giovedì 24 luglio 2014

Phish > Fuego


I Phish sono stati una delle più grandi band in circolazione, e questo, assieme al fatto che i loro dischi sono abitualmente scrigni ad orologeria che si aprono solo nel tempo e negli ascolti, mi rende impegnativo il compito di scrivere questi appunti di ascolto.
Se per molto pubblico italiano i Phish furono solo una bizzarria, e di certo nella loro originalità si sono tenuti sempre distanti tanto dal maistream che da ogni logica di music biz, negli anni novanta sono stati i migliori, assieme alla DMB, rappresentanti di quella corrente che io definisco groove, assieme a Blues Traveler, Spin Doctor, moe e Widespread Panic. Una metafora che amo usare (e che come tutte le metafore vale per quello che vale) è quella dei Beatles e Rolling Stones: Phish e DMB negli anni novanta erano i miei Beatles e Rolling Stones.

Al pari di jam band come i Grateful Dead, i Phish prendono quota nel live show, che diventa una fonte inesauribile di invenzioni e di sorprese; la band è arrivata ad organizzare un proprio personale festival in cui era l'unico gruppo in cartellone. Al contrario gli album in studio sono stati a lungo solo un contenitore dei semi delle proprie canzoni, fino a che negli anni novanta diedero alle stampe un paio di lavori particolarmente curati, come Billy Breathes (prodotto da Steve Lillywhite) e Farmhouse. Già Round Room nel 2002 denunciava uno stop creativo che preannunciava lo scioglimento del gruppo nel 2004.

Seguirono quattro anni di iato, nel corso dei quali il chitarrista Trey Anastasio si gettò in ogni genere di progetto con un furore zappiano, che però a conti fatti si limitava a denunciare un esaurimento della creatività. Meglio fece il bassista Mike Gordon, che si limitò ad una collaborazione di basso profilo ma deliziosa con il virtuoso della chitarra Leo Kottke, mentre il tastierista Page McConnell realizzò un album artigianale di buona fattura, in cui si pesava (inevitabilmente) la mancanza dell'irresistibile sezione ritmica della band.

Il risultato è che nel 2008 il gruppo tornò assieme e ricominciò a tenere ininterrottamente concerti in lungo ed in largo per gli States per il proprio devoto pubblico, i phish-heads. Se i redivivi Phish siano al livello dei precedenti non posso dire, perché nonostante lo desideri ardentemente non ho avuto la fortuna di assistere ad alcuno dei loro concerti (di cui sul sito sono comunque in vendita regolarmente le registrazioni, ma non è la stessa cosa).
Nel 2009 si ripresentarono anche con un pessimo album, intitolato Joy, che conteneva una suite di 13 minuti dal titolo Time Turns Elastic che pareva ispirata ai dischi degli Emerson Lake & Palmer.

I Phish fanno ritorno oggi, mi verrebbe da dire "a sorpresa", ma temo che la descrizione più appropriato sarebbe "nell'indifferenza del mondo", con il dodicesimo capitolo della loro discografia, quando ormai erano in pochi a farci conto.
Non è facile elaborare in tempo utile per una recensione un parere sul disco di un gruppo che fa dell'invenzione la propria forza: si rischia di cercare conferme in suoni già sentiti e sottovalutare quanto c'è di nuovo. Ma insomma, al netto di una mezza dozzina di ascolti, com'è questo Fuego del 2014, composto con molta attenzione collettivamente dal gruppo nel corso di un ritiro nel nativo Vermont, e registrato addirittura in quel di Nashville per la produzione ricca di aspettative di classifica di un volpone come Bob Ezrin, che già ha diretto Peter Gabriel come i Pink Floyd?
Temo di dover rispondere: né bello, né brutto. Inutile (che viste le circostanze è forse il peggio che potesse capitare).

Il disco si apre nel modo peggiore, con i dieci minuti di Fuego, che richiamano alla mente gli orrori di Time Turns Elastic. Una suita fredda gelida che si apre con delle note alla Pink Floyd e si intrappola in un complicato arrangiamento che evoca il tardo prog di Relayer (Yes) e Brian Salad Surgery (EL&P). Una fissa di Anastasio, temo.

Il successivo The Line è un pezzo qualsiasi, altrettanto algido, che pure evoca di nuovo i cori dei recenti Yes.

Quando ti domandi che ne è stato del funky alla Meters che tanto ci ha fatto amare il quartetto, arriva la brillante e scanzonata Devotion To A Dream, una ballata di Anastasio con dei bei cori che comunque sanno di già sentito e risentito, ed un assolo di chitarra. Di certo un buon brano per il live show.

Halfway to the Moon del tastierista McConnel è leggero e carino. Resta da decidere se "carino" è un complimento o un'offesa.

Da qui in avanti si apre il portale del tempo e i brani successivi, ariosi, agili, simpatici, potrebbero arrivare da qualsiasi disco del gruppo. Winterqueen è abbellito da una inedita sezione orchestrale di fiati. Sing Monica è addirittura bella, nei suoi cori beat.
555 è la mia canzone preferita, recupera un po' del soul di Memphis che ha spesso riscaldato il sound del gruppo. Waiting All Night è una bella ballata. Wombat è una pregevole invenzione alla Talking Heads (un gruppo coverizzato dai nostri). Wingsuit (quarto brano del disco ad iniziare con un W) è una ballate lenta che fa da elegante commiato.

Alla fine, cosa manca? Un po' di anima, direbbe l'ascoltatore severo, un po' di sud, un po' di voodoo, un po' di furore. Che ne è stato di John Fishman, ci si domanda, è sempre lui ad essere seduto al rullante?
Nella sua interezza Fuego è un disco da fan, o addirittura da nerd. Io magari mi masterizzo un CD per l'autoradio lasciando fuori i primi due brani.

I Phish non hanno più un peso sulla scena rock contemporanea, ma il furore di certo arriverà nei concerti. Che mi auguro di riuscire a vedere, prima o poi. Li invitiamo al Pistoia Blues Festival?

domenica 20 luglio 2014

La musica registrata: dal vinile al CD alla musica liquida


Questo post è la risposta ad una domanda dell'intervista che mi ha rivolto 8th of May sull'argomento musica registrata. 

Il disco fisico non è stato sempre un supporto necessario alla musica: la musica è esistita per centinaia di anni prima che fosse registrata e venduta sotto forma di dischi. Oggi la crisi dei dischi è tale che le grandi catene hanno chiuso i battenti mentre sopravvivono ancora solo piccoli negozi indipendenti. Persino il futuro del CD non è così certo. Ma la musica non muore per questo, anzi, mi pare di scorgere ovunque un fiorire di attività live, una scena di musicisti che si conquistano un proprio pubblico show dopo show.
Sul libro (Perché non lo facciamo per la strada?) ho scritto un capitolo sul vinile, ma alla fine mi accorgo di averlo fatto perché si tratta di una parte importante della vita della mia generazione, una nostalgia di quando eravamo più giovani. Non credo che i ragazzi oggi abbiano bisogno di vinile, e chissà, forse neppure di CD. La maggior parte di loro in realtà non possiede nessun impianto per ascoltare un CD audio.
Per me, e per quelli come me, il supporto fisico è una cosa importante, fatico ad ascoltare a fondo un disco, ad entrarci dentro, senza avere una copertina da tenere in mano, da leggere, su cui studiare i nomi dei musicisti, del produttore e i testi delle canzoni, ma temo che sia semplicemente la forza dell'abitudine. Dopo tutto da adolescente anche per me era importante l'ascolto della radio (come racconto sul libro parlando di Per Voi Giovani, Supersonic, Popoff, le radio libere), e cos'era la radio se non già musica liquida?
La nostra generazione si è abituata a possedere la musica, ma servizi come Spotify dimostrano che il possesso non è una cosa necessaria quando si può ascoltare la musica che si vuole quando si vuole, attraverso la rete. Il pericolo, me ne rendo conto, è un ascolto più superficiale, un ascolto basato sulle canzoni più che sui long playing, ma se paragono questo tipo di ascolto a quello dei collezionisti che comprano i cofanetti con quattro take della stessa canzone, mi domando quale fra le due categorie apprezzi davvero la musica. Ascoltare musica è altra cosa dal collezionare francobolli, è il godimento fisico del ritmo, della melodia e dei ritornelli.

Io stesso sto cercando di aggiornare un po' il mio modo di ascoltare musica: pur conservando la necessità personale di possedere il disco, che sia vinile o CD, sto archiviando in formato digitale su un enorme hard disk la gran parte dei miei CD. Ascolto sempre la musica sull'impianto hi-fi nell'attico che è il regno dei miei dischi, ma in sala da pranzo, in auto e talvolta passeggiando sfrutto l'iPod. Con cuffiette marchiate Marshall, come i diffusori di Jimi Hendrix.
Quello che per ora manca davvero alla musica liquida è un formato digitale decente della copertina, con note accurate e testi delle canzoni. Quando arriverà un formato standard anche per la copertina, potrei fare acquisti digitali. Dopo tutto sono già un avido lettore di eBook, e su iPad leggo le riviste e guardo i film. Sto rimandando per pigrizia, ma voglio collegare l'iPad anche all'impianto stereo sfruttando il wi-fi...




domenica 6 luglio 2014

Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders > The Mexican Dress


Ho (finalmente) visto Veronica Sbergia & Red Wine Serenaders in concerto!
Per essere precisi ho visto Veronica con Max De Bernardi, perché mancava alla formazione il contrabbassista Dario Polerani. Veronica & Max aprivano ufficialmente il festival blues Dal Mississippi al Po nella cornice, piccola ma oltremodo suggestiva, della Muntà di Ratt a Piacenza. M'aspettavo molto, ma i due sono stati addirittura superlativi, conquistando tutti il pubblico, sia quello seduto per l'occasione sia quello di passaggio in cerca di frescura.
Numero 1: Veronica e Max sono due virtuosi. Della voce l'una, della chitarra l'altro.
Con il suo fingerpickin' sulla steel guitar (o meglio resofonica: quelle grandi chitarre di metallo che amplificano il suono delle corde prima dell'arrivo della chitarra elettrica) il grande Max ha evocato John Fahey in "la resurrezione del tasso del miele" ("una canzone strumentale, perché che parole ci metti ad un titolo così?"), Ry Cooder e gli originali virtuosi del blues fino a echeggiare persino il rhythm & blues elettrico di Bo Diddley, trascinando lo show. Dal canto suo Veronica ha fatto sfoggia di una voce impressionante quanto flessibile: se il tema di base è il blues e l'old time music fino allo swing, ci sono stati momenti in cui è stata evocato persino il fantasma della grande Janis Joplin. E nel suo nuovo disco canta persino uno splendido brano folk.
Lungi dal basare lo show sul virtuosismo naturale, Veronica ha mostrato una grande simpatia ed ha coinvolto il pubblico con tanti racconti fra le canzoni, che se da un lato stemperano il climax dall'altro sono efficaci nel coinvolgere anche il pubblico più casuale.
Ho sentito le mie canzoni preferiti (come quella One Of These Days che fu del grande Armstrong) e quelle nuove. Molto belle anche quelle uscita dalla penna dei due musicisti, come The Mexican Dress.

Da sottolineare che non solo i Serenaders stanno battendo le piazze italiane, ma che in realtà sono persino più spesso in tour al'estero, dall'Europa agli States, che è la patria della loro musica. È appena uscito il nuovo disco, The Mexican Dress, di cui riporto la recensione di Pierangelo Valenti, che più completa non si può:

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lunedì 30 giugno 2014

Dal Mississippi al Po 2014


È finito (o quasi) il festival Dal Mississippi al Po, ed è finito con il botto. Devo dire che il fatto di averlo spostato dalla città al paese di Travo, Valtrebbia, ha giovato moltissimo, ma forse io sono di parte perché da quattro anni mi sono spostato a vivere a Woodstock, Valtrebbia, e così ce l'avevo a un pugno di chilometri. Però un palco con i controfiocchi in mezzo ad una piazza così bella, con gli alberi colorati dalle luci sullo sfondo, ed un pubblico sempre numeroso ed attento, non capitato per caso, beh, è stato un gran bel vedere.
Quando un anno fa correggevo le bozze del mio "Long Playing, una storia del rock", non avrei mai immaginato di presentare il mitico Joe Boyd, a cui ho dedicato tanto spazio sul libro da considerare per un momento di intitolargli un capitolo, su un palco a qualche chilometro dalla mia big pink.
Di più: con Eleonora Bagarotti ed il regista Francesco Paladino (che ha diretto il film sul festival, che a breve sarà a disposizione del pubblico) abbiamo girato qualche ora di intervista in un posto davvero bucolico. Di sicuro ne salterà fuori un film, vedremo in che modo... Un pomeriggio tanto intenso e piacevole, quando Joe ha preso il volo e ha cominciato a raccontare con evidente piacere, che non è stato possibile purtroppo replicarlo alla sera di fronte al pubblico della piazza, per il poco tempo a disposizione e l'eccesso di invitati sul palco, tanto che ne è purtroppo risultato un racconto più ingessato ed accademico di quello invece assolutamente divertente del pomeriggio.
Quando si imparerà a trattare il blues senza maiuscole, per capire che alla fin fine è per divertimento che si suona e si ascolta? It's only Rock n Roll, but I like it!



Dei tanti musicisti che si sono alternati sul palco nelle tre serate (compresi i Nine Below Zero), il mio Blue Award va di certo a quelli dell'ultimo spettacolo.
Primo premio al grandissimo James "Super Chickan" Johnson, formidabile chitarrista nero del Mississippi, uno che di sicuro ha firmato un contratto con un big boss ad un crocevia dalle sue parti. Di un campionato differente da qualsiasi altro chitarrista del festival, eppure così modesto e disponibile, ben accompagnato dal gruppo di Davide Speranza. Un vero peccato (mortale) che i Brotherhood non lo abbiano invitato sul palco per una jam, ma chissà, forse era in programma.


Secondo premio (quasi a pari merito) al magnetico Cyril Neville, un personaggio di una bellezza unica, scuro come il diavolo e con un'espressione pericolosa, un duro abbigliato con tutti i colori dell'arcobaleno. Cyril, che ha personalità da vendere, è il frontman dei Royal Southern Brotherhood, un supergruppo di cui fanno parte anche Devon Allman, figlio del grande Gregg e nipote di Duane, del quale suona la Gibson elettrica color oro (ma ancora meglio una Fender Stratocaster), e il chitarrista Mike Zito. I Royal (di cui è imperdibile il disco appena uscito, intitolato heartsoulblood) sono una gran bella band, un cross over del sud fra i suoni di Santana, Traffic e Skynyrd, tanto per capirci. Da come la vedo io il fatto di essere un supergruppo è quasi un limite, perché l'equilibrio scivola via via su ognuno dei membri, quando i miei occhi erano tutti per Cyril, che a talento non ha rivali nella formazione. Ma in effetti la mia è un'osservazione ingiusta e da incontentabile, perché non si trattava di uno show dei Neville Brothers ma dei RSB. Più di così non si poteva chiedere. O forse sì, si sarebbe potuto chiedere che non piovesse, mentre più o meno al quinto pezzo (se la memoria non mi inganna) è arrivata una vera tempesta tropicale, con acqua a secchiate che non si è fatta mancare neanche un tappeto di grandine, probabile effetto della collisione fra l'umidità della Louisiana e il vento della Valtrebbia.
Non abbiamo potuto godere di tutto il concerto e non abbiamo potuto scoprire cosa il bis teneva in serbo per noi, ma, come si dice, che c'è di più romantico del fiore che non colsi, della voglia insoddisfatta che rimane dentro?
Ringraziamo il big boss (al crocevia) per tutta la musica che ha voluto portarci proprio sotto casa.


PS: quello che mi è dispiaciuto di più è stato di non aver avuto l'opportunità di conoscere di persona Cyril, Devon e gli altri. Dopo aver mancato l'appuntamento con l'intervista per il film, io & Eleonora non abbiamo voluto disturbare il gruppo durante il sound check né a tavola, sicuri che avremmo avuto modo di farlo dopo lo show. L'unica frase che mi è scappata, "You guys are wonderful", mi è sgorgata dal cuore tanto erano splendidi ed evidentemente fuori posto con i loro colori sgargianti, i cappelli, le giacche ed i gilet da sudisti... Cyril non ha neppure alzato gli occhi dal piatto (ma in effetti non mi ha neanche accoltellato...)
Poi la grandine ha lavato ogni ulteriore opportunità. Ci sarà una prossima volta.
Seba Pezzani, chi ci porti l'anno prossimo?


mercoledì 25 giugno 2014

Mary Gauthier > Trouble and Love


Non ho dubbi che Mary Gauthier sia la mia cantante preferita degli anni duemila; per qualità della voce a pari merito con Margo Timmins dei Cowboy Junkies, ma insomma la Maria è una cantautrice ed una cantastorie di prim'ordine. Anche se in Italia non è famosa come i Rolling Stones, ha già realizzato tutti i propri capolavori (Drag Queens in Limousines, Filth and Fire, Mercy Now) che nel mio cuore tengo nella stessa stanza dei dischi di Tom Waits per la Asylum records. Quello che voglio dire è: visto che il suo stile è decisamente caratterizzato (sangue e dolore in ballate folk acustiche appena tinte di Louisiana) quando esce un nuovo disco è difficile pensare che possa aggiungere qualcosa. Poi ascolti il nuovo disco e capisci che ti piace semplicemente perché ci nuove canzoni, nuove storie, nuove ballate, di quelle che piacciono a te.
Chiuso con il precedente The Foundling il tema ricorrente del dolore di essere cresciuta orfana, Trouble & Love ci racconta dei supplizi dell'amore e non amore, anche in questo da un'ottica personale, come nella When A Woman Goes Cold dell'apertura, dove una donna canta di una donna, in coerenza con le pulsioni erotiche di Mary.
False From True è una ballata immobile abbellita da un contrabbasso suonato con l'archetto, dove Mary si lamenta: "amare te mi ha lasciato ammaccata e triste, non distinguo la verità dalla menzogna..."
Oh Soul è resa più vivace dal contrappunto di cori gospel, che danno un colore blues alla ballata.
Worthy ha una bella slide, che chissà perché mi fa pensare agli Stones di Exile.
Al contrario di quanto accade di solito, il disco cresce canzone dopo canzone (otto, bene a fuoco) verso un gran finale, come succede nei concerti. Autoprodotto, rinuncia come negli ultimi dischi (da quello prodotto da Joe Henry in avanti) ai delicati tocchi country dell'arrangiamento; io non sono un fan della musica dei cowboy, ma devo dire che ci stavano bene, un po' come nelle ballate di Townes Van Zandt.
Immobile e addolorato proprio come un disco del grande texano, Mary Gauthier in Trouble & Love richiama di più un altro gigantesco cantautore americano, Neil Young. Walking Each Other Home potrebbe uscire da uno dei dischi della trilogia del dolore del canadese. How You Learn To Live Alone (come si impara a vivere soli) è straziante e dolcissima e vale tutto quanto il disco.
Another Train chiude come una cavalcata alla On The Beach, un lungo brano lancinante che trabocca di poesia, sul muoversi su un "altro treno".

martedì 24 giugno 2014

Chris Cacavas Edward Abbiati Me And The Devil


Il suono del disco è povero in dinamica, piatto e lontano, con una sezione ritmica penalizzata che non emerge e non ti fa vibrare, un po' come se si ascoltasse una musica che arriva dalla stanza del vicino. È in effetti stato registrato in cinque giorni in un fienile (o quasi) dalle parti di Pavia nell'agosto dello scorso anno.
Anticipato questo, le canzoni sono bellissime, le voci romantiche, le armoniche ed il sax evocativi, le tastiere struggenti, le chitarre affilate e malinconiche.
Me and the Devil è un disco che a discapito di una qualità da demo si avvicina molto ad essere un C A P O L A V O R O.
Frutto della collaborazione democratica fra il mitico Chris Cacavas dei mai abbastanza rimpianti Green On Red ed Edward Abbiati dei nazionali Lowlands, è un disco che non ti aspetti, che ti colpisce, ti sconvolge, ti arruffa, un disco che evoca nostalgie di un passato romantico fatto di dischi degli anni ottanta come Gravity Talks, The Lost Weekend, True Believers, Beat Farmers, (Fleshtones), (Del Fuegos), come pure il convitato di pietra, i Crazy Horse di Neil Young.
Un garage rock rurale psichedelico visionario come un film. Canzoni  intense che mettono subito in chiaro di non essere dei segnaposto, ma al contrario delle iniezioni endovenose di emozioni e di sentimenti. Le voci ipnotiche, le tastiere lontane, l'echeggiare delle armoniche, l'incidere del sax, mi trascinano in un vortice onirico fatto di ricordi agrodolci, di paesaggi polverosi, del blues della cotton belt con il satanasso  al crocevia, di strade dritte che si perdono all'orizzonte, di amori perduti e dimenticati, di loser e sognatori.

È già uno dei miei dischi preferiti, un lavoro che sarebbe un peccato MORTALE ignorare (ma che magari si potrebbe rimixare).


martedì 10 giugno 2014

The DMBook


La Dave Matthews Band è una delle più notevoli realtà della musica rock dagli anni novanta ad oggi. Se in America è un gruppo decisamente mainstream, abituato ad esordire con i propri album al primo posto della classifica, e gratificato dai tour più affollati di pubblico, in Europa (ed anche in Italia) è più un gruppo di culto, nel cuore di uno zoccolo duro di fan che lo adora incondizionatamente. Il motivo di questa differenza sta nel fatto che la DMB ha portato nella musica rock un diverso modello di business, non basato sui canali delle major discografiche, ma su una autoproduzione e autopromozione, sostenuta principalmente dal passa parola dei fan, come per altre band come Phish e Blues Traveler. Dal momento che la DMB si muove in tour perenne, per centinaia di date all'anno, soprattutto in USA, la spiegazione è presto data. Perciò a maggior ragione colpisce che una delle prime biografie in assoluto della band, e di certo una delle più complete, sia opera di un'autrice italiana e che sia stampata prima in Italia che nei paesi di lingua inglese, dove pure è già prevista la traduzione.
The DMBook è un tomo di 330 pagine ricco fino al completismo, colmo di ogni informazione abbiamo mai potuto sperare di trovare sul gruppo, scritto in modo accattivante con professionalità e confidenza. Quella che si dice una lettura avvincente. Si parte dall'infanzia dei musicisti e si arriva ad ogni informazione di prima mano dei giorni nostri.
Il libro ha in qualche modo una sua ufficialità ed è stato favorito e autorizzato dal gruppo, tanto che se un'osservazione si può fare è che Corsina Andriano ha un'approccio più da fan che critico, il che non è una sorpresa se si considera che è anche presidente di Con-Fusion, il fan club italiano della DMB, attivamente coinvolto nella promozione e nell'organizzazione degli eventi.
Il DMBook è una fonte preziosa di informazioni, al punto di dare talora per scontata una conoscenza del gruppo e delle sue canzoni che non tutti i lettori posseggono, rendendolo forse più mirato al die-hard fan che all'appassionato di musica, che rischia talora di perdere il filo della storia.
Quello che è certo è che The DMBook è un libro di cui si sentiva la mancanza.

domenica 1 giugno 2014

Salvato dal RnR


«Her life was saved by rock & roll» è uno dei versi della canzone Rock’n’roll dei Velvet Underground di Lou Reed. Il testo ha una felice invenzione che da allora è stata ripresa infinite volte da chi scrive e parla di rock: «La sua vita fu salvata dal rock’n’roll».
La mia generazione è nata dentro alla musica rock, ed il rock è stato la sua colonna sonora. Non che ne girasse molto, di rock, nell’Italia degli anni sessanta. I dischi d’importazione erano pochi e la gran parte della musica era autarchica, ad eccezione dei dischi di musica classica (ho un vivido ricordo dell’etichetta gialla della Deutsche Grammophone) e di musica jazz, che a differenza del rock erano culture accettate, accademica la prima, approvata la seconda.
In realtà negli anni sessanta e per buona metà dei settanta in Italia la parola Rock non si usava neanche. Da un certo punto in avanti la chiamammo musica Pop, mentre con il termine rock ci si riferiva al rock’n’roll degli anni cinquanta, gli oldies but goodies, i pezzi fuori moda ma comunque divertenti da ascoltare. Lo stesso libro “Storia della musica Rock” di Rolf Ulrich-Kaiser fu tradotto in italiano “Storia della musica Pop”. Nei paesi di lingua anglofona pop sta per popolare, che è l’equivalente di musica leggera, mentre da noi immagino suonasse come Pop Art. Anche se in effetti anche il festival di Monterey del 1967 si chiamò Monterey Pop.
Quando cominciarono ad arrivare gli echi della rivoluzione della Swinging London, la stampa italiana li relegò alle pagine dedicate alla musica leggera. Ad occuparsene, quasi sempre a sproposito ed in chiave ironica, erano gli stessi giornalisti specializzati in Domenico Modugno e Rita Pavone. Non c’era alcuna percezione del rock come cultura. Siccome l’Italia non è mai stata un paese anglofono, ci fu chi pensò di essere spiritoso coniando il termine di scarafaggi per riferirsi ai Beatles, al posto casomai di maggiolini, dimenticando che la mitica Volkswagen Beetle in Italia era, per l’appunto, il Maggiolino. Nello stesso tempo si cominciò a parlare di musica Beat, termine di cui Renzo Arbore ha rivendicato la paternità, non considerando che era così definita anche oltremanica, per via del suo ritmo.
La musica rock mi aveva colpito fin da bambino. Le mie prime canzoni rock furono quelle di Adriano Celentano, l’urlatore nato a Milano al numero 14 di via Gluck, che contemporaneamente ai suoi coetanei americani era rimasto folgorato dalla canzone Rock Around The Clock nel film Il Seme della Violenza. Celentano ascoltò la canzone e mise assieme il complesso dei Rock Boys. Non a caso i suoi primi singoli furono cover di Rip It Up di Little Richard, Jailhouse Rock di Elvis Presley, Blueberry Hill di Fats Domino e Tutti Frutti, ancora di Richard, cantati in un inglese inventato ed onomatopeico. Anche quando cominciò a cantare in italiano Il tuo bacio è come un rock, 24 mila baci, Ciao ragazzi, Torno sui miei passi, Tre passi avanti, le sue canzoni erano ispirate ai rocker della Sun Records di Memphis. Per un bambino che come me guardava Sanremo alla TV con i genitori, quelle canzoni facevano la differenza.