giovedì 20 novembre 2014

e l’originalità, o porco di un cane?

Ricevo ancora una mezza dozzina di dischi al mese da ascoltare, anche se quasi mai quelli che comprerei io. Alcuni sono buoni, altri meno, ma la caratteristica che sembra omogeneizzarli è il fatto di essere dischi inutili e già sentiti. Una volta i musicisti erano originali, ed anche i loro lavori lo erano: erano considerate qualità determinanti la ricerca, l’invenzione, la sperimentazione.
Oggi, se i musicisti sono famosi si limitano a seguire le linee guida del marketing (senza evidentemente dar peso al fatto che qualche errore deve esserci se i dischi cosiddetti “commerciali” poi non vendono ugualmente), mentre gli outsider si limitano ad imitare i loro modelli. In particolare il vecchio roots-rock-buscadero-style che tanto va nel nostro paese, è di una piattezza creativa soffocante.
Suonare musiche trite e ritrite è un po’ come masturbarsi: può essere anche divertente per chi lo fa, ma non si può pretendere che qualcuno ci guardi...
In realtà pare invece che al pubblico piaccia, se chi compra i dischi si limita ai cofanetti, ai remaster, ai box con 12 versioni alternative dello stesso vecchio solito brano, ai fondi di magazzino, agli scarti di registrazione.
Cultura massificata e corretta di stampo televisivo, che non è cultura.

lunedì 10 novembre 2014

Lee Fardon > London Clay


Lee Fardon non si è neppure conquistato un posto su Wikipedia: i suoi dischi sono un segreto per iniziati. Eppure su Anni Rock il disco migliore del 1982, dopo niente meno che Nebraska di Bruce Springsteen e prima di Combat Rock dei Clash, si intitola The God Given Right ed è firmato da Lee Fardon, raffinato cantautore londinese. Un esempio da manuale di one disc musician, musicista di un disco. Ma un disco perfetto, secco, asciutto, essenziale, poetico, delicato; un disco che dispensa una energica e giovanile poesia in bianco e nero. Qualche cosa che, mutatis mutandis, potrebbe essere paragonato alla pulizia e alla perfetta messa a fuoco del disco d’esordio dei Dire Straits.
In realtà Fardon di dischi ne ha registrati più d’uno, sia pure comunque non molti: sei nell’arco di trent'anni, di cui pure uno quasi “italiano”, anche se nessuno degli altri sfiora la magnifica bellezza del capolavoro.
Nessuno tranne questo London Clay, malinconica e minimale ricapitolazione acustica della poesia di una vita (in basso profilo). Non compie nessuno sforzo Lee per cercare un pubblico per questa sua fatica autoprodotta: musica acustica introspettiva, tutto cuore e anima e senza un appliglio per il facile ascolto. Una musica tanto personale e sincera da risultare toccante. Commovente.
Undici canzoni che non si può fare a meno di ascoltare a ripetizione nella notte, mentre i dettagli prendono forma ascolto dopo ascolto, e la voce si fa strada nella nostra carne “to the bone”.

Una delicatezza tutta britannica, dove la giovanile arroganza del 1982 lascia il posto alla pacata malinconia dei sessant’anni, che pur non potendosi definire folk non può non ricordare le atmosfere plumbee di Richard Thompson. C’è chi si sente di citare Springsteen, ma se dovessi cercare un esempio farei piuttosto il nome di Van Morrison (ascoltare Talk To Me). Ma più di tutti per l’appunto citerei i Riccardo e Linda di I Wanna See The Bright Light Tonight, effetto accentuato quanto a Fardon fa da contraltare una voce femminile. O persino come non pensare al Bob Dylan di Desire quando suona il violino in Maria and the Writer?

Un disco molto bello, da consigliare a chi si ricorda di The God Given Right, come agli appassionati dei songwriter dell’anima, da Thompson al Johnny Cash degli ultimi dischi acustici.  Peccato solo la bella confezioni manchi dei testi.


martedì 4 novembre 2014

John Mellecamp > Plain Spoken


Quando (noi tutti) abbiamo scoperto John Cougar Mellencamp erano i giorni di Jack & Diane; correva il 1982 ed il sano rock & roll da truck driver del coguaro ci sapeva di giovane Bob Seger. Il che era doppiamente vero, (1) perché il Seger di Detroit, anch’esso scoperto da non più di un lustro con gli impareggiabili Live Bullet, Night Moves e Stranger in Town, e prontamente elevato all’Olimpo dei nostri Dei del Rock, era già alla fine della sua parabola creativa, anche se noi non ce lo aspettavamo, (2) perché Cougar era obbiettivamente giovane (30 anni).
Cougar ci ha donato più capolavori di quanto ci saremmo aspettati, con Uh-Uh (1983), Scarecrow (1985), The Lonesome Jubilee (1987), dopo di che quella che aveva da dire lo ha detto. Ancora un poker di belle canzoni, nascoste fra i tanti filler di Big Daddy, Whenever We Wanted, Human Wheels e Dance Naked, prima che la spia della riserva si accendesse.
Come accade a volte quando l’ispirazione cala, è aumentata l’arroganza, e la spocchia di rifugiarsi nelle serissime e accademiche radici musica folk americana, dalle parti di Seeger Sessions di Springsteen, ma con risultati immensamente più modesti. In più Mellencamp (che, nel frattempo, aveva ripudiato il bel soprannome felino da rocker) è antipatico, come abbiamo scoperto a Vigevano, nel corso di un troppo sofferto concerto. Così personalmente non mi è costato riporlo nel cassetto dei ricordi. D’altra parte, ci sarà ben stato un buon motivo se il suo soprannome è “Little Bastard”, il piccolo bastardo…
Però siccome il cronista deve essere obiettivo, c’è da ammettere che il suo nuovo Plain Spoken è decisamente meglio che mediocre, addirittura decisamente piacevole. Acustico, essenziale, minimale negli arrangiamenti, è forse scontato e senza tante sorprese, ma si lascia ascoltare che è un piacere. Ed una canzone, Tears In Vain, è addirittura bella, come ai tempi (e Freedom of Speech ci va vicino). Un pezzo ispirato, romantico e malinconico che non manca di portarmi alla mente il rimpianto Calvin Russell.
Accomodatevi all'ascolto se avete nostalgia di John “Cougar” “Little Bastard” Mellencamp e degli anni ottanta, quando tutti eravamo più giovani e belli e si correva contro il vento.

venerdì 31 ottobre 2014

Lucinda Williams > Down Where The Spirit Meets The Bone


Citatemi qualsiasi capolavoro della musica rock americana, e questo doppio album di Lucinda Williams non gli sarà secondo. Down Where The Spirit Meets The Bone, laddove l'anima arriva al corpo (più o meno), venti canzoni per quasi due ore distribuite su due CD, è un compendio di tutto quello che amiamo della musica rock.
Venti canzoni asciutte, essenziali, senza fronzoli, minimaliste persino nella loro splendida crudezza, sono l'essenza del rock stesso. La ritmica della band di Elvis Costello, gli Imposters, ed ospiti preziosi come le tastiere di Ian Mac McLagan (niente meno che dei Faces), Tony Joe White (in una Something Wicked da bayou - non dimentichiamo che Lucinda viene da Lake Charles, Louisiana), Jakob Dylan e Bill Frisell, ma sopra ogni altra cosa una voce incredibile, una voce da brivido, ebbra, vibrata sofferta, che proviene proprio da dove spirito ed ossa si incontrano. Una voce che fa innamorare.
Raccontare delle canzoni, che si aprono con una specie di aria funebre su una poesia del padre della Williams (da cui è tratto il titolo), e si conclude con una lunga, eterea cover di Magnolia di JJ Cale, sarebbe inutile: basta dire che nel disco c'è tutto. Per dare un livello di paragone mi piace citare Darkness On The Edge Of Town di un ancora giovane e lucido Bruce Springsteen.

Cosa sono i dischi a cinque stelle? Capolavori in cui magicamente ogni ingrediente trova posto nella sua migliore espressione. In più questo disco appartiene anche alla mitica stirpe dei dischi doppi, tradizionalmente lo zenit della produzione dei grandi artisti, da Blonde On Blonde a Electric Ladyland, dall'album bianco ad Exile On Main Street, da London Calling a The River.
Sulla copertina un cuore trafitto, come quello che porto tatuato sul petto (anime affini, io e Lucinda).

Imperdibile.




giovedì 16 ottobre 2014

Jackson Browne > Standing On The Breach


Ci sono state alcune uscite straordinarie in questo piovoso autunno di un anno piovoso. Uno è questo Jackson Browne in piedi sulla breccia. L'altro è il doppio di Lucinda Williams. Assieme al disco di Roger Daltrey e Wilko Johnson che rievoca tutta una vita ed una carriera in musica nelle parole terribilmente malinconiche "tornando a casa", si tratta di niente meno che un tris di capolavori del rock di ogni tempo.

Jackson Browne ha raggiunto lo zenit creativo molto tempo fa, negli anni buoni, fra il 1974 di Late For The Sky (in ritardo per il cielo) ed il 1977 delle cartoline on the road di Running On Empty (correndo in riserva), passando per la title track di un The Pretender (il bugiardo) dal suono troppo lucidato dalla produzione di Jon Landau. Dopo il successo mondiale di Stay, basta.
Per cui è con stupore che si accoglie una lavoro di "sana e solida" poesia (come direbbe Carlo Massarini, suo grande fan ed evangelista ai tempi) di questa caratura.
Standing On The Breach non è il cantante sul versante del declino che realizza con professionalità un lavoro pregevole sperando nelle classifiche, ma è il poeta che canta il suo rovello, i pensieri che gli torturano l'anima.
In qualche modo si rievocano i climi cupi, lenti, malinconici, sul confine della disperazione di Late For The Sky: la luce fioca di una candela in un oscurità che tutto avvolge. Jackson Browne è l'uomo che a 65 anni, sorpreso, stupito, incredulo, in piedi sulla breccia che si interroga su cosa è successo al mondo che lo circonda e che non riconosce in quello in cui credeva da giovane: politica, amore, speranze.
Come non riconoscere sé stessi nel suo stupore?
Le melodie sono dolcissime, accattivanti, malinconiche ma robuste, al punto di evocare (alle mie orecchie) qua e la la poetica del mai abbastanza rimpianto Warren Zevon, che di Browne fu apprendista. Dieci lunghe canzoni per un disco di un'ora che è lo spell di una magia che credevamo perduta. Non un filler, non una nota inutile. Bellissima fra le tante la ballata country su un testo di Woody Guthrie.
La forza non è ancora scomparsa da questo mondo. Non fatevi scappare questo disco.

giovedì 9 ottobre 2014

Chris Robinson Brotherhood Phosphorescent Harvest vs Tweedy Sukierae


Beatles e Rolling Stones: lo yin e lo yang della musica rock. Solari e pace & amore i primi, notturni, cinici e minacciosi i secondi. Un gioco che mi è sempre piaciuto giocare, forse per ravvivare i meno brillanti ultimi decenni, è immaginarmi i Beatles e gli Stones delle scene contemporanee. Per esempio: Phish e Dave Matthews Band negli anni novanta, Wilco e Black Crowes nei duemila. Come tutte le metafore, anche questa zoppica. Se i Wilco sono i Beatles, con le ballate elettroacustiche e le delicate melodie, e i corvi neri gli Stones, con i laceranti riff di chitarra elettrica, è ben vero che paradossalmente quelli più solari, gioiosi, diretti, positivi, ballabili, hippie sono i Crowes, mentre le ballate dei Wilco sono oblique, proiettano ombre sghembe, mostrano visioni inquietanti e irregolari. Come le emicranie di cui soffre Jeff Tweedy, le sue ballate si accartocciano su dissonanze, accordi sbagliati, curve ad angolo acuto.
I due dischi in questione sono side project delle due band citate, due modi analoghi per fuggire dallo show-biz e le aspettative che circondano entrambi i gruppi per cercare di trovare un nascondiglio in una dimensione più intima.
Se i Black Crowes da noi sono ancora materiale per iniziati, negli USA sono il gruppo rock più celebrato, con milioni di dischi venduti all'attivo. Chris Robinson, l'anima freakettona della band, da qualche anno cerca di fuggire da una dimensione che gli è sfuggita di mano, ma che è quella che il pubblico vuole, per tornare agli anni rimpianti dei piccoli tour in pullman e dei concerti nei club, lontano da tour mondiali, viaggi in aereo, recensioni critiche ed aspettative dei fan, con un gruppo di amici che (paradossalmente) ha preso il nome di Chris Robinson Brotherhood, in cui può permettersi di suonare la chitarra (sia pure coadiuvato da Neal Casal) e di cantare a ruota libera, rievocando i giorni di una California psichedelica che ha vissuto sui vinili e che non esiste più.
La stessa operazione compiuta da Tom Petty, che con i piccoli Mudcrutch fugge una dimensione che forse non sente più sua.

Non c'è aspettativa di successo per i dischi della CRB, che vengono venduti a margine dei concerti - tanto che questo Raccolto Fosforescente non riporta sulla copertina neppure il titolo né il nome della band. PH è il terzo disco della fratellanza, ed è chiaramente ispirato ai Grateful Dead degli anni settanta, ciondolanti ballate elettriche in bilico fra musica Americana e psichedelia. Molti fan sono rimasti spiazzati dall'uso del sintetizzatore di Adam MacDougall (che con i Black Crowes suona l'organo), ma anche i Dead degli anni ottanta lo utilizzavano. L'iniziale Shore Power lascia in effetti interdetti ai primi ascolti con la sua aria glam a la Marc Bolan ed il synt da Nutbush City Limits, ma da quando l'ho immaginato come una sigla per la perfetta trasmissione radio riesco ad ascoltarla con gusto. Tutti gli altri brani sono obiettivamente di una omogenea bellezza, con qualche picco qui e la come Badlands Here We Come o la pinkfloydiana Burn Slow.

Simile il discorso per Jeff Tweedy, il "sociopatico" leader dei Wilco. Con i Tweedy, Jeff intende infatti non tanto produrre un disco solista, ma addirittura creare un gruppo alternativo, una band fatta in casa, con il figlio Spencer alla batteria, il cognome per identificazione e il soprannome della moglie/madre per titolo. Un disco doppio, ribadito dalla distribuzione delle venti canzoni su due CD, come se si trattasse di vinili, anche se le due mezz'ore avrebbero trovato comodamente posto su un disco unico. Un disco basato prevalentemente sulle ballate acustiche, con ceselli sapienti ovunque. Venti canzoni che Jeff dichiara essere il distillato di almeno cinquanta registrate, e che forse non appaiono neppure come canzoni fatte e finite ma più spesso bozzetti, schizzi, idee, spunti, tenui acquerelli che si mescolano sullo sfondo, che appaiono e spariscono.
Bellissime canzoni, dolci, delicate, oblique, irresistibilmente evocative proprio degli anni sessanta dei Beatles psichedelici di ballate come Across The Universe, per intenderci. Un po' John Lennon, un po' George Harrison. Canzoni che danno il loro meglio ascoltate nella sequenza giusta sul disco, e non a casaccio come la musica liquida che viene consumata oggi. Canzoni da creano un'atmosfera e che pretendono un po' di raccoglimento nell'ascolto; anche queste, come quelle della CRB - sia pure nella evidente differenza stilistica, sono profondamente hippie nello spirito, ma anche camaleontiche, difficili da afferrate, pronte a trasformarsi e cambiare le carte in tavola, come in uno degli strani film di David Lynch.

Il disco della CRB è un rock vintage molto godibile. Quello dei Tweedy va dritto in cima alle mie preferenze dei lavori di Jeff Tweedy.

lunedì 6 ottobre 2014

i miei dischi blues preferiti


Pubblico una lista dei miei dischi blues preferiti non per la vanità di un ego ipertrofico, ma per consigliare qualche buon disco blues a chi ne vorrebbe per l'appunto ascoltare uno.
Innanzi tutto il blues è una storia lunga. Il blues che mastico io è quello elettrico, quello nato dall'emigrazione dei musicisti del Mississippi river che cercavano un po' di successo e qualche dollaro nelle città, a Memphis (Tennessee) ed a Chicago (Illinois). L'etichetta della scena di Chicago che ha fatto scuola è la Chess, che costituì una tappa determinante nella scena R&B che si è trasformò in R&R: "il blues ebbe un figlio, ed il suo nome è rock'n'roll".
Come ebbero a notare tanto BB King che Muddy Waters, dagli anni sessanta in avanti la musica blues ebbe più estimatori fra il pubblico bianco del rock che in quello originale nero - probabilmente perché ai neri non piace girarsi indietro a guardare il proprio passato, preferiscono marciare verso il futuro.
Dal momento che io sono rocker & bianco, la mia lista ha inevitabilmente una forte deriva in quella direzione.

Muddy Waters 
McKinley Morganfield è il Bob Dylan della scena del blues elettrico. Non ho mai identificato un suo disco come preferito: la sua personalità straripante tocca più o meno ogni registrazione. Conobbi la sua musica dal 1977 con la trilogia per la Blue Sky con Johnny Winter (Hard Again / I'm ready / King Bee ed il live Muddy Mississippi Waters Live - raccolta anche in un'antologia: Hoochie Coochie Man) e la trovo ancora brillante. Uno degli album più famosi di Waters è il doppio Fathers and Sons, che però non è il mio preferito. Naturalmente ci sono le raccolte delle incisioni per la Chess, come il Chess Box, che raccolgono una carriera che metteva l'accento più sui singoli che sugli album.
Fra i miei 33 giri originali preferiti: Folk Singer (acustico) e Unk In Funk.

BB King - Live in Cook County Jail (1971) 
Se Waters era il blues di Chicago, BB King era quello di Memphis. Se Waters è la voce, BB King è la chitarra. Una chitarra ("Lucille") dolce, sinuosa, caratteristica ed immediatamente riconoscibile. È una mia impressione che BB King abbia influenzato il suono rotondo di Eric Clapton e Mark Knopfler. Della sua sterminata discografia una pietra miliare è Live in Cook County Jail registrato a Chicago nel settembre del '70 (replicato a San Quentin due deceni dopo, nel 1990). Non fanno difetto i Greatest Hits e le Ultimate Collection. Simpatico (ma non certo un capolavoro) Riding With The King con Eric Clapton, costruito attorno alla cover di John Hiatt.

Howling Wolf - The London Howlin' Wolf Sessions (1971) 
Se il suono di Waters e King è vicino alla perfezione stilistica, quello di Howling Wolf è da sobborghi, sporco e gutturale. Non mancano le antologie per la Chess, ma il mio disco preferito, in senso assoluto, è il selvaggio The London Howlin' Wolf Sessions, registrato nel maggio 1970 agli Olympic Studios di Londra (quelli della Decca degli Stones) con l'accompagnamento di Charlie Watts, Eric Clapton, Steve Winwood e Bill Wyman, con tutto il meglio del repertorio del lupo.

Sonny Boy Williamson - Jam Session (1964)
L'elenco delle sue canzoni è lunghissimo ed assai più celebrato di lui (da Don't Start Me Talking a Help Me, da Checkin' Up on My Baby a One Way Out, fino a Eyesight to the Blind in Tommy degli Who). I ragazzi di The Hawks gli proposero di fargli da backin' band nello stesso anno in cui Sonny morì di attacco di cuore, così ripiegarono su Bob Dylan, diventando The Band. Ho un debole per un'oscura registrazione con Brian Auger e Jimmy Page dove l'organista e il chitarrista non si limitano ad accompagnarlo ma costituiscono un vero sano e solido trio.

Elmore James 
Elmore me l'ha fatto conoscere Eric Burdon, che era un suo fan sfegatato. I suoi brani sono contagiosi, va bene qualsiasi antologia, anche se il mio brano preferito, Muddy Shoes, viene spesso snobbato. Memorabile anche la canzone No More Elmore dedicatagli da Burdon.

John Mayall - Jazz Blues Fusion (1972) 
Lo confesso, il mio bluesman preferito ha gli occhi blu, ed è il grande e celebrato rettore della stimata Università del blues britannico. Adoro i dischi Decca dei Rolling Stones, ma non proporrei nessuno di essi come esempio di blues, e lo stesso vale per Animals, Yardbirds, Fleetwood Mac. I miei dischi brit blues preferiti sono quelli di Mayall, con e senza Bluesbreakes. Della trilogia dei chitarristi dei Bluesbreakes, cioè Clapton / Peter Green / Mick Taylor, il mio preferito è il terzo, vale a dire Crusade del 1967, quello con Pretty Woman. Adoro Blues From Laurel Canyon, The Turning Point, Jazz Blues Fusion ed in generale qualsiasi cosa che Mayall abbia inciso nel decennio fra il 1965 ed il 1974.

Eric Clapton - Was Here (1975) 
Dalle stelle alle stalle. Ci furono giorni lontani persi nel mito, in cui Clapton era God, in combutta con gli Yardbirds, i Bluesbreakers, i Cream, i Blind Faith, Derek & The Dominos, per inabissarsi alla fine in un soporoso laid back con qualche highlight qua e la negli anni settanta. Prima di addormentarsi Clapton ha dato alle stampe un grande disco di blues elettrico dal vivo, Was Here, che si chiude con il mio blues preferito di sempre, Further On Up The Road (diciamo che se la gioca alla pari con Dust My Broom).

Peter Green - Soho Session (1999) 
Il folle chitarrista del Fleetwood Mac ha scritto una serie indimenticabile di singoli (come Black Magic Woman) ed un album mitizzato (The End Of The Game) di cui nessuno però è blues. Il mio disco blues preferito di Peter Green è curiosamente un disco registrato molto più tardi, nel 1998, con lo Splinter Group dal vivo al Ronnie Scott's Jazz Club.

Freddie King - Staying Home with the Blues (1997) 
I chitarristi texani sono tutti assolo, ritmo funky e fiati soul. Fra i più famosi Albert King (Born Under A Bad Sign) e Steve Ray Vaughn (Texas Flood). Il mio preferito però è Freddie King, un chitarrista morbido che ha influenzato in modo determinante lo stile di Clapton. Paradossalmente non posseggo molto di Freddie King: un album registrato alla corte di Clapton per la RSO, Burglair, e questo antologico Staying Home with the Blues che è assolutamente magico.

John Lee Hooker - The Healer (1989) 
Boom Boom (Boom Boom). Detto questo è detto tutto (al massimo si può aggiungere Boogie Chillen'). Prima della sua scomparsa il bluesman di Chicago che ha influenzato George Thorogood e che fu immortalato nel film Blues Brothers, fu recuperato dalla Silvertone Records per un tris di album di successo in cui gli porgevano omaggio le star del rock: The Healer, Mr.Lucky, Don't Look Back (prodotti rispettivamente da Roy Rogers, Ry Cooder, Van Morrison), raccolti nell'antologia The Best Of Friends dalla Pointblank.

That's All Folks.
Non dimenticando, naturalmente, Robert Johnson (King Of Delta Blues Singers), Willie Dixon, George Thorogood & The Destoyers (i primi tre album), Buddy Guy.

giovedì 2 ottobre 2014

Leonard Cohen > Popular Problems


Da quando sono alle prese con i libri aggiorno molto meno i blog. Certo, apparentemente con poco profitto. Sono passato ai ventimila contatti di una volta di questo blog alle 80 persone raggiunte con i post di FaceBook. Ma i libri devo scriverli, con la certezza che approderanno a qualche cosa.
Mentre ascoltavo il disco ho buttato giù di getto qualche appunto per la recensione, ed alla fine ho deciso che andava benissimo così. Dunque, appunti di recensione per Leonard Cohen: 

Ho letto diverse recensioni, in giro sulla stampa e sul web, del nuovo disco. Sembra che ogni cronista che scrive di Cohen si senta in dovere di dire qualche cosa di molto intelligente, di profondo, di analitico. Ma al contrario nessuno di quelli che ho letto ha capito questo disco. Il punto è che è solo un disco, sono solo canzoni. Belle canzoni, orecchiabili.
It's only rock'n'roll. 

Io stesso nel 2004 avevo sentenziato che Dear Heather costituisse il testamento del cantautore canadese. Ho riscritto la stessa cosa per Old Ideas nel 2012. Significativo come un disco introspettivo come quello abbia poi raggiunto il primo posto delle classifiche in Canada, il secondo in Inghilterra, il terzo negli USA. Praticamente il disco più venduto in Nord America, su un mercato che è solo pop di consumo.
Anche al netto del fatto che i dischi vendano molto meno di una volta, significa che il canadese errante (luogo comune! ma ci sta) riesce a parlare al cuore di un sacco di gente.
Significa anche che sono canzoni, non è filosofia. È dal '92 di The Future, se non dall'88 di I'm Your Man che Cohen registra bellissimi dischi di canzoni orecchiabili.
In questo nuovo lavoro per far prima ha diviso i compiti: le musiche le ha scritte il produttore Patrick Leonard, che suona anche l'Hammond B3 (e immagino anche un synt), mentre Cohen ci mette parole, voce e fascino. Solo qua e la un violino o le corde di una chitarra acustica.
In verità le parole, a differenza del passato, guardate troppo da vicino mi rimangono oscure, ma le singoli frasi sono affascinanti, come l'elogio alla lentezza di Slow e il coro "quasi come il blues".
Bello bello.
Un disco che anche se lo metti distrattamente in sottofondo e stai facendo altro, non puoi fare a meno di alzare le orecchie e trattenere il respiro per ascoltare certi passaggi, i densi cori femminili vagamente gospel, l'hammond blues, il tocco di country, tutta la malinconia della poesia del canadese.
Perché i poeti veri sanno parlare ad ogni cuore, non solo agli eletti.

P.S.: Nel libretto del nuovo disco, Cohen è intento a lucidarsi le scarpe. Immagino abbia letto il mio post di Natale.