giovedì 16 ottobre 2014

Jackson Browne > Standing On The Breach


Ci sono state alcune uscite straordinarie in questo piovoso autunno di un anno piovoso. Uno è questo Jackson Browne in piedi sulla breccia. L'altro è il doppio di Lucinda Williams. Assieme al disco di Roger Daltrey e Wilko Johnson che rievoca tutta una vita ed una carriera in musica nelle parole terribilmente malinconiche "tornando a casa", si tratta di niente meno che un tris di capolavori del rock di ogni tempo.

Jackson Browne ha raggiunto lo zenit creativo molto tempo fa, negli anni buoni, fra il 1974 di Late For The Sky (in ritardo per il cielo) ed il 1977 delle cartoline on the road di Running On Empty (correndo in riserva), passando per la title track di un The Pretender (il bugiardo) dal suono troppo lucidato dalla produzione di Jon Landau. Dopo il successo mondiale di Stay, basta.
Per cui è con stupore che si accoglie una lavoro di "sana e solida" poesia (come direbbe Carlo Massarini, suo grande fan ed evangelista ai tempi) di questa caratura.
Standing On The Breach non è il cantante sul versante del declino che realizza con professionalità un lavoro pregevole sperando nelle classifiche, ma è il poeta che canta il suo rovello, i pensieri che gli torturano l'anima.
In qualche modo si rievocano i climi cupi, lenti, malinconici, sul confine della disperazione di Late For The Sky: la luce fioca di una candela in un oscurità che tutto avvolge. Jackson Browne è l'uomo che a 65 anni, sorpreso, stupito, incredulo, in piedi sulla breccia che si interroga su cosa è successo al mondo che lo circonda e che non riconosce in quello in cui credeva da giovane: politica, amore, speranze.
Come non riconoscere sé stessi nel suo stupore?
Le melodie sono dolcissime, accattivanti, malinconiche ma robuste, al punto di evocare (alle mie orecchie) qua e la la poetica del mai abbastanza rimpianto Warren Zevon, che di Browne fu apprendista. Dieci lunghe canzoni per un disco di un'ora che è lo spell di una magia che credevamo perduta. Non un filler, non una nota inutile. Bellissima fra le tante la ballata country su un testo di Woody Guthrie.
La forza non è ancora scomparsa da questo mondo. Non fatevi scappare questo disco.

giovedì 9 ottobre 2014

Chris Robinson Brotherhood Phosphorescent Harvest vs Tweedy Sukierae


Beatles e Rolling Stones: lo yin e lo yang della musica rock. Solari e pace & amore i primi, notturni, cinici e minacciosi i secondi. Un gioco che mi è sempre piaciuto giocare, forse per ravvivare i meno brillanti ultimi decenni, è immaginarmi i Beatles e gli Stones delle scene contemporanee. Per esempio: Phish e Dave Matthews Band negli anni novanta, Wilco e Black Crowes nei duemila. Come tutte le metafore, anche questa zoppica. Se i Wilco sono i Beatles, con le ballate elettroacustiche e le delicate melodie, e i corvi neri gli Stones, con i laceranti riff di chitarra elettrica, è ben vero che paradossalmente quelli più solari, gioiosi, diretti, positivi, ballabili, hippie sono i Crowes, mentre le ballate dei Wilco sono oblique, proiettano ombre sghembe, mostrano visioni inquietanti e irregolari. Come le emicranie di cui soffre Jeff Tweedy, le sue ballate si accartocciano su dissonanze, accordi sbagliati, curve ad angolo acuto.
I due dischi in questione sono side project delle due band citate, due modi analoghi per fuggire dallo show-biz e le aspettative che circondano entrambi i gruppi per cercare di trovare un nascondiglio in una dimensione più intima.
Se i Black Crowes da noi sono ancora materiale per iniziati, negli USA sono il gruppo rock più celebrato, con milioni di dischi venduti all'attivo. Chris Robinson, l'anima freakettona della band, da qualche anno cerca di fuggire da una dimensione che gli è sfuggita di mano, ma che è quella che il pubblico vuole, per tornare agli anni rimpianti dei piccoli tour in pullman e dei concerti nei club, lontano da tour mondiali, viaggi in aereo, recensioni critiche ed aspettative dei fan, con un gruppo di amici che (paradossalmente) ha preso il nome di Chris Robinson Brotherhood, in cui può permettersi di suonare la chitarra (sia pure coadiuvato da Neal Casal) e di cantare a ruota libera, rievocando i giorni di una California psichedelica che ha vissuto sui vinili e che non esiste più.
La stessa operazione compiuta da Tom Petty, che con i piccoli Mudcrutch fugge una dimensione che forse non sente più sua.

Non c'è aspettativa di successo per i dischi della CRB, che vengono venduti a margine dei concerti - tanto che questo Raccolto Fosforescente non riporta sulla copertina neppure il titolo né il nome della band. PH è il terzo disco della fratellanza, ed è chiaramente ispirato ai Grateful Dead degli anni settanta, ciondolanti ballate elettriche in bilico fra musica Americana e psichedelia. Molti fan sono rimasti spiazzati dall'uso del sintetizzatore di Adam MacDougall (che con i Black Crowes suona l'organo), ma anche i Dead degli anni ottanta lo utilizzavano. L'iniziale Shore Power lascia in effetti interdetti ai primi ascolti con la sua aria glam a la Marc Bolan ed il synt da Nutbush City Limits, ma da quando l'ho immaginato come una sigla per la perfetta trasmissione radio riesco ad ascoltarla con gusto. Tutti gli altri brani sono obiettivamente di una omogenea bellezza, con qualche picco qui e la come Badlands Here We Come o la pinkfloydiana Burn Slow.

Simile il discorso per Jeff Tweedy, il "sociopatico" leader dei Wilco. Con i Tweedy, Jeff intende infatti non tanto produrre un disco solista, ma addirittura creare un gruppo alternativo, una band fatta in casa, con il figlio Spencer alla batteria, il cognome per identificazione e il soprannome della moglie/madre per titolo. Un disco doppio, ribadito dalla distribuzione delle venti canzoni su due CD, come se si trattasse di vinili, anche se le due mezz'ore avrebbero trovato comodamente posto su un disco unico. Un disco basato prevalentemente sulle ballate acustiche, con ceselli sapienti ovunque. Venti canzoni che Jeff dichiara essere il distillato di almeno cinquanta registrate, e che forse non appaiono neppure come canzoni fatte e finite ma più spesso bozzetti, schizzi, idee, spunti, tenui acquerelli che si mescolano sullo sfondo, che appaiono e spariscono.
Bellissime canzoni, dolci, delicate, oblique, irresistibilmente evocative proprio degli anni sessanta dei Beatles psichedelici di ballate come Across The Universe, per intenderci. Un po' John Lennon, un po' George Harrison. Canzoni che danno il loro meglio ascoltate nella sequenza giusta sul disco, e non a casaccio come la musica liquida che viene consumata oggi. Canzoni da creano un'atmosfera e che pretendono un po' di raccoglimento nell'ascolto; anche queste, come quelle della CRB - sia pure nella evidente differenza stilistica, sono profondamente hippie nello spirito, ma anche camaleontiche, difficili da afferrate, pronte a trasformarsi e cambiare le carte in tavola, come in uno degli strani film di David Lynch.

Il disco della CRB è un rock vintage molto godibile. Quello dei Tweedy va dritto in cima alle mie preferenze dei lavori di Jeff Tweedy.

lunedì 6 ottobre 2014

i miei dischi blues preferiti


Pubblico una lista dei miei dischi blues preferiti non per la vanità di un ego ipertrofico, ma per consigliare qualche buon disco blues a chi ne vorrebbe per l'appunto ascoltare uno.
Innanzi tutto il blues è una storia lunga. Il blues che mastico io è quello elettrico, quello nato dall'emigrazione dei musicisti del Mississippi river che cercavano un po' di successo e qualche dollaro nelle città, a Memphis (Tennessee) ed a Chicago (Illinois). L'etichetta della scena di Chicago che ha fatto scuola è la Chess, che costituì una tappa determinante nella scena R&B che si è trasformò in R&R: "il blues ebbe un figlio, ed il suo nome è rock'n'roll".
Come ebbero a notare tanto BB King che Muddy Waters, dagli anni sessanta in avanti la musica blues ebbe più estimatori fra il pubblico bianco del rock che in quello originale nero - probabilmente perché ai neri non piace girarsi indietro a guardare il proprio passato, preferiscono marciare verso il futuro.
Dal momento che io sono rocker & bianco, la mia lista ha inevitabilmente una forte deriva in quella direzione.

Muddy Waters 
McKinley Morganfield è il Bob Dylan della scena del blues elettrico. Non ho mai identificato un suo disco come preferito: la sua personalità straripante tocca più o meno ogni registrazione. Conobbi la sua musica dal 1977 con la trilogia per la Blue Sky con Johnny Winter (Hard Again / I'm ready / King Bee ed il live Muddy Mississippi Waters Live - raccolta anche in un'antologia: Hoochie Coochie Man) e la trovo ancora brillante. Uno degli album più famosi di Waters è il doppio Fathers and Sons, che però non è il mio preferito. Naturalmente ci sono le raccolte delle incisioni per la Chess, come il Chess Box, che raccolgono una carriera che metteva l'accento più sui singoli che sugli album.
Fra i miei 33 giri originali preferiti: Folk Singer (acustico) e Unk In Funk.

BB King - Live in Cook County Jail (1971) 
Se Waters era il blues di Chicago, BB King era quello di Memphis. Se Waters è la voce, BB King è la chitarra. Una chitarra ("Lucille") dolce, sinuosa, caratteristica ed immediatamente riconoscibile. È una mia impressione che BB King abbia influenzato il suono rotondo di Eric Clapton e Mark Knopfler. Della sua sterminata discografia una pietra miliare è Live in Cook County Jail registrato a Chicago nel settembre del '70 (replicato a San Quentin due deceni dopo, nel 1990). Non fanno difetto i Greatest Hits e le Ultimate Collection. Simpatico (ma non certo un capolavoro) Riding With The King con Eric Clapton, costruito attorno alla cover di John Hiatt.

Howling Wolf - The London Howlin' Wolf Sessions (1971) 
Se il suono di Waters e King è vicino alla perfezione stilistica, quello di Howling Wolf è da sobborghi, sporco e gutturale. Non mancano le antologie per la Chess, ma il mio disco preferito, in senso assoluto, è il selvaggio The London Howlin' Wolf Sessions, registrato nel maggio 1970 agli Olympic Studios di Londra (quelli della Decca degli Stones) con l'accompagnamento di Charlie Watts, Eric Clapton, Steve Winwood e Bill Wyman, con tutto il meglio del repertorio del lupo.

Sonny Boy Williamson - Jam Session (1964)
L'elenco delle sue canzoni è lunghissimo ed assai più celebrato di lui (da Don't Start Me Talking a Help Me, da Checkin' Up on My Baby a One Way Out, fino a Eyesight to the Blind in Tommy degli Who). I ragazzi di The Hawks gli proposero di fargli da backin' band nello stesso anno in cui Sonny morì di attacco di cuore, così ripiegarono su Bob Dylan, diventando The Band. Ho un debole per un'oscura registrazione con Brian Auger e Jimmy Page dove l'organista e il chitarrista non si limitano ad accompagnarlo ma costituiscono un vero sano e solido trio.

Elmore James 
Elmore me l'ha fatto conoscere Eric Burdon, che era un suo fan sfegatato. I suoi brani sono contagiosi, va bene qualsiasi antologia, anche se il mio brano preferito, Muddy Shoes, viene spesso snobbato. Memorabile anche la canzone No More Elmore dedicatagli da Burdon.

John Mayall - Jazz Blues Fusion (1972) 
Lo confesso, il mio bluesman preferito ha gli occhi blu, ed è il grande e celebrato rettore della stimata Università del blues britannico. Adoro i dischi Decca dei Rolling Stones, ma non proporrei nessuno di essi come esempio di blues, e lo stesso vale per Animals, Yardbirds, Fleetwood Mac. I miei dischi brit blues preferiti sono quelli di Mayall, con e senza Bluesbreakes. Della trilogia dei chitarristi dei Bluesbreakes, cioè Clapton / Peter Green / Mick Taylor, il mio preferito è il terzo, vale a dire Crusade del 1967, quello con Pretty Woman. Adoro Blues From Laurel Canyon, The Turning Point, Jazz Blues Fusion ed in generale qualsiasi cosa che Mayall abbia inciso nel decennio fra il 1965 ed il 1974.

Eric Clapton - Was Here (1975) 
Dalle stelle alle stalle. Ci furono giorni lontani persi nel mito, in cui Clapton era God, in combutta con gli Yardbirds, i Bluesbreakers, i Cream, i Blind Faith, Derek & The Dominos, per inabissarsi alla fine in un soporoso laid back con qualche highlight qua e la negli anni settanta. Prima di addormentarsi Clapton ha dato alle stampe un grande disco di blues elettrico dal vivo, Was Here, che si chiude con il mio blues preferito di sempre, Further On Up The Road (diciamo che se la gioca alla pari con Dust My Broom).

Peter Green - Soho Session (1999) 
Il folle chitarrista del Fleetwood Mac ha scritto una serie indimenticabile di singoli (come Black Magic Woman) ed un album mitizzato (The End Of The Game) di cui nessuno però è blues. Il mio disco blues preferito di Peter Green è curiosamente un disco registrato molto più tardi, nel 1998, con lo Splinter Group dal vivo al Ronnie Scott's Jazz Club.

Freddie King - Staying Home with the Blues (1997) 
I chitarristi texani sono tutti assolo, ritmo funky e fiati soul. Fra i più famosi Albert King (Born Under A Bad Sign) e Steve Ray Vaughn (Texas Flood). Il mio preferito però è Freddie King, un chitarrista morbido che ha influenzato in modo determinante lo stile di Clapton. Paradossalmente non posseggo molto di Freddie King: un album registrato alla corte di Clapton per la RSO, Burglair, e questo antologico Staying Home with the Blues che è assolutamente magico.

John Lee Hooker - The Healer (1989) 
Boom Boom (Boom Boom). Detto questo è detto tutto (al massimo si può aggiungere Boogie Chillen'). Prima della sua scomparsa il bluesman di Chicago che ha influenzato George Thorogood e che fu immortalato nel film Blues Brothers, fu recuperato dalla Silvertone Records per un tris di album di successo in cui gli porgevano omaggio le star del rock: The Healer, Mr.Lucky, Don't Look Back (prodotti rispettivamente da Roy Rogers, Ry Cooder, Van Morrison), raccolti nell'antologia The Best Of Friends dalla Pointblank.

That's All Folks.
Non dimenticando, naturalmente, Robert Johnson (King Of Delta Blues Singers), Willie Dixon, George Thorogood & The Destoyers (i primi tre album), Buddy Guy.

giovedì 2 ottobre 2014

Leonard Cohen > Popular Problems


Da quando sono alle prese con i libri aggiorno molto meno i blog. Certo, apparentemente con poco profitto. Sono passato ai ventimila contatti di una volta di questo blog alle 80 persone raggiunte con i post di FaceBook. Ma i libri devo scriverli, con la certezza che approderanno a qualche cosa.
Mentre ascoltavo il disco ho buttato giù di getto qualche appunto per la recensione, ed alla fine ho deciso che andava benissimo così. Dunque, appunti di recensione per Leonard Cohen: 

Ho letto diverse recensioni, in giro sulla stampa e sul web, del nuovo disco. Sembra che ogni cronista che scrive di Cohen si senta in dovere di dire qualche cosa di molto intelligente, di profondo, di analitico. Ma al contrario nessuno di quelli che ho letto ha capito questo disco. Il punto è che è solo un disco, sono solo canzoni. Belle canzoni, orecchiabili.
It's only rock'n'roll. 

Io stesso nel 2004 avevo sentenziato che Dear Heather costituisse il testamento del cantautore canadese. Ho riscritto la stessa cosa per Old Ideas nel 2012. Significativo come un disco introspettivo come quello abbia poi raggiunto il primo posto delle classifiche in Canada, il secondo in Inghilterra, il terzo negli USA. Praticamente il disco più venduto in Nord America, su un mercato che è solo pop di consumo.
Anche al netto del fatto che i dischi vendano molto meno di una volta, significa che il canadese errante (luogo comune! ma ci sta) riesce a parlare al cuore di un sacco di gente.
Significa anche che sono canzoni, non è filosofia. È dal '92 di The Future, se non dall'88 di I'm Your Man che Cohen registra bellissimi dischi di canzoni orecchiabili.
In questo nuovo lavoro per far prima ha diviso i compiti: le musiche le ha scritte il produttore Patrick Leonard, che suona anche l'Hammond B3 (e immagino anche un synt), mentre Cohen ci mette parole, voce e fascino. Solo qua e la un violino o le corde di una chitarra acustica.
In verità le parole, a differenza del passato, guardate troppo da vicino mi rimangono oscure, ma le singoli frasi sono affascinanti, come l'elogio alla lentezza di Slow e il coro "quasi come il blues".
Bello bello.
Un disco che anche se lo metti distrattamente in sottofondo e stai facendo altro, non puoi fare a meno di alzare le orecchie e trattenere il respiro per ascoltare certi passaggi, i densi cori femminili vagamente gospel, l'hammond blues, il tocco di country, tutta la malinconia della poesia del canadese.
Perché i poeti veri sanno parlare ad ogni cuore, non solo agli eletti.

P.S.: Nel libretto del nuovo disco, Cohen è intento a lucidarsi le scarpe. Immagino abbia letto il mio post di Natale.


giovedì 18 settembre 2014

Corsina



C'è qualche cosa che non funziona. Corsina ha scritto questo post, malinconica ma pieno di progetti e di voglia di vivere, pochi giorni fa. È questa mattina leggo che non c'è più. Non ho trovato la notizia, ho inteso che l'ha fatta finita. Com'è possibile?
Non ho conosciuto personalmente Corsina, non ne ho avuto il tempo. Ho letto il suo libro su DMB (lei era un'amica personale di Dave e della band), mi è piaciuto, e glielo ho scritto. Lei ha letto i miei, le sono piaciuti e me lo ha scritto. Ci siamo scritti, condividendo la stessa passione, gli stessi sogni e persino la stessa professione (medicina, lei è psichiatra).
Non riesco a capire. Non ho avuto il tempo di conoscerti, Corsina, ma ti sto piangendo.

mercoledì 13 agosto 2014

Perché non lo facciamo per la strada - la recensione di Mescalina


"...Qui c’è sangue, ci sono nervi, si sfodera una voglia di penetrare il buco del mondo anche se poi non ci resta che tornare ai nostri fantasmi notturni e sentirci come il protagonista di Invitation to the Blues di Tom Waits: solitari, ma non soli. Il pieno di benzina c’è, birra e sigarette pure, se viene la fame ci si ferma al primo Autogrill. Blue è al volante. Si parte..."

Perché non lo facciamo per la strada - leggi tutto su Mescalina 


(immagine della recensione de Il Fatto Quotidiano) 


venerdì 8 agosto 2014

Royal Southern Brotherhood, la fratellanza reale del sud


Ci sono concerti che piacciono e fanno star bene, altri che annoiano. Alcuni deludono, altri esaltano e fanno danzare sudati per un paio d'ore di felicità. Infine ci sono concerti, rarissimi, che ti restano dentro. Show che non si cancellano dalla mente, il cui ritmo ti torna in continuazione, con le melodie che ti suonano nella testa. Sono concerti che un po' ti cambiano. Quello italiano della Royal Southern Brotherhood è stato uno di questi momenti magici per me.
Fin da prima che cominciasse, quando ho sbirciato i musicisti, bellissimi, un po' pirati ed un po' cowboy, seduti a cenare. Fin da quando il leggendario chitarrista nero Super Chickan Johnson, che avrebbe suonato da supporter, è salito sul palco con la sua silouette enorme da bracciante nero per il soundcheck e al primo giro di chitarra ha catturato l'attenzione di chiunque si trovasse nella piazza. Si chiama personalità, si chiama talento, e non lo vendono.
Alla fine sono saliti loro, con la flemma di chi ha intenzione di rullare a lungo sulla pista prima del decollo, con il magnetico Cyril Neville al centro del palco alle percussioni, il fratello più giovane della più nobile e malfamata famiglia creola di New Orleans. Alla sua destra il biondo Devon, generato da altrettanto nobili lombi, a cantare alla Steve Winwood e suonare la chitarra alla Carlos Santana. Alla sinistra Mike Zito, chitarrista low profile del midwest, all'opera fra St.Louis, Texas e New Orleans.
Un incantesimo che mi ha avvolto nelle spire del magico voodoo e mi ha marchiato, per sempre, con il segno dei fan della fratellanza. La cronaca parla di otto pezzi, io ne ricordo cinque (tanto il tempo mi è corso veloce), prima che lo scontro fra l'afa della Louisiana e la brezza della Valtrebbia evocasse una tempesta, che si è trasformata in una grandinata memorabile. Peccato non aver goduto di tutto lo show, peccato aver perso l'occasione di scambiare quattro parole con i fratelli reali, ma, come si dice, la rosa che più amai è quella che non colsi, non è così?

I Brotherhood mi sono rimasti dentro, e per molti molti molti giorni non ho fatto che far suonare sullo stereo e sull'autoradio le canzoni di Meters, di Neville Brothers, della RSB, di Cyril Neville, di Devon Allman, di Mike Zito, di Allan Toussaint, di Willy DeVille, di Dr.John, di Mason Ruffner.
Ed è di questi dischi che vi racconto in questo post.

La Fratellanza Reale del Sud è un supergruppo che si è coagulato quasi per caso fra Cyril, il più giovane dei Neville, ma di una generazione più vecchio di Zito e di Allman, attorno ad un denso boogie soul rock della Louisiana. Il disco, il secondo in studio, si intitola heartsoulblood, scritto così, tutto d'un fiato e senza spazi, ed è stato prodotto da Jim Gaines e registrato a Maurice in Louisiana. È un gioiello, ve lo svelo subito senza far giri di parole: rock denso ed intenso, come ne avete ascoltato dai Traffic di Steve Winwood e Jim Capaldi, o magari dai Little Feat di Lowell George. Un disco potente, d'urgenza, di corsa, che tralascia i dettagli per spendersi nel ritmo di quei treni diesel che scorrono sui binari da costa a costa. Un disco che è stato pensato anche per piacere, per essere trasmesso in radio e magari per vendere qualche copia, pur in questi giorni bui in cui l'umanità vive senza musica. Un disco fra rock'n'roll (come quello intitolato proprio così, scritto da Cyril per evocare la Silver Bullet Band), soul nero (come She's My Lady), reggae, tanto boogie e tanto Groove (Groove On, il brano più orecchiabile) e poesia (Takes A Village, che evoca altri brothers, i Neville). Un disco che potrebbe essere mainstream, come era una volta negli anni buoni e come lo fu ancora una decina abbondante di anni fa quel Supernatural di Santana, ma con i Golfo al posto del Mexico.
Un disco caldo come l'estate, da ascoltare in movimento. Cinque stelle.
La buona notizia è che "chi vuol essere lieto sia" e chi vuole continuare a danzare dopo la dodicesima canzone, può continuare a farlo nel continuum creato dai dischi solisti dei tre leader, tutti stampati negli ultimi 12 mesi per la stessa casa discografica (Ruf) e dalle sonorità familiari.
Una specie di White Album solista complessivo di tutto il gruppo.
Il disco più simile a heartsoulblood, tanto da esserne indistinguibile, è Magic Honey di Cyril Neville, a dispetto del fatto che sia registrato altrove e con diversi musicisti - e a testimonianza della personalità del Roi, il Re della Southern Brotherhood, Cyril.
Bello, boogie, bollente, funk, afoso, blues, stregato, nero, voodoo, poetico. Un disco che dimostra che esista ancora il filo magico che univa esperienza così lontane nello spazio e vicine nell'anima come i britannici Traffic ed i mai abbastanza celebrati Meters di New Orleans. Un ritmo, quello dei tamburi di Cyril, che fa vibrare e fa danzare. Cinque stelle.

E fanno 24 canzoni e 10 stelle. Dopo il Re arrivano i principi. Gone To Texas di Mike Zito & The Wheel è rock'n'roll frizzante dalle parti di Bob Seger, un uomo del nord (Detroit, Michigam) con il cuore al sud (Memphis, Tennessee). In Rainbow Bridge Mike duetta con Sonny Landreth, ma non ci sono virtuosismi in quest'album, solo solide storie rock, ispirate al riscatto di una giovane vita piegata all'eroina, grazie ad una ragazza del Texas, che ad un concerto una sera gli chiese l'autografo. Mike la guardò e scrisse: "portami in Texas con te". Basta chiedere, a volte.
Bellissimo disco, soul rock, mi ha ricordato anche quei due magnifici dischi di Gary US Bonds con la E Street Band. Sassofono e tutto il resto.
Quattro stelle piene, e fanno 37 canzoni e quattordici stelle.

Infine ci sono le 11 canzoni di Turquoise di Devon Allman, un disco più bianco (ça va sans dire), più rock. Un disco che rinuncia a virtuosismi di chitarra elettrica ed a rock blues di maniera per concentrarsi sulle canzoni, di cui Devon è un pregiato compositore e un cantante convincente. Le sue canzoni, pur sempre coerenti con la reale fratellanza,  viaggiano dalle parti dei Muscle Shoals Studios di Memphis, ed evocano così quel rock fra Bob Seger e John Hiatt senza dimenticare xxx. È un disco sincero fino all'ingenuità, Turquoise, senza gigionate, senza - impossibile non cercare confronti - la poesia elegiaca dei momenti migliori del padre Greg (con cui Devon non è cresciuto ma ha riscoperto oggi, anche suonando spesso e volentieri con la ABB), con il motore sempre a pieni giri a correre per le piatte distese che portano all'ovest. Chitarre elettriche, chitarre acustiche, boogie e ballate, un suono pieno e solido. Un omaggio agli Heartbreakers la cover di Stop Dragging My Heart Around, latina There's No Time (avrebbe potuto senz'altro far parte del citato Supernatural), acustica Yadira's Lullabye (una serenata all'amata compagna, suonata al telefono nelle notti in tour), soul tutto il resto. Forse niente picchi, senz'altro niente valli. Tre stelle piene, perché no?
E fanno 48 canzoni e 17 stelle. Un White Album mica male, datemi retta, un poker d'assi.

Ma, come diceva d'abitudine un grande: "one more thing, un'altra cosa". Non è finita. Forse è una scala reale.
Nel 2013 è anche uscito il disco, speciale davvero, di Aaron Neville. Aaron è una leggenda americana. Con la sua voce angelica piazzò negli anni ruggenti un singolo nelle classifiche e nell'immaginario del R&R, Tell It Like It Is. Poi conobbe alti e bassi, fama e fame, circuiti di serie B e qualche soddisfazione con i fratelli e con Linda Ronstadt. Una carriera nelle mani dei produttori, da cui la sua anima soul è uscita a volte immacolata, a volte macchiata dal compromesso. Ma come nelle favole a lieto fine, This Is My Story, prodotto da nessuno meno di Keith Richards, è il capolavoro. Un disco perfetto: minimale, asciutto, affilato, tutta voce e rock'n'roll. Richards alla chitarra elettrica, Benmont Tench alle tastiere, non so se mi spiego, è una perfetta colonna sonora di un film di Tarantino o comunque di un gran film americano alla Fandango, con cover irresistibili, pure e luminose come diamanti, di classici del rock come Money Honey, My True Story, Gypsy Woman, Be My Baby, Under The Boardwalk, This Magic Moment, Goodnight My Lover.
Bello e blu come Le Chat Bleu, lo dico per invogliarvi a rendere merito ad un sovrano, Aaron Neville, ma è un complimento per il compianto Willy. Sei stelle, si può?

Il mio programma è quello di scrivere un gran capitolo intitolato New Orleans sul lato B di Long PLaying (una storia del Rock); per chi è impaziente ce n'è già uno intitolato The Big Easy su Perché non lo facciamo per la strada.
La colonna sonora naturalmente è quella dei cinque dischi di questa recensione. Trust me.
Poi tornerò a New Orleans e busserò alla porta dei Neville (credo di sapere dove abita Art).


sabato 2 agosto 2014

la nuova intervista di 8th of May


Musica e politica. Agli inizi degli anni Settanta trascendemmo in una follia verbosa e piuttosto isterica con i processi real time ai musicisti sul palco e le bombe molotov. A distanza di quarant’anni, come giudichi quel momento?

«Erano gli anni di piombo: non era un problema musicale ma sociale. Ai Settanta seguirono gli anni dell’ottimismo, le decadi degli Ottanta e dei Novanta. Con il nuovo millennio arrivarono gli anni di emme, che stanno rivelandosi i peggiori di tutti. Speravamo nell’Europa unita, che portasse un po’ di civiltà a un paese assopito, ci siamo trovati schiavizzati dalle lobby dell’euro a livello globale e sudditi di poco di buono a quello locale. Questo è il momento peggiore, ma, come diceva un film, non può piovere per sempre.»

Eravamo, come scrivi, alla periferia dell’impero. Cos’è cambiato nel nostro paese dopo cinquant’anni di rock?

«Una volta il rock era una scena. Rappresentava l’arte della seconda metà del XX secolo, e Londra era l’ombelico del mondo. Oggi la musica rock è underground, roba da carbonari e come tale non ha più un centro geografico. C’è fermento sotto le braci, sono molti i musicisti che suonano dal vivo, solo che i media li ignorano. Quello che non passa in TV è invisibile. Una volta i media erano la cronaca della scena, oggi rappresentano solo un pretesto per la pubblicità. C’è una crisi dell’editoria, è vero: ma perché il pubblico dovrebbe acquistare riviste e quotidiani realizzati a misura dei pubblicitari o di gruppi di potere? Per gli analfabeti a cui si rivolgono basta e avanza la TV.»

Una classifica non ha mai dato patente di autenticità e valore artistico, ma è indubbio che chiunque ne era affascinato. Il tuo libro si diverte a pubblicarne qualcuna.

«Perché non lo facciamo per la strada? è inzuppato di liste, classifiche, che ho battezzato decaloghi, anche se non sono mai composte da dieci elementi. Sono un divertissement per stimolare la discussione: se stilassimo ogni giorno la classifica dei nostri 10 dischi preferiti, credo che non risulterebbe mai la stessa. Se invece ti riferisci alle classifiche di vendita, ho dedicato un capitolo ai dischi che si vendevano in Italia negli anni Settanta e il confronto con i decenni successivi è impietoso. In quegli anni il pubblico italiano comprava in massa dei dischi davvero tosti.»

leggi tutta l'intervista su 8th of May