mercoledì 11 febbraio 2015

The Waterboys Modern Blues


Ho cominciato ad acquistare dischi nel 1974, quando il rock’n’roll era rappresentato da Aladdin Sane di David Bowie, Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, Transformer di Lou Reed, It’s Only Rock’n’roll degli Stones. Un genere che è entrata a far parte del mio DNA.
Questo Modern Blues potrebbe tranquillamente essere un disco di quell’anno, come pure dei Mott The Hoople, di Ian Hunter, o dei David Johansen e Garland Jeffreys degli anni ottanta, fino a Peter Wolf.
R.O.C.K. insomma. Come potrebbe non esaltarmi?
Con tutto che i Waterboys, gruppo pan-britannico, sono in giro da 31 anni, quasi 32, ma sono noti soprattutto per il disco del 1988, quel bel Fisherman’s Blues, completamente diverso da questo Modern Blues, in cui facevano il verso al Bob Dylan di Desire. Un gruppo eclettico, anche perché sono soprattutto il gruppo del cantante Mike Scott, attorno a cui hanno girato letteralmente dozzine di altri musicisti.

Destinies Entwined sa del Bowie heavy di Aladdin Sane, con tanto di accompagnamento di fiati.
November Tale è un soul Motown con tanto di violini.
Still A Freak è Suffragette City o Saturday Night Allright For Fighting.
I Can See Elvis una ballata metropolitana alla Garland Jeffreys o Jim Carroll.
The Girl Who Slept for Scotland? Vorrei dire Lou Reed, in realtà più Prefab Sprout.
Rosalind, beh, Bowie. Con un organo da Ian McLagan (Faces, ça va sans dire).
Beautiful Now è più anni ottanta.
Nearest Thing To Hip, il Van Morrison di Wavelenght, con tanto di sezione fiati.

“...da uno stereo gracchiante uscivano i fantasmi di Sun Ra, Charlie Parker, Miles e Coltrane...”

Insomma, un disco rock della madonna. E ancora non vi ho detto del torrido, incredibile rock conclusivo di Long Strange Gloden Road, una maratona di 10 minuti.
L’unica cosa che stona è la copertina folk rock da Fairport Convention, che non testimonia il rock dei solchi. Perché non una cabina del telefono rosso inglese?

Sarebbe stato un gran disco anche nel 1974, come nel 1980.
Modern Blues è il mio genere di disco, e Mike Scott il mio nuovo eroe.




giovedì 5 febbraio 2015

50 libri in un anno: la recensione


« Questo è un libro che mi è piaciuto tanticchio, ma parecchio, quindi la prendo larga...

un giornalista musicale che pur vivendo come dice lui nella periferia dell’impero (rockenrollo) ha cominciato ad ascoltare musica rock, a comprarla e a viverla nei primi anni 70, e non ha più smesso. E perchè avrebbe dovuto, trallaltro?

Perchè non lo facciamo per la strada? è un libro diviso in 31 capitoli, ognuno dei quali narra un qualche aspetto del mondo rockenrollo degli anni 60, 70 e 80: concerti, vinili, musicassette, 45 giri, canzoni, concetto di album, Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, punk, groupies, radio, album in studio, album doppi, album dal vivo. Ci sono storie, aneddoti, ricordi, racconti di quello che è stato un mondo in cui quelli della mia e della precedente generazione hanno vissuto per tutta la loro infanzia e giovinezza, un’epoca oramai mitologica in cui compravi veri dischi registrati da veri musicisti che suonavano veri strumenti dal vivo. Nella vera realtà trallaltro, mica su un ponte ologrammi.

Blue Bottazzi è stato un giornalista del Mucchio Selvaggio in anni in cui tutti noi ne aspettavamo l’uscita mensile per imparare a memoria i dischi recensiti e scegliere, con infinite sofferenze vista la scarsità della paghetta, a quali dedicare l’acquisto...

Il Mucchio e i suoi giornalisti ti trasportavano ogni mese nel Nirvana...

Il Mucchio Selvaggio era con te a credere che il rock era una roba seria, era una passione su cui costruire un’esistenza...

Blue Bottazzi ripercorre tutto questo, e più indietro ancora: è stato un giovanotto negli anni Settanta, quando il rock viveva la sua età dell’oro. E tutto quello che era cultura rock ai tempi, lui l’ha vissuto: la radio, le prime riviste musicali, gli scambi di vinili e cassette, il negoziante-amico-pusher che te li forniva, i vinili. C’era quando le discoteche facevano ascoltare rock’n’roll, prima della musica disco. C’era quando in una qualsiasi annata di quel decennio potevi pescare un capolavoro, e senza sforzo. C’era per Exile on Main Street e Blood on the tracks, per Tubular Bells e Rock’n’roll Animal, e te lo racconta tutto questo, e anche un po’ di più...

c’è stato un mondo in cui comprare un disco era comprare un’opera d’arte, dalla copertina alle fotografie ai testi alla musica; e te la sceglievi, e te la portavi a casa, e te lo ascoltavi tutto, perchè un album era creato con un senso, dalla prima canzone del lato A che spaccava alla prima del B che era più una ballata, tutto tutto fino in fondo, perchè era pensato per essere così.. .

C’è il capitolo sul cinema e quello su John Belushi, uno sulle canzoni d’amore e uno sul sesso, Mink de Ville e le Donne del rock, uno sulle etichette e uno sulle copertine dei vinili. In più, alla fine di ogni capitolo c’è un decalogo, se vogliamo una serie di canzoni da cassetta, di canzoni relative a quel periodo: 10 must have, 10 dischi soul, 10 film, 10 grandi B sides, e così via...

C’è il capitolo sulle C90, ed è così perfetto che mi sembra di essere ancora lì in cameretta a prepararne una, a tirare fuori il pennarello nero per fare i bordi ritagliando fotocopie miniaturizzate delle copertine degli album da incollare sul lato largo...

E' un libro per chi c’era, e anche per chi non c’era e avrebbe voluto esserci: è un viaggio nel tempo. E’ anche per chi non c’era e non avrebbe voluto esserci: perchè se no mentre ve la tirate un po’ acidelli scrollando una delle vostre playlists di brani top tracks non vi verrà mai il dubbio che trent’anni fa ma anche venti c’era gente che alle vostre compilation così indie e così condivisibili nella vostra rete avrebbe proprio pisciato in testa, o per lo meno ruttato in fazza, via. Se non siete cresciuti con la scritta sul Mucchio: Guida Spirituale= John Belushi, ve la meritate la piscia in testa sui brani trendy...

Quindi, potete star lì a diventare menarelli sul perchè non abbiate un ponte ologrammi e come sia ingiusto tutto ciò. Oppure potete comprarvi Perchè non lo facciamo per la strada? e viaggiare viaggi rockenrolli. Oh io ve lo dico, eh, poi vedete voi.

Di recente un ragazzo mi ha chiesto "I Beatles sono stati davvero una gran band? Perchè non mi pare" – Sì, furono i più grandi. Su quale disco? Tutti. »




Lorenza Inquisition - leggi tutta la recensione su 50 libri in un anno
 

martedì 27 gennaio 2015

La recensione di Paolo Vites


« Raramente mi sono divertito tanto a leggere un libro di musica. No, non è l'ennesima enciclopedia o storia del rock. E' un libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole, distribuito nelle biblioteche di tutta Italia per far capire ai giovani e giovanissimi cosa voleva dire crescere con il sogno della musica. A quei giovani persi in un oceano digitale e liquido, dove la musica è diventata impalpabile, frammentata, buttata come un sacchetto di spazzatura ai bordi della strada, dove ognuno raccoglie qualcosa e se lo porta via senza sapere di cosa si tratta.
Blue Bottazzi, che non ha bisogno di presentazioni, racconta la sua storia e insieme a quella la storia di una generazione e di un paese intero. Quando comprare dischi aveva una valenza culturale, politica, sociale, e soprattutto umana: quel desiderio di ignoto e di bellezza che accomuna tutti gli uomini si identificava in quegli oggetti rotondi e misteriosi. 
Ci sono capitoli entusiasmanti, ad esempio quello sulle cassettine dove viene descritto l'uso che se ne faceva e anche le marche che ai tempi si usavamo, dalle mitiche Tdk ai nastri al cromo, quelli per veri amanti dell'alta fedeltà. Blue spiega con dovizia di particolari come si registravano: una C60 era perfetta per l'album intero, sulla C90 si mettevano due dischi, si scriveva con cura e con colori diversi i titoli e il genere musicale. E poi le compilation a tema naturalmente. Erano archivi in attesa di avere i soldi abbastanza per comprare il disco vero e proprio: prima si ascoltava il nastro registrato e se il disco ci piaceva abbastanza allora si comprava il vinile... 

... questo libro è una goduria, un gran divertimento, come quando si racconta dell'avvento del cd: c'erano sprovveduti che giravano il dischetto per mettere il lato B… Regalatelo ai vostri figli che sappiano quello che si sono persi, regalatelo a voi stessi per rivivere quei giorni meravigliosi quando tutto sembrava possibile. »

Paolo Vites - leggi tutto su Red River Shore 

domenica 25 gennaio 2015

I giorni del Moog


La musica non è indipendente dalla tecnica. Per scrivere una musica per pianoforte ci voleva che uno strumento a tastiera come il clavicembalo divenisse, per l’appunto, un pianoforte. Per suonare gli archi ci voleva che qualcuno inventasse il violino. Il rock è stato decisamente influenzato dall’elettrificazione della chitarra, come dall’esistenza della batteria di percussioni. Strumento come l’Hammond B3 o il piano elettrico Wurlitzer hanno segnato dei veri e propri periodi musicali, se non addirittura generi musicali.
Ma nessuna musica è stato tanto legata ad uno strumento come l’elettronica ai sintetizzatori. Mi spiego meglio, affinché Monsieur Lapalisse non si rigiri della tomba. La musica elettronica è nata esattamente dal suono degli strumenti elettronici, e ne ha seguito le rapide vicende, dallo snobismo dei primi esperimenti “colti” alla banalizzazione della musica leggera, che elettronica e computer hanno reso più a buon mercato.
Sfruttando i rumori dei primi oscillatori, gli ambienti della cultura accademica contemporanea hanno cominciato a sperimentarne l’utilizzo per ottenere effetti musicali. Parlo degli anni cinquanta di Karlheinz Stockhausen e di musicisti che conosco solo di nome.
Nel mondo della musica rock il suono del sintetizzatore arrivò a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. Il primo esperimento distribuito a livello commerciale e popolare fu Switched On Bach di Walter Carlos, nel 1968. Carlos, pioniere americano della musica elettronica, ebbe l’opportunità di collaborare con Robert Moog nella creazione di uno strumento elettronico che imitasse il suono di strumenti elettrocustici, o ne inventasse di mai sentiti in precedenza. In Switched On Bach, Carlos mediante l’uso del Moog riarrangia i concerti brandemburghesi di Johann Sebastian Bach. Ciò che rende l’operazione piuttosto notevole dal punto di vista tecnico è che il sintetizzatore di Moog per molti anni fu solo monofonico, cioè non fosse possibile suonare accordi se non registrando una sull’altra sul nastro le singole note. Dal punto di vista artistico la novità fu rappresentata dal mix di suggestioni barocche e fantascientifiche (erano gli anni della conquista dello spazio, dell’allunaggio e di 2001 Odissea nello Spazio) che il suono del disco suggeriva.
Il Moog era uno strumento costoso, voluminoso, pesante e fragile. Mentre era possibile utilizzarlo in studio (George Harrison ne acquistò uno per i Beatles di Abbey Road), sembrava piuttosto folle portarselo in concerto su un palco. L’idea venne a Keith Emerson, un musicista di preparazione classica ma che definirei “proto-punk” nel suo approccio alle tastiere. Con i Nice, negli anni in cui la psichedelia si trasformava in musica progressiva, utilizzò i suoni classici come pretesto di un rock furioso (nei suoi momenti migliori). Sul palco usava pugnalare i tasti dell’organo Hammond, così come bruciò una bandiera americana durante l’esecuzione di America di Leonard Berstein.
Nel 1969 i King Crimson di Robert Fripp codificarono un genere musicale tutto britannico, il progressive sinfonico, con l’uso che fecero del mellotron, uno strumento a tastiera che utilizzando un sistema analogico di nastri magnetici imitava l’effetto degli archi. Anche il Banco del Mutuo Soccorso ne acquistò uno.
Keith Emerson pensò di caratterizzare il suono del suo nuovo gruppo, gli Emerson Lake & Palmer, abusando del suono del sintetizzatore. Fu un peccato perché le sue improvvisazioni sull’Hammond e sul pianoforte non erano prive di fascino, mentre dal synt non ci ricavò che effetti sonori; ma ci riempì gli stadi americani e fece degli EL&P uno dei gruppi più popolari per un pugno di anni. Anche gli altri gruppi prog vollero un sintetizzatore, dai Genesis ai Gentle Giant, ai Caravan ai Gong. Per avere un sintetizzatore per la sua band, gli Yes, Jon Anderson licenziò il tastierista Tony Kaye per assumere Rick Wakeman, che contendeva ad Emerson la fama del pianista più veloce del west. Nel frattempo erano arrivati il mini Moog, più agile e comodo da trasportare, ed il poli Moog, su cui si potevano suonare gli accordi.
Ma il tempo vola, e con esso le mode: se nel 1970 mettere un assolo di synt su un disco era estremamente a la page, già nel 1976 faceva molto vecchia scuola.
Forse l’unico tastierista che riuscì a trarre grandi suoni da un sintetizzatore (lui usava l’ARP) fu Joe Zawinul, il jazzista del giro del Miles Davis di Bitches Brew, che si elesse a leader del jazz rock, o fusion, con i Weather Report. Zawinul usava il sintetizzatore come uno strumento a fiato, in coppia con il partner Wayne Shorter che era un sax (soprano, tenore e alto).

I Pink Floyd usavano il suono dei sintetizzatori, ma invece che per virtuosismo per creare un ambiente “cosmico”. Influenzarono tutta la scena hippie dei Die Kosmische Kuriere, i corrieri cosmici sperimentali tedeschi. I Popol Vuh acquistarono un sintetizzatore, ma tornarono presto ai suoni elettroacustici. Invece i Tangerine Dream di Froese, Franke e Baumann ripresero le sonorità di Ummagumma dei Floyd, assieme alle suggestioni della musica elettronica contemporanea e della musica concreta, per realizzare uno stile stile suggestivo che mischiava effetti spaziali, tastiere Moog e strumenti filtrati, come chitarre e percussioni. Il loro suono colpì talmente l’immaginazione del pubblico da portare dischi di taglio decisamente sperimentale ai vertici delle classifiche pop di vendita inglesi (e di riempire anche sale americane, come ci racconta in modo esilarante Lester Bangs). Per quei pochi anni in cui rimasero assieme come trio realizzarono comunque opere notevoli e decisamente fantasiose: non un solo dei loro album per la Virgin Records assomiglia all’altro. La spinta lungo un “cammino” ed una “sperimentazione” musicale non era ancora esaurita.
Più significativa ancora fu l’avventura dei Kraftwerk di Dusseldorf. Partiti dalla sperimentazione free dell'elettronica, come in Ralf & Florian, ebbero l’intuizione di usarne i suoni per creare canzoni, come fecero prima con la suite di Autobahn, in cui imitavano una corsa in automobile, poi con i brani deco di Radioactivity ed infine con quelli techno dance di Trans Europe Express. Ispirati dalla band, David Bowie e Brian Eno si inventarono la trilogia berlinese, quella di Low ed Heroes, a cui io stilisticamente affiancherei più volentieri il precedente Station To Station (registrato a Los Angeles) che il fiacco Lodger. E Brian Eno ci fece seguire tutta la musica ambientale, almeno fino a che mise a disposizione un’applicazione per iPhone in grado di realizzare automaticamente la stessa musica senza dover acquistare dischi.

Ma quello che il pubblico snob dell’elettronica non si aspettava era, nel 1977, di ascoltare il singolo di disco music I Feel Love di Donna Summer. Il produttore Giorgio Moroder faceva infatti propri i suoni di sintetizzatori a la Tangerine Dream per creare musica da ballo. Era lo stesso che facevano i Kraftwerk di Trans Europe Express, ma questa volta non c’era nessun pretesto artistico, dadaista o meno. Era proprio musica leggera.
Per tutti gli anni ottanta l’elettronica divenne appannaggio della musica da ballo, sia disco music che del synth-pop decadente britannico di gruppi dalla carnagione anemica come Gary Numan, Human League, Depeche Mode, Duran Duran, Power Station, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Soft Cell.

In generale il “suono anni ottanta” è un suono pompato, compresso e condotto da ritmi elettronici.

Negli anni novanta i sintetizzatori stessi erano resi obsoleti dai programmi per computer come ProTools e della registrazione digitale, e divennero definitivamente vintage. Fino alla prossima riscoperta, chi lo può mai dire con la moda?






sabato 24 gennaio 2015

Long Playing: Edgar Froese & Tangerine Dream


Acquistai il mio primo long playing nel 1974 e da allora fu un diluvio. Nei tre anni che separavano quell'anno dal 1977 (anno 1 della musica punk), avevo i miei eroi. Alcuni di essi durarono, altri furono spazzati dalla new wave. Fra essi enumero Yes, Mike Oldfield, PFM, i Genesis di Peter Gabriel, la scena di Canterbury, l’elettronica tedesca, e già i Rolling Stones, David Bowie e Lou Reed. Edgar Froese era uno dei miei eroi, assieme ai suoi due sodali Michael Franke e Peter Baumann. Di questi giorni i musicisti rock muoiono come mosche (non è un buon segno, significa che in prima linea ora ci stiamo dirigendo noi...), ma in genere dimostro un dignitoso cinismo. Ma Froese, eroe hippie dei miei 16 anni, lo piango.
Lo scoprii da liceale, in gita scolastica a Roma, su un doppio vinile sampler della Virgin Records intitolato V, e ne seguii le gesta fino al doppio live Encore, del 1977, che dopo l'ascolto riportai al negoziante. Ormai c'erano Sex Pistols e Ramones...

Ho chiuso il capitolo Londra di Perché non lo facciamo per la strada? con le parole: “those where the days: un disco di musica elettronica sperimentale come Phaedra fu il disco più venduto in classifica per una settimana...”

Ho dedicato un paragrafo, un po' asciutto in realtà, alla scena musicale tedesca su Long Playing, una storia del Rock, lato A. Lo riporto qui sotto in memoria di Froese. R.I.P.

« There is no death, there is just a change of our cosmic address » 
(non esiste la morte, solo un cambio di indirizzo cosmico...)


giovedì 22 gennaio 2015

L’arte difficile dell'antologia


Antologie, The Best Of, Greatest Hits. Chi non c’è passato?
Scrivevo su Perché non lo facciamo per la strada, che: «partire da una antologia azzeccata, per poi zoomare dentro ogni canzone, un disco alla volta, non è un brutto di modo di viaggiare, in autostop, attraverso la musica dell’artista. Se sono ben fatte le antologie sono come una cartina stradale. Una volta le antologie le registravo io su una C 90, a modo mio». 

Ho acquistato la recente antologia di Bowie in tre CD, Nothing Changed, ed è forse il disco che ho lasciato suonare più spesso nell’ultimo mese. A parte la trovata vincente di farla procedere a ritroso, dalla canzone più recente, via via indietro fino ai memorabilia degli anni sessanta, nei tre CD presenta tre Bowie diversi, quello degli anni 2000, quello degli ’80, quello dei ’70. È come vedere un grande documentario.
Così mi sono lasciato trascinare anche da The Who Hits 50! in edizione doppia da 42 canzoni. Naturalmente avrei potuto crearmela da solo, artigianalmente, masterizzando un paio di CD, o più modernamente mettendo le canzoni su un iPod. Ma vuoi mettere comprare in negozio il disco nuovo (un doppio al prezzo di singolo), con la copertina, togliere il cellophane, salire in auto e infilare il CD con il la coccarda tricolore blu bianca e rossa nella fessura del CD? Sì, lo so, queste parole sembrano i testi di Heroin dei Velvet Underground...


In effetti il senso dell’antologia, anche se alla fine spesso ad acquistarla sono i fan (anche per avere il brano raro che la casa discografica ha pensato bene di farci scivolar dentro), sarebbe quella di raggiungere l’ascoltatore vergine, il neofita che non conosce l’artista. Una volta valeva per il pubblico popolare, oggi meno perché la gente non acquista più i dischi. Però può darsi che io non abbia neanche un disco di John Martyn o di Nick Drake o di Tim Buckley o di Tim Hardin, e pensi di rimediare con un disco. La dibattuta questione è: scopro qual è a furore di popolo il suo disco migliore, o prendo la scorciatoia di una antologia?
La risposta definitiva, ça va sans dire, non c’è: dipende.
L’antologia non è mai paragonabile al disco vero, al capolavoro. Però può essere un buon punto di partenza, un assaggio, una cartina stradale. Una antologia fatta con amore potrebbe essere una guida personale alla scoperta dell’artista, da proseguire poi, nel caso, con la propria sensibilità.



Prendi Bowie. Da teenager io partii con il vinile di ChangesOneBowie (che più tardi conobbe anche un ChangesTwoBowie, ed un CD di ChangesBowie). Lo ascoltai fino a consumarlo
Certi Greatest Hits furono talmente dei classici da diventare motu proprio capitoli a tutti gli effetti della storia discografica dell’artista. Prendi il caso di Simon & Garfunkel, il cui Greatest Hits ai tempi dei vinili fu ininterrottamente per anni il loro best seller, presente universalmente in tutte le collezioni. E lo stesso valeva per i doppi rosso e blu dei Beatles.
Ci sono poi raccolte che per certi artisti potrebbero essere tutto quanto ci serve nella nostra discoteca. Per esempio quella bella serie di doppi The Essential. Magari The Essential Jaco Pastorius, certo non The Essential Bruce Springsteen...


Negli anni sessanta in Inghilterra non stampavano le canzoni dei 45 giri anche sui 33. Dovevi acquistare gli uni e gli altri. Ristampando i CD, alcune volte i singoli sono stati aggiunti, altre volte no. Per esempio non nei dischi dei Beatles né in quelli dei Pink Floyd (non concepisco neanche che si possa non conoscere Arnold Layne o See Emily Play).
Erano presenti invece nella discografia americana dei Rolling Stones.
Per cui le antologie dei singoli sono diventate parti non solo integranti, ma addirittura necessarie, delle loro discografie. Vale per London Years, antologia dei singoli americani (l’etichetta discografica si chiamava, appunto, London) dei Rolling Stones. Ai tempi dei vinili era Rolled Gold della Decca.
Vale per Past Masters dei Beatles, nonostante la funebre copertina davvero detestabile.
Vale per Relics dei Pink Floyd (su vinile possiedo anche un raro Masters Of Rock). E vale per gli Who. Il disco dei singoli era Meaty Beaty Big and Bouncy, a cui sono affezionatissimo.

Poi ci sono le antologie di inediti, a volte scarti, a volte gustose (Bounced Checks di Tom Waits), a volte essenziali (Tracks di Springsteen).
E le antologie tematiche, come The Byrds play Dylan, e l’analoga dei Grateful Dead.


A un ragazzo che mi chiedesse un disco degli Who, consiglierei di acquistarsi il singolo CD di Hits 50! E se poi diventa un fan, di integrare con Who’s Next, Quadrophenia e Live At Leeds.
E Dylan? «Non ho neanche un disco di Dylan, cosa posso ascoltare?». I capo-capolavori sono Blonde On Blonde e Blood On The Tracks. Tutto lo sterminato songbook è nei dischi Columbia degli anni sessanta, ma è un assaggio tosto, non per principianti. E allora magari perché non un Greatest Hits?

P.S.: un’ultima domanda. Vale ancora parlare di antologia in tempi di Spotify e musica liquida?



domenica 18 gennaio 2015

The Lunatics Tutte le canzoni dei Pink Floyd


Ieri sera ho letto il nuovo libro sui Pink Floyd della Giunti, curato (o supervisionato) da Riccardo Bertoncelli. È stata una lettura piacevole, accompagnato in tempo reale dall’ascolto dei loro dischi, almeno fino a Meddle. È un libro ricchissimo di informazioni, precise ed attendibili, e non a caso si rivolge al fan club, i lunatici, per l’appunto.
Leggendolo mi sono reso conto di un mio mutamento emozionale personale, come lettore, nel corso dello scorrere delle pagine: dall’eccitazione inevitabilmente trasmessa dal periodo psichedelico della Summer Of Love, alla sensazione del cupo deja vu degli anni settanta del periodo cosmico Pompei, al fastidio del periodo pop di Waters prima, di Gilmour dopo. I curatori del libro hanno dimostrato molta professionalità evitando i tranelli dei giudizi critici sull’opera, sia pur mantenendo sempre un livello libero da cadute di stile, perché evidentemente il target è l’appassionato del gruppo, compreso la massa di acquirenti dei recenti nastri di Endless River: non a caso il sottotitolo editoriale è Il Fiume Infinito.
Però, si sa, Fans is a four-letter word...

Mi piace però fare qualche considerazione personale sulla band.
Ci sono stati 3 gruppi a portare il nome di Pink Floyd, radicalmente differenti dal punto di vista stilistico, sociale e culturale.

Mark I: ça va sans dire, il gruppo psichedelico di Barrett, in quell’anno di mito del rock che fu il 1967. Incisioni elettrizzanti, che ancora oggi comunicano un’urgenza, un’espressione che fa di queste canzoni dei gioielli di arte concettuale. Peccato solo che il CD di The Piper At The Gates Of Dawn non copra interamente il periodo Barrett. A mio vedere i singoli dovrebbero essere compresi definitivamente nell’album, perché i PF psichedelici “registrati” sono rappresentati definitivamente da Arnold Layne e See Emily Play, mentre Apple and Oranges è una buona metafora del fading di quel periodo.

Mark II: i Pink Floyd cosmici. Forse nessun altro gruppo mi rievoca la prima metà degli anni settanta come il quartetto fotografato nella copertina interna di Meddle. C’è qualche cosa di epico in A Saucerful Of Secrets, l’energia della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Un gruppo di musicisti considerati - a buona ragione - condannati dalla dipartita del loro incontenibile leader, che impercettibilmente ma anche irresistibilmente slittano nello stile fra le folli oblique favole in rock ancora ben rappresentate dalle canzoni di Wright e Barrett (alcune delle quali assolutamente meravigliose: la mia preferita in assoluto la successiva Summer of ’69), verso quello stile immobile, stupito, lisergico, onirico, che sarà di album come Ummagumma (live, ché la parte in studio è, a conti fatti, un gioco antico del ‘69), Atom, Meddle, Wish, e le ballate di More. Uno stile magico ma anche definitivamente anacronistico, legato indissolubilmente alla colonna sonora di quegli anni, e spazzato via con soddisfazione dalla new wave, un po’ come film come La Montagna Sacra o Il Fiore delle Mille e Una Notte, o quelli di Alain Delon...

Mark III: i Pink Floyd popolari, dal sapore di plastica, quelli omologabili ai gruppi da stadio, che siano i Queen, i Supertramp, gli U2, gli Eagles o quelli che volete. I Pink Floyd “commerciali”, per usare un aggettivo che non ha mai perso il suo significato. Qualcuno ha scritto una frase molto bella che ho fatto mia (e mi scuso con l’autore, che non ricordo): i PF erano generati dalla tensione fra lo Yin di Waters e lo Yang di Gilmour. Con il valore aggiunto del sapore intenso e determinante di Wright e di Mason. Da soli non funzionano: Waters è nevrotico, Gilmour bollito. Wright si è chiamato fuori, Mason si è spento. Atom, Meddle, Wish (per quanto enormemente più elementari di quanto ci sembrassero da adolescenti) sono lavori nati dalla fusione nucleare dei quattro elementi. I PF Mark III non sono una band; quelli di Waters sono un gruppo di accompagnamento alle storie del bassista, registrati con un suono glamour (che mi fa trovare insopportabile The Dark Side Of The Moon, ma che ha fatto la loro fortuna commerciale), quelli di Gilmour sono scontati e vuoti fino all’imbarazzante (e quando ha un ritorno di fiamma, un feedback lisergico lo definirei, come la bella High Hopes oppure On A Island ti rendi conto di cosa sto dicendo).

Sapete cosa mi piacerebbe? Non gli effetti sonori radiofonici di Endless River, ma l’apertura dell’archivio live dei primi anni settanta. Avrebbe lo stesso sapore di un cineforum, come rivedere i film di Alexander Yodorowky... Ancora quindicenni per un giorno...



sabato 3 gennaio 2015

Perché non lo facciamo per la strada? La recensione di Route 61


« Il secondo sforzo creativo del buon Bottazzi (giacchè per il primo, “Long Playing”, che sta per avere un gemellino, un lato B, aprirò presto una parentesi a parte, a opera conclusa) mi fa venire in mente un disco che amo molto, di Andrew Gold, un session man californiano di cui troverete il nome in un sacco di dischi di west coast anni '70, quelli di Linda Ronstadt compresi. L'album in questione è “What's wrong with this picture?”, che girava su vinile Asylum, roba seria, roba con un significato. Cosa c'era di strano nella copertina? La giravi e la rigiravi ed è era tutto a posto, apparentemente. Alla fine, guardando meglio, ti accorgevi che nel grande soggiorno le cui vetrate davano forse sul mare di Santa Barbara un paio di oggetti erano fuori posto: un 45 giri suonava (suonava?) agganciato a un registratore Revox, e la bobina di quest'ultimo era adagiata, inutilmente, sul piatto di un giradischi.
Quella confusione voluta, e annunciata, a me ha sempre fatto pensare che il significato fosse “la musica trova sempre una sua strada, anche se gli metti qualche bastone tra le ruote, anche se sposti qualcosa”.
Sulla copertina del bel libro di Bottazzi, che si fa chiamare Blue per via di Tom Waits e Rickie Lee Jones, ma questa è un'altra storia, non c'é niente che non va. Funziona tutto a meraviglia. Molte cose coincidono con l'iconografia del rock, a volerle leggere. Una coppia (lui ed Eleonora Bagarotti, altra anima piena di musica) come erano Tom & Rickie su “Blue Valentine”, altro disco etichettato Asylum. Giubbotti di pelle, il serbatoio di una moto che si intravvede, la t-shirt bianca che recita, in rosso amore, Triumph, come la Bonneville con cui nel 1966 Bobby Dylan scivolò per un po' via dalla musica facendosi male seriamente.