mercoledì 26 novembre 2014

Bob Seger > Ride Out


Più o meno tutti noi (rocker italiani) abbiamo conosciuto Bob Seger & The Silver Bullet Band nei giorni del suo picco creativo, fra quel live imprescindibile che fu Live Bullet e i due capolavori di Night Moves e di Stranger In Town. Erano i secondi anni settanta, giorni fra i migliori della musica rock e della nostra vita, i giorni del Mucchio Selvaggio. E fu colpo di fulmine, fra i rocker italiani e Seger; una sorta di Brice Springsteen blue collar, più ingenuo, proletario, blue collar, grezzo rocker dei grandi laghi. Quello che allora non sapevamo è che quei glory days avrebbero rappresentato anche il canto del cigno di Seger: il rocker di Detroit, Michigam, aveva sulle spalle già un decennio abbondante di dischi, e il meglio lo aveva dato.
Già il secondo doppio dal vivo, Nine Tonight, non era che la pallida ombra del glorioso Live Bullet di soli cinque anni prima.
Da Against The Wind a The Distance, Like A Rock, The Fire Inside è stata tutta una discesa. Pochi dischi spalmati in periodi lunghi, poche belle canzoni, molti - troppi filler, arrangiamenti pesanti anni ottanta per truck drivers. Quante canzoni belle negli ultimi trent’anni? Stanno sulle dita di una mano.
Poi il ritiro, per vivere la vita (e spendere il gruzzolo duramente guadagnato) con la moglie ed il figlioletto. Un’apparizione con il Greatest Hits, che conteneva la cover di You Never Can Tell di Chuck Berry (già recuperata, per altro, da Quentin Tarantino) e In Your Time, dedicato proprio al figlio. Un disco, anemico, nel 1995 (19 anni fa!), It’s A Mistery con una canzone decente (By The River), dieci anni per un seguito con Face The Promise (il più brutto di tutti), un ritorno on the road solo in America (Seger ha paura di volare, ma sopratutto ha paura di confrontarsi con il mondo fuori da casa sua e dalle sue abitudini) e oggi un indeciso ritorno con Ride Out, che forse vuole essere un addio.
Quando ho visto la copertina ho pensato il peggio, con la foto stereotipa della Monument Valley virata in azzurro (o in rosso, a seconda dell’edizione), che una copertina più brutta e new age da supermercato l’hanno fatta solo i Pink Floyd con il disco degli scarti. Per cui non mi aspettavo nulla; aggiungiamo che non c’è la gloriosa Silver Bullet band, che la produzione è di Seger stesso, e che il suono è un sonoro ingenuo rock da camionisti. In più c’è chi mi ha detto (inizia con Z e finisce con ambo) che si trattava di un disco smaccatamente commerciale. Distribuzione scarsa, stampa solo americana, niente digitale (iTunes e Spotify) perché Seger è della vecchia scuola: diciamo che il disco l’ho comprato solo per amore ostinato verso una vecchia fiamma che non riesco a smettere di rimpiangere. Ma ho fatto bene, altroché se ho fatto bene, perché Ride Out (veniamone fuori) mi è piaciuto parecchio, ma proprio parecchio.

È vero: è un disco semplice, è vero: è arrangiato ingenuamente, con tanti lustrini, fiati e chitarre e cori. Come i Rolling Stones dei bei tempi, insomma. È ricco di cover, perché le canzoni al vecchio leone non escono più facili come una volta; ma che cover! Ed anche le canzoni sue, mica male, proprio mica male.

Il primo pezzo è Detroit Made di John Hiatt, un rock’n’roll con i fiocchi, di quelli che trasmettono alle radio del mid-west.
Le altre cover sono The Devil's Right Hand di Steve Earle (scusate se è poco), Adam and Eve è un folk molto carino, di un gruppo australiano, in stile Seeger Sessions, California Stars è una bella canzone di Wilco / Woody Guthrie arrangiata un po’ alla ultimo Springsteen con tanto di violino.

Delle canzoni autografe, Hey Gypsy è un blues veloce e aggressivo, You Take Me In è radiofonica orecchiabile, All Of The Roads è una bella evocativa ballata che mi mette i brividi, Listen è acustica, vivace e bella (“you can hear if you listen”, puoi sentire se ascolti) con la fisarmonica, The Fireman’s Talking è old time music con il violino, Let The River Run è il lento di chiusura, the famous final scene.

Un disco sincero, persino commovente dopo tutti questi anni, un disco da far suonare sulla strada, sia che guidiate una Cadillac, un truck a 8 assi o una semplice Volkswagen. Poteva essere più bello e sofisticato, Poteva produrlo Rick Rubin, ma io me lo aspettavo molto peggio. Gli hanno dato tutti tre stelle. Io quattro piene. E lo faccio suonare dalla mattina alla sera: I’m a rocker, baby, I’m a Rocker.






sabato 22 novembre 2014

Bob Dylan The Basement Tapes Raw



« Tornato in patria e alla vigilia di affrontare altre sessanta date già programmate da Grossman per l’estate, il 29 luglio del 1966 Dylan ebbe un incidente motociclistico in sella alla sua Bonneville T-100, nei pressi della casa dove era andato ad abitare a Woodstock, nella campagna di New York. Racconta Joan Baez che Dylan, per quanto appassionato motociclista, non era mai stato un abile pilota e questo è piuttosto evidente dalle fotografie in sella alla sua Triumph, con la schiena piegata all’indietro ed i piedi in avanti, come un sacco trasportato dalla moto. Comunque, ritrovandosi a letto per curare una frattura vertebrale, per la prima volta in anni interruppe la corsa che lo aveva portato così in alto. Dopo aver registrato sette dischi in quattro anni si prese una lunga sosta.
Woodstock era un posto tranquillo, abitato da altri musicisti, fra i quali quelli della Band (questo era diventato il nuovo nome degli Hawks), che avevano affittato una grande casa rosa, the Big Pink, e apprestato una rudimentale sala di registrazione nella cantina, il basement, di fianco alla caldaia, per provare pezzi che avrebbero potuto far parte di un eventuale album. L’ambiente era rilassato e scherzoso, senza scadenze per progetti da consegnare. Dylan si unì alla squadra. I musicisti presero l’abitudine di trovarsi al pomeriggio per scrivere musiche e testi e suonarli nel basement, mentre venivano registrati su un semplice quattro piste. Furono registrate in questo modo dozzine di canzoni, di Dylan, della Band e di entrambi. Le canzoni non erano state registrate per un disco e alla fine circolarono sotto forma di un bootleg dal titolo Great White Wonder. Furono parecchi gli artisti a recuperare cover di successo da quelle tracce.
I Shall Be Released, Tears Of Rage e This Wheel’s On Fire furono registrate per l’album della Band. I Fairport Convention fecero Million Dollar Bash. I Manfred Mann The Mighty Queen. I Trinity di Julie Driscoll This Wheel’s On Fire. I Byrds e Peter Paul & Mary suonarono You Ain’t Going Nowhere. Ma le ottime canzoni in generale si sprecavano. Anni dopo la Columbia scelse ventiquattro fra i pezzi registrati e dopo averli ripuliti li pubblicò nel doppio The Basement Tapes. Di questi pezzi Dylan è il cantante solista su sedici.
Quando iniziarono a registrare canzoni nel basement, Bob Dylan era il padrino della musica americana e gli Hawks erano la sua band d’accompagnamento. È come se in quei mesi nella grande casa rosa ci fosse stato un travaso di talento da Bob Dylan a Robbie Robertson, Ricky Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e Levon Helm: nel 1967 The Band registrò Music From The Big Pink per la Capitol, e quello fu il disco che inventò la Musica Americana - la musica che giunse dopo la British Invasion e che decretò la fine della stagione hippie della Summer Of Love, persino fra i suoi supereroi, come i Grateful Dead, che al suono del disco della Band si ispirarono per American Beauty e Working Man’s Dead... »

(Long Playing, una storia del Rock)



Le canzoni dei nastri del basement furono registrati da questa band di americani nel 1967, mentre il resto del mondo era psichedelico. Fu stampato dalla Columbia un disco doppio nel 1975, ed oggi per la Bootleg Series (giunta al vol. 11, e di cui siamo grati al cielo) escono nel solito cofanetto per onanisti in 6 CD e nel doppio The Basement Tapes Raw, oggetto di questa recensione.

Essenzialmente la domanda (del lettore) a cui una recensione risponde è «lo dovrei comprare?»
La risposta è, naturalmente, articolata.

(1) Se siete dei fan (categoria che notoriamente detesto) queste righe neppure le state leggendo, per cui nada. E sì, state raccogliendo i 100 euro per l'acquisto del cofanetto, a cui sfortunatamente manca un settimo CD con le registrazioni del cesso della Pink House, essenziale per comprendere a fondo l'artista, perché se è vero che siamo quello che mangiamo, a maggior ragione il risultato è quello che...

(2) Se non possedete The Basement Tapes, sappiate che è un disco fondamentale, per cui va acquistato, ma nell'originale, quello con la copertina giusta.

(3) Se già possedete l'originale e vi domandate se acquistare anche questa edizione. Il doppio LP del 1975 era un tentativo, ben riuscito, di sgrezzare le registrazioni amatoriali per farne un prodotto fatto e finito, come in uso quando la musica rock era viva e vegeta. L'attuale, al contrario, è un tentativo, altrettanto riuscito, di far suonare i nastri come un'incisione artigianale fra amici nel seminterrato di una casa. Lo scopo è raggiunto, e per chi apprezza Dylan & The Band è piacevole lasciar suonare in sottofondo questi amici che, divertendosi, inventano il futuro suono del rock americano. Fra le chicche non presenti nel disco del '75, una bella cover di Folsom Prison Blues di Johnny Cash, ed una stravolta versione di Blowin' In The Wid che testimonia come già all'epoca allo zio Bob non dispiacesse reinventare le proprie canzoni.
Piacevole come un bel documentario, da vedere (ascoltare) un paio di volte, e poi usare come musica d'ambiente.

(4) Un divertimento che invece vi propongo è quello di dare la caccia a tutte le cover di questi brani eseguiti da altri artisti. Meglio ancora, tutte le cover dello straordinario songbook del Dylan degli anni sessanta. In tempi di Spotify ed iTunes non è un'operazione impossibile.


giovedì 20 novembre 2014

e l’originalità, o porco di un cane?

Ricevo ancora una mezza dozzina di dischi al mese da ascoltare, anche se quasi mai quelli che comprerei io. Alcuni sono buoni, altri meno, ma la caratteristica che sembra omogeneizzarli è il fatto di essere dischi inutili e già sentiti. Una volta i musicisti erano originali, ed anche i loro lavori lo erano: erano considerate qualità determinanti la ricerca, l’invenzione, la sperimentazione.
Oggi, se i musicisti sono famosi si limitano a seguire le linee guida del marketing (senza evidentemente dar peso al fatto che qualche errore deve esserci se i dischi cosiddetti “commerciali” poi non vendono ugualmente), mentre gli outsider si limitano ad imitare i loro modelli. In particolare il vecchio roots-rock-buscadero-style che tanto va nel nostro paese, è di una piattezza creativa soffocante.
Suonare musiche trite e ritrite è un po’ come masturbarsi: può essere anche divertente per chi lo fa, ma non si può pretendere che qualcuno ci guardi...
In realtà pare invece che al pubblico piaccia, se chi compra i dischi si limita ai cofanetti, ai remaster, ai box con 12 versioni alternative dello stesso vecchio solito brano, ai fondi di magazzino, agli scarti di registrazione.
Cultura massificata e corretta di stampo televisivo, che non è cultura.

lunedì 10 novembre 2014

Lee Fardon > London Clay


Lee Fardon non si è neppure conquistato un posto su Wikipedia: i suoi dischi sono un segreto per iniziati. Eppure su Anni Rock il disco migliore del 1982, dopo niente meno che Nebraska di Bruce Springsteen e prima di Combat Rock dei Clash, si intitola The God Given Right ed è firmato da Lee Fardon, raffinato cantautore londinese. Un esempio da manuale di one disc musician, musicista di un disco. Ma un disco perfetto, secco, asciutto, essenziale, poetico, delicato; un disco che dispensa una energica e giovanile poesia in bianco e nero. Qualche cosa che, mutatis mutandis, potrebbe essere paragonato alla pulizia e alla perfetta messa a fuoco del disco d’esordio dei Dire Straits.
In realtà Fardon di dischi ne ha registrati più d’uno, sia pure comunque non molti: sei nell’arco di trent'anni, di cui pure uno quasi “italiano”, anche se nessuno degli altri sfiora la magnifica bellezza del capolavoro.
Nessuno tranne questo London Clay, malinconica e minimale ricapitolazione acustica della poesia di una vita (in basso profilo). Non compie nessuno sforzo Lee per cercare un pubblico per questa sua fatica autoprodotta: musica acustica introspettiva, tutto cuore e anima e senza un appliglio per il facile ascolto. Una musica tanto personale e sincera da risultare toccante. Commovente.
Undici canzoni che non si può fare a meno di ascoltare a ripetizione nella notte, mentre i dettagli prendono forma ascolto dopo ascolto, e la voce si fa strada nella nostra carne “to the bone”.

Una delicatezza tutta britannica, dove la giovanile arroganza del 1982 lascia il posto alla pacata malinconia dei sessant’anni, che pur non potendosi definire folk non può non ricordare le atmosfere plumbee di Richard Thompson. C’è chi si sente di citare Springsteen, ma se dovessi cercare un esempio farei piuttosto il nome di Van Morrison (ascoltare Talk To Me). Ma più di tutti per l’appunto citerei i Riccardo e Linda di I Wanna See The Bright Light Tonight, effetto accentuato quanto a Fardon fa da contraltare una voce femminile. O persino come non pensare al Bob Dylan di Desire quando suona il violino in Maria and the Writer?

Un disco molto bello, da consigliare a chi si ricorda di The God Given Right, come agli appassionati dei songwriter dell’anima, da Thompson al Johnny Cash degli ultimi dischi acustici.  Peccato solo la bella confezioni manchi dei testi.


martedì 4 novembre 2014

John Mellecamp > Plain Spoken


Quando (noi tutti) abbiamo scoperto John Cougar Mellencamp erano i giorni di Jack & Diane; correva il 1982 ed il sano rock & roll da truck driver del coguaro ci sapeva di giovane Bob Seger. Il che era doppiamente vero, (1) perché il Seger di Detroit, anch’esso scoperto da non più di un lustro con gli impareggiabili Live Bullet, Night Moves e Stranger in Town, e prontamente elevato all’Olimpo dei nostri Dei del Rock, era già alla fine della sua parabola creativa, anche se noi non ce lo aspettavamo, (2) perché Cougar era obbiettivamente giovane (30 anni).
Cougar ci ha donato più capolavori di quanto ci saremmo aspettati, con Uh-Uh (1983), Scarecrow (1985), The Lonesome Jubilee (1987), dopo di che quella che aveva da dire lo ha detto. Ancora un poker di belle canzoni, nascoste fra i tanti filler di Big Daddy, Whenever We Wanted, Human Wheels e Dance Naked, prima che la spia della riserva si accendesse.
Come accade a volte quando l’ispirazione cala, è aumentata l’arroganza, e la spocchia di rifugiarsi nelle serissime e accademiche radici musica folk americana, dalle parti di Seeger Sessions di Springsteen, ma con risultati immensamente più modesti. In più Mellencamp (che, nel frattempo, aveva ripudiato il bel soprannome felino da rocker) è antipatico, come abbiamo scoperto a Vigevano, nel corso di un troppo sofferto concerto. Così personalmente non mi è costato riporlo nel cassetto dei ricordi. D’altra parte, ci sarà ben stato un buon motivo se il suo soprannome è “Little Bastard”, il piccolo bastardo…
Però siccome il cronista deve essere obiettivo, c’è da ammettere che il suo nuovo Plain Spoken è decisamente meglio che mediocre, addirittura decisamente piacevole. Acustico, essenziale, minimale negli arrangiamenti, è forse scontato e senza tante sorprese, ma si lascia ascoltare che è un piacere. Ed una canzone, Tears In Vain, è addirittura bella, come ai tempi (e Freedom of Speech ci va vicino). Un pezzo ispirato, romantico e malinconico che non manca di portarmi alla mente il rimpianto Calvin Russell.
Accomodatevi all'ascolto se avete nostalgia di John “Cougar” “Little Bastard” Mellencamp e degli anni ottanta, quando tutti eravamo più giovani e belli e si correva contro il vento.

venerdì 31 ottobre 2014

Lucinda Williams > Down Where The Spirit Meets The Bone


Citatemi qualsiasi capolavoro della musica rock americana, e questo doppio album di Lucinda Williams non gli sarà secondo. Down Where The Spirit Meets The Bone, laddove l'anima arriva al corpo (più o meno), venti canzoni per quasi due ore distribuite su due CD, è un compendio di tutto quello che amiamo della musica rock.
Venti canzoni asciutte, essenziali, senza fronzoli, minimaliste persino nella loro splendida crudezza, sono l'essenza del rock stesso. La ritmica della band di Elvis Costello, gli Imposters, ed ospiti preziosi come le tastiere di Ian Mac McLagan (niente meno che dei Faces), Tony Joe White (in una Something Wicked da bayou - non dimentichiamo che Lucinda viene da Lake Charles, Louisiana), Jakob Dylan e Bill Frisell, ma sopra ogni altra cosa una voce incredibile, una voce da brivido, ebbra, vibrata sofferta, che proviene proprio da dove spirito ed ossa si incontrano. Una voce che fa innamorare.
Raccontare delle canzoni, che si aprono con una specie di aria funebre su una poesia del padre della Williams (da cui è tratto il titolo), e si conclude con una lunga, eterea cover di Magnolia di JJ Cale, sarebbe inutile: basta dire che nel disco c'è tutto. Per dare un livello di paragone mi piace citare Darkness On The Edge Of Town di un ancora giovane e lucido Bruce Springsteen.

Cosa sono i dischi a cinque stelle? Capolavori in cui magicamente ogni ingrediente trova posto nella sua migliore espressione. In più questo disco appartiene anche alla mitica stirpe dei dischi doppi, tradizionalmente lo zenit della produzione dei grandi artisti, da Blonde On Blonde a Electric Ladyland, dall'album bianco ad Exile On Main Street, da London Calling a The River.
Sulla copertina un cuore trafitto, come quello che porto tatuato sul petto (anime affini, io e Lucinda).

Imperdibile.




giovedì 16 ottobre 2014

Jackson Browne > Standing On The Breach


Ci sono state alcune uscite straordinarie in questo piovoso autunno di un anno piovoso. Uno è questo Jackson Browne in piedi sulla breccia. L'altro è il doppio di Lucinda Williams. Assieme al disco di Roger Daltrey e Wilko Johnson che rievoca tutta una vita ed una carriera in musica nelle parole terribilmente malinconiche "tornando a casa", si tratta di niente meno che un tris di capolavori del rock di ogni tempo.

Jackson Browne ha raggiunto lo zenit creativo molto tempo fa, negli anni buoni, fra il 1974 di Late For The Sky (in ritardo per il cielo) ed il 1977 delle cartoline on the road di Running On Empty (correndo in riserva), passando per la title track di un The Pretender (il bugiardo) dal suono troppo lucidato dalla produzione di Jon Landau. Dopo il successo mondiale di Stay, basta.
Per cui è con stupore che si accoglie una lavoro di "sana e solida" poesia (come direbbe Carlo Massarini, suo grande fan ed evangelista ai tempi) di questa caratura.
Standing On The Breach non è il cantante sul versante del declino che realizza con professionalità un lavoro pregevole sperando nelle classifiche, ma è il poeta che canta il suo rovello, i pensieri che gli torturano l'anima.
In qualche modo si rievocano i climi cupi, lenti, malinconici, sul confine della disperazione di Late For The Sky: la luce fioca di una candela in un oscurità che tutto avvolge. Jackson Browne è l'uomo che a 65 anni, sorpreso, stupito, incredulo, in piedi sulla breccia che si interroga su cosa è successo al mondo che lo circonda e che non riconosce in quello in cui credeva da giovane: politica, amore, speranze.
Come non riconoscere sé stessi nel suo stupore?
Le melodie sono dolcissime, accattivanti, malinconiche ma robuste, al punto di evocare (alle mie orecchie) qua e la la poetica del mai abbastanza rimpianto Warren Zevon, che di Browne fu apprendista. Dieci lunghe canzoni per un disco di un'ora che è lo spell di una magia che credevamo perduta. Non un filler, non una nota inutile. Bellissima fra le tante la ballata country su un testo di Woody Guthrie.
La forza non è ancora scomparsa da questo mondo. Non fatevi scappare questo disco.

giovedì 9 ottobre 2014

Chris Robinson Brotherhood Phosphorescent Harvest vs Tweedy Sukierae


Beatles e Rolling Stones: lo yin e lo yang della musica rock. Solari e pace & amore i primi, notturni, cinici e minacciosi i secondi. Un gioco che mi è sempre piaciuto giocare, forse per ravvivare i meno brillanti ultimi decenni, è immaginarmi i Beatles e gli Stones delle scene contemporanee. Per esempio: Phish e Dave Matthews Band negli anni novanta, Wilco e Black Crowes nei duemila. Come tutte le metafore, anche questa zoppica. Se i Wilco sono i Beatles, con le ballate elettroacustiche e le delicate melodie, e i corvi neri gli Stones, con i laceranti riff di chitarra elettrica, è ben vero che paradossalmente quelli più solari, gioiosi, diretti, positivi, ballabili, hippie sono i Crowes, mentre le ballate dei Wilco sono oblique, proiettano ombre sghembe, mostrano visioni inquietanti e irregolari. Come le emicranie di cui soffre Jeff Tweedy, le sue ballate si accartocciano su dissonanze, accordi sbagliati, curve ad angolo acuto.
I due dischi in questione sono side project delle due band citate, due modi analoghi per fuggire dallo show-biz e le aspettative che circondano entrambi i gruppi per cercare di trovare un nascondiglio in una dimensione più intima.
Se i Black Crowes da noi sono ancora materiale per iniziati, negli USA sono il gruppo rock più celebrato, con milioni di dischi venduti all'attivo. Chris Robinson, l'anima freakettona della band, da qualche anno cerca di fuggire da una dimensione che gli è sfuggita di mano, ma che è quella che il pubblico vuole, per tornare agli anni rimpianti dei piccoli tour in pullman e dei concerti nei club, lontano da tour mondiali, viaggi in aereo, recensioni critiche ed aspettative dei fan, con un gruppo di amici che (paradossalmente) ha preso il nome di Chris Robinson Brotherhood, in cui può permettersi di suonare la chitarra (sia pure coadiuvato da Neal Casal) e di cantare a ruota libera, rievocando i giorni di una California psichedelica che ha vissuto sui vinili e che non esiste più.
La stessa operazione compiuta da Tom Petty, che con i piccoli Mudcrutch fugge una dimensione che forse non sente più sua.

Non c'è aspettativa di successo per i dischi della CRB, che vengono venduti a margine dei concerti - tanto che questo Raccolto Fosforescente non riporta sulla copertina neppure il titolo né il nome della band. PH è il terzo disco della fratellanza, ed è chiaramente ispirato ai Grateful Dead degli anni settanta, ciondolanti ballate elettriche in bilico fra musica Americana e psichedelia. Molti fan sono rimasti spiazzati dall'uso del sintetizzatore di Adam MacDougall (che con i Black Crowes suona l'organo), ma anche i Dead degli anni ottanta lo utilizzavano. L'iniziale Shore Power lascia in effetti interdetti ai primi ascolti con la sua aria glam a la Marc Bolan ed il synt da Nutbush City Limits, ma da quando l'ho immaginato come una sigla per la perfetta trasmissione radio riesco ad ascoltarla con gusto. Tutti gli altri brani sono obiettivamente di una omogenea bellezza, con qualche picco qui e la come Badlands Here We Come o la pinkfloydiana Burn Slow.

Simile il discorso per Jeff Tweedy, il "sociopatico" leader dei Wilco. Con i Tweedy, Jeff intende infatti non tanto produrre un disco solista, ma addirittura creare un gruppo alternativo, una band fatta in casa, con il figlio Spencer alla batteria, il cognome per identificazione e il soprannome della moglie/madre per titolo. Un disco doppio, ribadito dalla distribuzione delle venti canzoni su due CD, come se si trattasse di vinili, anche se le due mezz'ore avrebbero trovato comodamente posto su un disco unico. Un disco basato prevalentemente sulle ballate acustiche, con ceselli sapienti ovunque. Venti canzoni che Jeff dichiara essere il distillato di almeno cinquanta registrate, e che forse non appaiono neppure come canzoni fatte e finite ma più spesso bozzetti, schizzi, idee, spunti, tenui acquerelli che si mescolano sullo sfondo, che appaiono e spariscono.
Bellissime canzoni, dolci, delicate, oblique, irresistibilmente evocative proprio degli anni sessanta dei Beatles psichedelici di ballate come Across The Universe, per intenderci. Un po' John Lennon, un po' George Harrison. Canzoni che danno il loro meglio ascoltate nella sequenza giusta sul disco, e non a casaccio come la musica liquida che viene consumata oggi. Canzoni da creano un'atmosfera e che pretendono un po' di raccoglimento nell'ascolto; anche queste, come quelle della CRB - sia pure nella evidente differenza stilistica, sono profondamente hippie nello spirito, ma anche camaleontiche, difficili da afferrate, pronte a trasformarsi e cambiare le carte in tavola, come in uno degli strani film di David Lynch.

Il disco della CRB è un rock vintage molto godibile. Quello dei Tweedy va dritto in cima alle mie preferenze dei lavori di Jeff Tweedy.