mercoledì 3 febbraio 2016

Rolling Stones It's Only Rock'n'roll


Il primo disco che acquistai dei Rolling Stones fu il singolo di Angie, quando avevo 15 anni. Il primo LP fu It's Only Rock'n'roll, un anno dopo, dopo aver visto in una discoteca di Firenze il video di Jagger e compagni in tenuta glam che cantavano una cover della dolce Ain't Too Proud to Beg dei Temptations (che non sapevo, naturalmente, essere tale - anche se già ballavo alla musica di Masterpiece dei Temptations). Assieme a Pin Ups di Bowie e Rock'n'roll Animal di Lou Reed fu un imprinting determinante per i miei gusti musicali - per cui non mi spiegai mai perché questo disco non sia riconosciuto da critica e pubblico al pari del poker di capolavori che va da Beggar's Banquet ad Exile. La mia spiegazione è che a me piaccia un po' troppo perché il primo amore, si sa, non si scorda mai.

Oggi una copia di It's Only Rock'n'roll occhieggiava in edicola, nel corso di una serie stampata da Repubblica ed aperta proprio dai quattro citati capolavori; non ho resistito, e l'ho acquistata, per farne un dono. A casa ho rimesso il CD (non sono riuscito a trovare il vinile originale: nonostante i miei sforzi di mantenere un ordine, non riesco quasi mai a trovare il disco che cerco. Ecco perché mi piace Spotify) e l'ho ascoltato con il maggior senso critico di cui sono capace (ed è tanto, spesso troppo).
E posso affermare senza ombra di smentita che It's Only Rock'n'roll è bellissimo, che non vale una virgola meno di Beggar's Banquet e Let It Bleed, e che d'ora in avanti mi riferirò con tutta la mia autorevolezza al magnifico poker come ad una scala reale.
Il motivo della sua sottovalutazione non lo so identificare. Fu il primo disco prodotto da Jagger e Richards (i Glimmer Twins), dopo la defaillance di Jimmy Miller che "arrivato come un leone, se ne era andato come un coglione", piegato dalla dieta a base di droghe suggeritagli dalla vicinanza con Richards. Può darsi che il suono dei dischi di Miller si perse nell'inesperienza dei Twins, e forse il suono sia un po' piatto, un po' più sacrificato di quanto avrebbe potuto essere. Ma la band era ai vertici della potenza, con un incontenibile Mick Taylor che santaneggiava, e Jagger che scopriva la musica funky.
Anche le canzoni sono magnifiche.  If You Can't Rock Me e Dance Little Sister sono due compressi ed affilati rock'n'roll. La cover di Ain't Too Proud To Beg è irresistibile, meglio persino della versione originale.
It's Only Rock'n'roll (But I Like It) è una rock operetta con un grande riff, realizzata da Jagger con Bowie e Ron Wood. I lenti sono avvolgenti, Till the Next Goodbye e Time Waits for No One, con una ritmica pulsante, e i pezzi funky sono irresistibili, specie la lunga Fingerprint File in chiusura.
I singoli fecero in classifica meno bene dei precedenti (tante grazie, erano Jumpin Jack Flash, Honky Tonk Women, Brown Sugar, Tumblin Dice e Angie), ma il disco arrivò fino in cima alla classifica americana di Billboard.
Era il canto del cigno: Taylor lasciò la band frustrato probabilmente dal mancato riconoscimento del suo contributo creativo ai brani, Richards si perse nel labirinto dell'eroina. Fu stampato Love You Live decisamente inferiore agli standard in concerto degli Stones, come le stampe di questi giorni ci hanno dimostrato (Brussels Affair sopra tutti gli altri), ed infine Some Girls costituì il canto del cigno di una band che rinunciò a continuare a crescere.

Ma è tempo che qualcuno scriva a caratteri cubitali che It's Only Rock'n'roll è un magnifico disco.


lunedì 1 febbraio 2016

Captain Beefheart & The Magic Band > Live In London '74


Nella cittadina californiana di Lancaster, affacciata al deserto del Mojave, sede della base di Edwards della US Air Force, Don Van Vliet e Frank Zappa erano i due adolescenti "strani", e perciò amici per la pelle. Ben poco popolari a scuola, più che i successi da ballo del rock'n'roll degli anni cinquanta, i due, chiusi nella camera di Van Vliet, facevano girare sul piatto i dischi del blues del Delta di Robert Johnson, del blues di Chicago di Howlin Wolf o del jazz di Ornette Coleman e di Theolonius Monk. È a casa sua che la leggenda vuole che nacque il nomignolo Captain Beefheart, capitan cuore di bue, dalle abitudini esibizioniste dello zio Alan, che pare avesse l'abitudine di non chiudere la porta del bagno quando urinava, specie in presenza della fidanzata di Don, Laurie, per esibire un membro grosso come un "cuore di bue".
Dopo le prime esperienze musicali in comune (una teenage operetta e qualche demo), Zappa seguì la sua strada a Los Angeles con le Mothers, mentre Van Vliet metteva assieme un gruppo R&B battezzato Magic Band, in cui assunse il nome di Captain Beefheart. Nel 1969 fu Frank Zappa a produrre il terzo album della magic Band, Trout Mask Replica, per la sua etichetta Straight. Per lo scorno del capitano, per risparmiare sulle spese dello studio di registrazione, Zappa avrebbe voluto registrare l'album direttamente nel bilocale a Woodlands Hills, nella suburbia di Los Angeles, dove Beefheart viveva con tutti i membri del gruppo. Il successo mancava, e con esso persino i soldi per mangiare. Trout Mask Replica, addirittura un disco doppio, abbandonava ogni eco di blues per infilarsi nella totale follia della avantgarde, cosa che gli sottrasse ogni velleità di entrare nella classifica americana (come tutti i dischi di Beefheart),  ma divenne un disco di culto, che avrebbe successivamente influenzato la svolta "strana" del Tom Waits di Swordfishtrombones.
Mentre era ignorato in patria, Beefheart era ascoltato in Inghilterra, dove un suo disco, Lick My Decals Off, Baby, ebbe come spontaneo testimonial niente meno che Sir John Lennon.
Fu così che nel 1974 la neonata londinese Virgin Records decise di dare all'artista una possibilità stampando il suo Unconditionally Guaranteed (registrato comunque ad Hollywood). Il destino si diverte: il disco quasi inglese fu il primo a non entrare neppure nelle classifiche inglesi, e a causa della sua normalità ricevette solo tiepide recensioni. Fino a quel momento l'unico che aveva guadagnato qualche cosa dai dischi della Magic Band era Beefheart, che come autore delle canzoni percepiva almeno i diritti d'autore. Stremato, il gruppo decise di abbandonare il dispotico leader, alla vigilia del tour del disco, per tentare una sterile avventura solista con il gruppo dei Mallard.
Beefheart ed il manager avevano a disposizione solo cinque giorni per trovare dei sostituti disposti a partire in tour senza provare. A dispetto di ogni possibile previsione, il bisogno creò un'ottima band.
Al momento non uscì nessun disco del tour, perché la Virgin preferì puntare su un secondo album in studio, Bluejeans & Moonbeams, accolto persino peggio del precedente, tanto che Beefheart lasciò l'etichetta per cercare di aiuto alla corte di Zappa.
La prima stampa di quel Live In London '74 avvenne solo su CD ben trentadue anni dopo, nel 2006.
Ciò nonostante io fui esposto da subito al suo suono, attraverso la stampa di due brani in un mitico sampler della Virgin intitolato semplicemente V, nella stessa facciata che conteneva due brani registrati dal vivo ad Hyde Park di un altro folle poeta, questo inglese - Kevin Coyne - un altro cantante R&B bianco singolarmente vicino per genere a Van Vliet, e probabilmente da lui influenzato. Uno dei due brani era la leggendaria Majory Razorblade Suite.
Allora il suono di quella facciata di vinile mi parve bellissimo, irresistibile nella sua sguaiatezza e nuda forza. E lo confermo ascoltando il concerto contenuto nel disco completo.
Beefheart ha una voce gutturale ispirata al bluesman Howlin Wolf, e la band era assolutamente potente e sgangherata, aiutata nella sua naturalezza dal fatto di aver provato poco brani che non conosceva affatto, cosa che li spinge a suonarli con la spontaneità di un jazz ensemble. I brani sono per lo più quelli del disco in studio, il che testimonia come le canzoni fossero in realtà di buona stoffa: R&B, blues, persino hot jazz, a testimonianza del fatto che il sassofonista Del Simmons aveva suonato per Glenn Miller, e la ballata di This Is The Day.
Scoraggiato dall'insuccesso e nei guai per aver firmato contratti con più di una etichetta discografica (Buddah, Straight, Reprise, Virgin) contemporaneamente, il capitano tornò nella braccia dell'amico Zappa, incurante del fatto di avere avuto in precedenza per lui parole di fuoco. Insieme partirono per il tour che è registrato nel disco Bongo Fury del '75, in cui i due leader finirono per non rivolgersi neanche la parola, stremati dalle differenze incolmabili: meticoloso e pignolo Zappa, sbrigativo e perennemente in ritardo Beefheart, che sul palco finiva per dimenticarsi persino le parole delle canzoni.

Assieme all'inedito Hyde Park di Kevin Coyne (che si può ascoltare solo sul quarto disco dell'antologia I Want My Crown), per i miei gusti Live In London '74 potrebbe essere il più grande album di R&B bianco in circolazione.


venerdì 29 gennaio 2016

Soultime! Southside Johnny & The Asbury Jukes


Grande Southside Johnny! Uno che ha corso contro vento sin dall'inizio: come racconta lui, la settimana prima che uscisse il primo album degli Asbury Jukes, una rivista ha titolato "Le band con i fiati sono finite"! I suoi dischi sono stati a volte deboli, a volte sublimi, forse sempre dei B-movies, ma non si è mai arreso. Per nostra fortuna, perché questo nuovo Soultime! è un lavoro bellissimo.

Southside Johnny & The Asbury Jukes sono stati la horn band che il giovane Springsteen aveva sognato di mettere assieme, prima di firmare per la Columbia records. Ispirati dal rock americano (e dal soul) degli anni sessanta prima della British Invasion, le canzoni degli Happy Days, i Jukes sono l'incarnazione del suono del Jersey Shore. Sempre accompagnati più dalla sfiga che dalla fortuna, si sono creati una fama da local heroes sul palco dello Stone Pony, quando alla chitarra suonava Miami Steve Van Zandt. Il primo colpo di sfortuna è stato probabilmente l'arruolamento di Miami nella E Street Band di Springsteen durante le registrazioni di Born To Run. Anche se a dire il vero il Boss ha pagato il suo debito regalando ai Jukes le loro canzoni migliori per i primi tre album per la Epic, quelli che vanno da I Don't Want To Go Home (1976) a Heart Of Stone (1978), prodotti da Steve.


Mancato il grosso successo e perso il primo contratto, il secondo periodo è stato quello del chitarrista Billy Rush, più orientato ad un soul commerciale anni ottanta - peraltro pure accompagnato da una mancanza di successo, nonostante un disco prodotto da Nile Rodgers.
Con il terzo chitarrista, Bobby Bandiera, si è aperto il periodo classico, quello segnato dal remake di I Only Want To Be With You, e da ottimi album come Better Days, Going To Jukesville e Into the Harbour.
A Better Days avevano partecipato Miami Steve, Bruce e Bob Jovi, ed il disco aveva cominciato ad avanzare in classifica, ma si è arrestato contro il fallimento dell'etichetta discografica.
Southside Johnny ha dichiarato di non aver mai guadagnato un dollaro dalle case discografiche, e di essere sempre sopravvissuto grazie ai live show. Per questo negli anni duemila si è creato una propria etichetta, la Leroy Records.

Non è stato abbastanza per tenere assieme i Juker originali, ma Johnny non si è arreso. Con il vecchio nome ed un gruppo nuovo di zecca ha messo assieme un disco che fino dal titolo si dichiara un manifesto del soul classico, quello anni settanta alla Bobby Womack, Al Green, Motown, quello che potrebbe fare da colonna sonora a film girati a New York City da De Niro ed Al Pacino.
Soultime! è una colonna sonora gioiosa di quel soul che non puoi fare a meno di ballare; asciutto, efficace, potente, in brani come Looking For A Good Time, Don't Waste My Time e lo strumentale Klank. Le canzoni sono originali scritte da Johnny assieme al tastierista Jeff Kazee. Gli altri membri dei nuovi Jukes si chiamano Glen Alexander alla chitarra, Chris Anderson alla tromba, John Isley al sassofono, Neil Pawley al trombone, John Conte al basso, Tom Seguso alla batteria.
Un grande album, che fa il paio con il live Men Without Women registrato un paio di anni fa sulle canzoni del primo album di Miami Steve (da allora ribattezzato Little Steven).




giovedì 14 gennaio 2016

Long Playing David Bowie

In epitaffio a Bowie, pubblico il capitolo a lui dedicato sull'ancora inedito Long Playing, una storia del Rock, lato B: il ritorno del Rock. In uscita in qualche momento di questo 2016. 


David Bowie fu l’artista che creò sé stesso. In una lunga meticolosa rincorsa, studiata in ogni dettaglio con la minuziosa applicazione dell’attore che si prepara alla parte che gli farà vincere l’oscar. Enfant prodige con un talento per la danza ed il canto, fu introdotto alla musica, il rock ’n’ roll ed il jazz, dal fratellastro schizofrenico Terry. Un incidente gli procurò una midriasi, cioè una dilatazione permanente, della pupilla sinistra, che gli lasciò in dono gli occhi colorati in due differenti sfumature di verde e di azzurro. Il primo strumento che imparò a suonare fu un sax di plastica ricevuto come regalo di compleanno. Nei ribollenti giorni del beat militò in una serie di gruppi dal nome di Konrads, King Bees, Manish Boys (sic). L’esperienza formativa determinante fu lo studio di mimo e danza, e d’avanguardia, del teatro dell’arte di Lindsay Kemp. Registrò nel 1967, la summer of love, un primo acerbo album ispirato al music hall, vaudeville e stile teatrale e neanche una traccia di psichedelia. Nel 1969 fece uscire, molto puntualmente pochi giorni prima dell’allunaggio degli astronauti americani, una ipnotica e dolcissima ballata intitolata Space Oddity, che canta dell’astronauta Major Tom perduto nello spazio. Il singolo fece il quinto posto della classifica inglese di vendite. Il disegno del puzzle stava diventando visibile.
Si concretizzò in una serie di alter ego, dal sessualmente ambiguo alieno pel di carota in collant sceso da marte, al pallido e sottile duca bianco sfatto di cocaina, all’intellettuale mitteleuropeo, sperimentatore di musica elettronica, fino alla pop star di sound & vision e oltre.
Ogni passo di questo cammino, ogni nota, canzone, disco, era, come i quadri del mentore Andy Warhol, un pezzo di pop art, di arte prodotta in serie per il consumo. Un’arte di plastica che ogni giorno doveva rinnovarsi, dimenticare il passato e sorprendere con il presente. Il futurismo in rock.

Nel suo cammino Bowie ebbe sempre l’intelligenza di appoggiarsi a grandi musicisti, in particolare ad una serie di chitarristi di talento, di cui il primo e più carismatico fu Mick Ronson. Il primo gruppo con Ronson si chiamava Tony Visconti Trio, con Tony al basso e John Cambridge alla batteria. La formazione fu vicina a diventare una vera band con il nome di The Hype, ma fu infine retrocessa da Bowie al ruolo di backin’ band, che durante la registrazione di The Man Who Sold The World sostituì il batterista con il più dotato Mick Woodmansey. Sulla copertina inglese del disco Bowie appare in abito femminile, disteso mollemente su un divano, in una fotografia decadente che si richiama vagamente i ritratti pre-raffaeliti, inaugurando l’importanza che l’immagine ed il travestimento avrebbero avuto in tutta la sua carriera. L’album, ancora grezzo, come un quasar proiettava nello spazio immagini fantascientifiche pesantemente truccate di rock duro. Di esso è rimasto la bellezza del brano omonimo, che decenni dopo avrebbe guadagnato una cover nel grunge dei Nirvana.
Gli ultimi elementi a incastrarsi furono il matrimonio con Angela, la scelta del nuovo manager Tony DeFries, l’etichetta discografica RCA ed un viaggio formativo in America, in cui Bowie assorbì l’ambiente artistico della Factory di Andy Warhol, la musica dei Velvet Underground al Max Kansas City, e l’immagine sul palco del cantante degli Stooges, Iggy Pop. Al ritorno a Londra, Bowie sapeva cosa voleva essere: un ibrido di Iggy ed i Velvet, fra i riff orecchiabili del glam ed un look ispirato a Marc Bolan, che a sua volta si ispirava a Syd Barrett dei Pink Floyd dell’UFO Club. Il cantante Z-Iggy era il protagonista di un rock show così insolito da non essere di questo mondo: la band prese il nome di The Spiders From Mars (i ragni di Marte), con il bassista Trevor Bolder al posto di Tony Visconti (che al momento si stava occupando a tempo pieno della carriera di Marc Bolan) e Ken Scott alla produzione.

martedì 12 gennaio 2016

Ciao David Bowie


...posso così a ragione sostenere di essere stato battezzato dai Beatles, sia pure per il rotto della cuffia.
Fu forse quell’imprinting a farmi amare le ballate lente e ritmate del glam rock a venire, ed in ogni nuovo disco che usciva andavo a cercare il lento: degli Stones (Angie, Fool To Cry), di Bowie (Space Oddity, Starman, Life On Mars?), Elton John (Rocket Man, Goodbye Yellow Brick Road), Lennon (Mind Games, Stand By Me) e tutti gli altri.
In futuro non mi sarei mai appassionato alle discoteche, ma avrei sempre fatto un’eccezione per le tavernette in legno in montagna, che ho sempre vissuto come posti confortevoli ed evocativi (e dove spesso lavorano disc jockey dai gusti autenticamente rock).
Al liceo la musica aveva un posto di primo piano. Si parlava con molto rispetto dei nuovi dischi che uscivano e si accennava a gruppi di cui noi pivelli assorbivamo i nomi come fossero stati eroi classici. Chi aveva un fratello maggiore era avvantaggiato e poteva vantare informazioni che gli altri andavano elemosinando. Il mio compagno di banco Gabriele aveva un fratello giornalista che a fianco dei dischi depressi di Fabrizio De André, aveva cose eccitanti come il live dei Creedence Clearwater Revival. Le compagne di classe, che erano più mature ed avevano fidanzati più grandi, che guidavano moto rombanti come la Morini 3 ½ o la Ducati Scrambler gialla (con il fianchetto metallizzato), potevano prestare long playing capaci di aprire orizzonti nuovi, come il disco della mucca dei Pink Floyd o Pictures At An Exhibition di Emerson Lake & Palmer - anche se alla fine i dischi che andavano di più fra le ragazze erano quelli romantici e mielosi di Cat Stevens e Simon & Garfunkel. Non a caso Nick Kent del New Musical Express scrisse che, a dispetto della successiva immagine devota «…ai tempi di Tea For The Tillerman attorno a Cat Stevens girava più figa che intorno a Frank Sinatra».
Naturalmente c’era la radio. Si usciva da scuola giusto in tempo per sintonizzarsi con Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni, che era introdotta dalla sigla di Rock Around The Clock, mentre alle otto di sera sull’assolo di In A Gadda Da Vida partiva Supersonic, che mandava in onda gli hit stranieri del momento, e anche parecchi della nuova scena italiana che valeva la pena di ascoltare. Solo più tardi avrei scoperto che dopo Supersonic, alle 21:30 si aprivano le porte del Nirvana di Pop Off, il rock del mediterraneo, un’ora di sana e solida musica rock.
Nel 1973 cominciai ad avere abbastanza soldi per comprare i miei dischi. Erano 45 giri e li portavo con me anche alle feste, organizzate nei garage o nella casa di chi l’aveva a disposizione magari perché i genitori erano via. Solo era necessario tener d’occhio che qualcuno non me li rubasse (ma fu inutile: me li rubarono). Non sto parlando del tempo delle mele: uno dei primi 45 giri che acquistai era un pezzo elettronico di Walter Carlos della colonna sonora di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, un cult di quei giorni.
Ero affascinato da Space Oddity di David Bowie e dalla imitazione di Elton John, Rocket Man. Uno dei 45 giri più potenti era Nutbush City Limits di Ike and Tina Turner, con un assolo di sintetizzatore su un ritmo ossessivo. Non fu per caso che quella canzone entrò a far parte del repertorio di Bob Seger e dei Silver Bullet Band di Detroit. Ancora di più mi colpì il retro, un’asciutta versione soul di With A Little Help From My Friends cantata da Ike in una interpretazione radicalmente differente da quella popolare di Joe Cocker.
Mi colpì Mick Jagger che cantava il nuovo singolo degli Stones, Angie, che allora non lo sapevo, ma era di sicuro un pezzo di Keith Richards. In una discoteca di Firenze vidi il primo video clip della mia vita, gli Stones che nella imbarazzante mise glam dell’epoca cantavano la sinuosa Ain’t Too Proud To Beg, la canzone che mi diede il battesimo del soul della Motown. Allora non sapevo che fosse una cover degli stessi Temptations di cui in discoteca si ballava la psichedelica Masterpiece.
Si era in pieno glam rock, al cinema proiettavano Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma ed un amico mi raccontò di Marc Bolan. Mi disse però che c’era in atto una competizione fra Bowie e Bolan, e siccome io ero già un partigiano di Bowie mi proposi di ignorare i dischi del secondo.
In prima liceo si è alla inconsapevole ricerca di una propria identità, di qualche cosa che mostri una frattura con il pre-adolescente che alle medie montava ancora aeromodelli in plastica e non si perdeva un film con Terence Hill e Bud Spencer. Ricordo che indossavo scarpe a punta, calzoni a gamba d’elefante, cinture dalla fibbia alta e maglioni con scritte come King’s Road, ma la mia pettinatura con la riga faceva ancora molto ora di religione. Così andai dal barbiere con una foto di Bowie e gli chiesi di pettinarmi i capelli all’indietro. Il caso volle che la mattina dopo arrivai a scuola in ritardo, ed entrai in aula a lezione già iniziata e con la classe già seduta. Fui accolto da una risata fragorosa, per la sorpresa di quello che era evidentemente un look abbastanza inusuale da non passare inosservato. In quel momento immagino che la mia reazione naturale avrebbe potuto essere quella di sprofondare dalla vergogna, ma al contrario sentii l’orgoglio di essere più avanti di quel provincialismo (un difetto del mio carattere che temo non mi abbia più abbandonato). Fui grato al mio compagno Gabriele che mi accolse al banco con un: «ciao, David Bowie».

lunedì 11 gennaio 2016

Ora il rock è morto davvero


Una uscita di scena senza precedenti. Dieci anni di silenzio, poi un ritorno con due fra gli album migliori della sua carriera. Il secondo uscito questo 8 gennaio, nel giorno del suo 69esimo compleanno. Così innovativo che avevo scritto: "il primo disco del XXI secolo". Da quel giorno il web era tutto suo, carico di elogi per quell'album che, nessuno lo sapeva, era il suo testamento.
Due giorni dopo, primo in classifica e all'apice di questa bowiemania degni degli anni sessanta, l'annuncio finale. Simile a quello dell'uscita di scena di Ziggy Stardust alla fine dell'esecuzione di Rock'n'roll Suicide, il 3 luglio 1973 all'Hammersmith Odeon.

Ora il Rock è morto davvero.



Guarda in alto, sono in Paradiso 
ho delle cicatrici, ma non si vedono 
ho dei drammi che non possono portarmi via 
tutti mi conoscono ormai 

Guarda su, sono in pericolo 
non ho più niente da perdere 
sono così fuori che mi frulla il cervello  
il telefono cellulare mi è caduto  
non è un po’ come me? 

Nei giorni in cui arrivai a New York 
vivevo come un Re 
poi ho usato tutto il mio denaro
per correre dietro al tuo culo 

In questo modo o nessun altro 
sarò libero 
proprio come quell’uccellino azzurro 
non è un po’ come me? 

(Lazzaro - Bowie)

sabato 9 gennaio 2016

Revolution #3 (Spotify)


Acquistai il mio primo long playing nel 1973. Credo fosse Il nostro caro Angelo di Lucio Battisti. In camera mia i vinili giravano su un piatto Thorens, letti da una testina Shure. Sono particolari che non si dimenticano.
Da allora fu un diluvio. A casa erano sempre passati dei dischi, anche rock, ma a comprarli era mio padre. Da bambino ascoltavo la radio, e registravo le mie canzoni preferite usando un microfono e chiudendo la porta della camera per limitare i rumori esterni. Un mio piccolo contributo c'era stato all'epoca dell'autoradio, che funzionava a cassette Stereo 8. Ci si fermava dal benzinaio a fare rifornimento e si scambiava la propria cassettona con un'altra. Io mi limitavo a proporre i miei titoli preferiti a mio padre ; ma l'unico di cui ho memoria è Enzo Jannacci, Vengo anch'io. Era il 1968 ed avevo 10 anni.
Dopo il primo, acquistai valanghe di vinili, sia dai miei spacciatori locali, che nei negozi inglesi, fino al 1986, anno in cui acquistai il mio primo lettore di compact disc. Il primo CD che ci infilai potrebbe essere stato Graceland di Paul Simon, oppure triplo Live 75-85 di Bruce Springsteen & the E Street Band (di cui però possiedo anche il quintuplo vinile, che dunque doveva essere uscito prima). Accolsi la nuova tecnologia a braccia aperte, per più di un motivo. Intanto perché amo la tecnologia: in quello stesso 1986 possedevo già il mio primo Apple Macintosh, e in giro non se ne vedevano molti. Il secondo ottimo motivo è che ero un fine artigiano delle compilation in cassetta, e il CD, con la sua precisione ed il suo silenzio di fondo, era molto comodo da registrare.
Anche con l'acquisto dei CD fu un diluvio, anzi un salasso, che non è ancora terminato.
Negli anni duemila ho posseduto anche diversi iPod, ma solo di rado mi è capitato di acquistare musica liquida (da iTunes), e si trattava sempre canzoni singole e non album. Gli album li ho sempre preferiti nella forma fisica, con tanto di copertina. Le playlist sull'iPod hanno comunque preso il posto delle cassette (prima) e dei CD-R masterizzati (dopo) che ascoltavo in auto.
Due o tre anni fa sono uscito da un negozio di hi-fi con un giradischi (un Rega), ma alla fine si è dimostrato più uno sfizio che un ritorno alle origine: non credo di aver acquistato più di una dozzina di vinili, che ascolto solo occasionalmente. Il CD è troppo più comodo del vecchio Long Playing, e quello che conta nella musica è il contenuto, non il contenitore. Ascolto musica incessantemente; è raro che in casa o in auto ci sia silenzio. Non credo che altrettanto possano dire gli audiofili.

Parlando di contenuto, nel 2015 ho fatto la conoscenza di Spotify e della musica liquida in streaming. All'inizio ho utilizzato Spotify, ascoltandolo dal Mac o dall'iPad, soprattutto per per ascoltare dischi e decidere se valesse la pena di acquistarli in CD, in negozio. Da subito ho apprezzato la comodità della ricerca e della navigazione. Non era più necessario salire in mansarda a frugare nelle tante scatole in cui ho organizzato (con criteri vari) i CD ed i vinili, ma mi bastava digitarne il titolo. Avevo a portata di falange discografie complete, e i titoli (e le cover) di ogni canzone stessi cercando.
Da quando si sono arresi a Spotify anche i Beatles, ne rimangono esclusi praticamente solo Neil Young, i King Crimson e Bob Seger (di cui posseggo comunque praticamente tutti i dischi).

Il 1 gennaio 2016 ho inaugurato l'anno attraversando il Rubicone. 

Ho pagato un abbonamento a Spotify Premium, per un costo pari a mezzo CD al mese (in realtà per i primi tre mesi solo un simbolico 0,99 centesimi). In cambio ho avuto l'alta qualità audio e la possibilità di trasmettere in bluetooth e wi-fi. Ho acquistato un affascinante diffusore Marshall in tinta crema per il piano terreno, mentre ho collegato lo stereo hi-fi (Cambridge Audio) della mansarda alla rete wi-fi. La qualità sonora del Marshall è buona e peculiare: non lo definirei hi-fi, ma è un suono molto presente e molto pieno, che porta alla mente il suono live dei concerti. Perfetto per il rock, buono per il jazz. Sull'hi-fi non ho ancora fatto prove accurate, ma la prima impressione è che la qualità sia leggermente inferiore a quello del CD. Che sia necessario un convertitore audio digitale / analogico? Cercherò informazioni. Per ora l'audio arriva dall'uscita di un apparecchio Apple Airport Express.

Da questo momento i miei dischi non sono più legati ad un supporto fisico, ma si sono trasformati in pura "vibrazione sonora" per le orecchie. Li scelgo con un click dall'interfaccia digitale, e in una frazione di secondo iniziano a suonare in alta fedeltà. Registro le playlist, che sono a disposizione in rete di chi le vuole vedere.

Quando salgo in automobile, l'autoradio si collega all'iPhone. Anche se in auto non c'è il web (o almeno non a buon mercato), mi basta scaricare da casa una playlist con un clic dell'interfaccia di Spotify. Per motivi di spazio non ne tengo sul telefono che due o tre alla volta. Se non voglio pesare sulla batteria dell'iPhone, anziché che via bluetooth lo collego fisicamente alla presa USB.
Avevo letto che è possibile scaricare i brani anche sull'iPod di Apple, ma non ci sono riuscito. È probabile che Apple stia creando qualche difficoltà a proposito, perché ha inaugurato da poco il proprio sistema di streaming concorrente a Spotify. Per un vecchio utente della mela come me è un servizio allettante, ma l'interfaccia confusa e pesante di Apple Music si è dimostrato non paragonabile alla pulizia e alla intuitività di Spotify. È paradossale per l'azienda che ha inventato l'interfaccia grafica di Macintosh (sic transit gloria mundi).

Cos'è cambiato nel mio modo di ascoltare musica in questi primi giorni?
Che ho aumentato di molto la varietà delle canzoni che ascolto, grazie alla comodità con cui le seleziono. E che ascolto più spesso playlist che album completi. È come ascoltare alla radio programmi di cui scelgo io la scaletta. Ben inteso potrei ascoltare anche playlist di altri; è capitato di farlo con le playlist preparate dai musicisti, come Gov't Mule e Dave Matthews.

Oggi è uscito Blackstar, il nuovo album di David Bowie. L'ho avuto a disposizione da mezzanotte. Però in giornata l'ho comperato anche in CD. Non ha molto senso, me ne rendo conto, ma non si perdono le vecchie abitudini dal mattino alla sera. Probabilmente in futuro continuerò ad acquistare qualche disco dei miei musicisti preferiti; a questo punto però avrà più senso farlo in vinile, dal momento che il file digitale è comunque disponibile.

Cosa manca a Spotify? Naturalmente le copertine, anche se le informazioni di base possono essere ricavate da Wikipedia o dal web. Mi piacerebbero anche dei contatori di ascolto, e delle classifiche di gradimento.
Naturalmente c'è il problema etico. Non quello della crisi delle vendite, che casomai Spotify incrementa, sia pure offrendo margini di guadagno risicati. È una realtà che gli acquirenti di dischi sono rimasti molto pochi, ed era naturale che la musica si sganciasse da un sistema in crisi. I ragazzi non posseggono lettori di CD, e gli impianti stereo hi-fi sono rimasti appannaggio degli ultra cinquantenni. Il problema etico è casomai nei confronti degli amici che ci vendono i dischi, che dovranno prima o poi riciclarsi sulle piadine. Sta accadendo lo stesso anche per le librerie, e non è un processo indolore. Non sono sicuro però che la musica liquida cannibalizzi quella su disco; come ho scritto, i ragazzi non acquistano dischi comunque. È il supporto che si è fatto obsoleto.

Una volta si facevano concerti per vendere dischi, oggi si pubblicano i dischi per legarsi un pubblico per i concerti.
Per i musicisti indipendenti la musica in streaming non è poi è un affare così cattivo. Possono distribuire i propri dischi, sia pure in cambio di poco ma saltando la casa discografica. La stessa distribuzione capillare non possono certo ottenerla nei negozi di dischi.
È come per i libri: io pubblico libri su carta, ma non trovo un distributore, mentre tramite Amazon ed iTunes posso mettere a disposizione i miei eBook in tutto il mondo.

Il dado è tratto, vi terrò informati.



venerdì 8 gennaio 2016

David Bowie Blackstar


La creatività dura dieci anni. Come tutte le regole, è raro che conosca eccezioni, ma evidentemente se c'è qualcuno che può provarci, questo è probabilmente David Bowie. La sua decade sono stati gli anni settanta. Ripetutamente: dal glam di Ziggy Stardust, al funky elegante del Thin White Duke, al minimalismo elettronico berlinese. L'ultimo disco incisivo fu la disco music di Let's Dance con Nile Rodgers. Poi ha lasciato il campo agli Smiths mentre si confondeva fra il Pop Stardom di Sound+Vision e i tentativi d'avanguardia solo abbozzati dai Thin Machine. Negli anni novanta i suoi dischi sono diventati ininfluenti, e poi il ritiro. Che avrebbe potuto essere definitivo, ma che dopo una decade è stato interrotto dalla luce della Star che vive in lui. Accesa l'attenzione del pubblico attraverso un marketing suggestivo, che comprendeva il riciclo della copertina di Heroes (uno dei suoi dischi più amati), si è ripresentato alla grande con il disco doppio The Next Day che proprio dalla trilogia berlinese prendeva la linfa, e che si è rivelato, a sorpresa, uno dei suoi lavori più belli.
Lungi da aver esaurito l'energia con il disco del ritorno, un anno fa Bowie collaborava con la Maria Schneider Orchestra, un gruppo di jazz d'avanguardia, nella realizzazione di una canzone musicalmente agli antipodi, dal minimalismo asciutto di The Next Day ai sette minuti di jazz orchestrale e dissonante di sapore vagamente deco di Sue (Or in a Season of Crime).
Quello stesso suono nuovo sta dietro l'ispirazione del nuovo long playing, il - una volta ancora! - sorprendente Blackstar.  Registrato nell'ambiente del nuovo jazz newyorchese, con il gruppo del sassofonista Donny McCaslin, ne abbiamo avuto un'anteprima con il singolo di ben 10 minuti dell'omonima Blackstar, con annesso video fantascientifico ispirato al Major Tom di Space Oddity, un brano che ha sorpreso per la differenza con qualsiasi cosa Bowie avesse registrato nella sua carriera, ma al tempo stesso intriso del suo marchio di fabbrica. E finendo per creare una attesa marcata per l'uscita del nuovo album, annunciato da tempo per oggi, data del sessantanovesimo compleanno dell'artista.
Un compleanno all'insegna della ritrovata giovinezza.

Ho evitato di proposito di ascoltare anteprime on line dell'album, per potermelo godere nel suo pieno splendore su un impianto hi-fi dal disco ufficiale. Ed invece alla fine l'ho ascoltato alle 2 di questa mattina su Spotify, e nuovamente a ripetizione mentre facevo colazione, in auto e di ritorno a casa.
Ma mentre scrivo ora, sono seduto su un divano davanti allo stereo con le gambe sullo sgabello di una batteria, nella mansarda della "redazione", a godermelo a pieno volume. Un piacere.

Com'è dunque Blackstar, uno dei dischi più carichi di aspettativa della carriera di Bowie e certamente di questo decennio di crepuscolo del rock (di notte del rock sarebbe più appropriato)?

Lo confesso: mi aspettavo più avanguardia, più jazz, più King Crimson e più Charles Mingus. Ma se vuoi un disco su misura, te lo registri da solo, giusto? È un disco di Bowie.
Se The Next Day riportava a Heroes, l'atmosfera di Blackstar potrebbe richiamare, fra tutti, Black Tie White Noise. Che già voleva essere un disco dance intellettuale e contemporaneo. Blackstar vuole infatti essere un disco intellettuale e contemporaneo, e ci riesce molto bene.
Sassofoni, dissonanze, variazioni ci sono, ma giusto quel tanto da non comprometterne la commercialità; dopo tutto è pur sempre un disco che finirà alle vette delle classifiche, e questo è il XXI secolo. Le vette sono le due canzoni già edite come singolo, Blackstar (che dopo tutti questi ascolti non sembra ormai più strana di Space Oddity) e la bellissima Lazarus, 6 minuti e 22 secondi di puro piacere, una ballata tradizionale rivestita di eleganti sassofoni. Un gioiello.
Le cinque canzoni che restano fanno da contorno di lusso.
Tis a Pity She Was a Whore (peccato che fosse una puttana) è il rifacimento del retro di Sue con un bellissimo sax.
La stessa Sue (Or in a Season of Crime) è stata ripresa, ma è del tutto modificata e irriconoscibile: non più orchestrale e dissonante, ma il brano più dance del disco.
Definire le ultime tre canzoni, Girl Loves Me, Dollar Days e I Can't Give Everything Away come filler sarebbe poco onesto verso tre brani di impianto più tradizionale, ma davvero piacevoli, specie i sei melodici minuti della canzone finale.

La conclusione? Vale Blackstar i dollari che costa? È all'altezza delle aspettative?
Mettiamola così:
  1.  è lirico e bellissimo;
  2.  è sofisticato ed orecchiabile al tempo stesso;
  3.  è lo Hunky Dory del XXI secolo;
  4.  è seminale: mette una voglia pazzesca di ascoltarne il seguito, ed il seguito ancora;
  5.  è in una categoria di stile tutta sua: è Blackstar il primo disco del XXI secolo? Sarebbe magnifico che ispirasse qualche giovane talento all'emulazione...

Wow.

 ✭✭✭✭✭ cinque stelle (nere)