una linea sottile fra un entertainer ed un clown. Penso al pancione di Elvis in tutina bianca a Las Vegas...)

Rock'n'roll Animal di Lou Reed e Live Dead chiudono la lista, ma in effetti li conoscevo già. 

Non sono gli unici dischi dal vivo magici del rock. Sul mio libro Perché non lo facciamo per la strada ho fatto una lista lunga tre pagine dei grandi dischi dal vivo. Ma quelli che ho citati sono l'Olimpo. 

It's Too Late era un album doppio. Oggi viene stampato un cofanetto di ben tre CD, intitolato It'S Too Late To Stop Now... volumes II, III & IV, carico come un uovo di niente meno che altre 54 canzoni da quel leggendario tour del 1973 di Van con la Caledonia Soul Orchestra. Non è nemmeno più stampato dalla Warner Bros. 

È di una bellezza dolorosa. È come se tu potessi entrare in una macchina del tempo, non solo per ritrovarti a rifare l'amore con il primo amore, ma per farlo anche come non l'avevi mai fatto. 
Non so se sono contento; è bellissimo e mi fa soffrire, per i quarant'anni che mi separano da quella mia gioventù. Lì dentro c'è tutto. Qui fuori è un'altra cosa. Magari bella, magari brutta, ma è un'altra cosa. 
Take me back! 




lunedì 30 maggio 2016

Memory Motel


Anna era dolce come una pesca 
i suoi occhi nocciola 
e il naso appena un po’ aquilino
Abbiamo passato una notte soli al Memory Hotel 
è sull’oceano, immagino che tu sappia dove, 
c’era una stellata da togliere il respiro 
e giù sulla spiaggia 
i suoi capelli erano fradici di schiuma
Ha preso la mia chitarra ed ha iniziato a suonare 
ha cantato una canzone per me 
che mi è andata dritta in testa: 

“Tu sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

Guidava un pick up verde e blu 
con le gomme consumate 
dopo un paio di miglia le chiesi dove stesse andando 
“Torno a Boston, canto in un bar 
Oggi devo volare fino a Baton Rouge”
Ero nervoso, la strada non era un velluto
dall’altra parte del Texas c’è la rosa di San Antone 
mi sentivo strano fin dentro le ossa
Al settimo giorno i miei occhi erano appannati 
avevamo già fatto diecimila miglia 
avanti ed indietro per quindici stati 
confondevo il volto di ogni donna 
ho gettato la bottiglia, 
ho buttato il bagaglio e mi sono messo a piangere
mentre gli amici facevano baldoria al ventiduesimo piano 
cercando di buttare giù la porta… 
era stata una notte solitaria al Memory Motel 

“Sei solo il ricordo di un amore 
un amore che avevo 
un amore che significava molto per me”

(testo di Mick Jagger) 

domenica 29 maggio 2016

Elvis Costello Musica Infedele & inchiostro simpatico


Per usare un'espressione abusata, Elvis Costello è stato uno dei musicisti più geniali venuti fuori con la new wave. Un interprete sopraffino, una voce suadente, una gran band (gli Attractions) e soprattutto magnifiche canzoni. Non tutte magnifiche, perché Costello è sicuramente un logorroico, per cui di canzoni ne ha scritte a centinaia; però quelle belle sono dei veri e propri classici, sparsi su tutti quanti i suoi dischi, da quelli memorabili a quelli più noiosi.
Musica Infedele ecc. ecc. è la sua autobiografia. Adoro le autobiografie dei musicisti, non perché svelino segreti straordinari o siano sincere o anche solo attendibili, ma perché aiutano molto a inquadrare la personalità di musicisti che per lo più conosciamo solo attraverso i loro dischi. Certo, siccome il talento è specifico, salta fuori che la maggior parte dei musicisti non sa scrivere in prosa, e quasi sempre si fanno aiutare nella loro impresa da ghost writer o, peggio, da scrittori professionisti americani di biografie, la cui scrittura è eccitante quanto una ragazza fredda e una birra calda.
A volte ti rendi conto che il musicista è un idiota, altre volte il contrario. Un musicista che ha scritto di proprio pugno la sua autobiografia è Chuck Berry, probabilmente soprattutto perché non voleva pagare nessuno che lo facesse. Berry è il poeta laureato del rock'n'roll, e le sue liriche sono da antologia. Nel libro si dimostra al contrario una persona molto semplice, e questo è una conferma di più della mia teoria che il talento è estremamente specifico, e largamente indipendente dal livello di cultura.
L'unico musicista di cui ho letto una autobiografia memorabile e sicuramente autografa è Bob Dylan, che scrive in prosa con il medesimo talento che ci mette nelle liriche.
Anche il libro di Costello è sicuramente scritto da lui, perché non segue nessuno dei cliché dei ghost writer di professione. D'altra parte Costello è britannico e non americano, e questo qualche cosa vorrà ben dire.

Il suo libro è un investimento, perché costa più della media, ma d'altra parte è anche decisamente più spesso della media: un bel mattone di quasi novecento pagine.
Sfortunatamente è anche molto noioso. Almeno, lo è nelle prime 200 pagine, perché è li che sono arrivato fino ad ora, e non sono sicuro che resisterò ancora molto. Costello è un uomo riservato, per cui sembra restio a raccontare fatti privati che vadano più in la della adolescenza; resta dunque da domandarsi cosa lo abbia spinto a scrivere il libro. Tutta la conversazione delle prime duecento pagine ricorda il dialogo di un ubriaco: storie fumose mal definite che spuntano dal nulla e ne escono senza che si riesca a comprenderne la morale. È come avere la fortuna di sedere al pub con un musicista che adori, disposti a distillare il massimo dalle sue incerte confidenze, senza però riuscire a venirne a capo. Quello che salta fuori è che per essere il talento che è, pare non esserne molto sicuro; di certo è una persona molto più modesta dell'arrogante personaggio che metteva in scena nei giorni del punk. Offre l'impressione di una persona dolce e piacevole, e alquanto sfuggente. Ma quello che a Costello sembra sfuggire è che un libro deve avere una storia da raccontare, e che le parole a ruota libera alla fine diventano soporifere.

Facciamo così: mi metterò a leggerne qualche pagina a caso molto più avanti; se la cosa si fa interessante tornerò a correggere la recensione. Intanto mi accontento di riascoltare le sue canzoni, che sono davvero belle, e superbamente arrangiate.


sabato 28 maggio 2016

My Oh My


La differenza fra la poesia e la prosa sta nella sua essenzialità. Non ci vogliono mille parole, bastano due pennellate per evocare le emozioni in chi legge, o ascolta.
Le liriche delle canzoni non sono poesie, o almeno non lo sono spesso, perché hanno bisogno della musica per funzionare. Le liriche di Lou Reed talvolta sono poesie. Le liriche di Leonard Cohen sono poesie.
C'è una canzone d'amore bellissima che ha solo tre versi, ma racconta una storia completa. Persino il titolo è minimale: My Oh My.

Non è stato difficile amarti, non ho neppure dovuto provarci 
Ti ho accompagnata alla stazione, non ti ho mai chiesto il perché 
Tutti i ragazzi si sbracciano, cercano di farsi vedere da te 
Non è stato difficile amarti, non ho neppure dovuto provarci 



lunedì 23 maggio 2016

Eleonora Bagarotti > 4EVER John Paul George Ringo


Nel panorama del giornalismo musicale italiano, Eleonora è un po' un'altra categoria. Mentre dalle nostre parti, qui alla periferia dell'impero, chi scrive di musica si è indottrinato ascoltando dischi acquistati nel negozio sotto casa (quando non, peggio, appartiene al mondo effimero della musica leggera), Eleonora è cresciuta in mezzo alla scena musicale rock. Ha vissuto a Londra, a Dublino ed a New York ed ha conosciuto di persona la maggior parte dei vostri idoli musicali, alcuni persino in modo intimo; con qualcuno è stata in sala d'incisione, con altri infine ha condiviso il palco (Eleonora è infatti anche musicista: suona l'arpa).
Pete Townshend, Roger Daltrey, David Bowie, Lou Reed, Paul McCartney, Ringo Starr, il suo è un lungo elenco che arriva fino ai giorni nostri con i fratelli Robinson.
Oltre a questo, o forse proprio per questo, scrive molto bene, ma soprattutto scrive con amore; non le interessa la parte di critico musicale con la penna rossa e blu, preferisce raccontare la musica come è vissuta in prima persona dal musicista stesso.

A suo tempo, fra i ringraziamenti della mia storia del Rock, Long Playing, accanto a nomi come Lester Bangs ("per l'integrità"), Nick Kent ("per la consapevolezza") ed Arrigo Polillo ("per l'esempio"), ho messo il suo ("per l'amore"), perché da lei ho imparato a scrivere dei musicisti appunto con amore.

Subito dopo gli Who, il gruppo preferito di Eleonora sono i Beatles. Questo già dovrebbe darci un'idea di come abbia affrontato questo libro sui fab four, raccontati come singole persone, e per la carriera solista che hanno affrontato dopo lo scioglimento del gruppo più influente degli anni sessanta. Ognuna delle quattro parti in cui è diviso il libro non è trattata in modo accademico o storiografico, ma è un lungo accattivante racconto free form sulla personalità di ogni Beatle, sulla propria storia personale e sulle sue canzoni. Per questo 4Ever è un racconto (anzi 4) che avvince, che evoca nostalgia di tempi migliori e che stimola la voglia di riascoltare i loro dischi, che tutti noi rockettari, chi più o chi meno, abbiamo in qualche angolo della nostra discoteca.

Come l'ho definita in un'occasione, Eleonora è la scrittrice BEAT del nuovo millennio. 4Ever è uno dei suoi scritti migliori, assieme a The Who Pure and Easy e l'autobiografico Magic Bus: Diario di una Rock Girl.


sabato 21 maggio 2016

Lillian Roxon > Rock Encyclopedia


Questo è uno dei miei libri musicali preferiti di sempre; al pari di un Lester Bangs, per dire. È stato scritto nel 1969, vale a dire l'anno di Woodstock. Anzi, direi che è stato scritto prima del festival di Woodstock.

Lillian Roxon è (era) una giornalista cosmopolita. Nata a Savona, la madre era il medico di Alassio. Fuggita durante il fascismo (era ebrea) in Australia, dove ha frequentato scuole superiori e università, si è poi spostata a vivere ed a lavorare (come giornalista) nella bollente New York City degli anni sessanta, dove ha scoperto la musica rock nel suo pieno rinascimento. Una delle migliori penne in circolazione, se non la migliore, del rock ha vissuto solo lo zenit, perché è morta di un attacco di asma bronchiale nel 1973.

Rock Encyclopedia è una lucida testimonianza fotografica di quel periodo eseguita con le parole. Mi spiego meglio: non c'è una sola foto nel libro, le istantanee sono tutte realizzate con le parole, tanto il suo scrivere è lucido, preciso, essenziale, a fuoco e soprattutto ricco di entusiasmo contagioso. Poche parole bastano per dipingere in modo indelebile ogni artista. Esaltanti le pagine su Dylan, Beatles, Stones, Velvet Underground... Il bello è che erano tutti nei loro giorni migliori, se non essenziali, ed erano tutti vivi. Anche Hendrix e Jim Morrison e Janis Joplin.

Non ho mai letto niente di migliore. La mia missione, nella vita, è di lasciare in eredità un libro come questo, e come Guida Ragionevole al frastuono più atroce di Lester Bangs.